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Salari, la fotografia Inps: aumenti sotto l’inflazione, potere d’acquisto in calo

15
Gennaio 2026
Di Giampiero Cinelli

Nel mercato del lavoro italiano «da molti anni esiste un problema retributivo salariale», con dinamiche «molto più basse» rispetto al contesto europeo e una conseguente «perdita di potere d’acquisto». A sintetizzare il senso dell’ultima analisi dell’INPS è Roberto Ghiselli, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’istituto, intervenuto alla presentazione della ricerca sulla dinamica retributiva dei dipendenti in Italia.

Secondo Ghiselli, alcune misure fiscali e contributive «hanno attutito questo effetto», ma il punto resta: «Per qualunque fascia di reddito, in questi anni, non vi è stato un recupero pieno e tanto meno vi è stato un incremento del potere d’acquisto». Le cause, prosegue, sono molteplici e chiamano in causa l’andamento dell’economia reale, i livelli di produttività e innovazione, ma anche «il modello delle relazioni sindacali che va in parte anche ripensato». Da qui l’auspicio che il confronto tra le parti sociali, già avviato, possa intensificarsi: «È importante e positivo che fra le parti sociali si sia aperto un confronto anche su questi temi e la giornata di oggi naturalmente dà un contributo in questa direzione».

I numeri del rapporto tracciano una crescita nominale che non tiene il passo dell’inflazione. Tra il 2014 e il 2024, le retribuzioni medie dei lavoratori privati (esclusi i domestici) sono aumentate del 14,7%, mentre quelle dei dipendenti pubblici dell’11,7%, entrambe con un ritmo indicato come inferiore a quello dei prezzi. Nel 2024 la retribuzione annuale media si attesta a 24.486 euro nel settore privato e a 35.350 euro nel pubblico. E se ci si concentra sulle sole retribuzioni contrattuali — dunque non sulle retribuzioni effettive che includono straordinari e altre componenti — tra il 2019 e il 2024 emerge un divario tra aumento nominale dei salari e crescita dei prezzi di oltre nove punti.

Sul piano sindacale, la lettura della Cgil è netta e porta a una proposta di riforma della tempistica contrattuale. Maurizio Landini, a margine della presentazione dello studio, chiede di «rafforzare il ruolo dei contratti nazionali di lavoro» affinché garantiscano «certezza del recupero reale dell’inflazione e di una redistribuzione della ricchezza prodotta». Per il segretario generale non è più sostenibile un ciclo di rinnovi ogni tre o quattro anni: «C’è bisogno di arrivare a una contrattazione annuale per tutelare il potere d’acquisto». E insiste sul quadro di medio periodo: «Dal 2015 al 2025 i salari mediamente sono calati meno dell’inflazione. Si deve porre il problema perché i salari devono aumentare non solo quanto l’inflazione ma in alcuni casi anche di più».

Landini allarga poi il ragionamento al pubblico impiego, dove — sostiene — la questione salariale si intreccia con precarietà e qualità dei servizi: «In tutto il settore pubblico c’è un problema salariale. Nei contratti imposti dal governo ultimamente questo dato indica ancora di più una perdita del potere d’acquisto perché gli aumenti sono irrisori e anche in quel settore è aumentato il livello di precarietà, che significa anche una riduzione della qualità del lavoro e dei servizi pubblici».

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