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	<title>Opinioni - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Mon, 21 Sep 2026 10:17:14 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Perché abbiamo smesso di ascoltarci?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 10:17:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non ho una risposta e, soprattutto, non ho la presunzione di possedere la verità. Vorrei semplicemente porre una domanda.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Non ho una risposta e, soprattutto, non ho la presunzione di possedere la verità. Vorrei semplicemente porre una domanda e confrontarmi con chi avrà voglia di farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le nostre società sembrano sempre più attratte dagli estremi? Perché, a destra come a sinistra, le posizioni radicali riescono spesso a sovrastare quelle moderate e riformiste? E perché questa radicalizzazione riguarda ormai non soltanto le idee, ma persino il linguaggio e lo stile della politica?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse abbiamo sottovalutato ciò che è accaduto nelle nostre società negli ultimi vent’anni. La crisi finanziaria, la pandemia, le guerre, l’inflazione, l’aumento delle disuguaglianze, l’immigrazione, la paura del futuro. A tutto questo si è aggiunta una progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni e nella capacità della politica di governare i grandi cambiamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c’è la rivoluzione dei social. La politica ragionata ha bisogno di tempo, spiegazioni, dubbi, mediazioni. I social chiedono invece velocità, semplificazione, contrapposizione. Vince più facilmente un’affermazione perentoria di un ragionamento complesso; un nemico da indicare di una soluzione da costruire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe troppo comodo attribuire tutto agli algoritmi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse moderati e riformisti devono interrogarsi anche sui propri errori. Per troppo tempo hanno dato l’impressione di amministrare l’esistente invece di cambiarlo. Hanno parlato il linguaggio degli esperti quando una parte della società chiedeva protezione, sicurezza, identità, salari dignitosi e la possibilità di immaginare un futuro migliore per i propri figli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo l’immigrazione. Negarne i problemi è stato un errore. Ma trasformare un fenomeno epocale in uno slogan è altrettanto sbagliato. Proposte come la “remigrazione” possono apparire semplici proprio perché eliminano dal discorso tutta la complessità giuridica, economica, sociale e umana della questione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, allora, non è contrapporre alla radicalità una politica debole, timida o incapace di decidere. Moderazione non significa debolezza. Riformismo non significa conservazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: dalla capacità di essere radicali nei problemi e concreti nelle soluzioni. Dire la verità anche quando è scomoda. Riconoscere le paure senza alimentarle. Governare l’immigrazione senza demonizzare chi arriva. Combattere le disuguaglianze senza promettere ciò che non si può mantenere. Difendere sicurezza e legalità senza rinunciare ai diritti. E soprattutto tornare ad ascoltare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una democrazia vive del conflitto delle idee, ma muore quando l’avversario diventa un nemico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non so se questa sia la strada giusta. È precisamente per questo che vorrei discuterne. Forse il primo passo per uscire dalla polarizzazione è proprio recuperare una cosa diventata sorprendentemente rara: il dubbio, insieme al coraggio delle proprie convinzioni.</p>
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		<title>Se Conte già comanda a sinistra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Capezzone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 08:10:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il programma uscito l’altro ieri da Nova non è un elenco di proposte: è un mandato. Conte lo ha detto senza giri di parole dal palco di Milano. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il programma uscito l’altro ieri da Nova non è un elenco di proposte: è un mandato. Conte lo ha detto senza giri di parole dal palco di Milano. «Emerge un mandato chiaro»: no all’economia di guerra, no al riarmo, stop alle armi a Kiev perché «le armi allontanano la pace». E soprattutto: quel testo, votato dalla base dopo mesi di tavoli e 17mila partecipanti, «mi onora» e «non sono disponibile a diluirlo» perché la politica non diventi «galleggiare e vivacchiare».</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che il Pd entra in difficoltà. Elly Schlein, alla Festa dell’Unità, aveva ribadito il sostegno militare a Kiev e il ruolo dell’Ue nel negoziato. Una linea che tiene insieme l’ala riformista e la famiglia dei socialisti europei. Conte arriva prima, con un documento già deliberato e presentato come non negoziabile sul punto più divisivo del campo largo. Non chiede di discutere: porta un pacchetto chiuso al tavolo della coalizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è uno sbilanciamento di potere. Chi arriva con un programma votato dalla propria comunità e dichiara di non volerlo ammorbidire detta l’agenda. Il Pd si trova a scegliere tra due rischi: accettare i paletti pentastellati sulla politica estera e apparire subalterno, oppure resistere e far passare l’idea che è Nazareno a ostacolare l’unità “contro le destre”. In entrambi i casi Conte si colloca come dominus della trattativa: decide i confini entro cui l’alleanza può esistere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è solo Ucraina. Il no al piano ReArm Ue e agli obiettivi Nato, la richiesta di piani di disarmo, il riconoscimento della Palestina e la fine del rapporto privilegiato Ue-Israele restringono lo spazio di mediazione. Alcuni di questi temi trovano sponde anche nel Pd, ma il metodo conta più dei singoli punti: un alleato che si presenta con un mandato «fermo e chiaro» costringe gli altri a inseguire. Per Schlein il problema non è solo il contenuto. È chi, da ieri, ha già scritto la prima pagina del “programma comune”.</p>
