Economia

Prof. Zezza: «L’inflazione non è da domanda. È indispensabile alzare i salari»

15
Agosto 2022
Di Giampiero Cinelli

Gli italiani sotto l’ombrellone forse cercano di distrarsi, ma dopo le vacanze ad attenderli ci saranno questioni importanti, tra cui anche quelle economiche che hanno direttamente a che fare con i prezzi e i salari. In un contesto in cui la Bce sta cercando di arginare l’inflazione attraverso l’aumento dei tassi d’interesse. Di questi problemi tra loro intrecciati, e di altro, abbiamo parlato con Gennaro Zezza, professore associato di economia all’Università di Cassino e ricercatore presso il Levy Institute negli Stati Uniti. 

Professor Zezza, che inflazione è questa?
«Certamente non si tratta di un’inflazione da domanda, visti i bassi salari che perdurano in Italia, ma assistiamo a un aumento dei prezzi dovuto ai costi di trasporto e ad altre componenti in spalle alle imprese, unitamente alle ultime dinamiche internazionali. Il prezzo delle merci importate è aumentato del 21% nel 2021 e del 24% nel 2022, al momento è difficile fare previsioni sul decorso e resta l’incertezza, ma si tratta di un tipo di inflazione che è destinata a scendere, a meno che il quadro geopolitico non si aggravi ulteriormente. Siccome non siamo di fronte a una classica inflazione in cui i salari inseguono i prezzi, il potere d’acquisto perso dai lavoratori non verrà recuperato quando la situazione sarà stabilizzata».

Dunque la Bce fa bene ad alzare il costo del denaro?
«In realtà no. Proprio perché si sta approcciando alla situazione come si trattasse di un’inflazione “in stile anni 70”, quando i salari venivano adeguati al costo della vita spingendo l’economia e mantenendo il tenore di vita, tanto che poi era necessario frenare il sistema. Ma in questo caso se si alzano i tassi d’interesse si rischia di influire sugli investimenti di imprese e privati, sui mutui etc. Insomma sulle richieste di indebitamento. E se ciò genererà ulteriore disoccupazione ci esponiamo a una possibile recessione. Servirebbero interventi più mirati e una maggiore pazienza. Faccio poi notare un altro potenziale scenario. Quello per cui le imprese che operano in settori non concorrenziali, tendessero a non diminuire i prezzi nonostante i loro costi energetici calassero. In questo caso dovremmo parlare di inflazione da profitti».

Si pone allora il problema di indicizzare i salari. Possibile oggi ripensare alla scala mobile? Cos’altro si può fare?
«La scala mobile aveva molti pregi ma non è l’unica strada. In quel modo l’indice dell’inflazione e l’indice dei salari finivano sempre per coincidere. L’equilibrio poi si ritrovava perché, quando l’inflazione italiana superava quella tedesca e francese, la lira si svalutava. In modo che i consumatori comprassero meno dall’estero ridando competitività alle aziende italiane fino a un assestamento. Questo con l’euro non si può fare più. Ma appunto dobbiamo porci il problema alla luce del nuovo assetto. Tra l’altro, oggi la scala mobile sarebbe improponibile all’interno di un’articolazione del lavoro che è radicalmente cambiata. Data l’esplosione dei contratti atipici e del precariato. Sono molti meno i lavoratori coperti da contratti nazionali vantaggiosi e non hanno il potere per imporre i loro interessi. Ma almeno c’è bisogno di un salario minimo pensato bene, e ancorato ai contratti collettivi, che quindi non sia alla fine peggiorativo delle condizioni. Il dibattito si sta arenando proprio per questo motivo e perché i sindacati così si sentono svuotati del loro ruolo. Comunque, gli studi ci dicono che può anche non esserci una grande differenza di risultati lì dove prevalgono i contratti collettivi o la contrattazione individuale, purché si parta dal principio dell’interesse del lavoratore. Che deve tornare a battersi con decisione».

Farsi valere, insomma, al di là dei tecnicismi. Ma oggi si parla più di sussidi che di occupazione
«Le polemiche sul reddito di cittadinanza sono pretestuose. In buona parte viene dato a chi non è in grado di lavorare per invalidità o per specifiche condizioni personali. Ed è tarato per stare appena sopra la soglia di povertà. Il punto, piuttosto, è che molte imprese pagano salari al di sotto della soglia di povertà e questo è inaccettabile. Personalmente sono in linea con il filone di ricerca dell’americano Levy Institute, legato alla Modern Money Theory, in cui è germogliata la proposta, in alternativa al nostro reddito di cittadinanza, di un “piano pubblico di lavoro garantito”. I disoccupati verrebbero collocati dallo Stato che gli affida delle mansioni a un salario minimo prestabilito. A quel punto, se le aziende private vogliono quel lavoratore, devono offrirgli una paga maggiore. Così puntiamo a spingere la dinamica dei salari verso l’alto. E poi, sempre per usare la leva pubblica come motore, emerge dagli studi che servirebbero almeno 1-2 milioni di assunzioni nella pubblica amministrazione, di giovani e persone preparate con nuove competenze che sappiano occuparsi del Pnrr. Ma anche su questa fattispecie si vedono molti contratti a tempo determinato».

Resta però il famigerato costo del lavoro…
«Il cuneo fiscale in Italia è un problema. Lo è di più adesso in piena globalizzazione, costretti a competere con i salari cinesi ad esempio. Comunque sia, le imprese devono rendersi conto che il loro mercato è prevalentemente interno, quindi a chi vendono le loro merci se il potere d’acquisto dei loro lavoratori è basso. Il capitalismo italiano si concentra troppo sull’abbattimento dei costi, ma è una strategia che non va da nessuna parte. Certo questo è pure perché il nostro tessuto produttivo è fatto principalmente di piccole e medie imprese. Molte a gestione familiare e meno efficienti. Ma per rimediare ci vogliono politiche di lungo orizzonte e non risolviamo chiudendole. Facciamo il deserto. O arrivano le multinazionali. Ma lei preferisce il prosciutto del salumiere o del centro commerciale? E poi per abbassare le tasse spesso si dice che bisogna tagliare le pensioni, senza contare tutta l’evasione fiscale e come sarebbe il bilancio dello Stato e il suo debito pubblico se tutti quei miliardi venissero recuperati con migliori controlli. Però in sostanza una cosa è certa: in Italia i salari vanno riadeguati ai prezzi e all’andamento della produzione».

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