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Meloni torna da Bruxelles senza sconfitte ma senza risultati concreti
Di Redazione
Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre ha rappresentato per Giorgia Meloni un passaggio importante, soprattutto per verificare quanto le priorità italiane possano effettivamente tradursi in decisioni condivise a Bruxelles.
Un confronto preparato attraverso incontri informali e iniziative diplomatiche, ma concluso con risultati che, pur recependo alcune richieste italiane, rimangono in larga parte impegni politici ancora da tradurre in misure concrete.
La preparazione del vertice si è concentrata soprattutto su energia, competitività industriale e immigrazione. Il documento congiunto italo-ceco sui costi energetici e il coordinamento con alcuni governi europei hanno confermato la volontà italiana di costruire convergenze prima del confronto tra i Ventisette.
Una strategia ormai consolidata, che consente a Meloni di cercare interlocutori anche al di fuori delle tradizionali affinità politiche, senza tuttavia superare le profonde divergenze che attraversano l’Unione.
Sul fronte energetico, le conclusioni del Consiglio recepiscono alcune priorità sostenute dall’Italia: maggiore attenzione ai prezzi dell’energia, alla competitività industriale e agli effetti del sistema ETS sui costi delle imprese. Si tratta però soprattutto di indirizzi affidati alla Commissione, non di decisioni immediatamente operative. E resta da capire quanto spazio esista realmente per interventi comuni in un’Europa nella quale le condizioni economiche e gli interessi energetici degli Stati membri rimangono molto differenti.
Anche sull’immigrazione prosegue il progressivo spostamento del dibattito europeo verso strumenti di controllo dei flussi e soluzioni esterne, una linea che il Governo italiano sostiene da tempo ma che non può essere considerata un risultato esclusivo di Meloni.
Più complessa rimane la partita sul bilancio europeo 2028-2034, nella quale l’Italia dovrà difendere le risorse per agricoltura e coesione mentre crescono le richieste di finanziamento per difesa, sicurezza e competitività.
Sull’Ucraina, invece, la Premier continua a mantenere una posizione euroatlantica, pur dovendo gestire sensibilità differenti all’interno della propria maggioranza.
Il dibattito parlamentare del 14 ottobre ha anticipato queste contraddizioni. Meloni ha rivendicato il ruolo dell’Italia nella definizione delle priorità europee, mentre le opposizioni hanno contestato soprattutto la distanza tra le iniziative diplomatiche e i risultati economici percepibili da cittadini e imprese. Le risoluzioni approvate dalla Camera hanno confermato la tenuta della maggioranza e alcune convergenze trasversali, senza modificare un quadro politico nel quale le divisioni sulla politica estera continuano ad attraversare soprattutto il centrosinistra.
Il punto politico è che la stabilità del Governo italiano rappresenta certamente un vantaggio negoziale, ma non garantisce automaticamente una maggiore capacità di incidere sulle decisioni europee. Meloni dispone di una continuità istituzionale che molti suoi interlocutori non hanno, ma si confronta con un’Unione nella quale i principali equilibri rimangono condizionati dalle posizioni di Francia e Germania, dalle priorità della Commissione e dalla crescente difficoltà di conciliare interessi nazionali divergenti.
Anche per questo, la dimensione europea della Premier appare oggi meno ideologica rispetto all’inizio della legislatura, ma non necessariamente più incisiva. La ricerca di alleanze variabili e il pragmatismo negoziale sono diventati strumenti ordinari della sua azione, mentre resta più difficile individuare una strategia italiana capace di incidere strutturalmente sulle grandi scelte economiche dell’Unione.
La vera verifica arriverà nei prossimi mesi, quando gli indirizzi su energia e competitività dovranno trasformarsi in provvedimenti e inizierà il confronto sulle risorse del prossimo bilancio europeo.
In una fase di inflazione elevata, crescita debole e tensioni internazionali, la distanza tra le dichiarazioni dei leader e la capacità dei governi di proteggere famiglie e imprese rischia infatti di diventare politicamente sempre più difficile da gestire.
Meloni torna quindi da Bruxelles senza sconfitte evidenti, ma anche senza risultati tali da modificare significativamente il quadro economico italiano. Una condizione che accomuna molti governi europei e che conferma quanto sia diventato difficile trasformare il consenso politico nazionale in capacità di intervento su problemi che, sempre più spesso, hanno origine e soluzione fuori dai confini degli Stati.





