Il vertice intergovernativo Italia-Francia di Antibes arriva dopo una lunga fase di rinvii, freddezze, sospetti reciproci e foto di circostanza. Proprio per questo il suo significato politico va oltre il calendario diplomatico.
Non è stato soltanto un esercizio di manutenzione del Trattato del Quirinale, ma il tentativo di rimettere in moto una relazione che, per l’Italia, torna improvvisamente necessaria dopo le turbolenze con gli Stati Uniti di Trump.
Il comunicato congiunto è molto ampio e, come spesso accade in questi casi, contiene un po’ di tutto: Ucraina, Mediterraneo, Africa, competitività, difesa, spazio, energia, migrazione, digitale, agricoltura, cultura, giovani, infrastrutture transfrontaliere. Ma dentro questa abbondanza diplomatica emergono alcune priorità vere.
Francia e Italia si impegnano a lavorare per un’Europa più “unita, sovrana, democratica, resiliente e competitiva”, formula che dice molto del momento: meno retorica europeista classica, più bisogno concreto di protezione politica, industriale e strategica.
Sul piano geopolitico, il messaggio è chiaro: sostegno all’Ucraina, pressione sulla Russia, attenzione al Mediterraneo, ruolo comune in Libano, difesa della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e cooperazione con l’Africa, anche incrociando Piano Mattei italiano e iniziative francesi sul continente.
È una piattaforma che permette a Meloni e Macron di mostrarsi più vicini di quanto lo siano stati negli ultimi anni, senza fingere che le differenze siano scomparse.
I toni della conferenza stampa sono stati forse ancora più interessanti dei contenuti.
Macron ha negato che i rapporti siano “glaciali”, parlando anzi di clima ormai più caldo; Meloni ha scelto una formula più secca, quasi da antidoto ai retroscena: “siamo due persone che difendono i propri interessi nazionali ma che lavorano insieme”.
Tradotto: non serve amarsi, basta riconoscersi utili. E in questa fase Italia e Francia si sono improvvisamente riscoperte molto utili l’una all’altra. La chiave politica è tutta qui. Dopo gli scossoni con Washington, il rapporto con Trump resta strategico ma non può più essere l’unico pilastro del posizionamento internazionale italiano. La partnership atlantica resta sistemica, ma è difficile immaginare un ritorno ai fasti dello scorso anno: Trump è instabile, spesso indigeribile per una parte crescente dell’opinione pubblica italiana, e ogni nuovo incidente diplomatico rende più costoso per Meloni apparire troppo allineata. La Premier ha guadagnato consenso rispondendo con fermezza al Presidente americano, ma sa bene che non può costruire una strategia duratura su una postura aggressiva verso gli Stati Uniti. Infatti l’ha smussata rapidamente.
Serve dunque un nuovo equilibrio geopolitico. E in questo equilibrio Macron diventa indispensabile, anche se mai gratuito. La Francia è pronta a riaccogliere Meloni nel circuito delle leadership europee più operative, ma il prezzo sarà una maggiore convergenza su dossier delicati: difesa europea, bilancio UE, politica industriale, energia, Mediterraneo. Non è un pranzo di riconciliazione, è un negoziato permanente.
Il potenziale, però, è enorme. Nel documento congiunto i due Paesi indicano cooperazione su automotive, industrie energivore, materie prime critiche, semiconduttori, tecnologie net zero, aviazione civile, moda e lusso.
Sul fronte energetico si parla esplicitamente di neutralità tecnologica, nucleare, rinnovabili, reti e interconnessioni.
Sulla difesa si citano base industriale europea, procurement comune, SAMP/T NG, intercettori contro minacce ipersoniche, spazio, sicurezza marittima e capacità missilistiche.
Sono ambiti nei quali Italia e Francia possono competere, certo, ma anche costruire massa critica. Spazio e difesa sono forse i dossier più evidenti: Thales Alenia Space, Ariane 6, Vega C, IRIS², connettività satellitare sicura, osservazione della Terra, applicazioni dual use. Qui l’amicizia non è sentimentalismo europeo, ma industria, contratti, sovranità tecnologica.
Resta da capire se questa nuova sintonia produrrà effetti concreti o se resterà l’ennesimo album fotografico della diplomazia europea. La storia recente invita alla prudenza: Italia e Francia hanno spesso firmato grandi intese e poi litigato sui dettagli. Ma il contesto è cambiato. Gli Stati Uniti sono meno prevedibili, la Germania attraversa una fase di riposizionamento, l’Europa ha bisogno di coppie motrici alternative e il Mediterraneo torna centrale.
In fondo, Italia e Francia sono i due Paesi fondatori dell’Occidente latino: ne incarnano le radici culturali, giuridiche, industriali e politiche. Quando collaborano, possono spostare gli equilibri europei. Quando si ignorano, lasciano spazio ad altri.
Il vertice di Antibes non cancella le divergenze tra Macron e Meloni. Ma segnala che entrambi hanno capito una cosa: in questa fase, litigare costa più che cooperare. E per Giorgia Meloni, dopo la stagione della relazione privilegiata con Washington, questo può essere il primo passo verso un riposizionamento più europeo, più solido e forse anche più utile all’Italia.





