Si è invertita la parabola del consenso di Giorgia Meloni? È la domanda che inizia a circolare con una certa insistenza nella nostra testa. E, come sempre accade in politica, quando la parabola sembra piegarsi verso il basso, il tema non è tanto se stia davvero scendendo, ma se sia ancora possibile riportarla verso l’alto.
Dopo la sconfitta al referendum costituzionale sulla giustizia, i segnali di una possibile incrinatura si sono moltiplicati. Il risultato del voto ha colpito più del previsto: la vittoria del “no” è stata netta e, soprattutto, accompagnata da due elementi politicamente sensibili. Da un lato, l’ondata di voto giovanile, che ha premiato la posizione contraria alla riforma; dall’altro, il dato del Sud, dove il centrodestra governa molte regioni ma ha registrato una performance deludente. Non una sconfitta sistemica, ma un campanello d’allarme.
A questo si è aggiunto il regolamento di conti interno alla maggioranza, già evidente nei giorni immediatamente successivi al voto e tutt’altro che esaurito. Le dimissioni forzate nell’area della Giustizia e quelle, francamente difficili da spiegare, della ministra Santanchè hanno dato l’impressione di una gestione più reattiva che strategica. Più che chiudere una crisi, hanno contribuito ad alimentare la percezione di una fase di assestamento, se non di confusione.
Nel frattempo, anche sul fronte opposto qualcosa si muove. Il dibattito sulle primarie del cosiddetto “campo largo” è tornato d’attualità, sospinto da due elementi simbolici ma non irrilevanti.
Il primo è l’uscita del libro autobiografico di Giuseppe Conte, tempistica che ricorda da vicino quella di “Io sono Giorgia” a parti invertite, quasi a segnare l’inizio di una nuova fase politica.
Il secondo è l’editoriale, chirurgico come al solito, di Paolo Mieli, che ha evocato senza troppi giri di parole l’ipotesi di un passo indietro di Elly Schlein per lasciare spazio proprio a Conte.
Un parallelo che richiama gli anni ’90 e 2000, quando gli allora DS – Democratici di Sinistra (prima di essere PD), pur essendo il partito principale della coalizione, scelsero di non intestarsi la leadership e lasciarono spazio prima a Prodi e poi a Rutelli. Un’operazione che 2 volte su 3 ha funzionato (1996 e 2006), al contrario di quando il candidato era di diretta espressione PD (Veltroni 2008, Bersani 2013, Renzi 2018 e Letta 2022).
A rendere il quadro ancora più mosso contribuisce il riemergere di vicende personali che coinvolgono membri del Governo. Il caso che riguarda il ministro Piantedosi, emerso dopo l’intervista di Claudia Conte, riporta alla memoria dinamiche già viste, come quella che coinvolse Sangiuliano quasi due anni fa. Non si tratta, almeno per ora, di elementi politicamente dirompenti, ma contribuiscono a creare un clima di maggiore esposizione e vulnerabilità.
Messi insieme, questi segnali disegnano una fase che potremmo definire di entropia politica. Le crepe si intravedono, ma non sono ancora pienamente riflesse nei sondaggi. È una situazione tipica: la percezione del cambiamento precede la sua misurazione. E spesso, quando arriva nei numeri, è già consolidata.
Giorgia Meloni, da parte sua, sta provando a reagire.
La nomina del sottosegretario Mazzi a ministro del Turismo è stata una scelta interamente sua, maturata senza preavvisi e senza le classiche anticipazioni da retroscena. Un segnale di controllo e di iniziativa, più che di mediazione.
Allo stesso tempo, la Premier ha scelto di riportare il baricentro sul piano internazionale, con un viaggio nei Paesi del Golfo che ha un valore politico evidente: essere la prima leader a muoversi in quell’area dopo l’escalation in Iran significa presidiare un terreno — quello della politica estera — su cui la maggioranza è più compatta e l’opposizione più divisa.
È una strategia già vista: quando il contesto interno si complica, si alza lo sguardo. E, nel caso di Meloni, è anche il terreno su cui ha costruito una parte significativa della propria credibilità.
Resta però la domanda iniziale. La parabola si è davvero invertita? Forse è presto per dirlo. Ma è evidente che qualcosa si è mosso. E in politica, più che le cadute improvvise, sono le lente inclinazioni a cambiare le traiettorie.
La vera sfida, ora, non è evitare ogni segnale negativo, impossibile dopo quasi 4 anni di governo, ma impedire che questi segnali si sommino fino a diventare una narrazione. Perché quando la narrazione cambia, riportarla indietro è praticamente impossibile.





