Salute
Chirurgia estetica tra crescita globale, nuovi approcci preventivi e centralità della sicurezza medica
Di Beatrice Telesio di Toritto
Negli ultimi anni la chirurgia estetica ha conosciuto una crescita costante, diventando un segmento strutturato della sanità privata e, sempre più spesso, un terreno di confine tra medicina, benessere e consumo consapevole. Secondo le più recenti rilevazioni della International Society of Aesthetic Plastic Surgery, nel mondo si superano ormai i 30 milioni di procedure estetiche l’anno, includendo sia gli interventi chirurgici sia quelli minimamente invasivi, con un aumento che resta significativo anche nel periodo post-pandemico.
L’Italia si colloca stabilmente tra i primi dieci Paesi per numero di trattamenti, con una domanda in crescita soprattutto nelle fasce tra i 30 e i 55 anni e con un peso sempre maggiore delle procedure non chirurgiche, come filler e tossina botulinica, che rappresentano oltre il 60 per cento del totale. Il dato interessante è che la spinta non arriva solo dall’estetica “correttiva”, ma sempre più da una logica di prevenzione dell’invecchiamento e di manutenzione dell’aspetto, un approccio che gli specialisti definiscono “early aesthetic”, oggi molto diffuso anche grazie ai social media e a una maggiore accettazione culturale del ricorso alla medicina estetica.
In questo contesto, le società scientifiche italiane sottolineano come il tema centrale non sia tanto la quantità degli interventi, quanto la loro appropriatezza e sicurezza: la chirurgia estetica resta a tutti gli effetti un atto medico e richiede competenze certificate, strutture adeguate e una corretta informazione del paziente. Non a caso, negli ultimi mesi è tornata al centro del dibattito la necessità di distinguere con chiarezza tra chirurghi plastici, medici estetici e operatori non sanitari, anche alla luce di episodi di cronaca che hanno acceso i riflettori sui rischi legati a trattamenti eseguiti in contesti non idonei. Le indicazioni diffuse dalle principali associazioni professionali insistono su alcuni punti fermi: verificare sempre la specializzazione del medico, accertarsi che la struttura sia autorizzata, pretendere una visita pre-operatoria approfondita e un consenso informato chiaro, diffidando di promesse irrealistiche o di prezzi anormalmente bassi.
Dal punto di vista economico, il settore continua a muovere volumi rilevanti: in Italia il mercato della chirurgia e medicina estetica vale diversi miliardi di euro l’anno e genera un indotto che coinvolge cliniche, aziende biomedicali, formazione e turismo sanitario, con pazienti che arrivano anche dall’estero attratti dalla qualità delle competenze e dei risultati. Allo stesso tempo, cresce l’attenzione delle istituzioni sanitarie sul fronte della vigilanza, con richiami periodici alla necessità di contrastare l’abusivismo e di rafforzare la cultura della sicurezza.
La chirurgia estetica, oggi, non è più un fenomeno di nicchia né un semplice fatto di costume: è una componente stabile dei sistemi di cura, che riflette cambiamenti profondi nel rapporto tra identità, salute e percezione di sé. Proprio per questo, il suo sviluppo futuro sembra legato meno alla rincorsa del ritocco perfetto e più alla capacità di integrare innovazione, responsabilità medica e aspettative realistiche dei pazienti, in un equilibrio che tenga insieme domanda crescente e tutela della salute.