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		<title>von der Leyen, discorso sullo stato dell&#8217;Unione senza rituali. L&#8217;Europa traccia le linee rosse</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/von-der-leyen-discorso-stato-unione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 10:26:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il discorso sullo Stato dell’Unione non può essere, quest’anno, un esercizio rituale. Ursula von der Leyen parla a un’Europa circondata da guerre.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il discorso sullo Stato dell’Unione non può essere, quest’anno, un esercizio rituale. Ursula von der Leyen parla a un’Europa circondata da guerre, attraversata da nuove minacce e sottoposta a una pressione economica e sociale che rischia di alimentare paura, sfiducia e nazionalismi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il suo messaggio dovrebbe avere un cuore politico molto chiaro, articolato intorno a tre priorità: difesa comune, iniziativa europea per la pace e protezione dei ceti più deboli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è la più urgente. Gli episodi nel Baltico, gli attacchi ibridi, i droni, le operazioni cyber e le provocazioni ai confini orientali ci dicono che non possiamo più considerare la sicurezza europea come un problema di domani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Unione ha finalmente cominciato a muoversi. SAFE e la strategia di Readiness 2030 rappresentano passi importanti. Ma il punto politico è un altro: non basta spendere di più per la difesa. Bisogna spendere insieme e costruire una vera difesa comune europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ventisette sistemi nazionali che acquistano separatamente, programmano separatamente e continuano a dipendere in settori strategici da altri non costituiscono ancora una potenza europea. Occorrono capacità comuni, industria europea, interoperabilità, intelligence, difesa aerea e antimissile, droni, cyberdifesa e una vera capacità europea di comando e di decisione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La NATO rimane essenziale. Ma l’Europa deve diventare capace di assumersi una quota molto maggiore della responsabilità della propria sicurezza. Non contro gli Stati Uniti, ma senza dipendere totalmente dagli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi una seconda responsabilità, altrettanto importante. Un’Europa che si arma ma rinuncia alla politica sarebbe un’Europa incompleta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Unione deve tornare ad essere protagonista diplomatico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Medio Oriente deve promuovere una forte iniziativa politica che coinvolga Israele, i palestinesi, i paesi arabi e l’Iran, con l’obiettivo di fermare l’allargamento del conflitto e ricostruire una prospettiva credibile di pace e sicurezza regionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E deve farlo anche sulla guerra tra Russia e Ucraina. L’Europa deve sostenere ogni serio tentativo negoziale, ma senza confondere la pace con la resa. Nessuna pace duratura può nascere da una svendita dell’Ucraina a Putin, perché una soluzione che premiasse semplicemente l’aggressione preparerebbe nuove instabilità anziché chiudere quella attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difesa e diplomazia, dunque. Deterrenza e dialogo. Forza sufficiente per proteggersi e autorevolezza politica sufficiente per negoziare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma manca un terzo pilastro, senza il quale anche gli altri due rischiano di perdere il consenso dei cittadini: la giustizia sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le conseguenze della destabilizzazione mondiale non sono distribuite equamente. Il rincaro dell’energia, l’incertezza economica, le tensioni commerciali e l’aumento della spesa pubblica per la sicurezza pesano soprattutto sui lavoratori, sulle famiglie a reddito medio-basso, sui pensionati, sui giovani e sulle piccole imprese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non possiamo chiedere agli europei di sostenere il costo della sicurezza lasciando soli coloro che hanno meno strumenti per difendersi dalle conseguenze economiche delle crisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo alla nuova politica europea di sicurezza deve corrispondere una nuova politica europea di solidarietà: investimenti comuni, strumenti finanziari comuni, sostegno ai redditi più fragili, energia a prezzi sostenibili e politiche per il lavoro e la crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa, a mio avviso, la sfida che dovrebbe attraversare il discorso sullo Stato dell’Unione: proteggere l’Europa senza trasformarla in una fortezza; costruire la pace senza essere deboli; rafforzare la sicurezza senza sacrificare la giustizia sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa è nata per garantire pace, libertà e progresso sociale. Nel mondo pericoloso nel quale siamo entrati, questi tre obiettivi non possono più essere separati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difendersi, costruire la pace e proteggere i più deboli: è da qui che passa oggi la credibilità dell’Unione europea.</p>
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		<title>Cosa è e cosa non è oggi il centrosinistra</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/cosa-e-e-cosa-non-e-oggi-il-centrosinistra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Capezzone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:39:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il centrosinistra italiano, a oggi, è un miracolo di economia: ha abolito leader, programma e perimetro, eppure continua a occupare salotti, talk e pagine intere. Un vuoto che produce rumore.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il centrosinistra italiano, a oggi, è un miracolo di economia: ha abolito leader, programma e perimetro, eppure continua a occupare salotti, talk e pagine intere. Un vuoto che produce rumore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leader? Non c’è. C’è Elly Schlein, che fa l’Erasmus permanente tra decarbonizzazione e pompe di calore, e Giuseppe Conte, che da remoto fa il capo e da vicino fa il cauto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi Renzi, che bussa alla porta mentre gli altri gli cambiano già la serratura. E AVS, che entra in coalizione come si entra in un appartamento in affitto: senza firmare, ma pretendendo il balcone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Risultato: quattro volti, zero volto. Un identikit compilato a matita, pronto a essere cancellato al primo Consiglio dei ministri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Programma? Nemmeno. Al massimo un catalogo di no: no ai confini e no a Meloni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il