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Spreco alimentare, entro il 2030 costerà 510 miliardi: le strategie per ridurre le perdite nella filiera

17
Giugno 2026
Di Redazione

Lo spreco alimentare continua a rappresentare una delle principali criticità economiche e ambientali del sistema agroalimentare mondiale. Secondo le più recenti stime, entro il 2030 i ricavi persi lungo l’intera catena di approvvigionamento del retail raggiungeranno i 510 miliardi di euro, con un incremento del 10% rispetto al 2026. Un fenomeno che incide per il 33% sui ricavi della distribuzione e che, nella maggior parte dei casi, nasce ben prima che il cibo arrivi sulle tavole dei consumatori.

In occasione della Giornata Mondiale della Gastronomia Sostenibile, l’attenzione torna a concentrarsi sulle inefficienze che caratterizzano la filiera alimentare. Ogni prodotto sprecato comporta infatti anche la dispersione delle risorse impiegate per produrlo, dall’acqua all’energia, passando per il suolo e la logistica.

I dati elaborati nell’ambito del World Economic Forum evidenziano come i costi legati allo spreco alimentare equivalgano a un terzo dei ricavi della supply chain del retail, dalla fase successiva alla produzione agricola fino agli scaffali dei punti vendita. Il 64% dei dirigenti del settore dichiara inoltre che tali costi sono aumentati negli ultimi tre anni, soprattutto in Paesi come Stati Uniti, India e Regno Unito.

Le previsioni indicano una crescita del valore economico degli sprechi del 9,43% tra il 2026 e il 2030, passando da 466 a 510 miliardi di euro di valore aggiunto perso, con un tasso medio annuo del 2,28%. A trainare questa tendenza saranno soprattutto i comparti della carne, dell’ortofrutta e dei prodotti da forno. Una dimensione che assume contorni ancora più significativi se confrontata con le stime sulla fame nel mondo: il valore degli sprechi equivale infatti a circa la metà delle risorse necessarie per sfamare i 673 milioni di persone che, secondo le previsioni, hanno sofferto la fame nel 2025. Nell’Unione europea, invece, ogni cittadino produce mediamente 129 chilogrammi di spreco alimentare all’anno, per un totale vicino ai 60 milioni di tonnellate.

Sul fronte normativo, il Parlamento europeo ha approvato nel settembre 2025 la Direttiva UE 2025/1892, introducendo per la prima volta obiettivi vincolanti di riduzione degli sprechi alimentari entro il 2030. Le imprese saranno chiamate a diminuire del 10% le perdite generate nelle attività di trasformazione e produzione rispetto alla media del triennio 2021-2023. Una sfida destinata ad assumere un peso crescente considerando che la popolazione mondiale potrebbe sfiorare i 10 miliardi di persone entro il 2050.

Tra le risposte individuate dagli operatori del settore c’è la mangimistica circolare, che permette di recuperare surplus produttivi, eccedenze ed ex prodotti alimentari trasformandoli in materie destinate all’alimentazione animale anziché allo smaltimento. Regardia, realtà italiana attiva nella circular economy, ha sviluppato un modello industriale fondato proprio sul recupero delle eccedenze agroindustriali, valorizzandole sia nella mangimistica sia nella produzione di energia attraverso la digestione anaerobica.

«Quando si parla di spreco alimentare, l’attenzione si concentra quasi sempre sul consumatore finale. In realtà una quota importante delle perdite nasce molto prima, all’interno dei processi produttivi e distributivi. La vera sfida è evitare che prodotti ancora ricchi di valore nutrizionale vengano trattati come rifiuti», afferma Paolo Fabbricatore, Group CEO di Regardia.

Secondo gli esperti dell’azienda, la riduzione degli sprechi passa attraverso un insieme di soluzioni già disponibili. Tra queste figurano il recupero delle eccedenze lungo la filiera prima che diventino rifiuti, la trasformazione di pane, pasta, snack e altri ex prodotti alimentari in ingredienti per l’alimentazione animale, l’utilizzo di sistemi digitali e analisi predittive per migliorare la pianificazione della produzione e della distribuzione, oltre alla valorizzazione energetica degli scarti non recuperabili mediante biogas e bioenergia. Un contributo importante arriva anche dai nuovi sistemi di packaging intelligente, capaci di prolungare la conservazione dei prodotti, dall’adozione di modelli di economia circolare che trasformano sottoprodotti e residui in nuove materie prime e dal recupero dell’ortofrutta fuori standard, destinata all’industria della trasformazione invece che allo smaltimento.

«Attraverso la mangimistica circolare possiamo mantenere queste risorse all’interno del sistema economico, riducendo lo smaltimento e preservando le materie prime già impiegate. La sostenibilità non si misura soltanto da quanto spreco riusciamo a evitare, ma da quanto valore siamo capaci di recuperare: è qui che la circolarità diventa una leva industriale concreta», conclude Fabbricatore.