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	<title>Paolo Bozzacchi</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
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		<title>La Quadriennale nel mondo: tre partnership con Italian Council</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 13:18:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo il successo della 18ª Quadriennale d'arte "Fantastica", che ha registrato oltre 25.000 visitatori in 88 giorni di apertura al Palazzo delle Esposizioni, e sotto la guida del presidente Andrea Lombardinilo, la Fondazione La Quadriennale di Roma consolida il proprio percorso.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dopo il successo della 18ª Quadriennale d&#8217;arte &#8220;Fantastica&#8221;, che ha registrato oltre 25.000 visitatori in 88 giorni di apertura al Palazzo delle Esposizioni, e sotto la guida del presidente <strong>Andrea Lombardinilo</strong>, la Fondazione La Quadriennale di Roma consolida il proprio percorso di crescita internazionale diventando partner culturale di tre progetti selezionati nell&#8217;ambito della 15ª edizione dell&#8217;Italian Council, il programma promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura per sostenere artisti, curatori e istituzioni nello sviluppo di iniziative di respiro internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;iniziativa conferma un orientamento sempre più centrale nell&#8217;attività della Fondazione: promuovere l&#8217;arte contemporanea italiana non solo attraverso mostre e attività espositive, ma anche mettendo a disposizione competenze, patrimonio archivistico e relazioni istituzionali per favorire nuove progettualità e rafforzare le reti culturali internazionali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i progetti sostenuti figura &#8220;Exhibiting Geographies: Art, Identity in the Mediterranean&#8221;, presentato da Caterina Iaquinta, dedicato alle relazioni tra pratiche espositive, patrimonio culturale e arte contemporanea nell&#8217;area mediterranea. La Quadriennale contribuirà con un supporto scientifico e curatoriale, favorendo il dialogo con istituzioni e operatori culturali e aprendo nuove prospettive di collaborazione anche con Dak&#8217;Art 2026. La Fondazione parteciperà inoltre al progetto &#8220;IN_Stability&#8221; dell&#8217;artista Giuseppe Pietroniro, promosso dalla Fondazione D&#8217;ARC ETS insieme al MACA – Museo de Arte Contemporaneo Atchugarry in Uruguay, organizzando un incontro pubblico dedicato all&#8217;artista e al suo percorso nel panorama dell&#8217;arte contemporanea italiana e internazionale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il terzo progetto, &#8220;An Entropic Tale&#8221;, sviluppato dalla ricercatrice Gaia Bobò in collaborazione con Institut ACTE – Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne, The Gustav Metzger Foundation e GLUON Bruxelles, vedrà la Quadriennale mettere a disposizione la documentazione archivistica relativa alla terza mostra della X Quadriennale, La ricerca estetica dal 1960 al 1970 (1973), confermando il valore dell&#8217;Archivio Biblioteca come centro attivo di ricerca e produzione della conoscenza. Per la Fondazione, queste collaborazioni rappresentano un&#8217;importante occasione per valorizzare la ricerca come infrastruttura culturale, favorire la circolazione delle idee e consolidare la presenza internazionale dell&#8217;arte contemporanea italiana. «Il ruolo di partner culturale assunto in questi progetti intercetta pienamente la nostra missione – afferma il presidente Andrea Lombardinilo –. Vogliamo essere un luogo in cui ricerca, archivi, pratiche curatoriali e produzione artistica si incontrano, generando nuove connessioni tra istituzioni, studiosi, artisti e curatori. È in questa capacità di costruire relazioni che riconosciamo oggi una delle responsabilità più importanti di una Fondazione nazionale dedicata all&#8217;arte contemporanea.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con queste tre nuove partnership, la Quadriennale rafforza ulteriormente il proprio ruolo di piattaforma di ricerca, cooperazione e internazionalizzazione, con una particolare attenzione al Mediterraneo e alle nuove reti culturali globali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Photo credits: Karen Di Paola</em>.</p>