resto è giaculatoria: salari reali, bollette, crescita. Parole che suonano come un rosario recitato da chi ha perso il libretto. Quando chiedi «quanto costa?», scatta il silenzio solenne di chi sta ancora decidendo se il centrosinistra sia un partito, una federazione o un gruppo WhatsApp con le notifiche accese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perimetro? Un’opinione. Oggi Renzi ospite, domani Renzi inquilino sgradito; oggi i 5 Stelle partner, domani i 5 Stelle problema. La coalizione è un cantiere senza progetto, dove ogni mattina si sposta un muro e si scopre che il tetto non c’è. E intanto si aspetta il 2027 come si aspetta un miracolo: che l’elettore, stanco, voti non per qualcosa, ma contro qualcuno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa c’è, allora? A occhio, solo la contrapposizione a Giorgia Meloni. Un mestiere comprensibile a sinistra, se fosse accompagnato da un’alternativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui è l’alternativa stessa a essere assente. Meloni è l’unico punto fermo del quadro: l’ostacolo, l’usurpatrice, la parentesi da chiudere. Tutto il resto — lavoro, sicurezza, Occidente, tasse — viene dopo, o non viene. È la politica ridotta a riflesso condizionato: se lei c’è, noi esistiamo; se lei cade, noi… vedremo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Compagni, non è un’opposizione. È un’attesa. E l’ironia della storia è crudele: dopo anni a dare del fascista a chiunque non la pensasse come voi, vi ritrovate senza idea, senza capo e senza mappa. Solo con un nemico. Che, per vostra sfortuna, governa.</p>
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		<title>Emma Bonino, la forza delle idee e il coraggio della coerenza</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/emma-bonino-la-forza-delle-idee-e-il-coraggio-della-coerenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 09:16:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Emma Bonino, il ricordo di una vita dedicata all’Europa, ai diritti civili e alla libertà della persona, tra rigore, coerenza e impegno politico.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ci sono personalità politiche con le quali si può non aver condiviso tutto, ma delle quali si riconoscono senza esitazione la statura, la coerenza e la forza delle convinzioni. Emma Bonino è stata certamente una di queste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Emma ho condiviso innanzitutto una grande passione: l’Europa. Un’Europa non ridotta a mercato o a somma di interessi nazionali, ma concepita come comunità politica, spazio di libertà e di diritti, protagonista nel mondo. Su questa idea ci siamo ritrovati tante volte, provenendo da storie e culture politiche diverse ma accomunati dalla convinzione che senza un’Europa più unita, più forte e più democratica i nostri Paesi sarebbero stati inevitabilmente più deboli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho avuto anche l’opportunità di condividere con lei un tratto di strada in Senato. La vicinanza parlamentare mi ha consentito di apprezzare ancora di più qualità che già conoscevo: il rigore morale, la preparazione, la determinazione, l’indipendenza di giudizio. Emma non apparteneva alla categoria di coloro che modificano le proprie convinzioni a seconda delle convenienze del momento. Le sue battaglie potevano dividere, talvolta anche suscitare forti contrasti, ma erano sempre combattute a viso aperto e con una straordinaria coerenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stata una protagonista dell’europeismo italiano, ma anche una combattente instancabile per i diritti civili e per la dignità della persona. Ho sempre apprezzato il fatto che il suo impegno laico non si trasformasse in un laicismo ideologico o in un pregiudizio verso chi traeva dalla fede religiosa la propria ispirazione. Per Emma il terreno decisivo era quello della libertà della persona, del rispetto delle coscienze, della responsabilità individuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua dimensione, del resto, è sempre andata ben oltre i confini italiani. L’Europa, i diritti umani, le libertà fondamentali, la condizione delle donne, le grandi emergenze internazionali sono stati il campo naturale del suo impegno politico e civile. Ha saputo portare nelle istituzioni una cultura autenticamente europea e una sensibilità internazionale rara nella politica italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c’è stata la battaglia più personale e difficile: quella contro la malattia. Anche lì Emma ha mostrato la stessa tenacia che aveva caratterizzato tutta la sua vita pubblica. Ha affrontato una prova severissima senza trasformarla in un ripiegamento su se stessa e, soprattutto, senza arretrare di un millimetro dal suo impegno civile e politico. Continuare a partecipare, intervenire, prendere posizione, battersi per le proprie idee è stato forse uno dei messaggi più potenti che ci ha consegnato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Emma appartiene a quella generazione di donne e uomini per i quali la politica era prima di tutto una battaglia di idee, una scelta di responsabilità, una testimonianza personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di lei conserverò il ricordo del rigore e della determinazione, ma anche dei momenti di confronto e di umanità vissuti nel tratto di strada percorso insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto conserverò una convinzione che ci ha uniti profondamente: l’Europa non è semplicemente un luogo geografico o un’istituzione. È una scelta politica e morale, una comunità di destino fondata sulla libertà, sulla dignità della persona e sui diritti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una battaglia che Emma Bonino ha combattuto per tutta la vita. E che spetta a noi continuare!</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/emma-bonino-le-sue-proposte-per-leuropa/">Qui</a> un’ultima intervista concessa a <em>The Watcher Post</em> in cui rimane il ritratto di un’europeista convinta, legata all’idea che i grandi progetti abbiano bisogno di riforme concrete per tradursi in realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/emma-bonino-la-forza-delle-idee-e-il-coraggio-della-coerenza/">Emma Bonino, la forza delle idee e il coraggio della coerenza</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<item>
