Ci sono personaggi politici che crescono vincendo elezioni. Altri che crescono governando. E poi esistono figure che crescono semplicemente occupando uno spazio che fino a poco tempo prima sembrava non esistere. È il caso del Generalissimo.
Negli ultimi mesi il suo percorso politico non è stato particolarmente brillante sul piano elettorale. L’uscita dalla Lega, la costruzione di una lista autonoma, il tentativo di presentare propri candidati alle amministrative e i risultati piuttosto modesti ottenuti sul territorio avrebbero potuto suggerire una fase di ridimensionamento. Eppure sta accadendo l’opposto.
A livello nazionale, infatti, il Generalissimo continua a crescere. I sondaggi più recenti lo collocano stabilmente sopra le soglie psicologiche che separano una testimonianza politica da una presenza parlamentare credibile. Alcune rilevazioni lo accreditano addirittura oltre il 4%.
Non sono numeri da rivoluzione, ma sono numeri sufficienti a cambiare gli equilibri di una competizione che appare sempre più equilibrata tra centrodestra e centrosinistra.
In fondo, la storia politica italiana insegna che spesso non servono partiti da 20 punti percentuali per risultare decisivi. Talvolta bastano pochi punti per impedire a qualcun altro di vincere. O per costringerlo a negoziare.
La crescita del Generalissimo non si misura soltanto nei sondaggi. In Parlamento è iniziata una paziente attività di pesca a strascico. Non grandi acquisti, almeno per ora. Piuttosto un lavoro di semina.
Si offre una prospettiva politica a chi osserva con crescente preoccupazione le future liste elettorali. Perché tutti sanno che la prossima legislatura sarà probabilmente più corta nei numeri e più selettiva nelle candidature. E quando un parlamentare inizia a dubitare della propria rieleggibilità, qualsiasi progetto che prometta futuro acquista improvvisamente interesse.
È interessante osservare come la sua strategia stia evolvendo anche sul piano mediatico. Per anni il Generalissimo ha prosperato nei contesti televisivi più favorevoli, frequentando studi e conduttori che ne comprendevano linguaggio e pubblico di riferimento. Oggi, invece, sta progressivamente uscendo dalla propria comfort zone.
L’approdo nei salotti più ostili rappresenta quasi un rito di passaggio. Finché frequenti soltanto i programmi degli amici, resti un fenomeno di nicchia. Quando inizi a sederti davanti a una Lilli Gruber e ad affrontare il tradizionale percorso di domande provocatorie, sguardi severi e rimproveri civici, entri ufficialmente nella categoria degli interlocutori politici nazionali. È una sorta di certificazione istituzionale non scritta.
Dopo il primo passaggio a Otto e Mezzo, ci si può considerare formalmente ammessi al dibattito pubblico italiano. Con il rischio, naturalmente, di essere sottoposti a interrogatori che spaziano dalla politica estera fino alla qualità delle proprie relazioni sentimentali (by the way, da oggi ci aspettiamo che Gruber ponga a tutti la domanda sulla propria devozione al partner e relativa fedeltà coniugale). Ma anche questo fa parte del percorso.
Esiste poi un altro sondaggio, meno scientifico ma spesso più interessante di quelli pubblicati sui giornali. È il sondaggio delle aziende, delle associazioni di categoria, dei manager e dei consulenti che iniziano a fare una domanda semplice: “Secondo voi dobbiamo incontrarlo?”.
È una domanda che fino a pochi mesi fa non esisteva. Oggi invece compare con frequenza crescente. Non perché ci sia una particolare simpatia verso il Generalissimo, ma perché nel public affairs la curiosità segue sempre il consenso. Quando una forza politica supera una certa soglia di visibilità, il sistema inizia a considerarla un interlocutore potenziale.
Ed è forse questo il vero passaggio che andrà osservato nei prossimi mesi. Perché una cosa è parlare alle piazze. Un’altra è parlare ai consigli di amministrazione.
Una cosa è costruire consenso attraverso slogan identitari. Un’altra è spiegare a una multinazionale quale sia la propria posizione su energia, fisco, industria, commercio internazionale, innovazione o difesa.
Prima o poi arriverà anche quel momento. E sarà interessante capire se il Generalissimo deciderà di dotarsi di una struttura economica credibile e di un responsabile in grado di tradurre il linguaggio della mobilitazione politica in quello delle relazioni istituzionali e dell’economia reale.
Nel frattempo, il resto del sistema politico continua a osservarlo con sentimenti contrastanti. Da isolare ma non troppo. Da criticare ma non troppo. Da avvicinare ma non troppo. Tutto dipenderà da una variabile che ancora incombe sul quadro politico come una nube estiva: la nuova legge elettorale.
Perché se il sistema resterà fortemente competitivo e maggioritario, il Generalissimo rischia di essere soprattutto un problema per il centrodestra. Se invece prevarrà una logica più proporzionale, potrebbe trasformarsi in qualcosa di diverso: una forza capace non tanto di vincere, quanto di risultare necessaria.
E in politica, a volte, essere necessari vale quasi quanto essere maggioritari.





