Ambiente

Gas, dall’Africa il futuro delle rotte? L’Egitto vuole diventare un Hub

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Dicembre 2022
Di Giampiero Cinelli

Dopo la frattura tra Russia e Occidente le nuove rotte del gas passeranno dall’Africa? Il presentimento c’è. E anche qualche indizio. Oltre ai fatti conosciuti degli accordi condotti da Mario Draghi con l’Algeria per maggiori forniture, torna all’attenzione l’Egitto di al-Sisi. Il leader del Cairo è conscio delle enormi disponibilità di riserve di gas del suo territorio – molti ricorderanno la scoperta di 850 miliardi di metri cubi nei giacimenti di Zohr sotto il fondale marino, pari a 12 anni di consumi italiani – e adesso si profilano nuovi accordi volti a consolidare l’affrancamento dal combustibile russo. In base alle intese firmate da Eni con l’egiziana Egas, la produzione aumenterà e porterà in Italia fino a 3 miliardi di gas liquefatto ulteriore, «Eni ottimizzerà inoltre le campagne esplorative nei blocchi esistenti e nelle aree di nuova acquisizione nelle regioni del Delta del Nilo, del Mediterraneo Orientale e del Deserto Occidentale», si legge in un comunicato.

E proprio in questi giorni al-Sisi ha chiesto di intensificare le operazioni di esplorazione di nuove aree di petrolio e gas naturale per rispondere pienamente sia alla domanda interna che alle richieste di export. I piani di investimento fino al 2025, in collaborazione con aziende internazionali creeranno un investimento complessivo di circa 2,1 miliardi di dollari. Secondo il governo, i risultati preliminari delle operazioni delineano un quadro promettente, tale da rendere progressivamente l’Egitto un hub energetico di riferimento nel Mediterraneo. Il Cairo è deciso ad arrivare a un miliardo di dollari di export mensili, rispetto agli attuali 600 milioni, per far fronte alla crisi causata dalla guerra in Ucraina, che ha affaticato commercio e turismo. Dunque non ci sono dubbi che i prodotti energivori egiziani saranno più offerti nel prossimo futuro.

Le altre fonti. Dal Mozambico con amore

In questa fase di rimodellamento il GNL, cioè il gas naturale liquefatto, sta raggiungendo la quota del 20% per quanto riguarda gli approvvigionamenti dell’Italia. E nella transizione si inserisce anche il Mozambico. A novembre 2022 l’impianto di Coral South ha spedito il primo carico, per essere lavorato nelle strutture di Porto Levante, Panigaglia, Livorno (aspettando Piombino e Ravenna). In questo nuovo punto strategico africano, all’Italia è assegnata l’Area 4, nel bacino offshore di Rovuma.

L’impianto galleggiante ha una capacità di liquefazione pari a 3,4 milioni di tonnellate all’anno e produrrà GNL dai 450 miliardi di metri cubi di gas del giacimento Coral. Considerando l’intero complesso geologico si ottiene una riserva stimata di circa 2.400 miliardi di metri cubi di gas in posto.

Nuove rotte

Nuovi terminali presto diverranno importanti sempre al fine di diversificare le fonti anche altrove. Nel nuovo anno, infatti, si parlerà delle partnership con il Congo, la Nigeria, l’Angola, il Qatar. Continuerà invece il lavoro con l’Indonesia e con due realtà più problematiche ma con le quali il nostro Paese non vuole perdere contatto, ovvero la Libia e Cipro, il quale non è in guerra ma è oggetto della concorrenza tra i principali attori del Mediterraneo. Il gas liquefatto (che però va detto, ad oggi andrebbe a costare mediamente di più di quello immesso dalla Russia, inteso come prezzo della materia prima) è fondamentale per gli obiettivi di decarbonizzazione e per le ragioni geopolitiche ben note. Sebbene si tratti di un materiale fossile, il suo contributo alla generazione di anidride carbonica nell’aria è della metà inferiore in confronto ad altri vettori. L’Italia, con le sue aziende principali nel settore, è ferrea nel percorrere questa strada. Con la “fortuna”, quest’anno, di esserci ritrovati un inverno dalle temperature non troppo basse e a volte anomale, così da avere il tempo di pianificare al meglio le politiche e gli stoccaggi per l’inverno 2024, che si era già prospettato più difficile di questo dal punto di vista delle relazioni commerciali. Nel frattempo, appunto, le sufficienti scorte del nostro Paese, in parte inutilizzate visto il minor consumo delle famiglie, sono ora destinate per una percentuale all’export.