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	<title>Opinioni - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Mon, 02 Nov 2026 09:13:12 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Deriva estremista dei dem Usa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Capezzone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 09:13:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Trump non sta affatto lavorando bene. Ed è probabile che i repubblicani rimedieranno una sconfitta alle elezioni di midterm.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Trump non sta affatto lavorando bene. Ed è probabile che i repubblicani rimedieranno una sconfitta alle elezioni di midterm. Ciò detto, è bene dirsi qualcosa sull’alternativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La deriva estremista dei Democratici americani non è più una deriva: è una rotta dichiarata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo il 7 ottobre, mentre Hamas sgozzava e rapiva, una parte consistente del partito ha scelto il lato sbagliato della storia. Non “critica a Israele”, ma alleanza di fatto con chi giustifica il massacro, chi urla “from the river to the sea”, chi in piazza americana brandisce la bandiera di gruppi che vogliono cancellare l’unico Stato ebraico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Islamisti e pro-Pal non sono più ospiti scomodi: sono diventati elettorato, finanziatori, militanti. I campus, i sindaci delle città blu, i comitati di base. Si è passati dal “two states” al “one state” (senza ebrei), dal “diritto di difesa” al “genocidio”, dal sostegno all’alleato più fedele degli Usa al boicottaggio e alle sanzioni unilaterali. Chi lo dice viene accusato di islamofobia; chi lo contesta di antisemitismo. Il risultato è che l’antisemitismo di sinistra è diventato accettabile, purché travestito da antisionismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se alle midterm del 2026 consolidano questa linea e arrivano forti al 2028, il programma non sarà più moderato. Sarà la radicalizzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginate: riconoscimento formale della Palestina, taglio degli aiuti a Israele, sanzioni economiche e divieto di esportazione di armi, aperture diplomatiche a Hamas o a chiunque si dichiari “resistenza”. In politica interna: più visti e percorsi di cittadinanza per richiedenti asilo da Paesi a maggioranza islamica, revisione delle liste di organizzazioni terroristiche (Hamas e Hezbollah diventano “movimenti di liberazione”), finanziamenti pubblici a ong pro-Pal e islamiste, curricula scolastici che insegnano che Israele è un’entità coloniale illegittima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi il resto: controlli più severi sui campus per “islamofobia”, mentre le aggressioni agli ebrei restano “protesta legittima”. Un presidente 2028 di quella corrente non farà più finta di essere equidistante. Sarà il governo che tratta Israele come il Sudafrica degli anni Ottanta e l’Iran come interlocutore affidabile. Non è fantasia: è la logica di chi ha già scelto di non distinguere più tra critica e liquidazione, tra diritti dei palestinesi e negazione del diritto all’esistenza di Israele. Se vincono loro, nel 2028 non ci sarà più una linea bipartisan sulla sicurezza di Israele. Ci sarà una linea sola: quella che oggi urlano nelle piazze.</p>
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		<title>Brasile e Serbia, la democrazia non si arrende</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 09:12:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Brasile e Serbia arriva un segnale che merita attenzione e alimenta speranza. La vittoria in rimonta di Lula e il successo del movimento degli studenti serbi raccontano, in contesti profondamente diversi, una stessa possibilità: il corso della politica può ancora essere cambiato dalla partecipazione dei cittadini.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Da Brasile e Serbia arriva un segnale che merita attenzione e alimenta speranza. La vittoria in rimonta di Lula e il successo del movimento degli studenti serbi raccontano, in contesti profondamente diversi, una stessa possibilità: il corso della politica può ancora essere cambiato dalla partecipazione dei cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe sbagliato sovrapporre le due vicende. In Brasile si rinnova la fiducia a un leader storico della sinistra; in Serbia emerge una domanda di rinnovamento cresciuta nelle piazze, contro la corruzione e la concentrazione del potere. Eppure un filo comune esiste: il rifiuto della rassegnazione, la volontà di contare, la richiesta di una politica capace di restituire dignità e futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che ambiente, equità e democrazia tornano a incontrarsi. La transizione ecologica deve offrire opportunità e protezione sociale; la lotta alle disuguaglianze deve accompagnarsi a istituzioni credibili, libertà e responsabilità di chi governa. Su questo terreno le forze progressiste possono ritrovare una ragione forte per parlare alla società.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano politico e simbolico, Trump e Putin possono essere considerati gli sconfitti indiretti di questa giornata. Con differenze evidenti: per Trump il risultato brasiliano rappresenta un ostacolo all’espansione della propria influenza; per Putin, il cambiamento serbo può restringere uno spazio di influenza nei Balcani. Sarebbe tuttavia prematuro attribuire ai vincitori di Belgrado scelte internazionali ancora da definire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il messaggio più profondo riguarda tutti noi: esiste ancora un’opinione pubblica che non accetta di consegnare il proprio destino agli uomini forti e agli accordi fra le grandi potenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa dovrebbe ascoltarla. Sostenere la partecipazione democratica, investire nei giovani, rendere concreta la promessa di giustizia sociale: è così che può dare forza a questi segnali. La democrazia ha ancora energie. Tocca alla politica trasformarle in cambiamento.</p>
