News

Draghi a Leuven: “L’ordine globale è defunto, l’Europa deve diventare potenza”

03
Febbraio 2026
Di Ilaria Donatio

Nel mondo che conoscevamo, quello costruito dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa poteva permettersi di essere soprattutto un grande mercato. Oggi quel mondo, dice Mario Draghi, «non esiste più». Nel discorso pronunciato all’Università di Leuven, dove ha ricevuto una laurea honoris causa, l’ex presidente del Consiglio ed ex numero uno della Bce affida all’Europa una scelta che non può più essere rimandata: restare un’area di scambio regolata oppure diventare una vera potenza politica, economica e strategica.

La diagnosi è netta. L’ordine internazionale fondato su regole condivise, apertura dei mercati e garanzie di sicurezza esterne ha garantito all’Unione decenni di stabilità e crescita, ma oggi si è frantumato sotto il peso delle nuove rivalità geopolitiche, della competizione tecnologica e del ritorno della forza come strumento di pressione. In questo scenario, l’Europa resta esposta, perché forte dove ha integrato davvero – commercio, concorrenza, mercato unico – e debole dove continua a muoversi in ordine sparso, dalla difesa alla politica estera, dalla sicurezza energetica alla politica industriale.

Draghi non indulge nella retorica europeista, ma insiste su un punto politico preciso: la frammentazione non è più sostenibile. Le dipendenze strategiche, dalle materie prime critiche alle tecnologie avanzate, e la difficoltà di reagire con rapidità alle crisi mostrano il limite di un’Unione che decide all’unanimità e che fatica a trasformare la propria dimensione economica in potere reale. Continuare così significa accettare una progressiva irrilevanza, schiacciati tra Stati Uniti e Cina in un mondo che premia la scala e la capacità di decisione.

Da qui la proposta, che è insieme concettuale e operativa: avviare un percorso verso una federazione europea capace di agire nei settori chiave, anche attraverso un’integrazione differenziata. Non un salto ideologico, ma un approccio pragmatico, in cui i Paesi pronti a condividere sovranità su difesa, industria e politica estera possano farlo senza restare bloccati dai veti incrociati. Un metodo che richiama l’esperienza dell’euro, nato da un nucleo iniziale e poi allargatosi, e che per Draghi rappresenta l’unica strada realistica per colmare il divario tra ambizioni dichiarate e capacità effettive.

Il messaggio finale è forse il più politico. L’Europa, sostiene Draghi, deve smettere di pensarsi come un’eccezione post-storica in un mondo tornato competitivo e conflittuale. Diventare una potenza non significa rinnegare i propri valori, ma dotarsi degli strumenti per difenderli. Senza una vera integrazione politica, economica e di sicurezza, l’Unione rischia di restare un grande spazio regolatorio circondato da attori che non condividono le stesse regole. La scelta, avverte Draghi, non è più tra più o meno Europa, ma tra contare qualcosa nel nuovo ordine globale o subirlo.