Lavoro
80mila italiani verso l’Europa, ma non è amore per il posto fisso
Di Marta Calderini
Nei giorni scorsi ha suscitato un discreto interesse la notizia che quasi 80 mila italiani hanno fatto domanda per il concorso EPSO 2026 per funzionari europei. Su circa 170 mila candidati totali, significa che quasi uno su due è italiano. Qualcuno ha provato a liquidare la questione con una spiegazione semplice e rassicurante: il fascino delle istituzioni europee, il mito del posto fisso, stipendi alti e stabilità. Tutto vero. Ma non sufficiente. E’ vero, il concorso era atteso da anni, ma questo vale per tutti i paesi europei e non può giustificare l’altissimo numero di iscritti di nazionalità italiana. La domanda da porsi, forse, non è perché Bruxelles attrae, ma perché l’Italia non trattiene?
Il concorso per amministratori AD5 offre uno stipendio iniziale attorno ai 6.000 euro mensili, con prospettive di crescita e una carriera strutturata. È un’offerta competitiva, certo, ma non isolata nel panorama europeo. Il punto, allora, non è tanto l’attrattività dell’Europa, quanto il confronto implicito che ogni candidato fa tra ciò che trova lì e ciò che trova qui. E questo confronto, numeri alla mano, è sempre più difficile da ignorare. Nel 2024 l’Italia è stata ultima in Europa per tasso di occupazione dei neolaureati: lavora il 69,6% dei giovani tra i 20 e i 34 anni che hanno appena concluso gli studi, contro una media europea superiore all’82%. A questo si aggiunge una disoccupazione giovanile stabilmente sopra la media europea, intorno al 20%, e una quota di giovani che non studiano né lavorano tra le più alte dell’Unione. Il risultato è un sistema in cui si entra tardi, spesso male e quasi sempre con fatica.
E quando finalmente si entra, la distanza non si riduce. Nel 2024 il salario medio annuo nell’Unione Europea si avvicina ai 40 mila euro, mentre in Italia resta significativamente più basso, intorno ai 32 mila. Ma il problema non è solo quanto si guadagna, è cosa quel salario permette di costruire. Anche in termini di potere d’acquisto, l’Italia rimane sotto la media europea e distante dai principali paesi dell’Europa occidentale. Germania, Francia, Paesi Bassi non si limitano a pagare di più: offrono un rapporto più credibile tra competenze, salario e prospettive. Ed è proprio questo che fa la differenza. Perché il dibattito italiano tende spesso a rifugiarsi in una spiegazione comoda, ovvero che all’estero si guadagna di più, ma anche la vita costa di più, che è solo parzialmente vera. In molti paesi europei il costo della vita è effettivamente più alto, ma ciò che cambia davvero è il rendimento del lavoro, la capacità di trasformare un reddito in autonomia, stabilità e progettualità.
A rendere questo scarto ancora più evidente c’è un altro elemento, meno visibile ma sempre più centrale: il cambiamento nelle aspettative delle nuove generazioni. Per i giovani il lavoro non è più soltanto una fonte di reddito, ma una componente dell’equilibrio complessivo della propria vita. Il work-life balance, la flessibilità, la possibilità di organizzare il proprio tempo e di lavorare anche da remoto non sono più benefit accessori, ma criteri di scelta fondamentali. Secondo diverse ricerche recenti il 74% della Gen Z mette l’equilibrio tra vita e lavoro prima della retribuzione. I giovani chiedono flessibilità, autonomia, ambienti inclusivi e percorsi chiari, mentre molte organizzazioni continuano a richiedere presenza, disponibilità totale e adattamento a modelli tradizionali. Dopo la pandemia lo smart working è diventato una priorità per molti lavoratori, ma la sua diffusione resta disomogenea e spesso limitata, soprattutto nelle fasi iniziali della carriera.