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		<title>Pensi europeo, compri cinese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 09:54:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il marchio è britannico, il design richiama la tradizione di Oxford e la sigla rimanda ancora a Morris Garages. Ma dietro le automobili MG vendute oggi in Europa non c’è più l’industria inglese: dal 2007 il brand appartiene a SAIC Motor, uno dei maggiori gruppi automobilistici cinesi.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il marchio è britannico, il design richiama la tradizione di Oxford e la sigla rimanda ancora a Morris Garages. Ma dietro le automobili MG vendute oggi in Europa non c’è più l’industria inglese: dal 2007 il brand appartiene a SAIC Motor, uno dei maggiori gruppi automobilistici cinesi, controllato dallo Stato. È il caso più evidente di un fenomeno molto più ampio. Decine di marchi nati in Europa continuano a presentarsi attraverso la propria storia nazionale, mentre proprietà, capitale o controllo industriale sono ormai passati stabilmente in mani cinesi. Non si tratta necessariamente di un inganno. Le aziende conservano spesso sedi, progettisti, stabilimenti e posti di lavoro in Europa. Il prodotto può continuare a essere disegnato, sviluppato o realizzato nel Paese d’origine. Tuttavia, la nazionalità percepita dal consumatore non coincide più sempre con quella della proprietà. Il tricolore, l’Union Jack o il richiamo al design scandinavo restano in primo piano. Il nome dell’azionista cinese, invece, compare generalmente nelle pagine societarie, nei bilanci o nelle informative finanziarie. Così il consumatore pensa europeo, ma sempre più spesso compra cinese.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Automobili e motociclette: l’Europa corre con capitali cinesi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È nell’automotive che la trasformazione risulta più visibile. Oltre a MG, controllata da SAIC, il portafoglio della cinese Geely comprende Volvo Cars, Lotus e LEVC, erede della London Taxi Company. La svedese Volvo rimane profondamente radicata a Göteborg, dove conserva sede, progettazione e una parte importante delle attività industriali. Il suo azionista di riferimento è però Geely Holding. Nel 2025 Volvo Cars ha generato ricavi per 357,3 miliardi di corone svedesi, equivalenti a circa 32 miliardi di euro, vendendo 710 mila automobili nel mondo, oltre 332 mila delle quali in Europa. Anche smart non è più soltanto un marchio tedesco della galassia Mercedes-Benz. Dal 2019 viene gestito attraverso una joint venture paritetica tra Mercedes e Geely. Il design resta affidato alla rete tedesca, mentre la ricerca, lo sviluppo tecnico e la produzione della nuova generazione di vetture sono concentrati prevalentemente in Cina. Il fenomeno si estende alle due ruote italiane. Benelli appartiene al gruppo cinese Qianjiang, mentre Moto Morini è stata acquisita nel 2018 da Zhongneng Vehicle Group. SWM è stata rilanciata dal gruppo Shineray e lo storico marchio Morbidelli è entrato nel 2024 nel perimetro di MBP Moto e Keeway Group. I centri stile, le sedi e la comunicazione continuano a insistere sull’origine italiana dei brand. Piattaforme, motori, catene di fornitura e capacità produttiva risultano però sempre più integrate con l’industria cinese. Pirelli rappresenta un caso più complesso. Sinochem rimane il principale azionista attraverso Marco Polo International Italy, con una quota pari a circa il 34,1%. Dal bilancio 2024, tuttavia, la società considera cessato il controllo cinese ai sensi dei principi contabili, anche in seguito alle prescrizioni adottate dal Governo italiano attraverso il golden power. Non è quindi corretto definire Pirelli semplicemente un’azienda cinese. Allo stesso tempo, non può essere ignorato il peso esercitato dal suo maggiore azionista.