Dal 19 al 23 gennaio 2026 il World Economic Forum torna a Davos-Klosters con il tema «A Spirit of Dialogue», chiamando attorno allo stesso tavolo governi, imprese, organizzazioni internazionali, società civile e mondo accademico in una fase segnata da fratture geopolitiche e transizioni tecnologiche accelerate.
Dentro questo perimetro, la sicurezza digitale si presenta come uno dei capitoli trasversali dell’agenda: non solo una voce “tech”, ma una condizione abilitante per fiducia, stabilità economica e tenuta delle istituzioni. È la lettura che emerge dal Global Cybersecurity Outlook 2026, documento di scenario preparato nell’ambito dei lavori del Forum e sviluppato con Accenture: una base analitica che lo staff di Davos porta nel dibattito per inquadrare i rischi che stanno cambiando la postura difensiva di aziende e Stati.
Il punto di partenza è una convergenza di fattori che sta «ridefinendo il panorama globale del rischio cyber a una velocità senza precedenti»: l’adozione dell’intelligenza artificiale, la frammentazione geopolitica e l’impennata delle frodi abilitate dal digitale. Il report segnala in particolare che la frode cyber-enabled è diventata pervasiva e, nella percezione dei vertici aziendali, ha superato il ransomware tra le priorità: una minaccia che «mina la fiducia, distorce i mercati e incide direttamente sulla vita delle persone», come sintetizza Jeremy Jurgens (WEF).
Nel dettaglio, l’IA viene descritta come un moltiplicatore sia offensivo sia difensivo. Nel 2025 le vulnerabilità legate all’IA sono cresciute più rapidamente di qualsiasi altra categoria: l’87% dei rispondenti ne segnala l’aumento e il 94% dei leader si aspetta che l’IA sia la forza più determinante per la cybersecurity nel 2026. Tra le principali preoccupazioni compaiono le fughe di dati collegate all’IA generativa (34%) e l’evoluzione delle capacità avversarie (29%); sul versante delle contromisure, cresce la quota di organizzazioni che valuta la sicurezza dell’IA, dal 37% al 64%.
La componente geopolitica, nel quadro proposto a Davos, non è un semplice “contesto” ma un driver operativo: il 64% delle organizzazioni dichiara di includere attacchi a motivazione geopolitica nelle strategie di rischio e il 91% delle grandi imprese afferma di aver adeguato di conseguenza la propria postura. Resta però un tema di preparazione nazionale: il 31% degli intervistati dice di avere bassa fiducia nella capacità del proprio Paese di gestire incidenti cyber maggiori, con differenze molto ampie tra regioni.
Un altro capitolo che si lega direttamente alle discussioni di Davos su catene del valore e resilienza industriale è quello delle dipendenze esterne: tra le grandi aziende, il 65% indica i rischi da terze parti e supply chain come la principale barriera alla resilienza cyber (dal 54% dell’anno precedente). A questo si somma il cosiddetto “concentration risk”: incidenti presso grandi provider cloud o di connettività possono generare impatti a cascata su ecosistemi digitali interconnessi.
Il report mette infine in evidenza una frattura che a Davos incrocia il tema della disuguaglianza: la “cyber inequity”. Le organizzazioni più piccole risultano circa due volte più esposte sul piano della resilienza; in varie aree del mondo pesano carenze di competenze e vincoli di risorse, con effetti che rischiano di amplificare la vulnerabilità sistemica.
Da qui l’appello, coerente con l’impostazione «A Spirit of Dialogue», a spostare l’asticella dalla somma di sforzi isolati a un innalzamento della base collettiva: condivisione di intelligence, standard più allineati e investimenti nelle capacità, in modo che la sicurezza non diventi un fattore di ulteriore divario tra grandi e piccoli, tra economie mature ed emergenti. La fotografia, basata su un sondaggio a 804 leader in 92 Paesi (tra cui CEO e responsabili sicurezza), è pensata come materiale di lavoro per orientare le conversazioni di Davos sui cinque filoni che strutturano il programma 2026: cooperazione in un mondo più conteso, innovazione responsabile su scala, nuove fonti di crescita, prosperità entro i limiti planetari, investimento nelle persone.





