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Budapest blocca il maxi-prestito a Kiev, Macron invoca i volenterosi

24
Febbraio 2026
Di Giampiero Cinelli

Il Consiglio Affari Esteri dell’Unione europea del 23 febbraio ha confermato l’attrito tra due linee sempre più difficili da ricomporre: da un lato il fronte apertamente schierato a sostegno dell’Ucraina e favorevole a un uso estensivo dello strumento sanzionatorio; dall’altro la posizione dell’Ungheria, che continua a esercitare il veto su dossier chiave, dalla Russia al Medio Oriente, mettendo in luce i limiti strutturali dell’unanimità. Il nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia e il maxi-prestito a Kiev, annunciato a dicembre, è infatti stato bloccato dal veto di Budapest, che ha inoltre neutralizzato le sanzioni destinate a coloni israeliani.

Per quanto riguarda i rapporti col Sud America, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha annunciato che proporrà ai Ventisette la revoca delle sanzioni individuali contro Delcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela, su impulso della Spagna. Madrid ha chiesto un “nuovo approccio” verso Caracas, ritenendo che un segnale diplomatico possa favorire un clima di fiducia, anche alla luce della recente liberazione di detenuti politici e dell’adozione di una legge di amnistia.

La proposta riguarda in particolare il divieto di ingresso nell’Ue e il congelamento dei beni. Ma la decisione richiederà l’unanimità e non è affatto scontata. Kallas ha chiarito che l’eventuale passo su Rodríguez si inserirebbe in una riflessione più ampia su come ridefinire il rapporto tra Bruxelles e Caracas, introducendo parametri e condizioni chiare per eventuali ulteriori aperture. È il tentativo di muoversi tra realpolitik e tutela dei diritti umani, senza smantellare l’intero impianto sanzionatorio varato tra il 2017 e il 2018 e rinnovato fino al 2027.

Ma è soprattutto sul fronte ucraino che emergono le fratture più profonde. In occasione del quarto anniversario dell’invasione russa, i ministri degli Esteri di Germania, Francia e Polonia – Johann Wadephul, Jean-Noël Barrot e Radoslaw Sikorski – hanno ribadito in un intervento congiunto il loro sostegno a Kiev. L’Ucraina, scrivono, potrà ottenere una pace “duratura e giusta” solo “da una posizione di forza”. Per questo l’Europa deve continuare ad aumentare la pressione su Mosca, mantenere congelati i beni russi, sostenere il percorso di adesione all’Ue e promuovere un tribunale speciale per i crimini di guerra.

Anche Kallas ha rilanciato il messaggio, issando simbolicamente la bandiera ucraina accanto a quella dell’Unione presso la sede del Servizio europeo per l’azione esterna. Il futuro dell’Ucraina, ha ribadito, è dentro l’Ue, e la via più rapida per porre fine alla guerra è intensificare il sostegno a Kiev e la pressione sulla Russia.

Proprio su questo terreno, però, si scontra il veto ungherese. “Non facciamo quello che vuole la maggioranza, ma quello che vuole un solo Paese”, ha denunciato Kallas, parlando di fatto di una “tirannia del voto unico”. Il meccanismo dell’unanimità, che regge la politica estera e di sicurezza comune, si rivela così sempre più fragile in un contesto geopolitico ad alta tensione.

In questo scenario si inserisce il ruolo della Francia. Emmanuel Macron, consapevole delle difficoltà di ottenere decisioni rapide nel quadro formale dei Ventisette, sta lavorando per concretizzare il sostegno all’Ucraina anche attraverso formati informali, come quello dei cosiddetti “volenterosi”: coalizioni ristrette di Stati disposti a coordinarsi su aiuti militari, sicurezza e garanzie a lungo termine, aggirando i blocchi istituzionali.