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Elettrodomestici ed elettronica: nomi familiari, gruppi asiatici</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi acquista una lavatrice Candy può legittimamente pensare a un marchio italiano nato in Brianza. Dal 2019, però, Candy e le attività europee di Hoover appartengono ad Haier Smart Home. Il gruppo cinese ha conservato i marchi, le reti commerciali e una parte della presenza industriale europea, costruendo un portafoglio capace di rivolgersi ai consumatori attraverso identità differenti: cinese con Haier, italiana con Candy e angloamericana con Hoover. Uno schema simile riguarda Gorenje, storico produttore sloveno di elettrodomestici passato sotto il controllo di Hisense. Nel suo perimetro si trova anche Asko, marchio premium di origine svedese. Medion, azienda tedesca conosciuta per computer ed elettronica di consumo, appartiene invece a Lenovo. Ancora più sottile è il caso degli elettrodomestici Philips. L’attività non appartiene più alla multinazionale olandese, ma opera con il nome Versuni dopo essere stata acquisita dal fondo Hillhouse Capital, nato in Asia e fortemente radicato in Cina. Il marchio Philips continua a comparire sui prodotti attraverso un accordo di licenza. Il consumatore vede quindi un nome storico europeo su friggitrici, macchine da caffè, ferri da stiro e aspirapolvere, mentre la società che commercializza questi apparecchi ha una proprietà finanziaria differente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Moda e lusso: l’heritage europeo diventa un asset finanziario</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La moda è probabilmente il settore nel quale la continuità simbolica del marchio conta più della nazionalità dell’azionista. Storia, archivi, manifattura e provenienza geografica rappresentano una parte essenziale del valore commerciale. Lanvin, la più antica maison francese ancora in attività, è oggi il cuore di Lanvin Group, realtà controllata dall’ecosistema Fosun. Nello stesso portafoglio figurano l’austriaca Wolford e l’italiana Sergio Rossi. Nel 2025 il gruppo ha registrato ricavi per circa 240 milioni di euro: 76 milioni provenienti da Wolford, 58 milioni da Lanvin e quasi 30 milioni da Sergio Rossi. L’Italia offre altri esempi significativi. Krizia è stata acquisita dalla società cinese Shenzhen Marisfrolg, mentre Miss Sixty ed Energie sono entrate nel perimetro del gruppo cinese Trendy International. Sono marchi che continuano a utilizzare Milano, il design italiano e i propri archivi creativi come elementi centrali del posizionamento commerciale. La questione non è stabilire se questi prodotti siano ancora italiani o francesi in senso assoluto. Una scarpa Sergio Rossi può continuare a essere progettata e prodotta in Italia, mantenendo competenze, maestranze e filiere nazionali. Il valore economico finale, la strategia del gruppo e il controllo dell’investimento fanno però capo a una proprietà cinese. È proprio questa sovrapposizione tra origine produttiva, identità del marchio e nazionalità del capitale a rendere meno leggibile la scelta per il consumatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Turismo e alberghi: dalla Francia alla Cina senza cambiare insegna</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Club Med continua a evocare la Francia delle vacanze organizzate e dei villaggi turistici, ma è controllato dal gruppo Fosun. La stessa società cinese ha acquistato anche i diritti sul marchio britannico Thomas Cook dopo il fallimento dello storico tour operator. Nel settore alberghiero, Radisson Hotel Group fa parte dal 2018 della cinese Jin Jiang International. La stessa galassia controlla Louvre Hotels Group, proprietaria o gestore di insegne come Campanile, Première Classe, Kyriad e Golden Tulip. Radisson indica oggi Jin Jiang come proprio azionista di maggioranza. Il conglomerato cinese è diventato nel frattempo uno dei principali gruppi alberghieri mondiali per numero di strutture e camere gestite. Per il turista, tuttavia, un Radisson continua ad apparire scandinavo, un Campanile francese e un Thomas Cook britannico. L’esperienza offerta può restare coerente con la storia del brand, ma il flusso economico risale ormai lungo una catena societaria che arriva in Cina.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Alimentare e agricoltura: l’olio italiano e la chimica svizzera</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel largo consumo italiano uno dei casi più rilevanti è Salov, azienda toscana proprietaria dei marchi Filippo Berio e Sagra. Dal 2015 la società fa parte di Bright Food, gruppo cinese attivo su scala internazionale. Salov mantiene la sede e lo stabilimento a Massarosa, in Toscana, e nel 2023 ha venduto oltre 105 milioni di litri d’olio. Il consumatore acquista quindi un prodotto con una storia e una filiera fortemente italiane, inserito però all’interno di un gruppo cinese. Su scala molto più grande c’è Syngenta, multinazionale agrochimica con radici e sede in Svizzera, acquistata da ChemChina e oggi integrata nel gruppo statale Sinochem. Il suo peso non riguarda tanto un marchio visibile sugli scaffali dei supermercati, quanto sementi, prodotti fitosanitari e servizi utilizzati dagli agricoltori europei. È un esempio di come la presenza cinese non interessi soltanto il consumo finale, ma anche i passaggi strategici e meno visibili delle filiere produttive.