Politica

Dl Transizione 5.0 è legge: cambia il perimetro del golden power

15
Gennaio 2026
Di Ilaria Donatio

Il Dl Transizione 5.0 è legge e, oltre agli incentivi per la digitalizzazione e la transizione energetica, porta con sé una modifica destinata a pesare nel tempo: la riscrittura di alcuni passaggi chiave del golden power, lo strumento con cui lo Stato può intervenire nelle operazioni societarie considerate strategiche per l’interesse nazionale. L’approvazione da parte dell’Aula della Camera è, dunque, avvenuta stamane nel testo identico a quello licenziato la settimana scorsa dal Senato, con voti a favore 156, 115 contrari e quattro astenuti.

La conversione del decreto segna un punto di equilibrio delicato tra due esigenze spesso in tensione. Da un lato, rafforzare la capacità dello Stato di difendere asset e settori sensibili in una fase di competizione globale più dura e frammentata. Dall’altro, evitare che l’uso dei poteri speciali entri in collisione con le regole europee del mercato unico e con le competenze delle autorità comunitarie, in particolare nel settore finanziario.

La novità più rilevante è l’ingresso formale della sicurezza economica e finanziaria tra i presupposti che legittimano l’esercizio del golden power. Non si tratta solo di una precisazione tecnica: è una scelta politica che amplia il perimetro dell’intervento pubblico, riconoscendo che oggi la tutela dell’interesse nazionale non passa più soltanto da infrastrutture fisiche o tecnologie critiche, ma anche dalla stabilità del sistema economico e finanziario. È un segnale coerente con quanto già avvenuto in altri Paesi europei, dove la nozione di sicurezza si è progressivamente estesa ai rischi sistemici e alle catene del valore.

Allo stesso tempo, però, il legislatore introduce un vincolo procedurale significativo proprio per evitare nuovi attriti con Bruxelles. Nel settore finanziario, l’esercizio del golden power non potrà scattare prima della conclusione dei procedimenti davanti alle autorità europee competenti, a partire dalla Banca centrale europea per gli aspetti di vigilanza e dalla Commissione Ue per quelli concorrenziali. In altre parole, Roma potrà intervenire, ma solo dopo che il quadro europeo sarà stato definito.

È una risposta diretta alle critiche mosse nei mesi scorsi dalle istituzioni comunitarie, che avevano segnalato il rischio di sovrapposizioni e interferenze tra poteri nazionali e competenze esclusive dell’Unione. Un tema diventato concreto nel dibattito sul risiko bancario italiano, dove il confine tra tutela dell’interesse nazionale e rispetto delle regole europee si è fatto particolarmente sottile.

La scelta del governo e del Parlamento va quindi letta come un tentativo di rafforzare il golden power senza trasformarlo in uno strumento discrezionale o politicamente invasivo. L’ampliamento dei criteri di intervento viene compensato da una maggiore disciplina delle procedure, soprattutto nei settori più sensibili dal punto di vista europeo. Il messaggio agli investitori è duplice: l’Italia rivendica il diritto di proteggere i propri interessi strategici, ma si impegna a farlo dentro un perimetro prevedibile e compatibile con l’ordinamento comunitario.

Nel quadro complessivo del Dl Transizione 5.0, questa modifica completa un impianto che punta a sostenere gli investimenti in innovazione, digitalizzazione ed energia pulita, cercando al tempo stesso di rendere più chiaro il contesto regolatorio. In un momento in cui le imprese guardano con attenzione alla stabilità delle regole e ai tempi delle decisioni, la partita del golden power diventa parte integrante della politica industriale.

La sfida, ora, sarà tutta nell’applicazione concreta. Perché se la legge chiarisce i confini formali, sarà l’uso effettivo dei poteri speciali a determinare se il nuovo equilibrio tra sovranità economica e integrazione europea reggerà alla prova dei grandi dossier industriali e finanziari che attendono il Paese.

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