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		<title>Gli intrecci che erano sotto i nostri occhi</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/intrecci-erano-sotto-i-nostri-occhi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Capezzone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 09:03:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’intreccio tra il movimento pro-palestinese (ProPal) e l’islamismo non è casuale né marginale. È il prodotto di evoluzioni storiche.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’intreccio tra il movimento pro-palestinese (ProPal) e l’islamismo non è casuale né marginale. È il prodotto di evoluzioni storiche e di convergenze strategiche che si sono rafforzate dopo il 7 ottobre 2023. ￼</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nazionalismo palestinese moderno nasce in chiave prevalentemente laica con l’OLP di Arafat. Dalla fine degli anni Ottanta, però, emerge Hamas come espressione armata della Fratellanza Musulmana in Palestina. La Carta del 1988 è esplicitamente islamista: invoca la jihad e contiene riferimenti antisemiti (Protocolli dei Savi di Sion e hadith sull’uccisione degli ebrei). Anche la versione del 2017 mantiene l’obiettivo di eliminare Israele “dal fiume al mare”. ￼</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Palestina, Hamas ha governato Gaza dal 2007 e ha goduto di sostegno rilevante. I sondaggi del Palestinian Center for Policy and Survey Research hanno registrato picchi oltre il 40% e, anche negli anni successivi, quote significative di palestinesi hanno considerato “corretta” la decisione del 7 ottobre o si sono opposti al disarmo di Hamas. ￼</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Occidente l’intreccio si manifesta nella cosiddetta “alleanza rosso-verde”: gruppi di sinistra radicale e progressisti condividono con gli islamisti l’anti-sionismo, l’anti-imperialismo e la critica all’ordine liberale. Organizzazioni come Students for Justice in Palestine o American Muslims for Palestine presentano legami documentati con reti della Fratellanza Musulmana. Nelle proteste post-7 ottobre, slogan, reticenza a condannare Hamas e presenza di simboli islamisti mostrano una sovrapposizione che supera la solidarietà umanitaria. ￼</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia il caso di Mohammad Hannoun è emblematico: presidente dell’Associazione dei Palestinesi, inserito nella blacklist del Tesoro USA e arrestato con l’accusa di aver finanziato Hamas attraverso associazioni presentate come benefiche. Le sue reti si intrecciano con piazze ProPal, centri sociali e ambienti della sinistra antagonista. ￼</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’islamismo politico ha colonizzato una parte consistente della narrativa, trasformando la causa palestinese in veicolo di un progetto più ampio anti-occidentale. La strumentalizzazione è reciproca: la sinistra trova un nuovo “oppresso” dopo il proletariato; gli islamisti ottengono legittimità e coperture nelle democrazie europee</p>
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		<title>Vincere la paura: questo è il tema del nostro tempo</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/vincere-la-paura-nostro-tempo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 13:52:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un sentimento che attraversa le generazioni, le classi sociali, i confini: la paura. Paura della guerra, della povertà, della solitudine.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">C’è un sentimento che attraversa le generazioni, le classi sociali, i confini: la paura. Paura della guerra, della povertà, della solitudine. Paura di perdere il lavoro, di non riuscire a curarsi, di lasciare ai figli un mondo peggiore di quello ricevuto. E, soprattutto, paura di non avere più alcun potere sulla propria vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo il tema del nostro tempo: vincere la paura. Guardarla in faccia, comprenderne le ragioni, impedire che diventi la misura di ogni scelta personale e collettiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la paura ha un fondamento concreto. Abita nella casa di chi deve scegliere quale bolletta pagare, nell’attesa di un esame diagnostico, nella precarietà di un giovane che non riesce a progettare il futuro. A queste persone non possiamo chiedere semplicemente di essere ottimiste. Dobbiamo offrire ragioni per avere fiducia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando queste ragioni mancano, la paura cerca un bersaglio. L’insicurezza diventa diffidenza, la diffidenza ostilità. Il vicino, lo straniero, chi ha una fede o un’opinione diversa può diventare il colpevole di un disagio che ha cause ben più profonde. E una società di persone impaurite rischia di accettare che qualcuno decida per tutti, purché prometta protezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui si misura la responsabilità della politica. C’è chi raccoglie le paure per trasformarle in consenso e chi si assume il compito, più difficile, di affrontarne le cause. Alimentare l’allarme può portare voti; governare richiede di ridurre l’insicurezza, rendere accessibili i servizi, dare risposte verificabili. Anche riconoscendo i limiti delle proprie possibilità, senza promettere soluzioni miracolose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fiducia è il risultato di impegni mantenuti. Nasce quando il lavoro consente una vita dignitosa, quando una famiglia trova sostegno, quando una persona anziana non viene abbandonata, quando studiare apre davvero una possibilità. Ogni diritto che funziona nella vita quotidiana sottrae spazio alla paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa responsabilità riguarda anche l’Europa. Per molti cittadini, i grandi cambiamenti appaiono come forze lontane e incontrollabili: le guerre, le trasformazioni tecnologiche, le crisi ambientali, le decisioni economiche. L’Unione europea ritrova il senso della propria esistenza quando permette alle persone di affrontare insieme ciò che le lascerebbe impotenti se fossero sole. Deve rendere visibile questa capacità di protezione e di azione, nella sicurezza come nelle opportunità di lavoro, nella ricerca come nella coesione sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche nel Mediterraneo la paura può diventare una prigione. Se guardiamo all’altra sponda soltanto come all’origine di minacce, finiamo per smarrire la possibilità di costruire relazioni, prevenire conflitti, governare le migrazioni, condividere conoscenze e sviluppo. Il dialogo richiede fermezza sui diritti e disponibilità all’ascolto. Richiede il coraggio di incontrare le persone oltre le immagini che ci siamo fatti di loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma nessuna istituzione, da sola, può assolvere questo compito. La paura cresce nell’isolamento e trova un argine nei legami. Una scuola che educa al pensiero critico, un’associazione che crea occasioni di incontro, una comunità che si prende cura dei più fragili rendono la società più capace di reagire. Partecipare significa anche questo: scoprire che il proprio problema può ricevere ascolto e diventare una responsabilità condivisa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’umanesimo socialista e quello cristiano possono offrire, su questo terreno, un contributo prezioso: la dignità di ogni persona, la solidarietà, il dovere di non lasciare nessuno solo davanti alla propria fragilità. Sono principi che acquistano forza quando diventano comportamenti, scelte pubbliche, cura concreta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vincere la paura significa, infine, accettare che il futuro contenga una parte di incertezza senza rinunciare a costruirlo. Nessuno può garantire una vita al riparo da ogni rischio. Possiamo però fare in modo che le difficoltà non si traducano in abbandono e che il cambiamento non sia vissuto come una condanna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il coraggio di cui abbiamo bisogno comincia qui: nel dire la verità anche quando è scomoda, nel cercare soluzioni anche quando sono difficili, nel tenere aperta una possibilità di incontro quando tutto spinge alla contrapposizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La speranza diventa credibile quando qualcuno se ne assume la responsabilità. È questo il compito della politica, della cultura e di ciascuno di noi: dare alle persone ragioni concrete per rialzare lo sguardo.</p>
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		<title>Sciopero annunciato prima di leggere la manovra?</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/sciopero-annunciato-prima-di-leggere-la-manovra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Capezzone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 07:27:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Potremmo aprirla e poi chiuderla subito qui: raccontando l'assurdo di uno sciopero generale proclamato prim'ancora che la manovra sia stata scritta e presentata.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Potremmo aprirla e poi chiuderla subito qui: raccontando l&#8217;assurdo di uno sciopero generale proclamato prim&#8217;ancora che la manovra sia stata scritta e presentata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così Landini &#8211; ormai oltre il surreale &#8211; già giudica quello che ancora non è stato messo nero su bianco. E usa l&#8217;arma più grave e delicata: lo sciopero generale. A testimonianza di un&#8217;irresponsabilità ormai totale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è stato un tempo in cui il sindacato, pur tra mille colpe e massimalismi, per lo meno rispettava la grammatica e la sintassi di un conflitto sociale minimamente regolato: prima arriva il testo del governo, poi lo si esamina, poi si avanzano controproposte, poi &#8211; su quella base &#8211; inizia un’azione anche di lotta, con l’arma nucleare dello sciopero generale tenuta per ultima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Invertire l’ordine cronologico significa voler fare una chiassata politica, trasformandosi in agenti del caos, lasciando ai margini il merito delle questioni. È questo che si vuole?</p>
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		<title>I tre appuntamenti elettorali che tolgono il sonno agli europei: USA, Israele e Francia</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/esteri/i-tre-appuntamenti-elettorali-che-tolgono-il-sonno-agli-europei-usa-israele-e-francia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 08:54:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono elezioni che si svolgono dentro i confini di un Paese, ma le cui conseguenze attraversano continenti. Nei prossimi mesi, tre appuntamenti dovrebbero tenere particolarmente svegli gli europei.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/i-tre-appuntamenti-elettorali-che-tolgono-il-sonno-agli-europei-usa-israele-e-francia/">I tre appuntamenti elettorali che tolgono il sonno agli europei: USA, Israele e Francia</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ci sono elezioni che si svolgono dentro i confini di un Paese, ma le cui conseguenze attraversano continenti. Nei prossimi mesi, tre appuntamenti dovrebbero tenere particolarmente svegli gli europei: le elezioni israeliane del 27 ottobre, quelle americane di metà mandato del 3 novembre e le presidenziali francesi del 18 aprile e del 2 maggio 2027. Tre sistemi politici diversi, tre scelte che peseranno sulla nostra sicurezza, sulla pace nel Mediterraneo e sul futuro dell’integrazione europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che l’Europa rischia di assistervi con l’atteggiamento di chi aspetta una sentenza. Speriamo che gli elettori americani correggano la rotta di Washington, che quelli israeliani aprano una prospettiva di pace, che quelli francesi confermino una scelta europeista. Speranze legittime. Ma una potenza politica deve possedere gli strumenti per affrontare anche gli esiti che teme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli Stati Uniti, il voto riguarda anche i limiti del potere di Trump. Le elezioni di metà mandato rinnovano la Camera dei rappresentanti e circa un terzo del Senato: non scelgono il presidente, ma possono modificare profondamente i rapporti di forza con il Congresso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per noi europei, la questione è concreta: quanto sarà affidabile il rapporto transatlantico? Quale spazio conserveranno il sostegno all’Ucraina, la cooperazione economica e una concezione della sicurezza fondata sulle alleanze?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un Congresso più capace di esercitare controllo sull’amministrazione potrebbe condizionarne alcune decisioni e la postura di una Amministrazione disastrosa e sconvolgente per l&#8217;intero mondo .