		<title>Le destre conservatrici bussano alla porta di un Europa al bivio</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/destre-vento-europa-riforme/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 07:45:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un vento che attraversa l’Europa. Cambiano le bandiere, le storie nazionali e persino le posizioni su alcune questioni fondamentali, ma la direzione è spesso la stessa.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C’è un vento che attraversa l’Europa. Cambiano le bandiere, le storie nazionali e persino le posizioni su alcune questioni fondamentali, ma la direzione è spesso la stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’AfD in Germania, Marine Le Pen e il Rassemblement National in Francia, Nigel Farage e Reform UK nel Regno Unito, Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale in Italia non sono la stessa cosa. Sarebbe un errore politico e analitico metterli semplicemente nello stesso contenitore. Ma sono, in misura diversa, figli dello stesso clima: nazionalismo, sovranismo, ostilità verso l’immigrazione, contestazione delle élite, sfiducia nelle istituzioni e rifiuto di un’Europa percepita come distante, burocratica e incapace di proteggere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il recente risultato dell’AfD in Sassonia-Anhalt, dove ha sfiorato il 44 per cento, dovrebbe far suonare un campanello d’allarme in tutte le capitali europee. Non siamo più di fronte soltanto a un voto di protesta marginale. In alcune parti d’Europa la protesta sta diventando maggioranza potenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda, allora, non può essere soltanto: perché avanzano le destre radicali? Dobbiamo avere il coraggio di porcene un’altra, forse più scomoda: dove hanno sbagliato i partiti mainstream e dove ha sbagliato l’Europa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima risposta riguarda la paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parte consistente delle nostre società ha paura del futuro: dell’immigrazione incontrollata, della perdita del lavoro, dell’intelligenza artificiale, della transizione ecologica, della guerra, dell’aumento del costo della vita, della perdita di sicurezza e persino della scomparsa della propria identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica democratica troppo spesso ha commesso l’errore di giudicare queste paure anziché governarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un cittadino delle periferie dice che non si sente sicuro, quando un lavoratore teme che la transizione industriale gli porti via il posto di lavoro, quando una famiglia non riesce più a sostenere il costo della casa o dell’energia, non possiamo limitarci a spiegargli che le statistiche raccontano una realtà diversa. La politica deve ascoltare, proteggere e offrire soluzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda questione è l’immigrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per troppo tempo una parte delle forze progressiste ha oscillato fra un approccio prevalentemente morale e una gestione emergenziale. Le destre radicali hanno occupato così quasi interamente il terreno della sicurezza e del controllo delle frontiere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma tra “porti aperti” e “remigrazione” esiste un enorme spazio politico. È lo spazio di una politica europea seria: controllo delle frontiere esterne, lotta ai trafficanti, canali legali di ingresso, accordi di cooperazione con i Paesi di origine e transito, integrazione di chi ha diritto a restare e rimpatrio effettivo di chi non ne ha titolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soprattutto, serve una grande strategia europea per il Mediterraneo e per l’Africa. L’immigrazione non si governa quando il barcone è già arrivato a Lampedusa, a Ceuta o nel Canale della Manica. Si governa molti anni prima, attraverso sviluppo, investimenti, formazione, energia, infrastrutture e opportunità nei Paesi di origine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il terzo errore riguarda la questione sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La globalizzazione ha prodotto enormi opportunità, ma non ne ha distribuito equamente i benefici. La transizione ecologica e quella digitale rischiano di ripetere lo stesso errore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le periferie, le aree rurali, i territori industriali in declino, i giovani con lavori precari e una parte del ceto medio impoverito hanno maturato la sensazione che qualcuno decida il futuro al loro posto. Non è casuale che l’AfD raccolga consensi particolarmente forti proprio nelle aree economicamente e socialmente più fragili della Germania orientale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui la sinistra europea deve ritrovare la propria ragione sociale: salari, lavoro, casa, sanità, istruzione, protezione delle classi medie e popolari. Non c’è democrazia forte senza sicurezza sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quarto problema è l’Europa stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difendere l’Unione Europea non significa difendere tutto ciò che fa Bruxelles. L’Europa appare troppo spesso fortissima nel regolamentare e troppo debole nel proteggere. Produce norme minuziose, ma fatica ad avere una politica estera comune; disciplina mercati e imprese, ma non dispone ancora di una vera capacità fiscale comune; parla di autonomia strategica, ma resta dipendente dagli altri per la difesa, l’energia e molte tecnologie decisive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa Europa incompiuta che offre argomenti ai suoi avversari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta al nazionalismo, però, non può essere il ritorno alle piccole patrie. Nel mondo delle grandi potenze continentali — Stati Uniti, Cina, Russia, India — nessuno Stato europeo, neppure Germania, Francia o Italia, possiede da solo la massa critica necessaria per difendere efficacemente i propri interessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo dobbiamo proporre non meno Europa, ma un’altra Europa: più forte dove serve e meno invasiva dove non serve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine c’è un errore di linguaggio e di metodo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le forze democratiche non possono limitarsi a costruire cordoni sanitari. Sono necessari quando sono in gioco principi costituzionali e democratici, ma non possono sostituire la politica. Se milioni di cittadini votano AfD, Le Pen, Farage o Vannacci, non possiamo considerarli milioni di estremisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dobbiamo contendere quei voti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna distinguere tra i leader e gli elettori, tra l’ideologia radicale e il disagio reale che spesso alimenta il consenso. Combattere senza ambiguità razzismo, xenofobia e autoritarismo, ma contemporaneamente ascoltare le domande di sicurezza, protezione, identità e giustizia sociale che provengono dalla società.