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Industria, robotica e nautica: il controllo passa dietro le quinte</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel business-to-business il passaggio di proprietà è meno noto al grande pubblico, ma può risultare economicamente ancora più rilevante. Il produttore tedesco di robot industriali KUKA appartiene a Midea. Putzmeister, simbolo tedesco delle pompe per calcestruzzo, è controllata da Sany. KraussMaffei, attiva nei macchinari per plastica e gomma, è passata a ChemChina. La società olandese di semiconduttori Nexperia è controllata dalla cinese Wingtech. Nella meccanica italiana, CIFA appartiene a Zoomlion. Nel lusso nautico, Ferretti Group è controllato dalla cinese Weichai e riunisce alcuni dei marchi più prestigiosi della nautica italiana: Riva, Pershing, CRN, Custom Line, Itama, Wally e Ferretti Yachts. In questo caso la proprietà cinese non ha cancellato la produzione italiana, che resta una componente essenziale del valore industriale e commerciale del gruppo. Ha però trasformato alcuni dei simboli più riconoscibili della nautica nazionale in asset di un conglomerato asiatico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un’economia da oltre 100 miliardi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esiste un dato ufficiale che sommi il fatturato di tutti i marchi europei passati sotto proprietà cinese. Le società considerate hanno perimetri diversi, molte non pubblicano i ricavi per singolo marchio e alcune generano una parte rilevante delle vendite al di fuori dell’Europa. Un calcolo prudenziale, costruito sui ricavi globali delle principali aziende europee controllate o partecipate in modo determinante da gruppi cinesi, porta però a un ordine di grandezza compreso tra 90 e 110 miliardi di euro l’anno. Volvo Cars e Syngenta rappresentano da sole più della metà del totale. Seguono Pirelli, MG e le altre attività europee di SAIC, Haier Europe, Gorenje-Hisense, KUKA, Nexperia, Club Med, Radisson, Ferretti e gli altri gruppi industriali e del lusso. La cifra non misura esclusivamente i ricavi prodotti sul mercato europeo e non rappresenta il denaro trasferito in Cina. Indica il giro d’affari globale generato da attività e marchi di origine europea entrati nell’orbita di azionisti cinesi.<br>Considerando unicamente le vendite realizzate in Europa, una stima ragionevole si colloca invece tra 40 e 55 miliardi di euro annui, con l’automotive come prima voce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il Made in Italy, il perimetro più rigoroso — comprendente Ferretti, Candy, Salov, Sergio Rossi, Benelli, Moto Morini, SWM, Krizia, Miss Sixty, Energie, CIFA e gli altri marchi stabilmente controllati — vale indicativamente tra 4 e 5 miliardi di euro di ricavi annui. Includendo Pirelli, dove Sinochem resta il principale azionista ma non esercita più formalmente il controllo contabile, il valore sale a circa 11-12 miliardi di euro. Sono stime, non un censimento definitivo. Ma restituiscono la dimensione del fenomeno: la Cina non è più soltanto la fabbrica anonima che produce per i marchi occidentali. Sempre più spesso possiede il marchio stesso, ne finanzia il rilancio e ne utilizza l’identità europea per conquistare i consumatori. Sul prodotto resta scritto Oxford, Göteborg, Milano o Parigi. La proprietà, invece, parla mandarino.</p>
