Cultura

Valentino Garavani, addio all’imperatore della moda

19
Gennaio 2026
Di Ilaria Donatio

Valentino Garavani non c’è più. Si è spento a Roma, la sua città d’elezione, all’età di 93 anni. Con lui se ne va molto più di uno stilista: se ne va una figura che ha attraversato il Novecento e oltre, trasformando la moda in un linguaggio universale, riconoscibile anche da chi non ha mai seguito una sfilata.

«Cosa desiderano le donne? Essere belle». Valentino riassumeva così la propria visione. Non era una formula leggera né un esercizio di vanità: era un’idea radicale di eleganza come rispetto, misura, desiderio di armonia. Dal 1959, anno di fondazione della maison a Roma, fino al ritiro nel 2007, questa convinzione ha guidato ogni sua scelta. Prima dei red carpet, delle star e dei titoli, c’era un obiettivo preciso: vestire le donne nel modo migliore possibile. Loro lo avevano capito subito, ed è anche per questo che lo hanno consacrato molto presto.

Valentino Clemente Ludovico Garavani nasce a Voghera l’11 maggio 1932. Da bambino è attratto dal bello, dall’ordine, dalla scena. Un episodio diventa mitologia: ancora adolescente, durante un viaggio all’Opera di Barcellona, resta colpito da una platea di donne vestite di rosso. Intuisce che quel colore valorizza tutte. Da allora il rosso diventerà la sua firma. Ma ridurre la sua eredità a una tonalità sarebbe un errore.

Dopo gli studi a Milano, nel 1949 si trasferisce a Parigi. Frequenta l’École des Beaux-Arts e la Chambre Syndicale de la Couture Parisienne, lavora da Jean Dessès e poi da Guy Laroche. È giovanissimo, italiano in una Francia non sempre accogliente, ma il talento prevale. Vince il Woolmark Prize, lo stesso che consacra Yves Saint Laurent e Karl Lagerfeld. Nel 1959 rientra in Italia e apre il suo atelier a Roma, in via Condotti, nel momento in cui la capitale è il centro dell’alta moda.

Nel 1960, in via Veneto, incontra Giancarlo Giammetti. È l’inizio di uno dei sodalizi più solidi e duraturi della moda: Valentino crea, Giammetti organizza, amministra, protegge. Diana Vreeland li ribattezza “The boys”. Nel 1962 il debutto a Pitti, nella Sala Bianca di Firenze. Ma la svolta simbolica arriva nel 1967, con una collezione interamente bianca, presentata nell’ultimo slot dell’ultimo giorno. Tutti restano. È un trionfo. Valentino diventa il simbolo di un’epoca.

Da lì in poi, la sua corte si allarga: dive, cantanti, teste coronate. Jackie Kennedy indossa un suo abito sia al funerale di John Kennedy sia al matrimonio con Aristotele Onassis. Diventa una presenza costante, quasi una musa. Un abito dice più di mille definizioni: il sari monospalla verde menta in satin duchesse, con cristalli agli orli, sta addosso a Jackie e, decenni dopo, a Jennifer Lopez agli Oscar del 2002. Due corpi, due epoche, stessa perfezione. Non è da tutti.

Anche dopo la fine della loro relazione sentimentale, negli anni Settanta, Valentino e Giammetti restano inseparabili. Attorno a loro cresce una famiglia elettiva, un clan elegante e compatto. La carriera procede senza deviazioni: Liz Taylor, Sophia Loren, Julia Roberts, Cate Blanchett, Jessica Lange. Sei attrici vinceranno un Oscar vestite da lui. Parigi diventa la base naturale della sua couture, Place Vendôme il centro operativo. È il più francese degli stilisti italiani, e non a caso.

Nel 1998 vende il marchio per 300 milioni di dollari, anticipando una tendenza che altri seguiranno più tardi. Resta al suo posto anche dopo l’ingresso del gruppo Marzotto nel 2002. Nel 2006 riceve la Legion d’Onore. Nel 2007 annuncia il ritiro, con una celebrazione romana rimasta nella storia: mostra all’Ara Pacis, festa davanti al Colosseo, sfilata d’alta moda chiusa, sorprendentemente, da una sequenza di abiti rosa.

L’amarezza per l’uscita di scena emergerà nel documentario Valentino – The Last Emperor, presentato a Venezia nel 2009. Il pubblico reagisce con una standing ovation che si ripeterà ovunque. È una rivincita silenziosa. Anche nelle scelte successive, Valentino dimostra lucidità: Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri, cresciuti in maison, sono la sua vera eredità creativa. Che due delle figure più influenti della moda contemporanea siano sue “creature” dice molto della sua visione.

Negli anni del ritiro, lontano dalle passerelle ma non dalla scena, Valentino resta un punto di riferimento. I social, grazie anche a Giammetti, avvicinano nuove generazioni al suo mondo. Su una cosa non transige: il rifiuto per le influencer, accusate di diffondere cattivo gusto.

Una delle immagini più potenti resta quella del luglio 2019, a Parigi: al termine della sfilata couture di Piccioli, le sarte storiche dell’atelier riconoscono Valentino in prima fila e gli corrono incontro. Lo abbracciano. Lui si commuove. È il riconoscimento più autentico.

Valentino Garavani si è spento nella sua residenza romana, circondato dall’affetto dei suoi cari. La camera ardente sarà allestita a Palazzo Mignanelli, in Piazza Mignanelli 23, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio. I funerali si terranno venerdì 23 gennaio nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma.

L’imperatore non c’è più. Ma il suo regno, fatto di misura, bellezza e disciplina, resta una lezione difficile da eguagliare.