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi una differenza importante. Le destre radicali europee non costituiscono un blocco perfettamente omogeneo. L’AfD mantiene posizioni assai più radicali sull’architettura europea e molto più concilianti verso Mosca; il Rassemblement National ha abbandonato la prospettiva della Frexit; altre formazioni cercano di conciliare sovranismo e permanenza nell’Unione. Ma tutte hanno compreso una cosa prima dei partiti tradizionali: la politica contemporanea si gioca sempre più sul sentimento di protezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi protegge il mio lavoro? Chi protegge il mio salario? Chi protegge il mio quartiere? Chi protegge la mia identità? Chi protegge il mio Paese? Chi protegge i miei figli da un futuro che percepisco più incerto del presente?</p>



<p class="wp-block-paragraph">A queste domande il populismo offre risposte semplici: la nazione, il confine, l’uomo forte, la chiusura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi dobbiamo offrire risposte migliori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza senza xenofobia. L’identità senza nazionalismo. Il controllo dell’immigrazione senza disumanità. La transizione ecologica senza scaricarne il costo sui più deboli. La competitività senza smantellare lo Stato sociale. Un’Europa forte senza trasformarla in un super-Stato burocratico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La battaglia contro il nuovo nazionalismo non si vincerà dicendo agli europei che hanno paura delle cose sbagliate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si vincerà dimostrando che la democrazia può proteggerli meglio del populismo e che l’Europa può restituire loro il controllo del futuro anziché sottrarglielo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vento sta soffiando forte. Ma in politica il vento non decide inevitabilmente la rotta. La decide chi è capace di costruire le vele migliori.</p>
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		<title>Opposizione defocalizzata e senza progetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Capezzone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 07:53:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho ascoltato i leader dell’opposizione a Cernobbio. Schlein, Conte in collegamento, Renzi e Bonelli. Ho ascoltato le accuse al governo, i numeri sulla crescita, i salari reali, le bollette, la produzione industriale. Poi ho aspettato le proposte. E lì il quadro si è sgranato.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ho ascoltato i leader dell’opposizione a Cernobbio. Schlein, Conte in collegamento, Renzi e Bonelli. Ho ascoltato le accuse al governo, i numeri sulla crescita, i salari reali, le bollette, la produzione industriale. Poi ho aspettato le proposte. E lì il quadro si è sgranato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conte ha detto che «abbiamo già accumulato proposte significative» su lavoro, ambiente e conflitto d’interessi. Schlein ha parlato di decarbonizzazione, di 14 miliardi di flessibilità europea da destinare a pompe di calore, case popolari ed elettrificazione industriale, di difesa comune e di superare l’unanimità in Europa. Renzi ha chiesto di votare a maggio e ha ricordato che il Paese è più povero. Bonelli ha messo al centro rinnovabili e acqua. Tutto già sentito, già masticato, già digerito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che un noioso elenco non diventa un’alternativa. Non c’è un ordine di priorità, non c’è un costo, non c’è un “prima questo, poi quello”. C’è un catalogo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’opposizione seria deve spiegare al Paese, in modo netto, cosa farebbe nei primi cento giorni e cosa non farebbe. Finché resta un insieme di slogan vaghi e incompatibili, resta inconsistente. E defocalizzata. Proprio come suonava ieri mattina.</p>
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		<title>Italia e Spagna: una crisi che l’Europa non può permettersi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 09:06:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La tensione diplomatica tra Italia e Spagna rappresenta uno degli episodi più preoccupanti degli ultimi anni nei rapporti tra due Paesi che, per storia, cultura e interessi strategici, dovrebbero essere partner naturali.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La tensione diplomatica tra Italia e Spagna rappresenta uno degli episodi più preoccupanti degli ultimi anni nei rapporti tra due Paesi che, per storia, cultura e interessi strategici, dovrebbero essere partner naturali nella costruzione di una politica mediterranea dell’Unione europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È comprensibile che, in una fase di forte pressione politica interna, ciascun governo sia tentato di utilizzare il tema migratorio per rafforzare il proprio consenso. Ma quando le esigenze della politica domestica prevalgono sull’interesse europeo, il rischio è quello di trasformare una difficoltà gestibile in una crisi diplomatica dalle conseguenze economiche, istituzionali e geopolitiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La realtà dei fatti impone alcune considerazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzitutto, l’emergenza verificatasi a Ceuta non può essere affrontata come se riguardasse esclusivamente il rapporto tra Roma e Madrid. Si tratta di una frontiera esterna dell’Unione europea e, come tale, richiede una risposta comune. Ogni iniziativa unilaterale rischia di produrre effetti controproducenti, alimentando tensioni tra Stati membri invece di rafforzarne la cooperazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sospensione di Schengen e le successive misure di reciprocità adottate dalla Spagna hanno inaugurato una pericolosa escalation. Quando due Paesi europei iniziano a rispondersi con misure speculari, il danno non riguarda soltanto i rispettivi governi, ma milioni di cittadini, imprese, lavoratori e turisti che vivono concretamente lo spazio europeo della libera circolazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero problema, tuttavia, è un altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa continua ad affrontare il fenomeno migratorio quasi esclusivamente come una questione di sicurezza. Certamente il controllo delle frontiere è indispensabile. Nessuno