<br>Sarebbe però un errore immaginare che un successo democratico cancelli automaticamente le divergenze tra le due sponde dell’Atlantico. L’Europa deve assumersi maggiori responsabilità nella propria difesa, costruendo un pilastro europeo dentro la NATO e una capacità politica comune. La nostra sicurezza non può essere rimessa in discussione a ogni elezione americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Israele, il voto interroga il futuro dell’intero Mediterraneo. La sicurezza dei cittadini israeliani, i diritti del popolo palestinese e la possibilità di una convivenza tra due Stati sono parti della stessa questione. Separarle significa perpetuare il conflitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La valutazione europea dovrà riguardare gli impegni e i comportamenti del governo che nascerà dalle urne: protezione dei civili, rispetto del diritto internazionale, rifiuto delle annessioni, disponibilità a una soluzione politica. Un cambio di leadership può aprire opportunità; la pace richiede scelte precise e il coraggio di sostenerle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Unione dovrebbe prepararsi fin d’ora a esercitare un’influenza coerente. Cooperazione e accordi devono accompagnarsi a condizioni verificabili sul rispetto dei diritti umani, con conseguenze proporzionate alle violazioni. Le sanzioni mirate contro i responsabili degli abusi possono essere uno strumento, insieme al sostegno alla società civile e alle forze che lavorano per la convivenza. L’amicizia con Israele e la difesa dei diritti palestinesi devono trovare posto nella stessa politica europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Francia, infine, l’Europa voterà su se stessa. La prospettiva di una vittoria del Rassemblement National rappresenta una prova decisiva per il progetto comunitario. La Francia, per peso politico, economico e militare, è indispensabile a qualunque avanzamento dell’integrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una presidenza orientata a ricondurre sistematicamente le scelte comuni dentro una logica nazionalista potrebbe indebolire l’Unione proprio quando servono decisioni condivise su difesa, investimenti, energia e politica estera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma agli europeisti non basterà evocare il pericolo. Bisogna comprendere perché tanti cittadini cercano protezione altrove. Salari insufficienti, precarietà, servizi pubblici fragili, insicurezza e territori abbandonati alimentano la sfiducia. Un europeismo che parla di potenza e trascura la vita quotidiana lascia alle destre radicali il linguaggio della protezione. I socialisti e i riformisti devono recuperarlo, traducendolo in lavoro dignitoso, salute, istruzione e opportunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi tre appuntamenti pongono dunque una domanda alla classe dirigente europea: vogliamo continuare a dipendere dalle decisioni altrui o costruire la forza necessaria per incidere?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorrono una difesa comune, una politica mediterranea credibile, risorse per gli investimenti e una protezione sociale capace di restituire fiducia. E occorre superare i meccanismi decisionali che troppo spesso trasformano le divergenze nazionali in paralisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sonno degli europei sarà più tranquillo quando l’Europa saprà assumersi la responsabilità del proprio destino.</p>
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		<title>Il centrosinistra è ancora negli spogliatoi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Capezzone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 08:16:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il centrosinistra italiano continua a navigare a vista, prigioniero di un eterno cantiere che non si chiude mai. A un anno dalle politiche del 2027,...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il centrosinistra italiano continua a navigare a vista, prigioniero di un eterno cantiere che non si chiude mai. A un anno dalle politiche del 2027, il Campo Largo – Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e le appendici centristi – si presenta ancora senza un leader riconosciuto e senza un programma condiviso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Elly Schlein ripete che “prima il programma, poi i nomi”, promettendo un testo unitario entro fine anno e lasciando aperta la porta a un accordo politico o alle primarie. Giuseppe Conte la incalza: bastano due settimane di confronto serio per chiudere. Ma i tavoli restano fermi agli stessi nodi di mesi fa, a cominciare dalla politica estera sull’Ucraina, dove le distanze tra dem e pentastellati non si sono sciolte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aritmeticamente il vantaggio c’è. Le supermedie di ottobre collocano il Campo Largo allargato intorno al 43-43,5%, un paio di punti sopra il centrodestra di governo (FdI, Forza Italia, Lega e Noi Moderati, intorno al 41%). Con lo Stabilicum appena approvato – proporzionale con premio di maggioranza e ritorno delle preferenze – alcune simulazioni assegnano al centrosinistra una maggioranza parlamentare, a condizione che Vannacci resti fuori dalla coalizione meloniana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Pd però è sceso al 20%, Meloni recupera e si assesta oltre il 27%, e il vantaggio è fragile, fatto di somme di partiti che si contendono lo stesso elettorato e che faticano a presentarsi come alternativa credibile di governo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica, però, presenta il conto quando le coalizioni non sono vere coalizioni. Dentro il Pd si discute della proroga del mandato di Schlein oltre marzo 2027, con i riformisti che non intendono consegnarle una delega in bianco sulle alleanze e sul perimetro (troppo stretto senza i moderati, troppo largo con chi vota contro il riarmo). Conte è dato in vantaggio nelle primarie ipotetiche e usa ogni palco per ricordare che senza un programma e senza regole chiare sul candidato premier non c’è accordo. Le priorità dichiarate – salari, sanità, energia, salario minimo – restano slogan finché non si traducono in un testo che regga il confronto con quattro anni di governo Meloni, che ha tenuto insieme la maggioranza e approvato la legge elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio è noto: un centrosinistra che somma i consensi sulla carta ma si spacca sul primo tema vero, che promette unità e poi litiga su chi guida, che chiede il voto anticipato senza aver deciso chi e per cosa. In un sistema che premia la coalizione più coesa e punisce le alleanze tattiche, l’aritmetica può bastare per un titolo di giornale. Per governare serve altro.</p>
