Bentornate, bentornati. La conferenza stampa tenuta ieri da Giorgia Meloni ha avuto un effetto curioso ma ricorrente: ha detto poco di nuovo, ma ha confermato molto. E infatti i giornali di oggi si sono divisi non tanto su ciò che la Premier ha annunciato, quanto su ciò che hanno scelto di ascoltare.
Le testate più vicine al centrodestra hanno messo l’accento soprattutto su tre elementi. Il 1° è il tema della sicurezza, su cui Meloni ha parlato esplicitamente di un “cambio di passo”, annunciando un rafforzamento dell’azione di governo sia sul piano normativo sia su quello operativo. Il 2° riguarda i dati economici complessivi: crescita debole ma conti in ordine, spread sotto controllo, credibilità internazionale preservata. Il 3° è la stabilità politica, rivendicata con orgoglio come valore in sé in un Paese storicamente allergico ai governi longevi. La narrazione è quella di un esecutivo che non corre, ma nemmeno sbanda.
I giornali più vicini all’opposizione hanno invece scelto un’altra chiave di lettura. Grande attenzione alle presunte divergenze con il Presidente della Repubblica, soprattutto sul rapporto tra politica e magistratura, e spazio ampio alle critiche rivolte da Meloni a una parte dell’ordine giudiziario.
In questo racconto, la conferenza stampa diventa il pretesto per sottolineare tensioni istituzionali, più che per analizzare i contenuti. Lettura legittima, ma che finisce per dire più del posizionamento dei giornali che della sostanza dell’intervento.
Dal punto di vista dello stile, Meloni è apparsa esattamente come ci ha abituati in questi anni: sicura, controllata, raramente impulsiva. Nessuna fuga in avanti, nessun azzardo retorico, molte risposte calibrate.
È la dimostrazione di un dato ormai difficile da contestare: è uno dei pochissimi casi nella politica occidentale recente in cui la permanenza al governo ha rafforzato la leadership invece di consumarla.
Anche a costo di una prudenza che talvolta sconfina nell’eccesso, gli errori sono stati pochi, e il consenso ha retto. Anche perché, va detto, l’alternativa politica resta più evocata che praticabile.
Colpisce, semmai, il relativo disimpegno sui temi economici. Nonostante le numerose domande, Meloni ha scelto di non entrare troppo nel dettaglio, limitandosi a ribadire l’impostazione generale e a citare come esempio virtuoso il modello della ZES unica nel Mezzogiorno.
Una scelta non casuale, anche perché quel dossier non è esattamente il fiore all’occhiello del Ministro che, almeno sulla carta, dovrebbe occuparsi di sviluppo economico. Il riferimento al lavoro fatto sulle ZES suona quasi come una risposta indiretta, mentre sullo sfondo iniziano ad arrivare dati poco incoraggianti sul mercato del lavoro, in particolare nel comparto industriale.
Interessante anche il passaggio sui due Vicepremier. Tajani e Salvini sono stati citati in modo positivo, come fattori di equilibrio della maggioranza.
Non è solo galateo istituzionale: oggi entrambi hanno lo stesso peso nel governo, un peso elettorale comparabile e, soprattutto, la stessa necessità di restare agganciati al “treno Giorgia”.
Per Salvini, il rischio si chiama Zaia; per Tajani, si chiama Occhiuto. Simul stabunt, simul cadent: scendere ora significherebbe mettere in discussione la propria leadership interna.
La parte forse più politicamente rilevante, però, è stata quella sul referendum sulla giustizia del 22-23 marzo. Meloni lo ha rilanciato come passaggio centrale della legislatura, ma con una cautela evidente: nessuna drammatizzazione, nessun accenno a possibili conseguenze sul governo. Una scelta saggia, che segnala la volontà di evitare il classico errore italiano di trasformare ogni consultazione in un plebiscito personale.
Sul fondo restano due grandi temi, evocati e subito accantonati con leggerezza: la riforma della legge elettorale e le future partite quirinalizie. Liquidate con una battuta fulminante sulla sua vera ambizione, lavorare con Fiorello, amico di vecchia data.
Ironia studiata, certo, ma anche un modo efficace per chiudere il discorso: il futuro si vedrà, per ora si governa. E piaccia o no, è esattamente questo che molti italiani continuano a premiare.





