Dopo il bollo auto arriva il tetto al prezzo dei carburanti praticato da Eni: dal 28 settembre benzina a non più di 1,99 euro e diesel a 2,19 euro al litro nelle oltre 4.000 stazioni del gruppo, inizialmente per trenta giorni e con la possibilità di estendere la misura fino alla fine dell’anno.
Formalmente la decisione è dell’azienda, società quotata ma controllata dallo Stato; politicamente è difficile non inserirla nel rapporto tra Eni e Palazzo Chigi, che ha immediatamente definito la scelta un “lodevole atto di attenzione all’Italia”.
Ancora una volta, però, è il metodo a essere interessante. Nessuna settimana di indiscrezioni, nessuna trattativa raccontata quotidianamente sui giornali: la notizia arriva a cose fatte.
Parte la prevedibile grancassa della maggioranza, mentre le opposizioni parlano di spot e ricordano che contemporaneamente si sta riducendo lo sconto sulle accise. Osservazioni legittime, ma che rischiano di mancare il punto politico.
Perché dopo il bollo, Giorgia Meloni porta a casa un’altra decisione facilmente comprensibile e direttamente collegata alle tasche degli italiani.
Si conferma così quanto scrivevamo la settimana scorsa: stare al Governo consente di fare le cose. E l’impressione sempre più netta è che Meloni intenda giocarsi le proprie possibilità di rielezione proprio sui fatti dell’ultimo anno di legislatura, cercando di costruire una sequenza di provvedimenti concreti, comunicabili e riconducibili direttamente alla propria leadership.
L’intervista concessa a Daniele Capezzone alla Festa de Il Tempo aiuta a leggere questa strategia di riposizionamento dall’asse delle relazioni internazionali a quello del focus sulle scelte interne in vista del voto.
Sul fisco, la Premier ha confermato che il prossimo obiettivo sarà continuare ad alleggerire il carico fiscale, con “un occhio di riguardo per il ceto medio”, definito il “motore” del Paese.
Sul piano politico, invece, il messaggio è ancora più esplicito: il voto utile è quello che permette di avere “una maggioranza compatta” e un Governo “non ricattabile”. Tradotto: il tema non è semplicemente vincere le elezioni, ma avere dopo il voto i numeri e la coesione per governare.
Il destinatario del messaggio è abbastanza evidente. Roberto Vannacci continua a rappresentare il principale elemento di disturbo della strategia meloniana.
Il sondaggio Ipsos pubblicato oggi sul Corriere della Sera da Nando Pagnoncelli accredita Futuro Nazionale addirittura dell’8,8%, mentre Fratelli d’Italia rimane al 26,4%, Forza Italia scende al 7% e la Lega al 4,7%.
Tradotto sulla base elettorale delle ultime Politiche, parliamo potenzialmente di circa quattro milioni e mezzo di voti: una cifra enorme, difficile da immaginare alla prova delle urne per un movimento identificato con una singola persona.
Ma anche ipotizzando un ridimensionamento, il problema politico rimane. Vannacci sottrae consenso soprattutto nell’area del centrodestra e costringe Meloni a combattere contemporaneamente due campagne: una contro le opposizioni e una per convincere una parte del proprio elettorato che il voto identitario rischia di diventare un voto politicamente inutile.
Neppure gli alleati, peraltro, stanno rendendo il percorso particolarmente semplice.
Antonio Tajani è arrivato questa settimana fino alla CNN con alcune dichiarazioni destinate inevitabilmente a produrre discussione, mentre la Lega continua a mostrare le cicatrici lasciate dal “ciclone Vannacci”. Entrato e uscito dal partito in pochi mesi, il Generale ha accentuato divisioni già esistenti, sottratto una quota importante di consenso e riaperto il confronto tra la vocazione nazionale costruita da Matteo Salvini e una componente settentrionale che vorrebbe riportare il partito alle proprie origini. Non a caso Salvini ha convocato un congresso straordinario mentre i sondaggi collocano ormai la Lega nettamente sotto Futuro Nazionale.
Il paradosso è quindi abbastanza evidente. Meloni appare oggi più forte dei partiti che dovrebbero comporre la sua coalizione. Ed è probabilmente per questo che la campagna elettorale sta assumendo sempre più una dimensione personale: bollo, benzina, prossimamente tasse al ceto medio. Poche misure, molto riconoscibili, comunicate direttamente e possibilmente senza troppi passaggi intermedi.
La strada verso il 2027 rimane complicata e Vannacci continuerà a fare rumore. Ma dopo quattro anni trascorsi a dimostrare di saper restare a Palazzo Chigi, Meloni sembra avere scelto l’argomento con cui chiedere agli italiani di restarci: guardate quello che faccio, poi decidete se vale la pena cambiare.





