Cultura

“La grazia” del dubbio

04
Febbraio 2026
Di Ilaria Donatio

«Di chi sono i nostri giorni?». La domanda arriva quasi all’inizio di La grazia di Paolo Sorrentino, nel dialogo tra Mariano De Santis e sua figlia Dorotea. Non è una provocazione filosofica, ma una crepa. Dentro ci stanno il potere, la legge, la morte, la libertà. E soprattutto ci sta un uomo che, pur essendo Presidente della Repubblica, scopre di non avere una risposta. Solo alla fine del film quella domanda trova una forma: «Sono i nostri. Ma il paradosso è che non basta tutta la vita per comprenderlo». In mezzo, Sorrentino costruisce il percorso morale di un personaggio costretto a misurare cosa significhi davvero decidere della vita degli altri.

De Santis, interpretato da un Toni Servillo monumentale, è un Presidente al semestre bianco, cattolico, giurista, vedovo e padre. Ma soprattutto è un uomo che abita la solitudine del potere con pudore e rigore. Il Quirinale che Sorrentino mette in scena è quasi un luogo astratto, spogliato di retorica, dove le decisioni non hanno più il conforto dell’apparato. È qui che arrivano sul suo tavolo due richieste di grazia e una proposta di legge sull’eutanasia, ed è qui che il film entra nel vivo.

In La grazia il dubbio non è una debolezza né una sospensione: è una forza che spinge. Non serve a rimandare, ma a capire se si è ancora degni di scegliere. La domanda «di chi sono i nostri giorni?» non paralizza De Santis, lo mette in movimento. Sorrentino lo ha spiegato con chiarezza: «Per Andreotti la verità non era utile. Per Berlusconi non esisteva. Per De Santis, invece, è tutto quel che conta. Queste sono le differenze tra i tre. Sono tre modi diversi di intendere il mondo». È questa ossessione per la verità che rende De Santis una figura tragica più che politica: quando la verità è tutto ciò che conta, non ci si può più nascondere dietro la convenienza o la procedura.

Ma il dubbio, da solo, non basta a muovere un uomo. A spingere De Santis è l’amore, in tutte le sue forme imperfette. L’amore per la moglie scomparsa, ancora intriso di malinconia e rabbia per un tradimento lontano. L’amore per i figli. L’amore per il diritto, inteso non come macchina di potere ma come tentativo umano di giustizia. E persino l’amore per piccole aperture emotive, come la musica, che nel film diventano varchi in un’esistenza regolata da protocolli e silenzi.

È qui che entra Dorotea, interpretata da Anna Ferzetti, l’altra grande protagonista del film. Il talento della sua interpretazione non sta solo nella precisione emotiva, ma nella funzione narrativa che assume: è attraverso di lei che il personaggio di Servillo cambia. Presidente, padre, poi di nuovo Presidente, a volte entrambe le cose nello stesso istante. Dorotea è una donna che ha vissuto a lungo all’ombra del padre, aiutandolo a prendersi cura di se stesso e, indirettamente, del Paese. Lo ha visto indietreggiare, rimandare, evitare di scegliere, e ne ha sofferto. Soprattutto si è sentita non vista, spesso non riconosciuta. Poiché La grazia si muove tutta nel presente del racconto, queste fratture non vengono mai rese esplicite: affiorano in scene che parlano apparentemente d’altro, di una dieta presidenziale o di una legge da firmare. Se Servillo è il capitano della nave, Ferzetti è la timoniera: quella che ne corregge la rotta e costringe il potere a guardare dove non vorrebbe.

I dossier che arrivano sul tavolo di De Santis non sono simbolici. Le due richieste di grazia riguardano il carcere, cioè il punto in cui lo Stato esercita la sua forma più estrema di potere sui corpi. In un sistema penitenziario come quello italiano, segnato da sovraffollamento cronico, con istituti che superano regolarmente il 130 per cento della capienza regolamentare e condizioni che moltiplicano disagio e sofferenza, la grazia non è un atto di indulgenza ma una domanda radicale: una persona può essere più del proprio reato? Organizzazioni come Nessuno tocchi Caino lo ricordano da anni, riportando al centro del dibattito il volto umano delle statistiche.

Allo stesso modo, la proposta di legge sull’eutanasia che attraversa il film non è un artificio narrativo. In Italia il fine vita resta uno dei grandi buchi neri della politica: l’eutanasia attiva è vietata, il suicidio medicalmente assistito è stato ammesso solo in casi circoscritti dalla Corte costituzionale, e manca una legge che dia regole chiare a chi vive una sofferenza irreversibile. Come sottolinea da tempo l’Associazione Luca Coscioni, questo vuoto lascia migliaia di persone e famiglie sospese in una zona grigia in cui il tempo e il dolore diventano una sorta di processo senza giudice.
È in questo spazio che La grazia trova la sua forza più politica. Non perché offra soluzioni, ma perché mostra cosa significa stare dentro una decisione che non può essere ridotta a un algoritmo. La grazia, qui, non è clemenza, ma responsabilità. E il fine vita non è una disputa ideologica, ma la domanda più nuda sulla libertà.

In un tempo saturo di certezze urlate e di verità brandite come armi, Sorrentino sceglie un’altra strada: quella della grace under pressure, la grazia che nasce quando si sospende il giudizio facile e si accetta di portare il peso della scelta. È forse questa, alla fine, la forma più alta di politica.
Servillo, come sempre, fa innamorare dell’umanità che rappresenta. E innamorarsi dell’umanità significa anche arrabbiarsi, commuoversi, ridere, sentire nostalgia, sentirsi scomodi. Tutto questo accade guardando La grazia. E quando succede, quella è davvero una Grazia.