Innovazione
Coscienza e consapevolezza: la Biennale inaugura l’Archivio Storico
Di Virginia Caimmi
Venezia accoglie una nuova Biennale e questa volta lo fa con la storia. Arte e intermediazione si intrecciano, arricchendo la capacità di vedere e comprendere, per un’istituzione che vuole essere al servizio del visitatore. Questo luogo sviluppa il discorso sull’arte come espressione di un organismo che crede nella libertà, nell’autonomia e nell’apertura, capace di offrire costantemente nuovi spunti di riflessione al visitatore, anche più giovane, nel solco di una Repubblica democratica fondata sulla Costituzione. Attività – questa – intrinseca alla Biennale, ma anche storia di cooperazione tra gli stessi Presidenti. La storia serve a democratizzare la mostra ed è così che, nel complesso di circa ottomila metri quadrati che comprende le Tese cinquecentesche adiacenti alle celebri Corderie dell’Arsenale di Venezia, è nato un centro di ricerca aperto tutto l’anno: l’Archivio Storico della Biennale di Venezia. Il nuovo spazio, realizzato grazie ai finanziamenti del Ministero della Cultura, ha accolto, nel corso di una tre giorni dedicata ai linguaggi universali delle arti contemporanee, un programma sviluppato dai Direttori Artistici della Biennale a partire dai materiali custoditi nell’Archivio stesso. Una riflessione trasversale sui linguaggi universali della contemporaneità, che pone al centro l’Archivio quale spazio dinamico della memoria: viva, custode del passato e in continuo rinnovamento, proiettata verso il futuro.
Ed è a un futuro “In Chiave Minore” che si ispira l’intera Esposizione Internazionale d’Arte curata da Koyo Kouoh, che, dal 9 maggio, occupa l’intera superficie espositiva, dai Giardini all’Arsenale, e attraversa Venezia come un filo rosso nei vari spazi della città lagunare, tra monumenti e sciabordii d’acqua, fino al 22 novembre. Un’edizione orfana della sua curatrice, prematuramente scomparsa nel maggio 2025, ma che resta messaggera postuma del progetto da lei concepito, volto a preservare, valorizzare e diffondere il significato di una mostra sintonizzata sulle tonalità minori, che invita ad ascoltare – nelle parole di Kouoh – i segnali persistenti della terra e della vita. E mentre il mondo intero grida e le voci si sovrappongono fino ad annullare i significati, in questo luogo di intrinseca cooperazione artistica si tenta di creare una zona d’ascolto sintonizzata su una frequenza minore, dove possano manifestarsi le Note Persistenti di gioia, consolazione, speranza, umana accoglienza e trascendenza. Sono 110 i partecipanti, provenienti da differenti contesti geografici, selezionati dalla curatrice privilegiando soprattutto risonanze, affinità e possibili convergenze tra pratiche anche lontane: partecipazioni che arricchiscono il pluralismo di voci che caratterizza la mostra in un contesto geopolitico complesso.
Materiali, forme e suoni inediti portano il visitatore a sperimentare una nuova dimensione del sé e dell’altro, dove l’immersività dell’esperienza artistica reca il segno dell’immanenza. Lo fa la Cina con Dream Stream, unendo l’antica tradizione artistica e culturale cinese – pittura e calligrafia – alle tecnologie moderne, tra cui intelligenza artificiale, modellazione algoritmica e installazioni interattive con un robot che scrive grazie all’insegnamento di una donna. Come rinnovare la tradizione attraverso l’innovazione e come integrare arte, scienza e tecnologia è la sfida della mostra, che mette in scena un sistema visivo e uno schema cognitivo immersivo e tangibile. “Elevazione” come trasformazione fisica della forma, ma anche come metafora di ottimismo collettivo e autorealizzazione. Da questo concetto trae origine il Padiglione degli Stati Uniti, intitolato “Call Me The Breeze”, in un ambiente dominato da grandi sculture site specific, realizzate attraverso un processo ibrido che combina intaglio manuale, modellazione artigianale e tecnologie robotiche, con l’obiettivo di celebrare la permanenza della materia e della memoria nazionale.
È anche l’edizione delle richieste di esclusione, delle contestazioni, delle dimissioni dalla Giuria Internazionale, delle istanze di maggiore autonomia nelle procedure di valutazione e dello scrutinio sul ruolo dell’istituzione. In un ossimoro a pelo d’acqua tra silenzi e assenze, rumore e permanenze, si delinea una geopolitica delle dissonanze, dove l’Arte conquista il proprio spazio e pretende – per sua natura libera – un esercizio rigoroso e scrupoloso del discernimento.





