Cultura

Quando la competizione diventa rispetto: la lezione dello sport alle Olimpiadi

16
Febbraio 2026
Di Ilaria Donatio

Non è stata soltanto una vittoria. Non è stato “soltanto” un oro olimpico.

Sul podio, dopo il trionfo di Federica Brignone, le avversarie si sono inginocchiate davanti a lei. Un gesto semplice, teatrale solo in apparenza, potentissimo nel significato. In un contesto in cui la competizione è feroce e ogni centesimo separa la gloria dall’anonimato, quelle atlete hanno scelto di trasformare la rivalità in riconoscimento.

È qui che lo sport mostra la sua dimensione più alta.

L’agonismo, soprattutto ai massimi livelli, è per definizione scontro. Preparazione, sacrificio, tensione, studio dell’avversario: si gareggia per vincere, non per partecipare. Eppure, proprio quando la posta in gioco è massima, può emergere qualcosa che supera il risultato: la capacità di onorare la grandezza dell’altro.

Inginocchiarsi non significa arrendersi. Significa riconoscere. Significa affermare che la competizione non cancella il rispetto, ma lo rende più autentico. Perché il valore dell’avversario è ciò che dà senso alla vittoria.

Lo sport, nella sua forma più nobile, non è umiliazione dell’altro. È misurazione reciproca. È confronto tra pari che si spingono oltre i propri limiti. Senza l’altro non esiste impresa. Senza rivalità non esiste eccellenza.

In un’epoca segnata da polarizzazione e contrapposizioni radicali, quel gesto ha ricordato che si può competere senza negare la dignità di chi sta dall’altra parte. Che la forza non ha bisogno di schiacciare per affermarsi. Che il riconoscimento pubblico dell’eccellenza altrui non indebolisce, ma rafforza.

La scena del podio olimpico è diventata così qualcosa di più di un fatto sportivo. È stata una rappresentazione visiva di un principio spesso dimenticato: la grandezza non sta solo nel vincere, ma nel modo in cui si vince e nel modo in cui si perde.

Lo sport non è immune da eccessi, tensioni, derive. Ma quando resta fedele alla sua vocazione originaria – confronto leale tra avversari che si rispettano – diventa una scuola civile: insegna che la competizione può essere dura senza essere distruttiva, intensa senza essere disumanizzante.

Quel podio non ha raccontato soltanto un successo individuale. Ha mostrato che, al suo livello più alto, l’agonismo è relazione. E che il rispetto, quando è autentico, può essere il gesto più potente di tutti.