Innovazione

Crisi materie prime: produzione a singhiozzo per Xbox e PlayStation

29
Giugno 2021
Di Jacopo Bernardini

Novembre 2020 era un mese atteso con impazienza dagli appassionati di videogiochi in giro per il mondo, visto che Sony e Microsoft avrebbero lanciato le loro due nuove console, Playstation 5 e Xbox Series X. Eppure, molti dei gamer che attendevano il lancio da tempo, ad oggi, ancora non le hanno acquistate.

Il motivo però non dipende da loro, ma dalla carenza di chip, che da mesi condiziona ogni settore dell’industria, ed è causa della scarsa disponibilità delle cosiddette console “next gen”, della nuova generazione. Al punto che molti videogiochi programmati in uscita per quest’anno sono stati rinviati al 2022. La produzione, infatti, procede a singhiozzo e da mesi è possibile reperire le nuove Xbox e Playstation solo su prenotazione in un numero molto limitato, rendendo molto complicato accaparrarsene una.

Jim Ryan, Presidente e CEO di Sony, a febbraio ha confermato al Financial Times che la domanda di PlayStation 5 ha superato le aspettative dell’azienda e che la disponibilità sarebbe migliorata solo nel corso della seconda metà del 2021.

Amy Hood, Cfo di Microsoft, ha precisato che l’offerta delle nuove Xbox non riuscirà ad essere al passo della domanda almeno fino alla prima metà del 2021.  Hiroki Totoki, CFO di Sony, aveva addirittura ipotizzato di cambiare il design della PS5 per cercare di risolvere il problema.

Ma la carenza ha colpito anche molti altri settori: i microchip sono essenziali per qualsiasi prodotto abbia almeno una parte elettronica. Negli ultimi mesi, per esempio, c’è stato un aumento dei costi per i produttori di smartphone ed è diventato difficile soddisfare la domanda di elettrodomestici come frigoriferi e forni a microonde.

La politica ha cercato di reagire: il Presidente USA Joe Biden ha deciso investire 50 miliardi di dollari per rafforzare l’industria americana del silicio, il materiale usato per produrre i chip. Col risultato che Intel, in passato leader mondiale poi costretto a passare lo scettro ai concorrenti asiatici, ha annunciato l’apertura in Arizona di due fabbriche: un investimento da 20 miliardi di dollari.

Trovare cause certe alla penuria non è semplice: a livello generale l’esplosione della domanda di beni elettronici dovuto alla pandemia, che ha portato a un aumento della richiesta di microchip, ha coinciso con un freno della produzione dovuto proprio alla stessa causa, la diffusione del virus.

A questo si sommano, veri o presunti, diversi fattori: l’incidente del Canale di Suez, la ripartenza post-Covid che ha fatto schizzare la domanda di prodotti e la guerra commerciale tra Usa e Cina.

Di certo, costruire un microchip è un’operazione complessa e dispendiosa, e le aziende in grado di produrre quelli più avanzati sono appena tre in tutto il mondo: Intel negli Stati Uniti, Samsung in Corea del Sud e TSMC a Taiwan. Quest’ultima negli scorsi anni ha conquistato enormi quote di mercato: secondo una ricerca citata da Bloomberg, oltre la metà delle entrate globali generate dalla produzione di microchip nell’ultimo trimestre 2020 è andato a TSMC. Di recente, l’azienda ha annunciato un investimento da 100 miliardi di dollari in tre anni per aumentare la sua capacità produttiva.

Uno dei comparti più colpiti dalla carenza è quello dell’automotive: in un’auto ci sono in media circa 3.000 microchip, che servono a far funzionare i finestrini, il computer di bordo, gli airbag, i sensori di parcheggio.

La mancanza di microchip ha obbligato i costruttori di auto a optare per chiusure temporanee di stabilimenti o portato a cambiamenti rispetto alla programmazione dell’industria. Negli USA si stima che quest’anno verranno prodotte almeno mezzo milione di auto in meno, con una perdita economica di 15 miliardi di dollari.

Il Gruppo Volkswagen già nel 2020 ha ridotto di 100.000 unità la produzione per mancanza di semiconduttori, e prevede di non riuscire a recuperare il ritardo entro la fine dell’anno. Mercedes, Jaguar e Land Rover hanno cambiato i piani di produzione e ridotto l’attività in alcuni dei loro stabilimenti. Nei giorni scorsi, si è fermata la produzione allo stabilimento Audi di Bruxelles, con un portavoce che ha affermato come i “problemi potrebbero protrarsi sino al 2022”. Una situazione analoga si è registrata alla fabbrica della Volvo a Ghent, che ha fermato i lavori durante tutta la settimana mettendo i 6.500 dipendenti in cassa integrazione per 5 giorni.

La crisi si ripercuote anche sul settore dell’autonoleggio. Come ha denunciato di recente a Largo Chigi, il talk di The Watcher Post, il presidente di Aniasa (Associazione Nazionale Industria dell’Autonoleggio e Servizi Automobilistici) Massimiliano Archipiatti, le flotte degli operatori del settore, con la pandemia, erano state ridotte. Ora che è tornata a crescere la domanda di auto a noleggio, a causa dei ritardi sulle consegne delle macchine, l’offerta fatica ad allinearsi alla richiesta. Fragilità del mondo interconnesso.

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