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		<title>Israele al voto: non è in gioco soltanto Netanyahu, ma il futuro del Medio Oriente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2026 13:40:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il prossimo 27 ottobre Israele tornerà alle urne per eleggere la nuova Knesset. Sarà un appuntamento politico di straordinaria importanza, non soltanto per il futuro...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il prossimo 27 ottobre Israele tornerà alle urne per eleggere la nuova Knesset. Sarà un appuntamento politico di straordinaria importanza, non soltanto per il futuro dello Stato ebraico, ma per gli equilibri dell’intero Medio Oriente e per le prospettive di pace nel Mediterraneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono le prime elezioni dopo il terribile attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e dopo tre anni che hanno profondamente segnato la società israeliana, devastato Gaza e moltiplicato i fronti di conflitto nella regione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro della competizione c’è naturalmente Benjamin Netanyahu, il leader che più a lungo ha governato Israele e che oggi si presenta al giudizio degli elettori con un bilancio segnato da guerre, divisioni interne, tensioni istituzionali e un crescente isolamento diplomatico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe riduttivo leggere queste elezioni come un semplice referendum sulla sua permanenza al potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione fondamentale è un’altra: quale Israele emergerà dalle urne e quale rapporto vorrà costruire con i palestinesi, con i Paesi arabi, con l’Europa e con la comunità internazionale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">I sondaggi descrivono una competizione aperta. Il Likud di Netanyahu deve confrontarsi con la crescita di Gadi Eisenkot, già capo di Stato maggiore dell’esercito, e con altre figure dell’opposizione, da Naftali Bennett a Yair Lapid. Il sistema proporzionale israeliano, tuttavia, rende complessa la formazione di una maggioranza parlamentare di almeno 61 seggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un elemento merita particolare attenzione. L’opposizione a Netanyahu non coincide necessariamente con un’alternativa alla sua visione del conflitto israelo-palestinese. Anche tra i suoi avversari prevalgono posizioni molto attente alla sicurezza nazionale, mentre la prospettiva dei due Stati fatica a ritrovare centralità nel dibattito politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio questo il nodo più delicato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza di Israele costituisce un diritto irrinunciabile. Nessuna prospettiva di pace può prescindere dalla condanna del terrorismo, dalla protezione dei civili israeliani e dalla necessità di impedire nuovi massacri come quello del 7 ottobre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la sicurezza non può essere costruita esclusivamente attraverso la superiorità militare, l’occupazione permanente e la negazione delle aspirazioni nazionali palestinesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tragedia umanitaria di Gaza, le sofferenze della popolazione civile, la distruzione materiale e sociale e le difficoltà della ricostruzione impongono una riflessione che non può essere rinviata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ci sarà una sicurezza duratura per Israele senza una prospettiva credibile di libertà, dignità e autodeterminazione per il popolo palestinese. E non ci sarà uno Stato palestinese stabile senza garanzie effettive per la sicurezza israeliana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste due esigenze non sono incompatibili. Sono, al contrario, le condizioni di una medesima pace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le elezioni israeliane chiamano in causa anche la qualità della democrazia. Le tensioni sulla riforma della giustizia, le grandi mobilitazioni popolari e il rapporto tra istituzioni civili, religione e potere politico hanno mostrato quanto profonde siano le fratture della società israeliana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una democrazia si misura non soltanto attraverso il voto, ma anche attraverso il rispetto dello Stato di diritto, l’indipendenza della magistratura, la tutela delle minoranze e la capacità di garantire pluralismo e libertà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui entra in gioco l’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Unione europea non può limitarsi a osservare gli sviluppi della politica israeliana o a commentare le iniziative americane. Deve recuperare una propria capacità diplomatica, parlando con Israele, con l’Autorità palestinese e con i principali interlocutori arabi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre sostenere concretamente la ricostruzione di Gaza, contrastare ogni ipotesi di trasferimento forzato della popolazione palestinese, favorire un assetto di governo credibile e rilanciare un percorso negoziale fondato sul diritto internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Mediterraneo non può continuare a essere soltanto uno spazio di conflitti, emergenze e contrapposizioni geopolitiche. Deve tornare a essere un luogo di cooperazione, sviluppo e convivenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il voto del 27 ottobre non risolverà automaticamente le contraddizioni del Medio Oriente. Potrebbe persino produrre un nuovo stallo parlamentare. Ma offrirà un’indicazione importante sulla direzione che la società israeliana intende intraprendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’auspicio è che, oltre la competizione tra leader e partiti, possa riaprirsi uno spazio politico per il dialogo e per una soluzione negoziata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il futuro di Israele e quello della Palestina, per quanto segnati da storie e sofferenze differenti, restano inevitabilmente intrecciati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera sfida non è scegliere tra la sicurezza degli israeliani e i diritti dei palestinesi. È comprendere che nessuna delle due aspirazioni potrà realizzarsi pienamente senza l’altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa è una responsabilità che riguarda anche noi europei.</p>