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		<title>Trump riapre la guerra dei dazi: l&#8217;Europa torna nel mirino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 08:58:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La guerra commerciale è tornata. E questa volta il bersaglio non è soltanto la Cina. Da oggi, 24 luglio, la nuova offensiva tariffaria dell'amministrazione Trump coinvolge decine di partner commerciali, compresa l'Unione Europea, riportando il commercio internazionale al centro della competizione geopolitica. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">La guerra commerciale è tornata. E questa volta il bersaglio non è soltanto la Cina. Da oggi, 24 luglio, la nuova offensiva tariffaria dell&#8217;amministrazione Trump coinvolge decine di partner commerciali, compresa l&#8217;Unione Europea, riportando il commercio internazionale al centro della competizione geopolitica. Per Washington i nuovi dazi sono uno strumento per difendere l&#8217;industria americana e ripulire le catene globali di approvvigionamento dal lavoro forzato. Per Bruxelles rappresentano invece un nuovo elemento di instabilità destinato a colpire filiere già messe alla prova da pandemia, crisi energetica e tensioni geopolitiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro l&#8217;annuncio della Casa Bianca c&#8217;è molto più di una misura commerciale. C&#8217;è l&#8217;idea che il commercio non sia più un terreno neutrale, ma uno strumento di politica industriale, sicurezza nazionale e competizione strategica. In altre parole, la globalizzazione entra definitivamente in una nuova fase, dove le regole del mercato lasciano sempre più spazio agli interessi geopolitici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo l&#8217;amministrazione Trump, il nuovo pacchetto tariffario è giustificato dalla necessità di contrastare il commercio di beni riconducibili al lavoro forzato e di tutelare i lavoratori americani. Washington sostiene che le nuove misure contribuiranno a rafforzare la manifattura nazionale, incentivando al tempo stesso standard più rigorosi lungo le supply chain globali. È una posizione che si inserisce nella più ampia strategia della Casa Bianca: riportare negli Stati Uniti produzioni considerate strategiche, ridurre la dipendenza da fornitori esteri e utilizzare la leva commerciale come strumento di politica economica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bruxelles ha respinto questa impostazione, ribadendo che l&#8217;Unione Europea dispone già di una delle normative più avanzate al mondo in materia di sostenibilità delle filiere e contrasto al lavoro forzato. Pur evitando uno scontro diretto, la Commissione europea ha definito ingiustificate le motivazioni americane e ha confermato l&#8217;intenzione di mantenere aperto il dialogo con Washington per evitare una nuova escalation commerciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le conseguenze potrebbero essere rilevanti soprattutto per il sistema industriale europeo. L&#8217;automotive resta il comparto più esposto. Colossi come Volkswagen, BMW, Mercedes-Benz, Stellantis, Volvo Cars e Porsche continuano a considerare gli Stati Uniti uno dei principali mercati extraeuropei. Per alcuni gruppi il rischio riguarda soprattutto i veicoli esportati direttamente dall&#8217;Europa; per altri, la sfida è preservare catene produttive ormai integrate tra Europa, Stati Uniti e Nord America. Negli ultimi mesi diversi costruttori hanno già accelerato gli investimenti negli stabilimenti americani proprio per attenuare l&#8217;impatto delle future politiche tariffarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non meno vulnerabile è la meccanica strumentale, uno dei pilastri dell&#8217;industria europea. Aziende italiane come IMA, Interpump Group, Biesse, Brembo e Comau, insieme ai grandi gruppi tedeschi Siemens, Bosch e KUKA, esportano negli Stati Uniti tecnologie per l&#8217;automazione, robotica, componentistica e macchinari industriali. Un incremento dei costi di accesso al mercato americano potrebbe accelerare ulteriormente la localizzazione produttiva negli Stati Uniti o favorire fornitori domestici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l&#8217;aerospazio osserva con attenzione gli sviluppi. Pur essendo previste alcune esclusioni per specifiche componenti aeronautiche, gruppi come Airbus, Safran, Thales, Leonardo e MTU Aero Engines restano profondamente integrati con l&#8217;industria americana, sia come esportatori sia come partner nei principali programmi aerospaziali internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto pressione anche la chimica e i materiali avanzati. Colossi europei come BASF, Covestro, Arkema, Solvay, Air Liquide e Linde riforniscono numerose filiere manifatturiere statunitensi con prodotti ad alto valore aggiunto. In questi comparti anche variazioni tariffarie relativamente contenute