Economia
Infrastrutture, come cambia il project financing dopo la sentenza Ue
Di Cesare Giraldi
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
C’è uno strumento che per anni ha fatto girare la macchina degli investimenti infrastrutturali italiani — scuole, ospedali, efficientamento energetico degli edifici pubblici — e che oggi si trova in una zona grigia, sospeso tra una regola europea che ne ha azzerato un meccanismo chiave e una normativa nazionale che non sa ancora come sostituirlo. Si chiama partenariato pubblico-privato, e il suo futuro è incerto.
La scossa è arrivata lo scorso febbraio, quando la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dichiarato incompatibile con il diritto comunitario il diritto di prelazione riconosciuto al promotore nel project financing a iniziativa privata. In termini concreti: fino a quel momento, l’impresa che aveva elaborato una proposta progettuale e l’aveva presentata a un’amministrazione pubblica godeva di un vantaggio in sede di gara — poteva aggiudicarsi il contratto anche se un concorrente aveva fatto un’offerta migliore, a patto di pareggiarne le condizioni. La Corte ha stabilito che questo meccanismo altera la concorrenza. E con una sentenza lo ha cancellato.
Il risultato immediato è quello che nel settore chiamano, con un eufemismo, “impasse”. Le aziende stanno alla finestra. I progetti si congelano. A mettere i numeri sul tavolo è Roberto Rossi, presidente di ASSISTAL, l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese specializzate in impianti, efficientamento energetico e facility management: «Per le 1.200 imprese che ASSISTAL rappresenta — con un fatturato aggregato di circa 60 miliardi di euro e oltre 120.000 dipendenti — il PPP non è un tema astratto: è la condizione che rende sostenibili investimenti complessi in efficienza energetica, facility management e gestione integrata degli impianti. L’eliminazione del diritto di prelazione dovrebbe essere sostituita con un sistema di premialità per il promotore». Non è difficile capire perché: presentare una proposta di project financing per un’opera complessa può costare tra i 500mila e il milione di euro. Senza una qualche forma di riconoscimento per chi si assume questo rischio, l’incentivo a investire nella fase progettuale semplicemente svanisce.
I numeri aiutano a capire la portata del problema. Il PPP rappresenta circa il 12% del mercato degli appalti pubblici italiani, ma la sua incidenza cresce enormemente quando si guarda ai grandi investimenti: il project financing a iniziativa privata supera il 90% delle operazioni oltre i 100 milioni di euro. Non si tratta di una nicchia. Si tratta dello strumento principale attraverso cui l’Italia ha finanziato infrastrutture complesse negli ultimi anni. E oggi quello strumento è spuntato, proprio nel momento in cui il Paese entra nella fase post-PNRR e deve trovare nuove leve per sostenere la crescita.
La soluzione che sta prendendo corpo — tra operatori, accademici e politica — è quella del dialogo competitivo. Non è un’invenzione nuova: è già previsto dalle direttive europee ed è recepito nel Codice dei contratti pubblici italiano. L’idea è costruire il progetto in modo incrementale, attraverso una serie strutturata di confronti tra l’amministrazione pubblica e i potenziali operatori privati. Si parte da proposte più leggere, si affinano progressivamente i dettagli tecnici, la ripartizione dei rischi, il piano economico-finanziario. Solo alla fine si presentano le offerte definitive. Il contributo progettuale del privato viene valorizzato, la concorrenza rimane effettiva, le regole europee vengono rispettate.
Tradotto in pratica, significherebbe riscrivere le norme italiane che oggi regolano il project financing in modo da introdurre questa fase di confronto strutturato prima della gara vera e propria. Non una rivoluzione, ma un adattamento: tenere in piedi l’impianto esistente correggendo il singolo meccanismo che l’Europa ha bocciato. Sul fronte politico, da Forza Italia a Fratelli d’Italia, l’orientamento sembra convergere in questa direzione — segno che la consapevolezza del problema ha attraversato gli schieramenti, anche se le soluzioni concrete restano ancora da scrivere.
Il rischio, altrimenti, è noto: un sistema che si blocca non per mancanza di risorse o di idee, ma per l’assenza di regole chiare. Il ritardo strutturale di domani si costruisce sempre così — un rinvio alla volta.





