Innovazione
Itir Summit 2026: l’IA usata dal 60% dei lavoratori, ma solo il 13% delle imprese ne trae vantaggio competitivo
Di Lorenzo Berna
Oltre 700 tra scienziati, ricercatori internazionali e vertici aziendali si sono riuniti a Pavia per la seconda edizione dell’Itir Summit, il convegno annuale del Centro di ricerca dell’Università di Pavia dedicato all’innovazione trasformativa. Titolo dell’edizione 2026: «Bagliori rossi», scandita in tre atti — salute, energia e passione — convergenti su un’unica domanda di fondo: che forma vogliamo dare al nostro futuro?
Al centro dei lavori, la ricerca «Oltre la linea rossa? Governo e diffusione dell’intelligenza artificiale», presentata dal presidente del Centro Stefano Denicolai, che fotografa l’adozione dell’IA nelle imprese italiane di medio-grandi dimensioni. Il quadro che emerge è quello di una corsa individuale che le strategie aziendali faticano a inseguire. Se nel 2020 Eurostat rilevava un’adozione dell’IA del 7%, oggi il 59,8% dei lavoratori dichiara di utilizzare abitualmente strumenti di intelligenza artificiale. La spinta viene anche dall’alto: il 91,2% dei top manager e l’89,7% degli esperti dichiarano di farne uso. Eppure, dietro questi numeri si nasconde una trasformazione ancora largamente incompiuta: solo nel 13,3% delle imprese si registra un impatto effettivo sul vantaggio competitivo, percentuale che sale al 43% nelle aziende che hanno creato unità organizzative dedicate all’IA.
La ricerca segnala anche il fenomeno dello shadow IT: il 6,5% dei dipendenti finanzia autonomamente abbonamenti a strumenti di intelligenza artificiale, con una quota più alta tra i profili senior rispetto ai più giovani. E individua tre aree di preoccupazione prevalenti tra lavoratori e manager — la passivizzazione cognitiva (61,6%), i rischi sulla sicurezza dei dati (56,2%) e i bias insiti nei modelli (45%) — tutte distinte dal classico timore di perdere il posto di lavoro. «Finché l’IA rimarrà delegata all’iniziativa del singolo o usata solo per scrivere mail più velocemente», ha avvertito Denicolai, «il rischio di deskilling dei lavoratori supererà i benefici economici. La vera sfida per il 2026 non è adottarla, ma governarla».
Il primo atto del Summit ha ospitato il Parlamento della Longevità, con esperti internazionali chiamati a ragionare sul futuro dell’invecchiamento. Nicola Palmarini, direttore del Nica UK, ha illustrato come l’integrazione delle tecnologie oggi disponibili possa rendere il superamento dei cento anni non più un’eccezione ma un traguardo accessibile. L’obiettivo, ha precisato, non è «aggiungere anni» ma ridefinire l’architettura stessa dell’esistenza umana, con implicazioni che toccano medicina predittiva, robotica, silver economy ed energia. «Il tema non è più quanto vivremo, ma come vivremo e chi potrà permetterselo», ha sintetizzato Denicolai.
Il secondo atto ha affrontato il dilemma energetico. Andrea Salvini, direttore del Lena dell’Università di Pavia, ha messo in luce come la crescita dei fabbisogni legati all’IA e al quantum computing stia mettendo sotto pressione i sistemi energetici attuali, rendendo le sole rinnovabili probabilmente insufficienti. L’attenzione si concentra sulla fusione nucleare magnetica come fonte a basso impatto e inesauribile nel medio periodo, mentre nel breve la transizione dovrà essere gestita con impianti a fissione e sistemi di accumulo dell’energia solare. L’Università di Pavia, con l’unico reattore nucleare universitario pienamente operativo 24 ore su 24, si candida a hub della red energy italiana.
Il terzo atto ha affrontato la frontiera più controversa: le emozioni nell’era dell’IA. La distinzione tracciata sul palco del Teatro Fraschini è netta — l’IA simula la scintilla emotiva senza esperirla — e porta a una conclusione: l’approccio human-in-the-loop non può ridursi a un controllo di qualità, ma deve agire come garanzia di coscienza e identità. Sul palco, analisti geopolitici, manager e scienziati — tra cui Alessandro La Volpe di IBM Italia, Fabio Melisso di Fineco Asset Management, Dario Scotti di Riso Scotti e Fiorenzo Omenetto della Tufts University — hanno discusso di geopolitica dell’innovazione e della necessità di governare con equilibrio la tensione tra libertà di ricerca e responsabilità, interrogandosi non solo su ciò che siamo in grado di creare, ma su quanto sia giusto spingersi.





