Economia

Previdenza complementare, crescono iscritti e patrimoni ma l’Italia resta indietro in Europa

08
Ottobre 2026
Di Gianluca Lambiase

La previdenza complementare cresce, ma l’Italia continua a confrontarsi con una spesa previdenziale pubblica tra le più elevate d’Europa. È il quadro che emerge dal rapporto “La previdenza complementare: lo scenario evolutivo in Italia e nel contesto europeo”, elaborato dai rappresentanti dei principali fondi pensione italiani con il supporto di Deloitte e Mefop, presentato oggi a Roma nell’ambito dell’evento “Welfare del Futuro”.

Alla fine del 2024 le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari ammontavano a 243,4 miliardi di euro, in crescita dell’8,5% rispetto all’anno precedente. Nel 2025 gli iscritti hanno raggiunto quota 10,4 milioni, distribuiti in 273 forme pensionistiche, mentre le risorse destinate alle prestazioni sono salite a circa 262 miliardi di euro.

La crescita è proseguita anche nei primi sei mesi del 2026: le risorse destinate alle prestazioni hanno raggiunto 273,2 miliardi di euro, il 4,3% in più rispetto alla fine del 2025, mentre gli iscritti si avvicinano agli 11 milioni.

Numeri in aumento che confermano il ruolo crescente del secondo pilastro, ma che non cancellano il divario con i principali sistemi previdenziali europei. E soprattutto non risolvono il nodo della sostenibilità del primo pilastro pubblico, alle prese con l’invecchiamento della popolazione, la riduzione della base contributiva e carriere lavorative sempre più discontinue.

«La previdenza complementare rappresenta un pilastro sempre più strategico per la sostenibilità del sistema pensionistico italiano», ha sottolineato Fabio Pompei, CEO di Deloitte, aprendo i lavori. «Le trasformazioni demografiche che interessano l’Italia e le altre principali economie europee stanno causando la contrazione della base contributiva dei sistemi pensionistici pubblici. L’invecchiamento della base demografica e la progressiva riduzione delle coorti anagrafiche in età lavorativa aumentano la necessità di rafforzare strumenti capaci di assicurare adeguati livelli di reddito alle future generazioni. È una sfida collettiva a cui tutti dobbiamo prepararci, consapevoli dei grandi cambiamenti in corso».

Il confronto internazionale rende evidente la dimensione della sfida. Nel 2024 gli asset gestiti dai fondi pensione italiani ammontavano a 243 miliardi di euro, pari all’11,6% del Pil. Nei Paesi Bassi raggiungevano invece il 92,3% del Pil, mentre nel Regno Unito arrivavano al 63,8%.

I sistemi osservati differiscono per meccanismi di adesione, incentivi fiscali, contribuzione datoriale e caratteristiche istituzionali. Ma il risultato è una forte differenza nella capacità di accumulare patrimonio previdenziale.

Anche la spesa pubblica fotografa una situazione particolarmente impegnativa. Secondo i dati riportati nello studio, nel 2024 l’ammontare complessivo annuo delle prestazioni del sistema pensionistico italiano è stato pari a 364,1 miliardi di euro, con una crescita di un punto percentuale del rapporto tra spesa previdenziale e Pil: il dato più elevato tra i Paesi analizzati.

Per Mauro Marè, presidente di Mefop, la crescita della previdenza complementare passa innanzitutto da una maggiore partecipazione. «La cosa da fare è sicuramente stimolare le adesioni», ha spiegato Marè, dicendosi però contrario all’introduzione dell’obbligatorietà. «L’obbligatorietà comporterebbe da una parte sicuramente un aumento degli iscritti alla previdenza complementare, ma potrebbe stimolare l’idea di volere delle garanzie e purtroppo le garanzie costano e nessuno è in grado davvero di averle. Bisogna lasciare liberi gli investitori, fondi pensione e gestori, di investire dove i rendimenti sono maggiori».

Il tema generazionale è centrale anche nelle parole di Gabriele Fava, presidente dell’Inps. «I giovani sono il nostro futuro e la sostenibilità del nostro Paese», ha sottolineato, evidenziando la necessità di affiancare all’educazione finanziaria una vera educazione previdenziale. «I giovani non sanno esattamente in cosa consiste la previdenza e soprattutto gli manca sapere quando iniziare. La pensione non si crea a 60 anni, si crea quando inizi».

Da qui la proposta di una terza gamba della previdenza, complementare ai due pilastri esistenti. «Ho pensato alla necessità di una terza gamba, un terzo pilastro a capitalizzazione che rappresenterà la vera differenza tra una pensione povera e una pensione dignitosa dei giovani».

La proposta è quella di un “salvadanaio nuovi nati”, con un contributo iniziale dello Stato, lasciando poi alle famiglie la possibilità di incrementare il capitale. L’obiettivo è costruire uno strumento trasparente e tracciabile, amministrato dallo Stato attraverso l’Inps, che consenta di seguire nel tempo l’evoluzione del risparmio.