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		<title>Competitività europea: non perdiamo Erasmus for Young Entrepreneurs</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/competitivita-europea-non-perdiamo-erasmus-for-young-entrepreneurs/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 11:58:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Europa ha finalmente rimesso la competitività al centro della propria agenda. È una scelta necessaria. Ma non pensare solo in grande.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’Europa ha finalmente rimesso la competitività al centro della propria agenda. È una scelta necessaria, ma dobbiamo evitare di pensare che essa si costruisca soltanto attraverso grandi fondi, grandi imprese e tecnologie strategiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La competitività nasce anche dal basso: dalla capacità di trasformare un’idea in un’impresa, dalla circolazione delle competenze, dall’apertura verso nuovi mercati e dalla creazione di reti europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo, mentre si definiscono il prossimo Quadro finanziario pluriennale e il nuovo European Competitiveness Fund (ECF), occorre salvaguardare un’esperienza che in quasi diciassette anni ha dimostrato la propria utilità: Erasmus for Young Entrepreneurs (EYE).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 2009 il programma ha coinvolto oltre 37.000 imprenditori e realizzato più di 15.000 scambi transfrontalieri in 44 Paesi. Il meccanismo è semplice: un nuovo o aspirante imprenditore può trascorrere un periodo presso un imprenditore esperto in un altro Paese, acquisendo competenze, conoscendo nuovi mercati e costruendo relazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I risultati indicati dagli operatori del programma sono significativi: l’87% delle startup fondate da ex partecipanti risulta ancora attivo; il 64% dei nuovi imprenditori coinvolti si espande sui mercati internazionali e il 65% degli imprenditori ospitanti amplia le proprie attività oltre i confini nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">EYE ha inoltre esteso la propria dimensione internazionale verso realtà come Stati Uniti, Canada e Singapore e ha sviluppato iniziative specifiche a sostegno degli imprenditori ucraini dopo l’invasione russa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora bisogna evitare che la riorganizzazione degli strumenti finanziari europei finisca per penalizzare programmi di dimensioni contenute ma di comprovata efficacia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con circa 10 milioni di euro all’anno, EYE ha consentito circa mille scambi annuali. Secondo le stime avanzate dai soggetti impegnati nel programma, 70 milioni di euro nel futuro ECF permetterebbero di mantenerne l’attuale livello di attività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è infine una ragione che considero particolarmente importante: l’imprenditorialità europea deve essere accessibile anche ai giovani delle regioni periferiche, delle aree interne e dei territori economicamente più fragili. Il talento non nasce soltanto nelle grandi capitali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo Erasmus for Young Entrepreneurs deve conservare nel futuro European Competitiveness Fund una propria riconoscibilità e risorse adeguate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un programma europeo funziona, produce risultati e costa relativamente poco, non bisogna disperderlo. Bisogna valorizzarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la competitività europea nasce certamente dagli investimenti e dall’innovazione, ma prima ancora nasce dalle persone, dalle loro competenze e dal coraggio di intraprendere.</p>
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		<item>
		<title>Brasile, il vento di destra e la domanda che la sinistra non può più evitare</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/brasile-vento-destra-sinistra-domanda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 13:37:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Brasile va al secondo turno e il risultato del primo pone una domanda che supera largamente i confini del gigante sudamericano: l’America Latina si sta “trumpizzando”? </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il Brasile va al secondo turno e il risultato del primo pone una domanda che supera largamente i confini del gigante sudamericano: l’America Latina si sta “trumpizzando”? E perché settori popolari e ceti medi, tradizionalmente sensibili alle politiche sociali e redistributive, guardano sempre più spesso verso una destra radicale, liberista in economia e conservatrice sui valori?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe troppo semplice rispondere che il continente sta diventando improvvisamente di destra. È in corso qualcosa di più profondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il voto brasiliano mostra innanzitutto una società fortemente polarizzata. Da una parte Lula, il PT, la difesa delle politiche sociali, una maggiore attenzione alle disuguaglianze, all’ambiente e al ruolo internazionale autonomo del Brasile. Dall’altra Flávio Bolsonaro, erede politico e familiare del bolsonarismo, che concentra il proprio messaggio sulla sicurezza, sulla riduzione delle tasse e della spesa pubblica, sulle privatizzazioni, sui valori conservatori e sulla promessa di una rottura con il sistema di potere rappresentato dal PT.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il secondo turno non si deciderà soltanto sull’asse destra-sinistra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peseranno il costo della vita, l’indebitamento delle famiglie, la sicurezza nelle città, la capacità di mobilitare chi si è astenuto e soprattutto la percezione che ciascun candidato riuscirà a trasmettere sul futuro del Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui emerge una contraddizione che dovrebbe interessare soprattutto la sinistra e le forze riformiste europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non basta che alcuni indicatori economici migliorino. Non basta dire che l’occupazione è cresciuta o che le disuguaglianze sono diminuite se una famiglia, quando arriva alla fine del mese, percepisce di essere più fragile; se un lavoratore teme la criminalità; se un giovane non vede davanti a sé un percorso di mobilità sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica viene giudicata attraverso la vita quotidiana, non attraverso le statistiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio su questo terreno che una nuova destra sta conquistando spazio in diversi Paesi dell’America Latina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlare semplicemente di “trumpizzazione”, tuttavia, sarebbe riduttivo. L’influenza di Donald Trump esiste ed è evidente nel linguaggio politico, nella centralità attribuita alla sicurezza, nell’attacco alle élite, nel conservatorismo culturale e nell’uso aggressivo dei social media. Ma Milei in Argentina, Bolsonaro in Brasile e le diverse destre latinoamericane non sono la stessa cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che le accomuna è soprattutto la capacità di intercettare una domanda di protezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Protezione dalla criminalità. Protezione dall’inflazione e dalla perdita del potere d’acquisto. Protezione dalla precarietà. Protezione dalla paura del declino sociale. Persino protezione da un mondo che appare sempre più difficile da comprendere e governare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo, forse, il vero cambiamento politico del nostro tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per oltre un secolo la sinistra ha rappresentato per milioni di persone la protezione sociale. Oggi una parte di quelle stesse persone cerca protezione altrove. E può persino votare per programmi economici liberisti se ritiene che chi li propone sappia garantire ordine, sicurezza, identità e possibilità di crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il voto, infatti, non si struttura più soltanto intorno alla tradizionale contrapposizione capitale-lavoro. Reddito, sicurezza, identità, immigrazione, appartenenza, paura del futuro e sfiducia nelle istituzioni si sovrappongono e producono nuove coalizioni elettorali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una lezione che riguarda direttamente anche l’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le forze democratiche e riformiste commetterebbero un grave errore se rispondessero all’avanzata delle destre radicali limitandosi a denunciarne i pericoli. Devono certamente difendere lo Stato di diritto, le libertà, l’equilibrio dei poteri e la democrazia liberale. Ma devono contemporaneamente tornare a rispondere alle paure reali delle persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sicurezza senza autoritarismo. Immigrazione governata senza xenofobia. Crescita senza abbandonare la giustizia sociale. Transizione ecologica senza scaricarne i costi sui più deboli. Identità senza nazionalismo. Protezione senza chiusura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È probabilmente su questo terreno che si giocherà una parte importante della battaglia politica dei prossimi anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Brasile, dunque, non ci parla soltanto del Brasile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci pone davanti a una domanda molto più scomoda: perché una parte dei ceti popolari non considera più la sinistra e i riformisti come la propria casa naturale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finché questa domanda resterà senza una risposta convincente, il vento che soffia sull’America Latina continuerà a farsi sentire anche dall’altra parte dell’Atlantico.</p>
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		<title>Manovra, sia coraggiosa nonostante tutto</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/manovra-coraggiosa-nonostante-tutto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Capezzone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 07:57:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il quadro non è semplice, e sarebbe da irresponsabili fingere il contrario. L’energia è tornata a pesare, i mercati sono nervosi, il costo del debito non è un dettaglio da convegno. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il quadro non è semplice, e sarebbe da irresponsabili fingere il contrario. L’energia è tornata a pesare, i mercati sono nervosi, il costo del debito non è un dettaglio da convegno. Proprio per questo la manovra non può essere timida. Può essere prudente. Non può essere rinunciataria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La credibilità finanziaria non è un optional: è la condizione di tutto il resto. Chi ha memoria sa che i conti, quando scricchiolano, li paga sempre il contribuente. Dunque niente azzardi, niente promesse che il Tesoro non può onorare. La barra resta quella: debito sotto controllo, spese correnti da non alimentare, coperture vere. Senza strafare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma dentro quel perimetro la scelta sia netta. I tagli di tasse vadano avanti. Non perché facciano scena, e non perché un governo debba «dare qualcosa» in vista del consenso. Perché il fisco italiano, sul lavoro e sull’impresa, resta un ostacolo alla crescita. Si produce di meno, si assume di meno, si investe di meno, e poi ci si stupisce se la base imponibile non si allarga. Ridurre il prelievo, con gradualità e con coperture, è politica di offerta. È l’opposto dell’assistenzialismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il peggioramento internazionale non è un argomento per fermarsi. È un argomento per non sbagliare lo strumento. Se l’energia rincara e la domanda esterna si fa incerta, la risposta non è un’altra spesa pubblica che gonfia il deficit e lascia intatto il cuneo. È lasciare più reddito in tasca a chi lavora e più margine a chi produce, così che famiglie e imprese assorbano lo shock senza aspettare il prossimo decreto. Lo Stato non compensa l’inflazione importata stampando trasferimenti. La compensa, se può, non prendendo troppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi una questione di coerenza. Un liberale non chiede miracoli. Chiede una rotta: meno tasse dove distorcono di più, meno spesa dove non produce servizi, regole stabili perché chi investe possa calcolare. Il coraggio, in questa fase, non è la misura spettacolare. È non usare il contesto difficile come alibi per rinviare l’unica correzione che, in Italia, non è mai di troppo.</p>
