Cultura
Referendum Giustizia: questione di complessità (ma la comunicazione non aiuta)
Di Giovanni Manco
Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo sta mettendo a nudo un limite strutturale: quando il quesito è tecnico, lo strumento referendario parte già in salita. Nei referendum “percepiti” – divorzio, aborto, nucleare – l’elettore trovava nella propria esperienza una ragione immediata per scegliere. Qui no: serve mediazione, spiegazione, traduzione. La politica, però, a ben vedere, non fa nulla per modificare questa difficoltà di partenza. Anzi, la subisce. Quindi, scivola nelle semplificazioni e trasforma il merito in tifo. Il risultato (o la conseguenza?) è una campagna povera dal punto di vista della comunicazione.
Il pericolo fascista
I partiti di centrosinistra stanno riportando in auge un vecchio topos della comunicazione politica progressista: il pericolo fascista. Il fatto che non abbia funzionato alle elezioni politiche del 2022, quando ignorando la lezione di Lakoff non si è fatto altro che rinforzare i frame di Giorgia Meloni, non è stato un invito sufficiente a desistere e di nuovo si sta ricorrendo a questa ineffabile strategia. In maniera, se vogliamo, ancora più propagandistica. La semplificazione che sta facendo, ad esempio, il Partito Democratico – con un reel di cui si sta discutendo parecchio in queste ore – è questa: “Se voti sì, sei fascista”. Nel copy viene offerto il contesto e la motivazione: CasaPound ha annunciato pubblicamente che voterà “sì” al referendum. Da qui il doppio sottinteso: se voti “sì”, allora sei fascista anche tu; se voti “sì” compi persino un sacrilegio, perché toccare la Costituzione sarebbe inaccettabile ipso facto. Peccato però che sia la stessa Costituzione, all’articolo 138, a prevedere esplicitamente la possibilità di essere riformata. E il PD, del resto, non ha certo rinunciato a tentare questa strada in passato: basti pensare alla riforma costituzionale del 2016 promossa da Renzi e sostenuta, per inciso, anche da CasaPound. Il risultato è una narrazione fragile, criticata perfino da esponenti dello stesso partito.
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Contro i centri sociali
Non è da meno il fronte del centrodestra. Dove Fratelli d’Italia, che è partito di governo, non prende una via tanto diversa. In un post pubblicato sugli account social, vengono riprese le immagini degli scontri di Torino alla manifestazione di Askatasuna dello scorso 31 gennaio: “Loro votano no e ringraziano la toga rossa. Noi votiamo sì”. L’aggravante, se vogliamo, è che la posizione sul referendum è stata “messa in bocca” (anzi, in grafica) da chi ha costruito il post. Ma al di là di questo, possiamo notare come anche qui si gioca sulla contrapposizione con l’avversario che, nella memoria storica dell’elettore di centrodestra, assume le fattezze del militante di sinistra. Del frequentatore dei centri sociali. Dei poveri comunisti (cit.). Un gioco manicheo che però può divertire solo gli elettori che sono già graniticamente convinti di stare dalla parte giusta della storia. Scorrendo il feed, poi, troviamo anche un uso massiccio di intelligenza artificiale: quelli che votano sì assumono le fattezze di Voldemort, Joker, Scar, e altri villain dall’universo audiovisivo. L’intento è altrettanto chiaro. Si vuole dividere il mondo in buoni (quelli che votano sì) e non buoni (quelli che votano no).
Una campagna senza guizzi
In generale, ambedue le parti si distinguono per contribuire a una campagna elettorale, dal punto di vista della comunicazione, povera di guizzi. La debolezza di questi messaggi è presto detta: funzionano, sì, ma solo con i pubblici fidelizzati. Non hanno cioè l’effetto di andare al di là della propria audience consolidata, di attecchire nel cuore degli elettori che stanno in mezzo o peggio ancora di quelli che non sono sicuri di andare a votare. Secondo il sondaggio di Alessandra Ghisleri per Porta a Porta, un italiano su due non sa ancora se andrà a votare. E le comunicazioni dei partiti, lungi dal fornire spiegazioni di merito, ma anche dall’impartire narrazioni vagamente capaci di parlare a un pubblico più ampio, non aiutano.
Una via diversa
Non c’è da stupirsi se in molti siano orientati a non andare a votare. D’altronde, dicevamo, il referendum è complesso, estremamente tecnico. Non tutti, forse, hanno gli strumenti per maturare una opinione. Chi dovrebbe dare una lettura? La politica, che però è impegnata ad alimentare la guerriglia tra bande. I media, impegnati a loro volta a raccontare della guerriglia di cui sopra. E se entrare nei tecnicismi risulta troppo complesso, i partiti potrebbero quantomeno fare un buon utilizzo dello storytelling: storie di mala giustizia da una parte, storia di buona giustizia dall’altra. Dimostrare, esempi alla mano, che le cose funzionano già così o che le cose non vanno bene e richiedono un cambiamento. E invece, si invocano fantasmi neri e fantasmi rossi. Ma i fantasmi li vedono solo coloro che ci credono.





