Politica

Giustizia, l’anno della svolta secondo Nordio. Ma l’Aula resta divisa

21
Gennaio 2026
Di Ilaria Donatio

Carlo Nordio arriva in Aula con un messaggio chiaro: per il governo, il 2025 è stato l’anno in cui la giustizia italiana ha cambiato passo. «Un anno di svolta, sia per le riforme sia per gli obblighi del Pnrr», dice aprendo la relazione annuale al Parlamento. Ma bastano pochi minuti perché il clima si surriscaldi: numeri contro narrazioni, riforme contro sospetti, carceri contro Costituzione.

Il cuore dell’intervento del guardasigilli è un dato: il Pnrr come motore di modernizzazione del sistema giudiziario. Al 31 dicembre, su 2,7 miliardi assegnati al ministero, i pagamenti effettuati sono stati 1,98 miliardi, pari al 72,9 per cento. Sulla carta, il bilancio è positivo anche sul capitale umano: 11.650 addetti Pnrr in servizio, oltre i 10 mila previsti. «L’Italia è al primo posto in Europa per fondi ricevuti e per credibilità», rivendica Nordio, con il placet della Commissione Ue.

I numeri che più pesano politicamente, però, sono quelli sui tempi e sugli arretrati. Nel civile il disposition time si è ridotto del 27,8 per cento rispetto al 2019, nel penale del 37,8 per cento, in alcuni casi oltre i target europei. L’arretrato civile, secondo il ministro, è stato abbattuto di oltre l’85 per cento rispetto al 2022. Merito, riconosce, soprattutto dei magistrati: «Senza il loro lavoro non ce l’avremmo fatta».

Ma Nordio non vuole che la giustizia venga ridotta a una questione di cronometro. «Efficienza e rapidità sono condizioni essenziali ma non sufficienti», avverte, respingendo l’accusa di “benaltrismo”. E affida alla storia una delle sue frasi più citate: i processi della Rivoluzione francese «erano rapidissimi, ma finivano con la ghigliottina».

Lo scontro politico esplode quando si arriva al nodo delle riforme, a partire dalla separazione delle carriere. Nordio parla di «litania petulante» delle opposizioni che denunciano un tentativo di mettere il pm sotto il controllo dell’esecutivo. In Aula scatta la bagarre, mentre il centrodestra applaude e le minoranze gridano allo strappo istituzionale. Per il M5s si tratta di un progetto per «mettere i magistrati al guinzaglio dell’esecutivo». Per la Lega, invece, il vero nervo scoperto è il sorteggio nei nuovi organi di autogoverno: «Tocca le correnti».

Il fronte più delicato resta quello delle carceri. Nordio parla di «fardello di dolore» e rivendica un calo del 10 per cento dei suicidi nel 2025. Ma le opposizioni portano in Aula numeri ben diversi: 63.499 detenuti contro 51.277 posti, affollamento medio al 123,8 per cento, 80 suicidi e 238 decessi complessivi. Per +Europa il sistema è ormai una questione di «legalità costituzionale», non solo di amministrazione. E chiede misure drastiche: numero chiuso, case territoriali di reinserimento, automatismi per le pene brevi.

Nella replica finale, Nordio alza il tiro. Difende l’interrogatorio preventivo, che «non riguarda i reati più gravi» e serve a evitare carcerazioni inutili, e mette al centro un tema che attraversa tutta la sua impostazione: gli errori giudiziari. «Paghiamo cifre colossali per ingiuste detenzioni che distruggono famiglie e carriere. Se fossero usate per le strutture penitenziarie, ridurrebbero molti problemi». Oggi, ricorda, il 20 per cento dei detenuti è in attesa di giudizio sulla base di misure poi annullate.

Sulle pene alternative, il ministro scarica parte della responsabilità sulla magistratura di sorveglianza: solo un sesto dei detenuti potenzialmente eleggibili vi accede, anche perché gli uffici sono sotto organico. «Stiamo intervenendo con misure normative», promette. Ma respinge l’idea che il collasso carcerario possa essere risolto in una legislatura: «In 50 anni non è stato fatto nulla, non si sistema in tre».

Alla fine il governo dà parere favorevole solo alla risoluzione della maggioranza, bocciando tutte quelle delle opposizioni. La fotografia che esce da Montecitorio è netta: da un lato un esecutivo che rivendica numeri, Pnrr e riforme come prova di una “svolta”; dall’altro un Parlamento spaccato tra chi vede una giustizia finalmente più veloce e chi teme che, dietro l’efficienza, si stia ridisegnando l’equilibrio dei poteri.

E in mezzo restano le carceri, le toghe e i cittadini: il vero banco di prova di quella svolta che, almeno nei numeri, il governo dice di avere già compiuto.

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