Economia

Von der Leyen, ecco il Chip Act. Obiettivo: avere il 20% della produzione di microchip in Europa

20
Gennaio 2022
Di Jacopo Bernardini
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Un intervento a tutto campo davanti ai potenti del mondo, in cui senza filtri passa dalla crisi dei microchip alla transizione energetica, senza risparmiare qualche frecciata alla Russia e diverse lodi all’Unione Europea. Si potrebbe riassumere così l’intervento di oggi di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, al World Economic Forum di Davos.

E dire che la sua giornata era iniziata già scoppiettante, con un video su Twitter pubblico a 48 ore dall’elezione di Roberta Metsola alla presidenza dell’Europarlamento, in cui von der Leyen sottolineava come «troppo spesso, quando cercano persone per le posizioni al vertice, gli uomini dicono che è difficile trovare donne con il profilo giusto. Bene, se cerchi seriamente, le troverai».

La novità più importante del giorno riguarda però probabilmente i microchip. «La domanda per i semiconduttori nel mondo sta esplodendo, in un’economia digitale i microchip sono ovunque e il fabbisogno dell’Ue raddoppierà in dieci anni», ha affermato von der Leyen. Per questo a febbraio la commissione presenterà il Chip Act, per rafforzare la capacità di produzione dei microchip, che includerà anche cambiamenti sugli aiuti di stato per creare fabbriche per la produzione in Ue.

L’obiettivo è che entro il 2030 “il 20% della produzione mondiale di microchip avvenga entro i confini europei”. Questo soprattutto per ridurre la dipendenza dai pochi produttori esteri che l’Europa, come ha fatto emergere la crisi globale della supply chain, non si può più permettere.

Secondo la presidente della Commissione, l’Europa è posizionata bene quando si tratta di “ricerca” e di “componentistica” per la creazione delle fabbriche dei chip. Ora sarà fondamentale avere una strategia per aumentare la “sovranità” europea in un settore diventato cruciale.

Dalle catene di produzione von der Leyen è passata a a trattare un altro degli argomenti caldi degli ultimi mesi, l’aumento del costo dell’energia e la transizione del settore. Per cambiare la struttura energetica dell’Unione Europea, secondo la presidente della Commissione, servono “360 miliardi di investimenti ogni anno, una cifra enorme ma si tratta di uno sforzo fattibile”, un obiettivo per cui servirà l’aiuto anche del settore privato. A supportare il processo anche la legge europea che fissa chiaramente target climatici, non più un’ambizione “ma un obbligo legale”.

Von der Leyen ha precisato che la transizione alle fonti pulite “non sarà mai un passaggio lineare”, anche se in Europa già “un terzo dell’elettricità è prodotta dalle rinnovabili”. Una transizione che va affrontata dunque con “attenzione” per far sì che abbia la fiducia di cittadini e imprese, con una particolar attenzione per “gli elementi più deboli”. 

La presidente della Commissione ha poi evidenziato la necessità per l’Europa, mentre completa la transizione, di trovare fornitori di energia “affidabili”. Un attacco che fa subito pensare alla Russia, interpellata anche per le manovre militari al confine con l’Ucraina. “Noi speriamo che l’attacco non ci sia ma se ci sarà noi siamo pronti”, ha ammonito. “Le autocrazie temono il successo delle democrazie e noi dobbiamo proteggere il nostro modello, le nostre libertà”, annunciando che l’Europa è pronta a rispondere con l’imposizione di massicce sanzioni economiche-finanziarie. “Siamo il 1° partner commerciale per la Russia e il 1° investitore: i nostri legami con la Russia sono importanti ma lo sono di più per loro”.

Un passaggio anche sui vaccini, per sottolineare che l’Unione Europea ha consegnato ai suoi cittadini 1,2 miliardi di dosi di vaccini e l’Ue è stata l’unica regione del mondo che ha continuato a donare i vaccini: «1,6 miliardi di dosi prodotte in Ue sono state consegnate ad oltre 150 Paesi».

Spazio anche per un’analisi della reazione dell’Europa alla crisi economica innescata dalla diffusione del Covid in cui, al contrario di quanto accaduto dopo il 2008 con la crisi finanziaria prima e del debito poi, gli stati membri hanno approvato il Recovery Plan, chiamato poi Next Generation Eu, ovvero il piano d’investimenti da 800 miliardi di euro, un intervento da lei definito “un successo”.