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Il massimo di sovranità che l’Europa può permettersi sull’AI
Di Sergio Boccadutri
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Il 12 novembre si chiude la gara per le Gigafactory europee per l’intelligenza artificiale. Prima che arrivino gli annunci, conviene riflettere su che cosa l’Europa stia davvero costruendo. Non si tratta della leadership mondiale: con al massimo sette impianti cofinanziati da Unione e Stati membri, l’obiettivo è piuttosto quello di non restare senza una propria capacità di calcolo mentre l’IA diventa un’infrastruttura essenziale, come la rete elettrica. È un obiettivo legittimo, forse l’unico attualmente realistico. Ma è più modesto della retorica sul “continente dell’IA”.
Basta guardare le cifre. Dieci miliardi pubblici, tra fondi europei e nazionali, e venti privati (attesi) sono tanti per i bilanci europei, ma pochi per il mercato globale: nel solo 2026 Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta secondo le indicazioni date dalle stesse società a fine luglio, investiranno oltre 700 miliardi di dollari.
Il piano d’azione europeo dell’aprile 2025 parlava di oltre 100.000 processori per impianto; la gara non fissa più un numero e chiede di arrivare, a regime, al triplo o al quadruplo dei processori della più potente AI Factory europea già esistente. L’asticella si misura su ciò che l’Europa ha, non su ciò che fanno gli altri.
Lo stesso realismo vale per i chip. La gara arriva con lettere d’intenti sosttoscritte con AMD, NVIDIA e Qualcomm, che la Commissione presenta come conseguenza dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti e che garantiscono ai consorzi l’accesso ai processor necessari. Bruxelles promette spazio anche a fornitori e startup europei, ma il cuore degli impianti sarà quindi americano. Saranno europei i siti, la governance, le regole di accesso e la gestione dei dati, non la tecnologia su cui tutto poggia. La scelta si può difendere: un’alternativa europea per la scala necessaria non c’è, aspettarla vorrebbe dire restare senza infrastruttura. Ma le cose vanno chiamate con il loro nome: è una sovranità d’uso, non di filiera, la dipendenza non sparisce, si sposterà dal cloud al silicio.
Il punto più delicato è chi userà questi impianti. EuroHPC, l’impresa comune europea per il supercalcolo, e gli Stati compreranno insieme potenza di calcolo: il settore pubblico sarà il principale cliente rendendo i progetti finanziabili. È una buona idea, ma non crea un mercato. Per addestrare modelli di frontiera servono imprese europee in grado di farlo, e oggi sono poche. Senza di loro gli impianti rischiano di restare in parte vuoti, o di lavorare per operatori che europei non sono.
Poi c’è la politica. Il piano evocava il CERN, un’unica grande infrastruttura comune. La gara prevede invece fino a sette impianti, cofinanziati dai diciotto Stati aderenti in misura pari ai fondi UE. Si capisce: ogni governo vuole che ci sia un ritorno a casa propria. Ma così la scala si frammenta proprio dove conta di più. Anche le regole europee su dati, sicurezza ed etica possono attrarre chi cerca garanzie, purché il costo di rispettarle resti sostenibile per chi sviluppa modelli.
Infine, il tempo. Le aggiudicazioni sono attese all’inizio 2027 e gli impianti dovranno entrare in funzione entro diciotto mesi dalla firma. I primi impianti saranno pronti tra il 2028 e il 2029, in un settore in cui l’hardware migliora di anno in anno. E il vero limite potrebbe non essere il denaro, ma la corrente. Un impianto di questa taglia ha bisogno di grandi quantità di elettricità e di un allacciamento alla rete adeguato, che il bando chiede di dimostrare già in gara. Anche dove l’energia c’è, serve efficenza nelle procedure amministrative, lo stesso piano ricordava che in Europa per i permessi per costruire un data center ci vogliono spesso più di quattro anni. Per questo il Cloud and AI Development Act conta quanto la gara. Le Gigafactory sono dunque necessarie, ma non bastano. Il loro successo non si misurerà dalle inaugurazioni, ma dalla quota di capacità usata davvero da imprese e ricercatori europei. Per l’Italia, tra i firmatari dell’accordo, la prova è vicina: entro il 12 novembre si saprà se esistono consorzi, nazionali o con altri Paesi, con siti ed allacci di corrente già pronti.