possono modificare rapidamente gli equilibri delle supply chain e orientare nuovi investimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il Made in Europe la partita riguarda soprattutto agroalimentare e lusso. Ferrero, Barilla, Campari Group, Lavazza, Illycaffè, Lactalis, Pernod Ricard, LVMH, Kering, Hermès, Moncler, Brunello Cucinelli, Prada e Ferragamo realizzano negli Stati Uniti una quota significativa del proprio fatturato. Pur operando prevalentemente nella fascia premium, dove il consumatore è meno sensibile al prezzo, eventuali nuove barriere commerciali potrebbero comprimere i margini o richiedere una revisione delle strategie distributive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più contenuto appare, almeno per ora, l&#8217;impatto sul comparto farmaceutico. Aziende come Roche, Novartis, Sanofi, Novo Nordisk, Bayer, AstraZeneca, Merck KGaA e Recordati sembrano beneficiare delle esclusioni previste per alcune categorie di medicinali. Resta tuttavia elevata l&#8217;attenzione del settore, consapevole che il quadro regolatorio potrebbe evolvere rapidamente nei prossimi mesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il vero costo della nuova stagione dei dazi potrebbe non essere quello immediatamente visibile nelle aliquote doganali. È l&#8217;incertezza. Negli ultimi anni le imprese avevano già ridisegnato le proprie catene di approvvigionamento per rispondere agli shock della pandemia, della guerra in Ucraina e delle crisi logistiche nel Mar Rosso. Oggi la geopolitica aggiunge un ulteriore livello di complessità. Diversificare i fornitori, regionalizzare la produzione e rafforzare la resilienza delle supply chain non rappresentano più semplici scelte organizzative, ma fattori determinanti di competitività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le principali testate economiche internazionali interpretano il provvedimento come un ulteriore tassello della strategia economica di Donald Trump. Reuters evidenzia come la Casa Bianca stia ricostruendo il proprio impianto tariffario attraverso nuove basi giuridiche, mentre il Financial Times sottolinea come molte multinazionali europee abbiano già accelerato investimenti produttivi negli Stati Uniti per limitare il rischio derivante dall&#8217;inasprimento delle relazioni commerciali. Più in generale, il ritorno dei dazi conferma una tendenza ormai evidente: il commercio internazionale è sempre meno governato dalla sola efficienza economica e sempre più dalla competizione strategica tra le grandi potenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l&#8217;Europa si apre ora una fase complessa. Bruxelles continuerà probabilmente a privilegiare la strada del negoziato, cercando di ampliare il numero delle esenzioni ed evitare una nuova spirale di ritorsioni. Ma il messaggio arrivato da Washington appare inequivocabile. La politica commerciale è tornata a essere uno degli strumenti principali attraverso cui gli Stati Uniti intendono rafforzare la propria leadership industriale. Per le imprese europee significa entrare in una stagione in cui competitività, innovazione e qualità non basteranno più: sarà sempre più decisiva la capacità di adattarsi a un contesto in cui economia, sicurezza e geopolitica sono ormai parte della stessa partita.</p>
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		<title>ZES al Nord: governo apre il cantiere ma frena sul modello Sud</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/zes-al-nord-governo-apre-il-cantiere-ma-frena-sul-modello-sud/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 08:28:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Urso apre alle semplificazioni per le aree industriali del Centro-Nord, ma frena sull’estensione generalizzata dei crediti d’imposta. Il compromesso passa da incentivi selettivi per territori fragili e di confine.