Non è un caso che quasi la metà dei giovani occupati sia oggi alla ricerca attiva di un altro lavoro, segno che l’ingresso nel mercato non coincide più con una stabilizzazione, ma con una condizione permanente di transizione. In Italia, inoltre, la difficoltà nel trattenere i lavoratori è più marcata che altrove: circa il 40% dichiara di voler cambiare impiego, ben al di sopra della media europea.
Questo disallineamento produce un effetto preciso: i giovani cercano un lavoro che sia compatibile con la propria vita e che non richieda di sacrificare tutto il resto. E quando questo non accade, la mobilità verso altre aziende o verso altri paesi, diventa una conseguenza quasi inevitabile.
E’ più facile accettare affitti più alti a Bruxelles o Amsterdam se in cambio ottiene uno stipendio adeguato, un percorso professionale chiaro, selezioni trasparenti e tempi di stabilizzazione prevedibili, flessibilità e un sano equilibrio vita-lavoro. In Italia, sempre più spesso, questo equilibrio non esiste. Inoltre, il punto non è soltanto lavorare, ma capire quando e come si diventa indipendenti. In Europa si esce di casa in media a 26 anni, mentre nel Sud Europa, Italia inclusa, molto più tardi. Non è una questione culturale, è materiale: contratti precari, salari bassi e un costo della vita che continua a crescere. Quando l’autonomia si allontana, si sposta inevitabilmente anche tutto il resto e non è un caso che nello stesso paese in cui si entra tardi nel lavoro e con difficoltà si facciano anche meno figli e sempre più in là con l’età. Nel 2024 in Italia sono nati meno di 380 mila bambini, minimo storico, con un tasso di fecondità fermo a circa 1,2 figli per donna e dove l’età media al primo figlio è sopra i 32 anni, tra le più alte d’Europa. Più che una scelta individuale, è spesso il riflesso di condizioni che rendono difficile immaginare stabilità e futuro.
A questo si aggiunge un sistema di welfare che continua a essere percepito come fragile e squilibrato. Il congedo di paternità, di cui si è tornato a discutere di recente in Parlamento, in Italia è fermo a pochi giorni, mentre in molti paesi europei è più lungo e strutturato, e il congedo parentale, pur esistendo, resta spesso poco utilizzato dagli uomini sia per ragioni economiche sia culturali. In questo contesto, avere un figlio diventa una scelta che grava quasi interamente sulle famiglie, e soprattutto sulle donne, con conseguenze evidenti sulla partecipazione al lavoro e sulle prospettive di carriera.
In questo quadro non dovrebbero essere le 80 mila candidature italiane al concorso EPSO a fare il titolo, ma il fatto che migliaia di giovani si trovino a fare i conti con ciò che l’Italia promette e ciò che effettivamente offre. E sempre più spesso, quel confronto non regge. Non perché altrove sia tutto facile, ma perché altrove il percorso appare più coerente. È questo, forse, il punto più difficile da accettare: non è l’eccezionalità dell’Europa a spingere così tanti italiani fuori, non è il posto fisso e nemmeno il “fascino della bubble” di Bruxelles, ma la speranza di inserirsi in sistemi che funzionano meglio.
E ciò che risulta più amaro è che al posto di prendere atto di tutto ciò, la classe dirigente, politica e non solo, continua a rifugiarsi nello stereotipo del giovane che non vuole lavorare e non vuole far fatica. Dimentichiamo troppo in fretta che siamo stati tutti i giovani di qualcuno, che ogni generazione ha cercato di costruirsi uno spazio più dignitoso, più libero, più giusto. Liquidare tutto questo come mancanza di voglia o di sacrificio è profondamente miope perché questi giovani non stanno rifiutando il lavoro, stanno rifiutando l’idea che il lavoro debba occupare tutto, consumare tutto, giustificare tutto. Stanno chiedendo qualcosa di più semplice e, allo stesso tempo, più radicale: che il lavoro sia una parte della vita, non il suo perimetro.





