Politica

Vannacci e il solito populismo. Un’analisi della comunicazione sempre uguale

15
Giugno 2026
Di Giovanni Manco

Sono il generale Vannacci e sono venuto per sconquassare lo scenario politico italiano tutto. I Sondaggi danno Futuro Nazionale già intorno al 5% – a discapito della Lega – ma c’è molto di più dei numeri. Anche perché quelli, ad onor del vero, quando si parla di politica non rispondono a logiche squisitamente matematiche (ci torniamo tra poco). L’ascesa di Vannacci, infatti, è anche e soprattutto il ripetersi, come in un eterno ritorno dell’uguale alla Nietzsche, di un pattern comunicativo ben preciso che pareva sbiadito ma che sta impetuosamente tornando in auge: il populismo.

Lo storytelling populista

Che cos’è il populismo? La letteratura scientifica, su questo, si è espressa in tutte le salse. Facciamola semplice: il populismo è una ideologia sottile che divide il mondo in due parti. Da una parte c’è il popolo virtuoso, dall’altra l’élite corrotta. La comunicazione populista, poi, aggiunge un tassello fondamentale che dà senso e cornice: il nemico. L’immigrato venuto a minacciare il popolo e che è supportato, in questa opera dall’élite, quindi da coloro che stanno al governo. Dal capitano al generale, da Salvini a Vannacci. E nel mezzo la Meloni. Questo storytelling è stato utilizzato da tante e tanti, ciclicamente. Nulla di nuovo, quindi. Eppure, quando si ripresenta, risulta sempre incredibilmente appetibile per alcuni elettori. Facendo esso leva su emozioni primordiali dell’essere umano: la paura, l’odio, la minaccia.

Gli spazi si riempiono (velocemente)

In politica gli spazi si riempiono in fretta. Quando Salvini faceva exploit – ricordiamo il 34% alle Europee del 2019 – era Meloni a sorpassarlo a destra. Ora che Giorgia è Premier, ci ha pensato Vannacci a riempire quel vuoto togliendo questo ruolo alla Lega. Che ha, dal canto suo, il peggiore dei punti deboli per un posizionamento politico: il non essere credibile. Risultanza dell’essere sulla scena – anche e spesso con posizioni di potere – da ormai troppo tempo. È il fascino della novità.

Triangolazioni, reframe, toni duri. Vannacci si posiziona

Acquisita notorietà e attenzione, Vannacci cerca ora di trasformarla in posizionamento. Va da Fedez e va dalla Gruber, dimostrandosi eclettico e attivo su tutti i fronti. E lo fa dettando la cornice narrativa, anzi ridisegnandola. Io destra estrema? No, destra autentica – ha detto ospite di Otto e Mezzo. Un tentativo di ridisegnare la linea. E lo fa anche triangolando. Erano gli anni ’90 e Dick Morris, consulente del Presidente Clinton, coniò questo termine – triangolazione – per spiegare quell’asset comunicativo che mira a collocarsi tra i temi della maggioranza e quelli dell’opposizione. Un pertugio lungo la terza via. Ed ecco che Vannacci, che è evidentemente di destra, si mette a parlare di salario minimo. Prendo in prestito la battaglia dal campo progressista e mettendo in imbarazzo la coalizione di centrodestra ormai obbligata a riconoscere Vannacci e a ragionare, tra esclusione e annessione, cose farne.

Cosa farà Meloni

Un dubbio evidente e legittimo che però, al momento, nella coalizione di centrodestra stanno nascondendo. Meloni dice che Vannacci sta facendo, così, il gioco del campo progressista. E Tajani le fa eco. Il tentativo sembra chiaro: escludere il generale e fare leva sulla percezione del “voto utile”. Dire cioè all’elettorato di destra – “quella autentica” cit. – un voto a Vannacci sarebbe un voto sprecato, utile solo a ridurre le distanze tra centrodestra e centrosinistra. Invitare Vannacci nella coalizione? Come detto prima: non è un calcolo matematico. 2+2 non sempre fa 4 in politica. Un ingresso di Vannacci nella coalizione non porterebbe, sic et simpliciter, quel potenziale 5% dentro. Alcuni elettori che vedevano in lui la svolta a destra, potrebbero restare delusi e abbandonarlo. Così come le anime moderate del centrodestra, che è ampio ed eterogeneo, potrebbero storcere il naso dinanzi a una operazione di questo tipo. Lupi (Noi Moderati) l’ha detto chiaramente: siamo agli antipodi.

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