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Referendum, bollette ed Europa: la strategia della Meloni
Di Beatrice Telesio di Toritto
La recente intervista rilasciata dalla premier segna un passaggio politico rilevante in una fase di alta densità istituzionale. Non tanto per le singole dichiarazioni, quanto per il quadro complessivo che emerge: un governo impegnato a consolidare il fronte interno mentre si prepara a un contesto europeo sempre più competitivo e instabile. Il baricentro resta il referendum sulla giustizia, trasformato in un passaggio di legittimazione democratica e insieme in un test di coesione per la maggioranza. La linea è quella di evitare l’escalation istituzionale, respingere la narrazione dello scontro frontale con la magistratura e riportare il confronto dentro una cornice di equilibrio tra poteri dello Stato. Ma il valore politico del voto va oltre il merito dei quesiti: rappresenta un momento identitario, utile a misurare la capacità del centrodestra di mobilitare consenso su una riforma strutturale.
Accanto alla giustizia, l’altro pilastro della narrazione governativa è quello economico. La difesa del decreto sulle bollette viene presentata come intervento necessario per sostenere famiglie e imprese in un contesto ancora esposto alla volatilità energetica. Il messaggio è duplice: protezione del potere d’acquisto e tutela della competitività industriale. Tuttavia, il margine di manovra resta limitato. La nuova governance economica europea impone un percorso di rientro credibile del debito e l’Italia continua a essere osservata speciale sui conti pubblici. La sfida è dimostrare che sostegno economico e disciplina fiscale non sono alternativi ma complementari.
Nel fondo, l’intervista disegna una strategia di stabilità. In una fase segnata da rallentamento industriale europeo, tensioni commerciali e incertezza geopolitica, il governo punta a presentarsi come garante di continuità e affidabilità. La gestione del PNRR, l’attrazione di investimenti e la semplificazione normativa diventano tasselli di un’unica cornice: rafforzare la posizione dell’Italia senza scivolare in scelte che compromettano l’equilibrio finanziario. È una linea che mira a tenere insieme consenso interno e credibilità esterna.
Solo su questo sfondo si innesta il passaggio europeo. La Munich Security Conference ha evidenziato come la sicurezza sia tornata al centro dell’agenda continentale, intrecciandosi con competitività industriale, autonomia tecnologica e politica energetica. Per l’Italia, la questione non è solo partecipare al dibattito ma evitare marginalizzazioni nei processi decisionali guidati dai grandi Stati membri. La solidità politica interna diventa dunque una leva negoziale. Senza stabilità domestica, il peso europeo si riduce.
Il nodo resta la coerenza tra narrativa e attuazione. Giustizia, energia, finanza pubblica, sicurezza europea: la simultaneità dei dossier richiede priorità chiare e capacità di costruire alleanze, tanto in Parlamento quanto a Bruxelles.





