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L’Ocse taglia le stime: crescita globale all’1,8% se la guerra in Iran dura
Di Giuliana Mastri
Tre mesi di guerra in Iran bastano all’Ocse per vedere all’orizzonte uno scenario grave e potenzialmente «drammatico» per l’economia globale. La variabile decisiva è una sola: quanto durerà il conflitto. Nell’aggiornamento delle previsioni, l’organizzazione ha costruito due scenari distinti, senza sbilanciarsi su quale dei due sia più probabile. «C’è troppa incertezza sull’evoluzione del conflitto in Medio Oriente», spiega il capoeconomista Stefano Scarpetta.
Nel primo scenario, quello di una crisi risolta in tempi relativamente brevi, la produzione di energia nelle economie del Golfo riprende gradualmente dalla fine del secondo trimestre del 2026, con le rotte aeree e marittime pienamente operative. I prezzi dell’energia toccherebbero il picco a giugno, con il Brent che si attesterebbe in media a 92 dollari al barile nel 2026 per poi scendere a 80 nel 2027. In questo caso la crescita globale frenerebbe dal 3,4% del 2025 al 2,8% nel 2026, per risalire al 3,1% nel 2027. «Un rallentamento significativo», ammette Scarpetta, «ma la crescita terrebbe sopra il 3%, anche se di un decimale».
Lo scenario peggiore
Ben più cupo il quadro nel caso di una crisi prolungata. L’offerta globale di energia scenderebbe del 10% rispetto ai livelli precedenti al conflitto, le esportazioni delle economie mediorientali si ridurrebbero del 40% e i prezzi dell’energia sarebbero del 50% più alti rispetto allo scenario meno grave, nel periodo compreso tra il terzo trimestre del 2026 e il terzo trimestre del 2027. La crescita del PIL mondiale si fermerebbe al 2,1% nel 2026 e addirittura all’1,8% nel 2027. «Sarebbe la metà della crescita media mondiale degli ultimi 25 anni», sottolinea Scarpetta. «Un quadro drammatico in termini di inflazione, di costi per famiglie e imprese, di scelte politiche che sarebbero molto difficili sia sul fronte monetario che fiscale.»
In questo scenario salirebbero anche i prezzi dei fertilizzanti e dei materiali industriali come zolfo ed elio, con il rischio concreto di un inasprimento delle condizioni finanziarie, rialzi dei tassi d’interesse e un indebolimento della fiducia delle famiglie. Diversi paesi rischierehbero la recessione, in particolare quelli più dipendenti dalle fonti fossili della regione, come le economie asiatiche, e quelli che partono già da una «crescita molto bassa». Per Italia e Germania l’Ocse non formula previsioni specifiche, rientrano nell’identikit. Frenerebbero in modo significativo anche gli investimenti nell’intelligenza artificiale, che stanno sostenendo il ciclo economico soprattutto negli Usa, con rischi di ribassi sui mercati finanziari.
Una dimensione che preoccupa particolarmente l’Ocse è quella dei fertilizzanti: molti paesi a basso reddito importano quasi tutto quello che usano e alcuni dipendono direttamente dall’area del Golfo, con possibili ripercussioni sulla produzione agricola e sulla sicurezza alimentare delle fasce di popolazione più vulnerabili.
L’Italia nel quadro globale
Per i singoli paesi, le stime Ocse si basano sullo scenario meno grave. Per l’Italia la crescita sarebbe dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, con l’inflazione attesa al 3% nel 2026 per effetto dell’impennata dei prezzi energetici, che eroderebbero i recenti incrementi dei salari reali. Il debito pubblico salirebbe al 138,8% del PIL, con un deficit vicino al 3%. Nell’Eurozona la crescita passerebbe dall’1,4% del 2025 allo 0,8% nel 2026.
Gli Stati Uniti traggono vantaggio dall’aumento delle esportazioni nel settore energetico, ma scontano gli effetti dell’inflazione sul potere d’acquisto delle famiglie: il PIL rallenterà dal 2,1% del 2025 al 2% nel 2026. Rallenta anche la Cina, ferma al 4,5% nel 2026 dal 5% del 2025.
Le raccomandazioni
Sul piano delle politiche, l’Ocse insiste sulla necessità di misure di sostegno mirate su famiglie e imprese più direttamente colpite, riducendo i costi per chi ha più bisogno. Soprattutto per Europa e Italia, l’organizzazione sottolinea l’urgenza di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, aumentare la quota delle rinnovabili e accelerare gli investimenti sulle reti elettriche e i sistemi di accumulo. In una crisi dell’offerta come quella attuale, tagliare accise e imposte indirette non è la risposta giusta: «Si riduce la spinta a limitare il consumo di fonti fossili. Ed è invece un segnale di cui abbiamo bisogno», avverte Scarpetta. Sul debito pubblico il monito è diretto: «È molto elevato e lo spazio di manovra è limitato, non solo in Italia».