può immaginare un sistema privo di regole. Ma sarebbe un grave errore pensare che la sicurezza, da sola, possa rappresentare una strategia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pressione migratoria che interessa il Mediterraneo è il risultato di dinamiche demografiche, economiche, climatiche e geopolitiche destinate a durare per molti anni. Nessun muro, nessuna barriera amministrativa e nessuna misura emergenziale potranno eliminarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo motivo l’Unione europea dovrebbe finalmente dotarsi di una vera strategia euromediterranea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre costruire una nuova stagione di partenariato con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo, fondata su investimenti condivisi, cooperazione economica, formazione, università, energia, infrastrutture, ricerca, lotta al terrorismo e gestione concordata dei flussi migratori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo accordi strutturali possono consentire di programmare gli ingressi sulla base delle reali esigenze produttive, demografiche e professionali dell’Europa, contrastando al tempo stesso il traffico di esseri umani e l’immigrazione irregolare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La crisi tra Italia e Spagna dovrebbe dunque rappresentare un campanello d’allarme per Bruxelles.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anziché assistere passivamente allo scontro tra due governi, le istituzioni europee dovrebbero assumere un ruolo di mediazione politica, favorendo il ripristino della piena collaborazione tra due Paesi che condividono interessi fondamentali nel Mediterraneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la vera sfida non consiste nello stabilire chi abbia ragione in questa controversia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera sfida è evitare che due grandi Paesi fondatori dell’Unione finiscano per combattersi mentre le cause profonde della migrazione rimangono irrisolte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa non ha bisogno di nuovi conflitti interni. Ha bisogno di una visione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una visione che sostituisca la logica dell’emergenza con quella della programmazione, la propaganda con la responsabilità, il confronto tra governi con una autentica politica comune per il Mediterraneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È lì che si gioca il futuro della sicurezza europea, ma anche della sua prosperità, della sua stabilità e della sua credibilità internazionale.</p>
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		<title>Spin Time la fiera delle occupazioni abusive</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/spin-time-fiera-occupazioni-abusive/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Capezzone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 07:49:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scorsa settimana, dopo un incendio che avrebbe potuto determinare conseguenze terribili per gli stessi abusivi di Spin Time, è stato sacrosanto procedere a un sequestro dell'edificio che impedisse il rientro degli occupanti. L’occasione di un pericolo concreto ha dunque consentito ciò che si sarebbe dovuto fare da tempo.</p>
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<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La scorsa settimana, dopo un incendio che avrebbe potuto determinare conseguenze terribili per gli stessi abusivi di Spin Time, è stato sacrosanto procedere a un sequestro dell&#8217;edificio che impedisse il rientro degli occupanti. L’occasione di un pericolo concreto ha dunque consentito ciò che si sarebbe dovuto fare da tempo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">A sinistra alcuni hanno ovviamente strillato a vanvera. Ma il vero scandalo è stato tutto il tempo trascorso finora nell’illegalità, tredici lunghissimi anni, l’equivalente di un interminabile schiaffo in faccia alle persone perbene.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Già è insopportabile l’illegalità generale e diffusa: a Roma circa 10mila case pubbliche risultano occupate abusivamente, e 16mila persone stanno malinconicamente dietro in graduatoria, forse “colpevoli” di comportarsi bene e di non essere né prepotenti né violente.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ma quando poi si aggiunge un elemento di sfregio politico, o di violenza praticata, la cosa diventa oscena. Spin Time è un caso incredibile, con un’occupazione iniziata 13 anni fa, una sistematica e inaccettabile illegalità che si trascina da allora, più l’amorevole assistenza politica dei compagni della sinistra, che vanno lì a tenere dibattiti, eventi e perfino primarie.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Dopo di che, ogni volta che in Italia uno sgombero si profila anche solo lontanamente all’orizzonte (pensate al caso Askatasuna nei mesi scorsi), i compagni di ogni ordine e grado arrivano puntualissimi a piagnucolare che no, che non si può, che c’è una motivazione “sociale”, che c’è una “fragilità”.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">A seguire, in fila per sei col resto di due, parte la sfilata degli intellettuali, dei giornalisti, degli artisti, pure loro col cuore spezzato e il ciglio inumidito.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">E noi? A noi, dopo tutta questa colata di lacrimoni e scuse, restano due sole domandine. La prima: cari compagni, ma pagare un affitto regolare sarebbe per caso una cosa “fascista”? Sporcherebbe il vostro curriculum?</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La seconda: se c’è tutta questa commovente ondata di solidarietà, dagli onorevoli ai testimonial sparsi e spersi, perché i soldi per un affitto non li si chiedono a loro? Adesso, intanto, afuera!</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ps</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Già sentiamo parlare a sinistra di “soluzioni condivise”. Avvertiamo fin d’ora che gli occupanti abusivi non vanno premiati, non devono scavalcare i cittadini in graduatoria, e non devono vedersi “autorizzati” a nuove occupazioni.</p>
