Top News
Post referendum: da cosa dovrebbero ripartire i due fronti
Di Giovanni Manco
Ha vinto il no. E lo ha fatto con un margine che nessuno avrebbe potuto immaginare qualche mese fa. Della rimonta avevamo parlato: c’era un margine che si stava assottigliando e che poteva far immaginare un controsorpasso anche di misura. Ma invece è risultata assai più larga, questa misura. Un dato inaspettato anche dagli analisti. Così come inaspettata è stata la partecipazione: quasi 60% in un’epoca storica in cui, causa sfiducia verso la politica e percezione di inutilità, il partito più forte è quello dell’astensione. Ma quello che vogliamo chiederci ora è, con un occhio al posizionamento e alla comunicazione, cosa lascerà questo risultato nei due fronti?
Meloni, urge una nuova storia
A perdere più di tutti è senza dubbio Giorgia Meloni. In primis per il ruolo che ha ma anche e soprattutto per via della grande esposizione a cui si è sottoposta nelle ultime settimane. Dal super video spezzettato in reel alla ospitata da Fedez: visto il margine scendere sempre più, ha deciso di scendere in campo. È sembrata la sua battaglia, ad un certo punto. Paradossale visto che se avesse potuto sceglierne una sola avrebbe spinto per “la madre di tutte le riforme”, quella del premierato. Ora paga lo scotto e non potrebbe essere altrimenti. Niente dimissioni ma una necessità urgente e non rinviabile: aggiornare la narrazione. Nel suo video post sconfitta Meloni ha detto “andiamo avanti”. Ma come? Fallite le riforme – autonomia differenziata oltre alle già citate del premierato e della giustizia – il suo governo seppur longevo, chiuderà senza qualcosa di davvero tangibile. Manca un anno al 2027 e la Premier ha bisogno di una nuova storia, un racconto che tenga in tensione l’elettorato fino al giorno del voto. Quando sarà.
Campo largo, resistere alle tentazioni
Nel campo largo la necessità è invece un’altra: non farsi vincere dalla tentazione di intestarsi per intero merito della vittoria. È una sconfitta per il governo, certo, ma non necessariamente una vittoria per l’opposizione. Più che del contributo delle leadership di centrosinistra, infatti, il no sembra essere stato spinto – per la maggior parte – da motivazioni di altra natura. In primis, come riportato anche dall’analisi di YouTrend, la volontà di difendere la Costituzione. 2006, 2016, 2026: gli italiani, ogni volta che sono stati chiamati in causa, hanno preferito non toccare la carta costituzionale. Fa eccezione solo il taglio dei parlamentari di pentastellata firma. Altri fattori hanno contribuito: l’attiva campagna per il no da parte di alcuni media, ad esempio. E poi c’è la leva, istintuale e umana, della mobilitazione contro qualcuno. L’esposizione di Meloni ha chiamato a raccolta i suoi, certo. Ma, in maniera uguale e contraria, i suoi oppositori. Insomma, per farla breve, l’errore che non dovrebbe fare il campo largo è pensare che se si votasse oggi vincerebbe le elezioni. È un punto di partenza, non un arrivo. Per citare l’Andreotti raccontato da Paolo Sorrentino ne Il Divo: la situazione è un po’ più complessa.





