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Europa al bivio: tra autonomia strategica, atlantismo e sfida tecnologica
Di Virginia Caimmi
A Monaco di Baviera, nel fine settimana, il dibattito transatlantico europeo ha cambiato tono. Alla Conferenza sulla Sicurezza, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha rilanciato la necessità di aumentare la spesa per la difesa e rafforzare l’autonomia operativa europea, ma è andato oltre: ha messo in discussione la tenuta dei valori politici condivisi che hanno sorretto per decenni l’alleanza atlantica, avvertendo che l’Europa deve essere pronta a garantire la propria sicurezza dentro – e, se necessario, accanto – alla NATO. Un passaggio che molti osservatori hanno letto come un punto di svolta, il segnale che una parte della leadership europea si prepara a un allineamento più lasco con Washington e a una postura strategica più autonoma.
Su un registro diverso si è collocata Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio ha riconosciuto l’urgenza di rafforzare le capacità difensive europee, ma ha respinto l’idea di una frattura valoriale sull’asse atlantico, ribadendo la centralità politica e strategica della cooperazione tra Stati Uniti ed Europa. L’apertura a una partecipazione italiana come osservatore alla Peace Board per Gaza promossa da Donald Trump, insieme alla richiesta di un coordinamento più stretto tra UE e Washington su sicurezza e sviluppo, colloca Roma come contrappeso atlantista rispetto alle spinte verso l’autonomia strategica che emergono a Berlino.
Alla Munich Security Conference era presente anche il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha partecipato a un incontro informale dei ministri del G7 – il primo in presenza sotto presidenza francese – e successivamente al formato E5 con Francia, Germania, Polonia e Regno Unito, piattaforma di dialogo strategico su difesa europea e sfide comuni. Un’agenda che fotografa un’Europa in cerca di equilibrio tra rafforzamento interno e coesione esterna. Nelle stesse ore, Meloni era ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa a livello di capi di Stato e di governo, intervenendo alla 39ª sessione ordinaria dell’Assemblea dell’Unione Africana. Il messaggio è stato chiaro: il Piano Mattei non come strumento di influenza, ma come partenariato tra pari, fondato su cooperazione, investimenti e sviluppo condiviso, non su assistenzialismo o sfruttamento. La premier ha rivendicato i risultati su alleggerimento del debito, infrastrutture e formazione, indicando nell’alleanza strategica Europa-Africa centrata su educazione, innovazione e opportunità la chiave per trattenere i giovani e stabilizzare il continente. Il destino dei due continenti, ha sostenuto, è inseparabile.
Sul fronte economico, il tema della semplificazione torna al centro. Il commissario europeo Valdis Dombrovskis ha delineato l’iniziativa complessiva della Commissione: meno vincoli, più efficienza, ma soprattutto un cambio di mentalità. La semplificazione non può restare uno slogan di Bruxelles; richiede l’impegno concreto degli Stati membri, chiamati non solo a recepire direttive ma a tradurle in differenze tangibili per imprese e cittadini. L’obiettivo è liberare energie in tutti i settori, attraverso un dialogo sistematico con gli operatori per garantire coerenza e impatto reale. In gioco non c’è soltanto la riduzione della burocrazia, ma la credibilità stessa dell’Unione come spazio competitivo.
E mentre si discute di autonomia strategica e alleggerimento normativo, Bruxelles prova a trasformare la strategia in azione sul terreno più sensibile: l’intelligenza artificiale. Il 13 febbraio la Commissione ha lanciato la Frontier AI Grand Challenge, nell’ambito della Apply AI Strategy, insieme all’EuroHPC Joint Undertaking. Una competizione faro per sviluppare un modello europeo “di frontiera”, con almeno 400 miliardi di parametri, capace di competere con i colossi globali sfruttando l’infrastruttura di supercalcolo europea. Un solo progetto sarà selezionato, con accesso fino al 2,5% della capacità complessiva EuroHPC per un anno, nell’ambito del progetto AI-BOOST.
L’ambizione è duplice: colmare il divario strategico nell’AI avanzata e rendere disponibili modelli aperti a pubbliche amministrazioni, comunità scientifiche e imprese nei settori chiave, dalla manifattura alla sanità, fino ai sistemi autonomi. In altre parole, costruire un ecosistema “Made in Europe” che sia competitivo, affidabile e centrato sull’uomo. Tra Monaco e Addis Abeba, tra semplificazione normativa e supercalcolo, l’Europa si scopre a un bivio. Più autonoma o più integrata con Washington? Più regolatrice o più agile? La risposta, forse, sta nella capacità di tenere insieme sicurezza, sviluppo e innovazione senza smarrire il filo politico che tiene unito il progetto europeo.