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		<title>A Berlino il sospettato si chiama Abdul, non è stato il suv. E quel «ma» del sindaco di Torino…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Capezzone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 07:56:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un islamico che tenta la strage al Gay Pride di Berlino? Subito, per istinto, i giornali titolano “Furgone sulla folla” o “Suv sulla folla”.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">C’è un islamico che tenta la strage al Gay Pride di Berlino? Subito, per istinto, i giornali titolano “Furgone sulla folla” o “Suv sulla folla”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eh no, amici: non è stato il veicolo che si è guidato da solo. Mentre scrivo (è domenica a ora di pranzo) il sospettato è un islamico di nome Abdul, vedremo se da solo o con complici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo non si tratta di un inedito assoluto. Per anni, davanti ad altri terroristi islamici che usavano un veicolo per travolgere persone innocenti, abbiamo dovuto leggere titoli analoghi. Altre volte sembrava che fosse stato il coltello a uccidere, mica chi lo impugnava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo modo di esprimersi tradisce un modo di pensare. E queste attenuazioni, queste perifrasi, questi slittamenti del focus dal soggetto (il terrorista) all’oggetto (l’arma) sono manifestazioni neanche troppo subliminali di una strategia della negazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Denial strategy”, dicono gli anglosassoni: negare, non voler vedere, chiudere gli occhi, fare gli struzzi davanti a una realtà sgradita, sollevandoci dall’onere e dal dolore della comprensione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è questa negazione pervicace e ossessiva che deve preoccuparci tanto quanto il terrorismo in sé: anche perché sia i registi che le comparse del terrore contano esattamente su questo, e cioè sul fatto che in Europa e in Occidente ci siano molti sonnambuli. Letteralmente, gente che cammina nel sonno: e che forse non è più in grado di svegliarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altri sonnambuli li troviamo più vicino a noi. In Val di Susa si è verificato un caso clamoroso di attacco terroristico di massa, una guerriglia organizzata: nessun ferito tra gli incappucciati, ben 60 tra le forze dell’ordine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lasciamo da parte l’ex procuratore Caselli che parla di metodi parafascisti (ma perché? Sono estremisti di sinistra, e da quelle parti farebbero bene ad accorgersene). La dichiarazione più surreale è stata quella del sindaco di Torino Lo Russo, che ha espresso una “condanna ferma e senza alcuna ambiguità&#8221; e però ha subito aggiunto un “ma”. Ecco il seguito della nota: “Ma il diritto di manifestare e di esprimere il proprio dissenso è un valore fondamentale”.</p>
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		<title>22 luglio, Utoya e la minaccia che l’Europa continua a sottovalutare</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/22-luglio-utoya-minaccia-europa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 10:51:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 22 luglio ricorre l’anniversario della strage di Utoya, una delle pagine più drammatiche della storia europea contemporanea. Nel 2011 Anders Behring Breivik assassinò 77 persone tra Oslo e l’isola di Utoya.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/22-luglio-utoya-minaccia-europa/">22 luglio, Utoya e la minaccia che l’Europa continua a sottovalutare</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il 22 luglio ricorre l’anniversario della strage di Utoya, una delle pagine più drammatiche della storia europea contemporanea. Nel 2011 Anders Behring Breivik assassinò 77 persone tra Oslo e l’isola di Utoya, colpendo in gran parte giovani impegnati politicamente. Non fu il gesto isolato di un folle, ma un atto terroristico maturato all’interno di un’ideologia suprematista, xenofoba e profondamente antidemocratica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A distanza di quindici anni, sarebbe un grave errore considerare quella tragedia un episodio relegato al passato. Al contrario, il terrorismo dell’estrema destra continua a rigenerarsi attraverso una rete transnazionale fatta di propaganda online, manifesti ideologici, simboli condivisi e reciproca emulazione. Una vera e propria “rete nera” che attraversa confini, utilizza i social media come strumento di radicalizzazione e trasforma ogni attentatore in un modello per il successivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli episodi degli ultimi mesi sono inquietanti. Dall’omicidio del piccolo Kobiljon Aliev vicino a Mosca, trasmesso in diretta dal suo assassino che esibiva il riferimento simbolico al “2083” di Breivik, fino al diciassettenne arrestato in Italia mentre progettava una strage in una scuola ispirandosi apertamente a Breivik e Brenton Tarrant. Dall&#8217; attentato contro il Centro islamico di San Diego, accompagnato da un manifesto suprematista, fino al dodicenne fermato in Sicilia mentre progettava di aggredire compagni musulmani e una studentessa nera, dopo essersi nutrito degli stessi riferimenti ideologici diffusi online.<br>Anche l’assassinio del lavoratore maliano Bakari Sako a Taranto richiama la necessità di riflettere sul clima di odio che può trasformarsi in violenza estrema contro chi viene percepito come “diverso”. Ogni episodio ha caratteristiche proprie e responsabilità individuali che spettano alla magistratura accertare, ma il filo dell’intolleranza e della disumanizzazione non può essere ignorato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi fatti dimostrano che non siamo di fronte a episodi scollegati, ma a un ecosistema estremista che si alimenta attraverso internet, le piattaforme digitali e comunità virtuali dove si celebrano gli autori delle stragi precedenti, si condividono manifesti, si diffondono teorie cospirazioniste come quella della cosiddetta “Grande Sostituzione” e si incoraggia il passaggio all’azione.<br>Per troppo tempo l’Europa ha concentrato la propria attenzione quasi esclusivamente sul terrorismo di matrice jihadista. Quella minaccia resta reale e va contrastata con determinazione. Ma sarebbe altrettanto pericoloso sottovalutare la crescita del terrorismo suprematista e xenofobo, che coinvolge sempre più spesso adolescenti e giovanissimi radicalizzati in rete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta non può limitarsi alla repressione. Ritengo essenziale e urgente rafforzare la cooperazione tra intelligence e forze di polizia europee, monitorare con maggiore efficacia gli spazi digitali dove prospera la propaganda dell’odio, investire nell’educazione civica e nella cultura democratica, sostenere programmi di prevenzione della radicalizzazione e pretendere una maggiore responsabilità delle piattaforme online.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordare Utoya significa assumersi una responsabilità collettiva. Non soltanto onorare la memoria delle vittime, ma riconoscere che l’odio organizzato continua a cercare nuovi adepti e nuovi bersagli. La democrazia non viene minacciata soltanto dalle armi, ma anche dalle ideologie che trasformano il diverso in un nemico da eliminare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa è nata per sconfiggere i nazionalismi estremi, il razzismo e la violenza politica che hanno devastato il Novecento. Difendere quella eredità oggi significa riconoscere senza esitazioni che il terrorismo suprematista rappresenta una minaccia concreta alla nostra sicurezza, alla convivenza civile e ai valori fondanti dell’Unione europea. Ignorarlo sarebbe il modo più pericoloso di tradire la lezione di Utoya.</p>