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		<title>Difesa europea: riarmare gli Stati non basta, serve finalmente l’Europa</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/difesa-europea-non-basta-europa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 08:45:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel dibattito europeo sulla difesa. Tutti riconoscono che il mondo è cambiato, che le minacce alla nostra sicurezza sono aumentate...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel dibattito europeo sulla difesa. Tutti riconoscono che il mondo è cambiato, che le minacce alla nostra sicurezza sono aumentate e che l’Europa deve assumersi maggiori responsabilità. Ma quando arriva il momento di tradurre questa consapevolezza in scelte politiche, riaffiora puntualmente la vecchia tentazione: ciascuno faccia da sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La recente riunione dei ministri della Difesa dell’Unione europea ne è una dimostrazione eloquente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La spesa militare aumenta, vengono mobilitate ingenti risorse finanziarie e si rafforzano alcuni strumenti europei. SAFE mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti e l’Unione cerca di incentivare gli acquisti comuni. Ma il rischio rimane evidente: che dietro l’espressione “riarmo europeo” si nasconda soprattutto la somma di ventisette riarmi nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sarebbe un errore politico e strategico molto grave.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non abbiamo bisogno semplicemente di ventisette Stati che spendano di più. Abbiamo bisogno di un’Europa che spenda meglio, insieme, costruendo capacità comuni, interoperabilità, una vera industria europea della difesa e soprattutto una strategia condivisa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta di mettere in discussione la NATO. Al contrario. L’Alleanza Atlantica rimane il pilastro essenziale della sicurezza euro-atlantica. Ma proprio per rafforzarla occorre costruire finalmente un autentico pilastro europeo della NATO, capace di assumersi responsabilità crescenti e di agire quando gli interessi strategici europei lo richiedono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Continuare invece a delegare alla NATO ogni dimensione propriamente strategica, mentre l’Unione si limita prevalentemente a finanziare gli investimenti nazionali, significa rinunciare a una parte essenziale della sovranità europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli avvenimenti di questi anni dovrebbero averci insegnato qualcosa. L’aggressione russa all’Ucraina, le minacce ibride, i sabotaggi, i cyberattacchi, la vulnerabilità delle infrastrutture critiche e l’instabilità delle rotte commerciali dimostrano che sicurezza, politica estera, energia, tecnologia e difesa sono ormai inseparabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure continuiamo a procedere con una lentezza incompatibile con la velocità della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, dunque, non è soltanto militare. È eminentemente politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’Unione che finanzia ventisette difese nazionali ma non riesce a costruire una politica estera e di sicurezza realmente comune rischia di diventare un gigante economico incapace di proteggere autonomamente i propri interessi strategici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo occorre compiere un salto politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se l’unanimità impedisce di avanzare, bisogna avere il coraggio di procedere con chi è disponibile a farlo, utilizzando gli strumenti consentiti dai Trattati o costruendo forme di cooperazione più avanzata tra gli Stati che condividono questa ambizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non possiamo permettere che il veto di uno o due governi condanni l’intera Europa all’impotenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un nucleo di Paesi europei dovrebbe assumersi la responsabilità di avviare una vera integrazione nel campo della difesa: programmazione comune, acquisti comuni, standard comuni, capacità operative integrate, ricerca e innovazione condivise e, progressivamente, una struttura europea di comando e decisione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma anche questo non sarebbe sufficiente senza una politica estera comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difesa e politica estera sono infatti due facce della stessa sovranità. Non si può pretendere di costruire una difesa europea se poi, davanti alle grandi crisi internazionali, ventisette governi parlano con ventisette voci differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui si gioca una parte decisiva del futuro dell’Unione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il pericolo che abbiamo davanti non viene soltanto dall’esterno. Esiste anche un rischio politico interno: la crescente disaffezione dei cittadini verso un’Europa percepita come distante, burocratica e incapace di decidere sulle questioni fondamentali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le forze populiste ed estremiste, a destra come a sinistra, colpiscono proprio questa debolezza. Alimentano l’idea che l’Europa sia inutile perché non riesce a proteggere, decidere e agire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta non può essere meno Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Deve essere più Europa dove l’Europa è indispensabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sicurezza, difesa, politica estera, energia, tecnologie strategiche, protezione delle frontiere sono precisamente i campi nei quali nessuno Stato europeo, da solo, possiede più la dimensione sufficiente per competere con le grandi potenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se non avremo il coraggio di compiere questo salto, il rischio è che l’Unione diventi progressivamente un corpaccione istituzionale imbalsamato: ricco di regole e procedure, ma povero di capacità politica; sempre più difficile da comprendere e, proprio per questo, sempre più distante e inviso ai suoi cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa non si salva difendendo lo status quo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si salva diventando finalmente adulta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E oggi diventare adulti significa assumersi la responsabilità della propria sicurezza, costruendo un vero pilastro europeo della NATO e una politica estera e di difesa comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche, se necessario, cominciando con chi ci sta.</p>
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