Innovazione

Poteva andare peggio, il rapporto di Ambrosetti sull’innovazione in Italia

03
Giugno 2022
Di Daniele Bernardi

Sentiamo orami spesso parlare di Smart cities, ma quanti saprebbero effettivamente spiegare di cosa si tratta? Il Gruppo Ambrosetti per la consulenza aziendale sicuramente sì. È da poco uscito infatti il loro ultimo report su ‘Super Smart Society: verso un futuro più sostenibile, resiliente e umano centrico’.

Nel report, la Smart City viene definita come la società 5.0, nata dall’unione di spazio fisico e spazio cyber che pone al centro del proprio essere l’ideale della sostenibilità anziché del profitto. Una società avveniristica, per alcuni forse fantascientifica, utopica, sicuramente una società innovativa.

Innovativa. È per questo che Ambrosetti ha condotto uno studio su 22 paesi ed analizzato per ciascuno di loro diversi indicatori di innovazione. Ha poi stilato un proprio Innosystem Index 2022 per misurare il grado di innovazione totale di ognuna delle realtà oggetto dello studio.

Com’era facile immaginare, l’Italia in questo campo non eccelle. Ambrosetti parte, ad esempio, dal numero di brevetti prodotti: l’Italia ha un basso tasso di brevetti concessi (circa 3199 nel 2021), dopo Stati Uniti, Giappone, Cina e Corea del Sud (paesi storicamente protagonisti dell’innovazione), ma anche paesi europei a noi vicini, come la Germania, la Francia, la Gran Bretagna e perfino la Svizzera.

Non stupisce dunque che l’Innosystem Index 2022 ci veda in quintultima posizione, prima solo di Svezia, Spagna, Lettonia e Grecia. Siamo nella parte bassa della classifica anche per quanto riguarda il valore del capitale umano, 17esimi, ma con presenze importanti alle nostre spalle: Cina e Stati Uniti.

Una colpa potrebbe ovviamente ricadere sulla bassa spesa in innovazione del nostro paese, sia pubblica che privata, l’Italia è al quartultimo posto nella classifica stilata da Ambrosetti con un dato sugli investimenti in calo rispetto al 2017.

Dunque, investiamo e innovano poco, ma non solo, secondo lo studio pare che innoviamo anche male. Analizzando il cosiddetto ‘ambiente innovativo’, infatti, ovvero la capacità del nostro ecosistema di proteggere l’innovazione prodotta e di trasformare le idee innovative in nuove realtà di business, l’Italia è in 16esima posizione, con circa 2,9 nuove imprese registrate per migliaia di abitante.

Non può che derivarne un sistema poco attrattivo per investimenti e nuovi talenti: terzultimi nella lista dei 22 paesi analizzati. Il tasso di mobilità netta degli studenti (sostanzialmente la differenza tra studenti in entrata e in uscita) ci vede in 19esima posizione, ma con un saldo positivo, al contrario di Grecia, Cina e Norvegia.

Anche per quel che riguarda la digitalizzazione, l’Italia si presenta sotto la media europea, male soprattutto per quanto riguarda l’alfabetizzazione digitale (la conoscenza delle persone), ma se non altro un risultato in crescita negli ultimi anni che ci ha visto risalire di quattro posizioni rispetto al 2020.

Non tutto è da buttare comunque. L’Italia non è messa male, ad esempio, sul numero di studenti laureati nelle cosiddette materie STEM (Science, Technology, Engineering, Math) della fascia d’età 20-29 anni, superiamo persino paesi come Norvegia, Belgio e Olanda e siamo sopra la media UE per numero di iscritti nelle facoltà di Ingegneria rispetto al totale della popolazione universitaria.

L’Italia è sopra la media europea anche quando andiamo a misurare il numero di startup presenti per milione di abitanti, ben 234. Purtroppo, nessun unicorn (ovvero quelle startup che raggiungono una valutazione di 1 miliardo di dollari, come, per intenderci, Apple o Amazon).

Last-but-not-least, l’Italia è al primo posto nella classifica Ambrosetti per numero di citazioni per cento ricercatori.

È sulla base di questi ultimi dati confortanti che il gruppo ha avanzato delle proposte al termine del proprio paper:

  • ottimizzare la gestione delle risorse del PNRR. Gran parte del fondo è destinato alla digitalizzazione, ma il rischio di non utilizzare efficacemente questi fondi è concreto e potrebbe vanificarsi per l’Italia quella possibilità di essere traghettata verso un nuovo futuro;
  • valorizzare il ruolo chiave svolto dagli Uffici di Trasferimento Tecnologico, ovvero quei centri di ricerca e sviluppo presenti nelle nostre università e nei nostri poli scientifici;
  • promuovere l’imprenditorialità innovativa e i finanziamenti di Venture capital per facilitare la nascita di unicorn;
  • preparare i cittadini e le aziende italiane ad una società sempre più digitale e sostenibile;
  • per finire, promuovere ciò che di buono è stato fatto durante la pandemia. Dallo smart working alla maggiore consapevolezza nell’utilizzo di digital devices da parte della popolazione più anziana, per non parlare delle piattaforme di e-commerce ed e-learning.

Tutto sommato, poteva andare peggio. Chissà che in futuro non vada anche meglio…