Lavoro

I senza dimora come indicatore economico: cosa ci dicono le città italiane

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Marzo 2026
Di Elisa Tortorolo

L’Italia invisibile ha un numero preciso. Ed è un numero che pesa più di quanto sembri sulle fondamenta economiche delle nostre città: 10.037. Non è solo il bilancio di un’emergenza sociale. È un indicatore. Un segnale che racconta quanto un sistema urbano sia ancora in grado — oppure no — di assorbire gli shock economici, di reggere l’urto della precarietà e di reintegrare chi scivola fuori dal mercato del lavoro.

La fotografia scattata dall’Istat nella notte del 26 gennaio 2026, raccontata nel Report “Le Persone Senza Dimora: Il Conteggio nei 14 Comuni centro di Area Metropolitana” diffuso in questi giorni, restituisce esattamente questo: oltre diecimila persone senza dimora nelle 14 principali aree metropolitane italiane . Una mappa che ricalca, con sorprendente precisione, la geografia dello sviluppo economico del Paese. Roma e Milano sono gli epicentri. La Capitale concentra da sola il 26,1% del totale, con 2.621 persone, seguita da Milano con 1.641. Non è un caso: sono anche i mercati del lavoro più grandi, i poli di attrazione economica più forti — e, allo stesso tempo, quelli dove il costo della vita e dell’abitare ha raggiunto livelli più selettivi.

Se si leggono questi dati con una lente economica, ciò che emerge è il ritratto di una forza lavoro “congelata”. Oltre il 61% delle persone nelle strutture ha tra i 31 e i 60 anni, la fascia teoricamente più produttiva. Tra chi vive in strada, questa quota sale al 73,2% . Non si tratta quindi di marginalità residuale, ma di una quota significativa di popolazione attiva che il sistema non riesce più a intercettare. È qui che il fenomeno smette di essere solo sociale e diventa economico. Perché ogni persona che resta fuori dal mercato del lavoro rappresenta una perdita di produttività, ma anche un aumento dei costi indiretti: assistenza, emergenza abitativa, sanità, sicurezza urbana.

Anche il sistema di accoglienza racconta questa tensione. I posti letto disponibili sono 6.678, a fronte di oltre 10mila persone: uno squilibrio strutturale che lascia circa il 45% senza alcuna soluzione, costrette ogni notte a cercare riparo in strada . È il segnale di un’infrastruttura sociale che non riesce più a tenere il passo con la pressione economica.

Guardando alla distribuzione territoriale, emerge una frattura che è prima di tutto economica. Al Nord, il fenomeno è più ampio ma in parte “assorbito” dai servizi: città come Milano o Torino mostrano numeri elevati, ma anche una maggiore capacità di risposta. Al contrario, in contesti come Genova o Firenze, la strada diventa l’esito prevalente, con quote di persone all’aperto che superano la metà del totale . Al Sud il quadro cambia ancora. I numeri assoluti sono più contenuti e, in alcune città, la quota di persone in strada è più bassa — come a Messina (19,4%) o Bari (19,8%) — ma il profilo è diverso: più giovane, più fragile, più legato a una disoccupazione strutturale . A Catania, ad esempio, quasi il 40% degli ospiti delle strutture ha meno di 30 anni. È una distinzione cruciale: al Nord l’esclusione abitativa è spesso il risultato di mercati immobiliari saturi e costi della vita fuori scala; al Sud è più frequentemente l’esito di una mancata integrazione nel mercato del lavoro.

Anche la composizione per nazionalità riflette modelli economici differenti. Nelle città del Nord gli stranieri rappresentano la maggioranza nelle strutture, superando in molti casi l’80%, mentre in città come Napoli o Cagliari prevale la componente italiana . Segno che i flussi migratori si intrecciano con le economie urbane più dinamiche, ma anche più selettive.

Letto in questa chiave, il numero dei senza dimora diventa un vero e proprio indicatore urbano. Non misura solo la povertà, ma l’efficienza complessiva di una città: il funzionamento del mercato del lavoro, l’accessibilità della casa, la tenuta dei sistemi di welfare. Ogni giaciglio sotto un portico, ogni presenza stabile in una stazione, non è solo una storia individuale. È un dato economico. È il punto in cui un ingranaggio si è inceppato. E più quel numero cresce, più indica che il costo della povertà — umano, sociale ed economico — sta diventando una delle voci più pesanti, e meno sostenibili, nel bilancio futuro delle nostre città.

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