Economia
OpenAI raccoglie 122 miliardi di dollari: Amazon, Nvidia e SoftBank i grandi investitori
Di Giampiero Cinelli
OpenAI ha concluso il più grande round di finanziamento della sua storia, raccogliendo 122 miliardi di dollari con una valutazione di 852 miliardi. La maggior parte dei fondi proviene da tre grandi aziende tecnologiche: Amazon ha accettato di investire 50 miliardi di dollari – di cui 35 miliardi subordinati alla quotazione in borsa di OpenAI o al raggiungimento dell’obiettivo dell’intelligenza artificiale generale – mentre Nvidia e SoftBank hanno investito 30 miliardi ciascuna. Tra gli altri investitori figurano Andreessen Horowitz, MGX di Abu Dhabi, D.E. Shaw Ventures, TPG, T. Rowe Price e, per la prima volta nella storia della società, una lunga lista di investitori individuali attraverso canali bancari, per un totale superiore a 3 miliardi di dollari. OpenAI sarà inoltre inclusa in diversi fondi negoziati in borsa gestiti da Ark Invest di Cathie Wood.
Sarah Friar, direttore finanziario di OpenAI, ha definito l’operazione qualcosa che «supera di gran lunga anche la più grande Ipo mai realizzata», spiegando che l’obiettivo è garantire all’azienda «una grande flessibilità» per investire in risorse informatiche e nel proprio piano di sviluppo in un momento di crescente incertezza sui mercati, aggravata dalla guerra in Iran.
I capitali serviranno ad alimentare un piano di investimenti già dichiarato in precedenza: oltre 1,4 trilioni di dollari in infrastrutture fisiche nei prossimi anni per supportare il proprio software di intelligenza artificiale. OpenAI e la rivale Anthropic continuano ad attingere agli stessi bacini di venture capital e grandi aziende tecnologiche – tra cui i propri fornitori di cloud e chip come Amazon e Nvidia – in una rete di legami che ha sollevato preoccupazioni sulle conseguenze nel caso in cui la tecnologia non fosse all’altezza delle aspettative.
Si prevede che entrambe le startup entrino in borsa già quest’anno. Friar ha affermato che OpenAI deve essere «idonea a diventare una società quotata», definendolo una «buona pratica», senza però fornire dettagli su tempi e modalità di una possibile Ipo.





