Ambiente

Italia, aria più pulita. Ma non abbastanza

09
Febbraio 2026
Di Lorenzo Berna

Negli ultimi decenni l’inquinamento atmosferico in Europa è diminuito in modo costante, ma continua a rappresentare il principale rischio ambientale per la salute delle persone. Lo smog resta una causa rilevante di malattie, riduzione della qualità della vita e morti premature che, in larga parte, potrebbero essere evitate. Per questo servono interventi strutturali e risorse adeguate che agiscano su mobilità, riscaldamento domestico, emissioni industriali, agricoltura e allevamenti intensivi.

Nel tempo l’Unione europea ha introdotto standard sempre più stringenti sulla qualità dell’aria. Per alcuni inquinanti diversi Paesi sono già in linea con i limiti fissati dalla normativa, ma in molte aree del continente le concentrazioni restano superiori sia agli standard attuali sia ai valori guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, che risultano ancora più severi. I nuovi limiti europei, che entreranno in vigore entro il 2030, dovrebbero contribuire a ridurre l’impatto sanitario e ad avvicinare la qualità dell’aria alle indicazioni dell’OMS. Tuttavia, lo scenario resta complesso, perché le fonti emissive sono molteplici e intrecciate, dai trasporti al riscaldamento civile, passando per industria e settore agricolo.

In questo quadro l’Italia occupa una posizione particolarmente delicata. È uno dei Paesi europei più colpiti dall’inquinamento atmosferico e da anni sconta una situazione strutturalmente critica, tanto da aver già accumulato quattro procedure di infrazione per il mancato rispetto delle norme sulla qualità dell’aria.

Il report Mal’Aria di città 2026 restituisce una fotografia articolata. Da un lato emergono segnali di miglioramento: nel 2025 solo 13 capoluoghi di provincia hanno superato i limiti giornalieri di PM10, contro i 25 dell’anno precedente. È uno dei risultati più positivi degli ultimi anni, ma non sufficiente a indicare un vero cambio di rotta. Guardando agli obiettivi del 2030, l’Italia resta infatti lontana dai nuovi parametri europei. Applicando oggi quei limiti, oltre la metà delle città risulterebbe fuori norma per il PM10, quasi tre su quattro per il PM2.5 e più di un terzo per l’NO2.

I progressi osservati appaiono inoltre fragili e non sostenuti da scelte politiche coerenti. A preoccupare è soprattutto il bacino padano, una delle aree più inquinate d’Europa, dove si concentra una quota rilevante delle morti attribuibili al PM2.5. Proprio mentre iniziano a vedersi timidi miglioramenti, la riduzione delle risorse destinate al Fondo per la qualità dell’aria rischia di indebolire gli interventi nei territori più colpiti, esponendo il Paese a nuove infrazioni e, soprattutto, a un arretramento nella tutela della salute pubblica.

A complicare il quadro c’è anche un cambiamento nella geografia dello smog. Le polveri sottili non colpiscono più solo le grandi aree metropolitane, ma sempre più spesso interessano centri piccoli e medi, anche rurali, spesso meno consapevoli del problema e meno attrezzati per affrontarlo. In queste zone incidono in modo significativo anche le emissioni legate all’agricoltura e agli allevamenti intensivi.

La lotta all’inquinamento atmosferico in Italia non può più essere affrontata come un’emergenza episodica o affidata alle condizioni meteorologiche favorevoli. Deve diventare un obiettivo strutturale delle politiche ambientali. Senza una strategia solida su trasporto pubblico, elettrificazione dei veicoli, riqualificazione energetica degli edifici e transizione verso modelli agricoli meno intensivi, gli obiettivi europei resteranno difficili da raggiungere. I progressi ottenuti finora dimostrano che il cambiamento è possibile, ma solo se perseguito con continuità, decisione e responsabilità condivisa tra Stato, Regioni e amministrazioni locali.