Sul carattere necessario del secondo pilastro insiste anche Cesare Damiano, già ministro del Lavoro e presidente dell’Associazione Lavoro e Welfare. «Per le nuove generazioni si pone un problema che, a differenza delle generazioni precedenti, la mia, che avevano un sistema retributivo per il calcolo della pensione, oggi con il sistema contributivo sicuramente il risultato pensionistico sarà più basso. La nostra generazione aveva lavori stabili e ben remunerati. Oggi non è detto che questo obiettivo sia a portata di mano. Quindi avere due pensioni, quella fondamentale per il welfare pubblico, quella dell’Inps per intenderci, e avere una pensione complementare diventa per il futuro indispensabile».

Per Mauro Nori, capo di Gabinetto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, gli incentivi possono aiutare, ma non sono sufficienti. «Sicuramente gli incentivi, come abbiamo visto, funzionano, ma non solo. A mio avviso è molto importante anche l’educazione finanziaria, soprattutto per i più giovani. La consapevolezza che la propria pensione non sarà più l’equivalente della retribuzione in godimento deve essere una consapevolezza che va acquisita in età molto giovane».

«Iniziando da molto giovani sicuramente si può accumulare un risparmio previdenziale e quindi investire nel proprio futuro».

Il rapporto individua proprio nell’educazione finanziaria una delle principali condizioni per aumentare la partecipazione alla previdenza complementare, soprattutto tra giovani, donne e categorie con una copertura inferiore.

Nonostante il 71,3% dei presidi scolastici e il 55,4% dei docenti risultino attivi sull’educazione finanziaria, i temi previdenziali e assicurativi continuano a essere poco presenti nei percorsi formativi. Il 21% dei giovani indica inoltre social media e amici come primo impulso al risparmio pensionistico.

Anche per Ilaria Mortillaro, direttore generale del Fondo pensione Banco Popolare, il rafforzamento del secondo pilastro deve partire soprattutto dai giovani: «Il secondo pilastro è da rafforzare perché moltissimi giovani ancora non si iscrivono alla previdenza».

Mortillaro guarda con attenzione alle novità normative che favoriscono l’adesione automatica ai fondi pensione di categoria e sottolinea il ruolo dei nuovi meccanismi di investimento basati sul life cycle. L’obiettivo è evitare che i giovani rimangano eccessivamente concentrati su strumenti a basso rischio proprio nella fase in cui hanno davanti a sé un orizzonte temporale più lungo. «Viene immesso in un percorso in cui ha la possibilità di investire soprattutto nell’azionariato all’inizio della propria carriera, fino a una certa età per poi procedere mano a mano riducendo il rischio».

La crescita dei patrimoni previdenziali apre anche una partita sul rapporto tra fondi pensione ed economia reale. «I fondi pensione, nella propria funzione di investitori istituzionali, svolgono e saranno chiamati a svolgere sempre di più un ruolo di primo piano nella crescita economica dell’Italia», ha affermato Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione.

Il patrimonio previdenziale può infatti essere indirizzato verso investimenti di medio-lungo periodo in infrastrutture, imprese e progetti di sviluppo sostenibile. La composizione attuale dei portafogli italiani mostra però una forte presenza di strumenti obbligazionari: circa 80 miliardi di euro in titoli di Stato, pari al 38,5% del patrimonio, e altri 35,3 miliardi di euro in titoli di debito, pari al 17%.

Secondo Maria Ida Germontani, giurista d’impresa ed ex senatrice, la previdenza complementare può diventare un vero strumento di politica economica. «La previdenza complementare deve essere un volano per l’economia reale», ha sottolineato, richiamando anche il dibattito istituzionale sul ruolo dei fondi pensione.

Per favorire questi investimenti, però, «bisognerà stabilire anche con le istituzioni, sia a livello fiscale per esempio, alleggerire la leva fiscale in modo da permettere anche ai fondi, da favorire l’investimento da parte dei fondi del nostro Paese».

Anche il private capital può giocare un ruolo nella costruzione di un mercato previdenziale più maturo. Per Alessandra Bechi, vice direttore generale di AIFI, l’esperienza internazionale mostra l’importanza di fondi alternativi «molto diversificati e molto ampi», come quelli presenti nei modelli canadese e australiano.

Il mercato italiano deve quindi crescere e internazionalizzarsi, ma anche rafforzare i propri strumenti domestici. I fondi italiani possono offrire strategie differenti, dal private debt al private equity, passando per infrastrutture e venture capital.

«Possono offrire appunto molteplicità di strategie perché possono offrire sia private debt, che private equity, che infrastrutture, che venture capital, quindi offrendo questa gamma possono offrire strumenti di diversificazione».

Riprese e montaggio di Rachele Maria Curti