News

Corporate governance, la partita dell’attrattività passa da Milano

13
Febbraio 2026
Di Ilaria Donatio

La corporate governance non è più soltanto un capitolo del diritto societario. È diventata una variabile strategica nella competizione tra sistemi economici per l’attrazione dei capitali e delle società. Sempre più imprese scelgono dove stabilire la propria sede anche in funzione della qualità e della prevedibilità delle regole, come dimostra il crescente appeal di ordinamenti percepiti come più stabili e favorevoli, a partire dai Paesi Bassi.

È in questa chiave che va letta la Corporate Governance Conference organizzata da Assonime con la mediapartnership di Urania News, a Milano, nella sede simbolica di Palazzo Mezzanotte. L’associazione delle società per azioni italiane ha riportato al centro del dibattito un nodo che oggi è apertamente politico: la qualità della governance come misura della credibilità del mercato italiano.

Il confronto arriva in una fase di profonda ridefinizione dell’architettura finanziaria nazionale: riforma del Testo unico della finanza, revisione delle regole su Opa e acting in concert, maggiore flessibilità nei percorsi di permanenza e uscita dai mercati regolamentati. Non interventi isolati, ma un ripensamento complessivo degli equilibri tra controllo, investitori e sistema Paese.

Sul piano europeo, il sottosegretario all’Economia Federico Freni ha ribadito che “il mercato unico europeo è una necessità indifferibile per il mercato dei capitali”. Non esiste, ha spiegato, “un mercato dei capitali del futuro se non è un mercato europeo, che parta da un’infrastruttura unica e arrivi a essere un unico mercato”. La competitività, secondo Freni, passa da regole omogenee e appetibili: “Se abbiamo regole troppo diverse sarà complicato fare un mercato”. Un messaggio che si intreccia direttamente con il cantiere aperto sulla riforma del TUF e con la necessità di allineare il sistema italiano agli standard continentali.

La dimensione europea è tornata anche nelle parole del presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, che ha rilanciato il tema degli Eurobond come strumento non solo di finanziamento, ma di costruzione di un mercato “vasto, profondo e liquido per la finanza europea”. Secondo Gros-Pietro, è “proprio quello che ci manca per rendere l’euro una moneta a ancora più ampia diffusione mondiale”. Allo stesso tempo ha richiamato la necessità di un allineamento normativo tra Europa e Stati Uniti, in particolare sul trattamento dei rischi e dei crediti deteriorati, per garantire una concorrenza “a terreni livellati”.

Ma la governance oggi non è soltanto architettura istituzionale. È anche capacità di governare la trasformazione tecnologica. Fabio Pompei, ceo di Deloitte Central Mediterranean, ha messo al centro la responsabilità dei consigli di amministrazione nell’era dell’intelligenza artificiale. “Le competenze sull’intelligenza artificiale devono essere trasversali all’interno dei board”, ha affermato, chiarendo che i consiglieri “non devono diventare tutti esperti di algoritmi”, ma devono essere in grado di valutare rischi e impatti dei modelli di IA. Per Pompei, il modello tradizionale fondato sulla delega al management delle questioni tecnologiche “non è più sufficiente”: la presenza di competenze adeguate nei board diventa parte integrante dell’idoneità complessiva del consiglio, soprattutto nelle società regolamentate.

Sullo stesso terreno si è mosso Giovanni Gorno Tempini, presidente di Cassa Depositi e Prestiti, che ha descritto una governance attraversata da crescente complessità regolatoria e informativa, tale da rischiare di comprimere il tempo e la qualità delle decisioni strategiche. In questo contesto, ha sottolineato Gorno Tempini, il Cda resta “un presidio essenziale non solo di controllo, ma di indirizzo e responsabilità nella creazione di valore nel lungo periodo”. In Cdp l’intelligenza artificiale è considerata un fattore abilitante di una governance più efficace: strumenti sviluppati in ambienti sicuri possono supportare i consiglieri con sintesi intelligenti e analisi mirate. “L’IA non sostituisce il giudizio umano, ma ne rafforza la qualità”.

Anche dal settore bancario è arrivata una riflessione sul potenziale impatto dell’IA. Gros-Pietro ha osservato che è “plausibile che l’intelligenza artificiale cambierà moltissime attività” e si è chiesto se possa fare “una parte del lavoro del presidente di una banca”. Di fronte a nuove norme o cambiamenti regolatori, ha spiegato, l’IA potrebbe analizzare in tempi rapidissimi l’impatto su contratti e attività, riducendo settimane di lavoro umano. “Lo fa meglio? Questo non lo so. Però sicuramente questa è un’attività che sarà toccata”.

Il tema della qualità dei board è tornato anche nell’intervento del presidente di Generali, Andrea Sironi, che ha riconosciuto al governo “un ottimo lavoro” nel rivedere una normativa stratificata nel tempo, ma ha segnalato una criticità nella disciplina delle nomine prevista dalla Legge Capitali. Secondo Sironi, i meccanismi di lista e le possibili seconde votazioni rappresentano “un freno importante nell’attrarre persone di qualità che hanno un mercato e che sono richieste”, soprattutto quando si tratta di candidati internazionali.

Il confronto non è rimasto sul piano teorico. Giampiero Massolo, presidente di Mundys, ha escluso “piani di vendita” della partecipazione del 51% in Telepass, mentre è in vendita il 49% detenuto da Partners Group. “Noi stiamo guardando, vedendo gli sviluppi: non ci sono in questo momento dei piani di vendita”, ha chiarito a margine dei lavori. Un esempio concreto di come assetti proprietari e scelte di governance si intreccino con le dinamiche di mercato.

Sul fronte industriale, il presidente di Leonardo, Stefano Pontecorvo, ha confermato che l’acquisto di Iveco Defence “verrà completato entro il primo trimestre come previsto”, ribadendo che “non ci sono variazioni” rispetto agli annunci. Anche in questo caso, stabilità degli impegni e chiarezza delle decisioni rappresentano un segnale al mercato.

Il filo rosso che attraversa tutti gli interventi è chiaro: la governance è diventata un indicatore sintetico della qualità di un sistema economico. Misura la prevedibilità delle decisioni, la solidità dei controlli, la capacità di gestire transizioni senza discontinuità distruttive. Incide sul costo del capitale e sulla propensione degli investitori a impegnarsi nel lungo periodo.

Assonime, mettendo attorno allo stesso tavolo istituzioni, grandi gruppi industriali, banche e advisor globali, ha trasformato un tema tecnico in una questione di competitività nazionale. Perché i mercati non valutano soltanto i bilanci. Valutano il modo in cui il potere è distribuito, controllato e reso responsabile all’interno delle imprese. E senza un allineamento credibile agli standard impliciti dei mercati globali, nessuna riforma potrà colmare il divario di attrattività del sistema Italia.