Esteri
Davos, via alle danze: Gaza e Groenlandia i tavoli che scottano
Di Giampiero Cinelli
A Davos è iniziato il World Economic Forum in un clima segnato da frizioni internazionali che si intrecciano con le mosse annunciate da Donald Trump. Il presidente statunitense, atteso al Forum nelle giornate del 21 e 22 gennaio, dovrebbe intervenire mercoledì con uno “special address” e giovedì con un appuntamento che, nelle intenzioni della sua amministrazione, coinciderebbe con la prima convocazione del neo-costituito Board of Peace, il comitato pensato per accompagnare Gaza dal cessate il fuoco alla ricostruzione. Sullo sfondo restano le altre due grandi faglie aperte del momento, Ucraina e Groenlandia, destinate a dominare colloqui e prese di posizione dei leader presenti.
Il dossier artico è diventato il punto più sensibile della narrativa trumpiana di queste ore: Trump insiste sulla centralità strategica dell’isola e, in parallelo, agita la leva dei dazi nei confronti dell’Europa, anche alla luce della presenza di militari europei in Groenlandia. «Come ho detto a tutti, molto chiaramente, la Groenlandia è fondamentale per la sicurezza nazionale e mondiale», ha ribadito il presidente Usa, trasformando il tema in un banco di prova per gli equilibri transatlantici che a Davos gli europei proveranno a governare senza farsi trascinare su un terreno esclusivamente bilaterale.
A cercare una linea comune saranno soprattutto i principali leader dell’Unione: la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il cancelliere tedesco Merz e il presidente francese Macron. L’obiettivo dichiarato, nel formato tipico di Davos, è ricucire sui fronti più urgenti senza rinunciare a fissare “paletti” politici: dalla gestione delle crisi alle ricadute economiche di nuove tensioni commerciali.
In questo contesto si inserisce anche un episodio destinato a far discutere. Trump ha pubblicato su Truth Social un testo attribuito al segretario generale della Nato, Mark Rutte, in cui quest’ultimo si impegnerebbe a contribuire a una soluzione sulla Groenlandia. Il messaggio, presentato come comunicazione privata, contiene passaggi che chiamano direttamente in causa l’agenda di Davos e il ruolo mediatico del Forum: «Signor Presidente, caro Donald. Quello che hai realizzato in Siria oggi è incredibile. Userò i miei impegni coi media a Davos per mettere in luce la tua opera qui, a Gaza e in Ucraina». E ancora: «Sono impegnato – continua il messaggio – a trovare una via d’uscita sulla Groenlandia. Non vedo l’ora di incontrarti. Tuo, Mark».
Sul fronte ucraino, però, le aspettative di un faccia a faccia tra Trump e Volodymyr Zelensky restano al momento senza riscontri operativi. Secondo quanto riportato da Politico, «non è ancora stato fissato alcun incontro» tra i due al summit e la Casa Bianca sostiene che al momento non ci siano piani per un bilaterale. Una fonte statunitense citata dal media collega la prudenza americana anche alla mancanza di progressi registrata in recenti contatti a Miami tra il negoziatore ucraino Rustem Umerov e altri funzionari di Kiev con l’inviato speciale Steve Witkoff, Jared Kushner, il segretario all’Esercito Usa Dan Driscoll e il collaboratore della Casa Bianca Josh Gruenbaum. La stessa fonte sintetizza così la postura di Kiev: «Zelensky incontrerebbe sempre Trump perché ritiene che i benefici superino i costi, e che se non si sta confrontando con lui, altri lo stanno facendo».
La partita più innovativa – e insieme più controversa – è quella che riguarda Gaza. Il Board of Peace viene descritto non solo come una cabina di regia per la transizione dalla tregua alla ricostruzione, ma come un vero esperimento politico-diplomatico: un dispositivo ibrido che, nella sua architettura, si discosta dalla tradizione multilaterale riconducibile alle Nazioni Unite. Formalmente, l’organismo viene indicato come temporaneo, legato a un mandato internazionale e affiancato da un comitato tecnico palestinese di 15 persone incaricato della gestione quotidiana. Nella sostanza, però, il tratto distintivo starebbe nella composizione: non solo rappresentanti statali, ma un mix di figure politiche e diplomatiche accanto ad attori finanziari e imprenditoriali, selezionati per peso economico e capacità di influenza più che per rappresentanza formale.
Nelle bozze e nelle indicazioni circolate compaiono, tra gli altri, lo stesso Trump in qualità di chairman, l’inviato speciale Steve Witkoff, Jared Kushner, il senatore Marco Rubio, l’ex primo ministro britannico Tony Blair, Ajay Banga (presidente della Banca Mondiale), Marc Rowan (Apollo Global Management), oltre a profili legati a precedenti incarichi Onu e a governi regionali: Nickolay Mladenov, Sigrid Kaag, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, Reem Al-Hashimy per gli Emirati Arabi Uniti, Ali Al-Thawadi per il Qatar, Hassan Rashad per l’Egitto e l’imprenditore israeliano Yakir Gabay. In questo quadro, anche l’Italia rivendica un canale: la premier Meloni ha reso noto che Roma è stata invitata a farne parte, sottolineando che «può giocare un ruolo di primo piano». L’intenzione di Trump è firmare l’intesa in settimana, probabilmente giovedì.
Davos, intanto, è anche la vetrina che molti leader utilizzano per parlare ai mercati. Il presidente argentino Javier Milei è in viaggio verso la Svizzera con l’aspettativa – coltivata soprattutto in chiave simbolica – di un possibile incrocio informale con Trump: un saluto o una foto, secondo Ámbito Financiero, verrebbero letti come un ulteriore segnale di sintonia politica. Dalla Casa Rosada, però, viene chiarito che non è previsto alcun bilaterale ufficiale. Milei dovrebbe puntare su un intervento nel plenum centrato su libero mercato, critica all’intervento statale e contrapposizione alle correnti progressiste che, a suo giudizio, orientano il dibattito globale. In agenda figurano inoltre incontri con i vertici della finanza internazionale, da Jamie Dimon (Jp Morgan) a Larry Fink (BlackRock) e David Solomon (Goldman Sachs), oltre a colloqui con responsabili di Bank of America, Bbva e Santander. Sul tavolo, anche la leva dell’accordo commerciale Mercosur-Unione europea come messaggio agli investitori e come strumento per migliorare la percezione del rischio Paese.
A completare il mosaico arriva da Mosca un ulteriore segnale di movimento diplomatico: l’inviato speciale della presidenza russa, Kirill Dmitriev, ha annunciato il suo arrivo a Davos, dove si presume possa incontrare l’inviato speciale statunitense Witkoff e Jared Kushner. In una settimana in cui le linee di frattura globali corrono parallele ai canali informali della diplomazia, Davos torna così a essere, al tempo stesso, palcoscenico e retrovia: un luogo in cui si misurano le narrative pubbliche e si testano, lontano dai comunicati, margini reali di compromesso.