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato per L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">La ZES del Nord è entrata nell’agenda del governo, ma non replicherà il modello del Sud. Dopo la spinta dai governatori di Piemonte e Lombardia, Alberto Cirio e Attilio Fontana, si è espresso il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Il governo apre per il Nord alla creazione di una zona logistica speciale (ZLS), che prevede procedure semplificate per le imprese e la creazione di aree di accelerazione industriale. Le Regioni del Nord chiedono strumenti straordinari per aree industriali penalizzate da crisi produttive, costi energetici alle stelle e pressante concorrenza estera, condite dalla fuga di lavoratori verso la Svizzera. Urso ha annunciato la convocazione delle Regioni settentrionali per la prossima settimana e spiegato che il confronto riguarderà sia le «aree di accelerazione industriale» previste dall’Industrial Accelerator Act europeo, sia nuove misure di «semplificazione e sburocratizzazione» da inserire nel decreto Imprese prima della legge di bilancio. Il cerchio si stringe. La ZES applicata al Sud non sarà replicata, ma estesa al Centro-Nord sotto altra forma. La Lega intanto si era già spinta oltre. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari aveva dichiarato che il Nord è stato «dimenticato». Il partito di Matteo Salvini ha individuato aree industriali specifiche e rilanciato il progetto per le province confinanti con la Svizzera: Varese, Como, Sondrio e Verbano-Cusio-Ossola. Un ordine del giorno illustrato dal deputato Stefano Candiani e concordato con Giancarlo Giorgetti impegna il governo a valutare una zona speciale di frontiera, accompagnata da un premio salariale per ridurre il divario con le retribuzioni elvetiche. È qui che il dossier incontra il suo limite politico e finanziario. La ZES Unica del Mezzogiorno non offre soltanto uno sportello digitale e un’autorizzazione unica, rilasciata mediamente in circa 30 giorni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Garantisce anche crediti d’imposta agli investimenti, con intensità differenziate in base alla dimensione aziendale e alla carta europea degli aiuti di Stato. Replicare al Nord lo stesso vantaggio fiscale avrebbe costi elevati e incontrerebbe vincoli europei più stringenti, perché Lombardia e gran parte del Piemonte rientrano tra le regioni più sviluppate. I numeri spiegano perché i governatori delle Regioni insistano. Tra il 2024 e il 2025 la struttura della ZES ha rilasciato oltre mille autorizzazioni, associate a circa 6 miliardi di investimenti diretti e quasi 18-19 mila occupati. Una stima elaborata secondo la metodologia di The European House–Ambrosetti, porta l’impatto economico complessivo, includendo gli effetti indiretti e indotti, a circa 54-55 miliardi di euro e oltre 54mila posti di lavoro. Sono però valori in parte prospettici, non risultati già interamente realizzati. Anche il quadro macroeconomico è favorevole, ma richiede prudenza. Lo Svimez stima per il Mezzogiorno una crescita del PIL dello 0,7% nel 2025 e dello 0,9% nel 2026, superiore al Centro-Nord, rispettivamente allo 0,5% e allo 0,6%. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è tuttavia possibile attribuire il vantaggio alla sola ZES: pesano il PNRR, le costruzioni, gli investimenti pubblici e gli altri incentivi. Non esiste ancora una valutazione ufficiale che isoli il contributo dello strumento al PIL nazionale. La partita, quindi, non è più se portare il “metodo ZES” oltre il Sud, ma quanto estenderlo. Urso vuole chiudere un primo pacchetto prima della manovra; i governatori chiedono anche crediti d’imposta; il Tesoro dovrà indicare le coperture. Il rischio è trasformare un’eccezione territoriale in un incentivo generalizzato. L’opportunità è usare il successo amministrativo del Sud per riscrivere le regole degli investimenti nell’intero Paese.</p>
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		<title>Midterm: le mani avanti di Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 08:53:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Donald Trump torna a fare della sicurezza elettorale il cuore della propria offensiva politica. E lo fa nel momento in cui la partita delle elezioni di metà mandato entra nella fase decisiva. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">Donald Trump torna a fare della sicurezza elettorale il cuore della propria offensiva politica. E lo fa nel momento in cui la partita delle elezioni di metà mandato entra nella fase decisiva. Il presidente americano rilancia il SAVE America Act, chiede norme più stringenti sull&#8217;identificazione degli elettori e torna a mettere nel mirino il voto per corrispondenza, sostenendo che rappresenti la principale vulnerabilità del sistema elettorale statunitense. Il messaggio politico è chiaro: per Trump, senza una radicale riforma delle regole del voto, le elezioni rischiano di essere manipolate. Ma dietro la nuova offensiva legislativa c&#8217;è anche un evidente calcolo politico. Per gli osservatori internazionali, la Casa Bianca sembra voler costruire fin da ora una narrazione preventiva sull&#8217;eventuale sconfitta repubblicana alle Midterm.