Politica

Berlinguer, 42 anni dalla morte, Meloni commemora. L’eco della storia

11
Giugno 2026
Di Giampiero Cinelli

“Oltre il rogo non vive ira nemica”. Questa la frase che Giorgio Almirante, leader del Movimento Sociale Italiano, pronunciò ai suoi collaboratori dopo che questi gli avevano chiesto spiegazioni per essersi recato alla camera ardente allestita per Enrico Berlinguer, morto l’11 giugno 1984 durante un comizio a Padova. Erano anni di forte contrapposizione politica, animata da passioni ideologiche – nel senso nobile del termine –, e ai ragazzi della destra sociale pareva strano che il loro punto di riferimento rendesse omaggio a chi poteva definirsi a tutti gli effetti un avversario. Del resto, lo stesso segretario del Pci non aveva mai evitato di evidenziare la diversità dei due movimenti e la loro differente radice storica, pur essendo essi percepiti come tutt’altro che moderati.

Il post di Meloni
Come Almirante, oggi Giorgia Meloni, erede della tradizione del MSI, ci ha tenuto a ricordare Enrico Berlinguer, a 42 anni dalla sua morte. Lo ha fatto con un post su X dicendo: «Voglio ricordare con rispetto una figura che ha rappresentato un punto di riferimento per la sinistra italiana e uno dei protagonisti della storia politica della Repubblica, Enrico Berlinguer».

Proseguendo nel post la premier infatti sottolinea: «Ricordo anche il gesto di Giorgio Almirante, che volle rendere omaggio al feretro del suo avversario politico. Un segno di rispetto umano e istituzionale che ancora oggi richiama il valore di un confronto politico fermo negli ideali ma rispettoso delle persone. Perché si può fare politica secondo visioni diverse, anche diametralmente opposte, senza per forza demonizzare l’avversario. Meloni poi conclude così: “Il nostro compito è servire l’Italia e gli italiani. L’ho sempre pensato e sostenuto: le idee forti non temono il confronto».

Il gesto non è una novità
Non è la prima volta che la premier si avvicina all’area culturale dell’ex Pci e alla figura di Berlinguer. Nel febbraio del 2024, quando fu inaugurata all’ex Mattatoio di Roma la mostra dedicata al segretario del Pci, Meloni vi si recò a sorpresa accompagnata dal presidente dell’associazione Berlinguer Ugo Sposetti. Sul libro delle firme della mostra, Meloni lasciò questa scritta: “Il racconto di una storia, politica. E la politica è l’unica possibile soluzione ai problemi. Giorgia Meloni”.

Perché molti storcono il naso
Ieri come adesso non deve stupire che a molti, alcuni gesti di vicinanza paiano strani. Sebbene Almirante e Berlinguer si presentassero come l’alternativa alle forze di centro (in primis alla DC), che allora venivano descritte in altri termini e percepite più come “democratiche”, “liberali” o “atlantiste”, i punti di riferimento del loro disegno non erano sovrapponibili. Inoltre, nel secondo novecento sia la destra che la sinistra facevano i conti, se non con la diretta responsabilità, quantomeno con il fardello degli atti terroristici fatti in nome di una parte e dell’altra. La lotta per il potere nello Stato era forse più aspra prima, eppure anche nei giorni nostri il partito di Giorgia Meloni rappresenta interessi e fasce sociali divergenti da altre. La rivalità non si è affievolita, sebbene non sia più interpretata attraverso culture politiche idealistiche.

Meloni e i grandi della storia
Nessuno fa sconti, ma potrebbe non essere strano l’atteggiamento della leader di Fratelli D’Italia, una leader che ha bisogno di ispirarsi ad altre grandi figure, anche affascinata dal fatto che un segretario di sinistra non può essere moderato, convenzionale. E decidete voi quanto Meloni sia stata alternativa nella sua carriera, ma mai ha negato si essersi sentita così negli anni della formazione e del primo impegno politico.

Non guasta poi strappare le simpatie del fronte avverso, in un’Italia odierna certamente meno omogenea elettoralmente di quella del secolo scorso, fatta di consenso mobile, incerto, di identità politiche non raramente sfumate.

Cosa ha significato Berlinguer
Detto ciò, il coraggio e l’autonomia di pensiero di uno come Berlinguer è difficile da replicare oggi a Palazzo Chigi. Il Segretario fu uomo al timone quando il nostro Paese era conscio della forza repressiva dell’Unione Sovietica, prova ne era stata l’Ungheria nel ’56 e la Cecoslovacchia nel ’68. Egli stesso subì un attentato a Sofia nel 1973 mentre viaggiava in automobile; ne uscì illeso. Tentò comunque di consolidare lo spazio di manovra del comunismo italiano, spiegando caparbiamente che l’Italia doveva essere una nazione democratica e che poteva scegliere di restare nella sfera d’influenza statunitense senza per questo rinunciare agli obiettivi sociali. Fu accusato di non essere veramente socialista, ma socialdemocratico. Alle istanze progressiste non rinunciò comunque.

L’avallo di un periodo di austerità negli anni più duri dell’inflazione, era inteso come tattico e temporaneo. Continuò a lottare per l’espansione dei diritti, per il welfare, per il lavoro, condannando la decisione di tagliare pesantemente la scala mobile (il meccanismo automatico di adeguamento dei salari all’inflazione) da parte del Psi di Craxi e si rese disponibile a entrare per la prima volta in un governo con la Democrazia Cristiana, sotto l’ala di Moro. Non successe, e il Pci non entrò mai nel gioco democratico. I motivi, tragici, li sappiamo tutti. E oggi ancora ci interroghiamo su che Italia avremmo se fosse accaduto.

Meloni insomma cammina sulle spalle di giganti, maestri di diplomazia, di strategia, che mai persero la volontà. Il suo ricordo di chi ha lasciato un’impronta, tuttavia fa vagamente sperare in una politica odierna cosciente, matura, ma anche appassionata.