Lavoro
Welfare aziendale, oltre metà degli occupati giudica lo stipendio non adeguato
Di Ilaria Donatio
Più che una richiesta di aumento, sembra una domanda di senso. Il nono Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale restituisce l’immagine di un’Italia che lavora, ma non si sente adeguatamente ricompensata, né economicamente né emotivamente.
Il dato più netto riguarda le retribuzioni: il 57,7% degli occupati ritiene il proprio stipendio non adeguato al lavoro svolto. Solo poco più di un terzo si dichiara soddisfatto. E per oltre la metà dei dipendenti la busta paga non consente di risparmiare. È un malessere che non si esaurisce nel portafoglio.
Quasi sette lavoratori su dieci dichiarano di aver sperimentato forme di forte stanchezza psicofisica. Più della metà ha provato almeno una volta ansia o paura all’idea di recarsi al lavoro. E oltre un quinto soffre della cosiddetta sindrome dell’impostore, dubitando delle proprie competenze nonostante i risultati ottenuti.
In questo contesto cresce l’idea che la fedeltà non paghi. Per il 32,5% degli occupati cambiare spesso azienda è più efficace della permanenza in una sola realtà per ottenere retribuzioni più alte. Il “job hopping” diventa così non solo una strategia di carriera, ma una risposta difensiva a salari percepiti come fermi.
Accanto al tema economico emerge con forza quello del tempo. L’88,2% degli occupati ritiene che avere più spazio per sé e per il proprio benessere debba essere un diritto universale. E il 71,3% pensa che oggi esistano le condizioni tecnologiche ed economiche per ridurre l’orario di lavoro, ad esempio introducendo la settimana corta di quattro giorni. Tra i giovani la percentuale supera l’80%.
La richiesta di confini più chiari si traduce anche nel diritto alla disconnessione: il 45,8% prova ansia quando riceve comunicazioni fuori orario e il 43,9% dichiara di non rispondere a email o messaggi oltre l’orario di lavoro. Un cambiamento culturale che riguarda soprattutto le nuove generazioni.
Sul fronte tecnologico il rapporto fotografa un’adozione crescente ma non priva di timori. Il 36,7% degli occupati utilizza già l’intelligenza artificiale nel proprio lavoro, ma il 42,6% teme di poter essere sostituito. Oltre la metà ritiene che i dirigenti ripongano più fiducia nelle nuove tecnologie che nei lavoratori.
Intervenendo alla presentazione, il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli ha parlato di un modello del lavoro profondamente cambiato, sottolineando come il benessere aziendale sia diventato un fattore decisivo anche nella scelta di un nuovo impiego.
Il messaggio che arriva dal rapporto non è una fuga dal lavoro, ma una ridefinizione delle priorità. Il salario resta centrale, ma non basta più. Le persone chiedono tempo, riconoscimento, partecipazione e strumenti di welfare capaci di incidere sulla qualità della vita.
Se le imprese vogliono trattenere talenti, la partita non si gioca solo sullo stipendio. Si gioca sull’equilibrio. E su quanto il lavoro riesce ancora a essere parte della vita, senza divorarla.





