Economia

Amazon, l’Antitrust e la domanda che non vogliamo farci

14
Gennaio 2026
Di Massimo Marciani*

*Massimo Marciani, Presidente Freight Leaders Council

Il confronto tra Amazon e l’Antitrust italiano, oggi arrivato al Consiglio di Stato, viene raccontato come l’ennesimo braccio di ferro tra una grande multinazionale e le istituzioni chiamate a difendere il mercato. Ma c’è una verità più scomoda, che raramente entra nel dibattito pubblico: Amazon non è il problema principale della logistica italiana. È il risultato di un problema mai affrontato.

Amazon non ha costruito la propria rete logistica per vocazione monopolistica, ma perché il mercato non era in grado di garantire ciò che i consumatori chiedevano: consegne affidabili, tempi certi, tracciabilità, qualità del servizio. Davanti a un sistema frammentato e fragile, l’azienda ha fatto una scelta razionale: ha integrato e governato direttamente la logistica. Il punto critico, sollevato dall’Antitrust, è che questo modello finisce per favorire la propria logistica rispetto a quella di altri operatori. Ed è una contestazione legittima. Ma fermarsi qui significa guardare il dito e non la luna.

La vera domanda è un’altra: perché un solo operatore è in grado di garantire standard che il resto del mercato fatica a offrire? La risposta non sta nei tribunali, ma nella struttura del sistema. Per anni la logistica è stata trattata come un costo da comprimere, non come un’infrastruttura essenziale dell’economia. I grandi caricatori – industrie, distributori, piattaforme – hanno cercato il prezzo più basso, non la qualità. Il risultato è stato un mercato fatto di margini minimi, poca capacità di investimento, scarsa tutela del lavoro. In questo contesto, la pressione sui costi non sparisce: si trasferisce sui lavoratori, sulle condizioni di chi guida i mezzi, sulla sicurezza, sulla legalità. E alla fine ricade anche sui consumatori, che diventano sempre più dipendenti da pochi soggetti capaci di “far funzionare il sistema”. Pensare che una maxi multa possa risolvere questo squilibrio è illusorio. Le sanzioni non costruiscono mercati, non rafforzano le imprese sane, non migliorano le condizioni di lavoro. Amazon potrà adattarsi alle regole. Il rischio è che il sistema intorno resti com’è: debole, frammentato, incapace di competere.

Il paradosso italiano è questo: difendiamo la concorrenza senza aver mai costruito davvero un mercato. Interveniamo quando gli equilibri sono già saltati, invece di definire prima regole chiare, responsabilità condivise e standard minimi di qualità. Se caricatori e fornitori non si assumono la responsabilità di costruire insieme un mercato logistico equo, efficiente ed etico, continueremo a rincorrere casi come quello di Amazon. Con una costante: a pagare il prezzo più alto saranno sempre i lavoratori e, alla fine, anche i consumatori.

Il caso Amazon non è un’anomalia. È uno specchio. E l’immagine che restituisce non riguarda una big tech, ma un sistema che ha rinunciato a governare una delle sue infrastrutture più importanti, la logistica.