di Paolo Bozzacchi

 

Sono i veri protagonisti dell’economia mondiale del XXI Secolo. E ancora una volta (come dopo il 2008) sono stati chiamati a trovare il modo migliore per sostenere la crescita globale, tentando di lasciare indietro meno persone possibili per evitare che l’emergenza sanitaria possa trasformarsi in crisi economica e sociale.

 

Un recente articolo di Foreign Policy a firma di Adam Tooze aveva come titolo: “Janet Yellen and Mario Draghi have one last job”. Una sorta di Supereroi ingaggiati per l’ultima missione, definitiva. 

 

Mario Draghi e Janet Yellen sono legati da un filo rosso che si intreccia ogni volta che le democrazie occidentali hanno bisogno. Lei oggi è Segretaria USA del Tesoro, lui Premier del Paese europeo che per primo è stato impattato dal virus e che per primo vorrebbe mostrare all’Unione Europea e all’Occidente che è possibile uscirne fuori economicamente più forti di prima.

 

La coppia Draghi-Yellen tra il 2014 e il 2018 ha guidato con successo le due banche centrali occidentali che trainano il capitalismo mondiale: la FED e la BCE. Non hanno riposato molto, perché già nel 2020 sono stati richiamati in servizio per due sfide non banali. La Yellen per gestire il più mastodontico piano di stimolo della storia americana mai lanciato da una democrazia in tempo di pace, da 1200 miliardi di dollari. Draghi per gestire gli oltre 200 miliardi di euro del fondo Next Generation Eu.

 

La strada segnata dal “Whatever it takes” di Draghi indicata nel 2012 è dunque tornata molto presto di moda, anche negli Stati Uniti. Dopo neanche 10 anni. E’ la dimostrazione di come la durata dei cicli economici globali per cause endogene ed esogene si stia sempre più accorciando. Forse il nuovo incubo del capitalismo occidentale è il lettino dello psicologo.

 

Draghi e Yellen sono coetanei e hanno una formazione molto simile. Sono nati appena concluso il Conflitto Mondiale (1946 lui, 1947 lei). Piccola curiosità: già dalla nascita è l’Italia a legarli, visto che Mario nasce a Roma e Janet a Brooklyn (“broccolini” all’origine). Per gli studi economici entrambi scelgono la East Coast, ad appena due ore di macchina l’uno dall’altra: Mario al MIT, Janet a Yale. Il punto di riferimento culturale è lo stesso: John Maynard Keynes. E la convinzione comune (scientifica) è che la concorrenza e il corretto studio degli incentivi siano la ricetta per la crescita e l’adeguata produttività. 

 

E’ il 2006 quando Silvio Berlusconi chiama Mario Draghi alla guida di Bankitalia. L’occasione non era così ghiotta, perché anche se la congiuntura economica italiana era più che favorevole bisognava rilanciare l’immagine (e non solo) della Banca Centrale dopo le accuse mosse ad Antonio Fazio. Draghi accetta la sfida e viene immediatamente premiato a livello internazionale, perché nominato Presidente del Financial Stability Board, il Consiglio per la stabilità finanziaria legato al G20 che monitora la finanza globale. Ne rimarrà alla guida per due mandati, fino al 2011. Quando diventa Presidente della Bce.

 

Il “Whatever it takes” di Mario Draghi è datato luglio 2012. Dopo meno di 60 giorni Janet Yellen annuncia un nuovo Quantitative Easing, un programma di acquisto di titoli di stato “a tempo indeterminato” con lo scopo di tenere ai minimi il costo del denaro e rilanciare l’economia a stelle e strisce. Appena possibile (leggi annoso confronto con i conservatori tedeschi) Draghi nel 2015 lancia il programma UE di Quantitative Easing, che qualcuno definì (erroneamente?) come l’americanizzazione della Bce. 

 

Gli effetti del combinato disposto Draghi-Yellen sugli stimoli economici occidentali sono stati strepitosi. Dopo i sette anni di vacche magre prodotti dal crollo della Lehman Brothers e della pesantissima crisi 2008 dei mutui subprime i due hanno riportato non solo la barra a dritta della crescita, ma innescato un circolo virtuoso del quale l’intera crescita globale ancora ringrazia. 

 

Speriamo vivamente ci riescano ancora una volta. Whatever it takes!

 

 

 

photo credits: Corriere della Sera