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Il nuovo baricentro europeo passa da Roma e Berlino
Di Beatrice Telesio di Toritto
La settimana politica europea si è mossa su un crinale curioso, sospeso tra la solennità delle cerimonie e il realismo un po’ brutale della geopolitica. Da un lato le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, dall’altro il riassestamento degli equilibri continentali tra Roma, Berlino e Bruxelles, con sullo sfondo la 62ª edizione della Munich Security Conference che, come ogni febbraio, ricorda agli europei che il mondo non è un convegno ma un campo di tensioni permanenti.
Le Olimpiadi hanno offerto all’Italia una parentesi quasi sospesa: per qualche giorno il Paese si è presentato come piattaforma di cooperazione, infrastruttura simbolica, vetrina ordinata. In un tempo in cui l’agenda pubblica è dominata da guerre e frammentazioni, l’evento sportivo ha funzionato come dispositivo di rassicurazione collettiva. In controluce, però, resta la dimensione politica: grandi eventi significano diplomazia informale, incontri laterali, messaggi lanciati con il linguaggio sobrio delle presenze istituzionali. L’Italia ha giocato la carta dell’affidabilità, e non è un dettaglio in una fase in cui l’Europa cerca punti fermi più che slanci retorici.
Su questo sfondo si inserisce il riavvicinamento tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz, suggellato dal vertice nelle Fiandre. Un asse che, fino a pochi mesi fa, sarebbe stato letto come un’ipotesi azzardata e che oggi appare come un tentativo pragmatico di ricalibrare il baricentro europeo. Roma e Berlino hanno interessi convergenti su competitività, revisione delle regole industriali e maggiore flessibilità strategica. La differenza è nel tono: la Germania parla il linguaggio della disciplina, l’Italia quello della sovranità cooperativa. Ma l’obiettivo comune è evitare che l’Unione resti schiacciata tra Washington e Pechino senza una propria postura.
Il vertice nelle Fiandre ha avuto anche un valore simbolico: spostare la conversazione dal tradizionale asse franco-tedesco a una triangolazione più ampia, in cui il Nord produttivo e il Sud manifatturiero si riconoscono come parti della stessa equazione. Se l’Europa deve riorganizzarsi, non può farlo solo attorno alle vecchie formule. L’asse Meloni-Merz è, in questo senso, meno ideologico di quanto sembri: è un tentativo di costruire massa critica su dossier concreti, dalla difesa comune alla politica energetica.
Ed è qui che entra in scena Monaco. Alla Munich Security Conference si discute di Ucraina, Medio Oriente e, soprattutto, del rapporto con gli Stati Uniti. Le tensioni atlantiche non sono una rottura, ma una ridefinizione: Washington chiede più responsabilità europea, l’Europa chiede più prevedibilità americana. È un dialogo tra alleati che si scoprono meno allineati di quanto fossero abituati a pensare. L’ombrello resta, ma il vento cambia direzione.
In questo contesto, l’Italia prova a posizionarsi come ponte. Non è una novità storica, ma è una scelta che oggi assume un peso diverso. Se l’asse con Berlino serve a rafforzare la credibilità europea, la presenza a Monaco serve a ribadire l’ancoraggio atlantico. L’equilibrio è sottile: troppo europeismo rischia di apparire velleitario, troppo atlantismo di risultare subordinato. La politica, come lo sport olimpico, è questione di dosaggio.