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		<title>Mondiali: la ‘vecchia Europa’ sconfigge ‘l’asse del male’</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 08:47:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avesse vinto l’Argentina, sarebbe stato il trionfo dell’ ‘asse del male’ dei Mondiali, una passerella per Donald Trump, Gianni Infantino e Javier Milei, il presidente che non c’era per scaramanzia – meglio che riveda la sua cabala -. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">Avesse vinto l’Argentina, sarebbe stato il trionfo dell’ ‘asse del male’ dei Mondiali, una passerella per Donald Trump, Gianni Infantino e Javier Milei, il presidente che non c’era per scaramanzia – meglio che riveda la sua cabala -. Invece, ha vinto – e meritatamente – la Spagna. E così Trump, che del calcio non sa nulla (e non gliene importa nulla), ha dovuto consegnare il trofeo alla squadra di quella “gente senza speranza e cattiva” con cui tanto spesso se l’è presa perché il loro governo non condivide i suoi diktat sulle spese militari e le sue guerre senza senso (e con migliaia di morti) che violano il diritto internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scorsa notte, quella “gente senza speranza e cattiva” ha “riso per ultima”, titola Politico. Con lei tutto il Mondo del calcio e non solo che tifava Spagna contro il sopruso e l’arbitrio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono stati i Mondiali del trionfo dell’Europa – 13 complessivamente i successi mondiali europei nella competizione – sull’America latina – 10 le vittorie -. La fase a gironi aveva scontatamente confermato la forza delle due ‘super-potenze’ calcistiche continentali: per l’Europa 13 squadre promosse e tre eliminate; per l’America latina, cinque promosse e una sola eliminata, a sorpresa l’Uruguay. Ed era esplosa la forza emergente dell’Africa, con una sola eliminata a nove promosse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fase a gironi aveva invece decretato la disfatta dell’Asia, al di là delle previsioni, nonostante sia evidente che la sua presenza ai Mondiali è calcisticamente gonfiata – una promossa, sette eliminate – e dei Paesi dell’America centro-settentionale – tre eliminate su tre, ma c’erano i tre organizzatori ammessi di diritto, tutti passati -.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è soprattutto nella fase ad eliminazione diretta che è emerso lo strapotere europeo: delle squadre agli ottavi, sette erano europee – nonostante l’affondamento di due ‘corazzate’ come Germania e Olanda -, due africane e quattro latino-americane, oltre ai tre Paesi organizzatori; ai quarti, c’erano sei europee, una latino-americana e una africana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le letture socio-geo-politiche s’intrecciano. Stefano Feltri, sui suoi Appunti, rileva che “le nazionali di calcio mostrano che integrazione e orgoglio nazionale possono convivere”. Eppure, “la lezione del patriottismo multi-etnico” fatica a essere accettata da radicalismi e populismi di destra e sinistra, anche se dovrebbe essere una lezione appresa, o almeno trangugiata, dal 1998, quando la Francia multi-etnica di Zinedine Zidane e Lilian Thuram s’impose per 3 a 0 sul Brasile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E mentre in Spagna, e non è la prima volta, il calcio stempera le rivalse separatiste &#8211; catalani e baschi sono tutti spagnoli, quando indossano la maglia delle ‘furie rosse’ -, l’esito dei Mondiali conferma che “la storia del calcio dimostra che vince chi sa aprirsi alle idee degli altri”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un torneo come sempre denso di iperboli e di melensaggini – come ritornello, il passaggio di consegne tra Lionel Messi e Lamine Yamal, il bambinello cui il già campione faceva il bagnetto -; e prevedibilmente zeppo di americanate: lo show nell’intervallo della finale, come al Super-Bowl del football; e i tre minuti obbligatori di ‘stop caldo’ a ogni tempo, per ‘regalare’ alle tv tre minuti di pubblicità in più. Poche le partite spettacolari (e in genere, quelle che non contavano più, come la finale per il terzo posto fra Inghilterra e Francia); qualche rimonta mozza-fiato; una finale sterile decida da un gol nei supplementari in uno stadio ‘di periferia’, il MetLife nel New Jersey.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per lo storico Andrea Riccardi, i Mondiali “hanno dimostrato che la credibilità dello sport è ridotta al lumicino”, specie quando il potere politico – Trump – interviene su quello sportivo – Infantino, che gli dà retta, per fare annullare una squalifica stracciando i regolamenti. E ci sono anche state “penose narrazioni su ‘rivalità storiche’ ammantate di poesia, come quella tra Inghilterra e Argentina”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Riccardi, “Anche giornalisti, compiacenti e sprovveduti, hanno fatto la loro parte nel costruire uno scenario grottesco. Una ‘grande battaglia’ figlia della guerra per le isole Falkland – Malvinas, promossa dal regime militare dei 30.000 desaparecidos e durata 73 giorni nel 1982”. E quel gol ricorrente di Maradona nel 1986, la ‘mano di Dio’ idolatrata che in realtà fu un furto sportivo. E, ancora, “il costo dei biglietti della finale di un ex sport popolare” lievitato a due milioni di dollari, sul mercato delle rivendite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In linea con la storia ‘a fumetti’ delle ricostruzioni nazional-popolari, Politico presenta la vittoria della Spagna sull’Argentina come “il trionfo dei conquistadores”. A me pare piuttosto la tenuta d’una linea di resistenza alla nuova barbarie delle motoseghe e della presupponenza.</p>
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