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il ritorno dello spettro cinese</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel discorso pronunciato dalla Casa Bianca, Trump ha rilanciato accuse già avanzate negli anni passati, sostenendo che la Cina avrebbe avuto accesso ai dati di milioni di elettori americani e che tali informazioni avrebbero potuto essere utilizzate per influenzare il processo democratico. «Congress must pass the Voter ID SAVE America Act», ha dichiarato The Donald, collegando direttamente la riforma elettorale alle presunte minacce provenienti da Pechino. Ha inoltre affermato che la Cina avrebbe ottenuto dati relativi a circa 220 milioni di elettori americani, presentando la questione come una minaccia alla sicurezza nazionale. Tuttavia, le affermazioni di Trump non trovano conferma nelle valutazioni ufficiali dell&#8217;intelligence americana rese pubbliche negli anni successivi alle elezioni del 2020. Reuters ricorda che i documenti citati dal presidente non dimostrano un&#8217;alterazione del voto e che le stesse agenzie di intelligence avevano concluso che Pechino non aveva modificato il risultato elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il SAVE America Act e la stretta sul voto</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il SAVE America Act rappresenta oggi una delle principali priorità legislative della Casa Bianca. Il provvedimento punta a rafforzare la verifica della cittadinanza degli elettori e ad irrigidire le procedure di registrazione al voto. Trump continua inoltre a chiedere un drastico ridimensionamento del voto per corrispondenza, limitandolo a casi eccezionali come il personale militare all&#8217;estero o particolari condizioni di salute. Per il presidente, il voto postale costituirebbe infatti uno dei principali punti deboli del sistema elettorale americano.<br>Secondo Associated Press, Trump ha definito la riforma &#8220;essenziale&#8221; per garantire elezioni sicure, tornando a sostenere che occorra rafforzare l&#8217;identificazione degli elettori e contrastare ogni possibile forma di voto irregolare. La nuova offensiva della Casa Bianca incontra però fortissime contestazioni.<br>Associated Press evidenzia come numerosi controlli, riconteggi e verifiche condotti negli anni abbiano confermato la regolarità delle elezioni del 2020, senza evidenze di frodi sistemiche tali da modificarne l&#8217;esito.<br>Il Guardian osserva che il discorso presidenziale rischia di alimentare ulteriormente la sfiducia nelle istituzioni democratiche proprio alla vigilia delle Midterm.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una strategia politica in vista delle Midterm</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano politico, il tempismo appare tutt&#8217;altro che casuale.<br>Con un consenso messo sotto pressione da dossier economici e internazionali, Trump riporta il dibattito sul terreno più favorevole alla propria base elettorale: immigrazione, sicurezza e integrità del voto. Il rischio, secondo numerosi osservatori, è che la campagna sulle presunte vulnerabilità del voto postale finisca per creare fin d&#8217;ora una cornice interpretativa in caso di risultati deludenti per il Partito Repubblicano. La strategia ricorda quella già adottata negli anni successivi alle presidenziali del 2020: spostare il confronto dal merito della competizione politica alla legittimità delle regole del gioco.<br>Il SAVE America Act diventa così molto più di una proposta di legge. È il pilastro di una narrazione politica che punta a sostenere che, senza una stretta sul voto postale e senza nuove verifiche sull&#8217;identità degli elettori, il sistema democratico americano resti esposto a interferenze straniere e frodi. Una tesi che Trump continua a difendere con forza, ma che, allo stato delle informazioni pubbliche disponibili, non è stata corroborata da prove accertate dalle autorità competenti. May God bless America.</p>
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		<title>Il Professor Guido Stazi alla Consob: il supertecnico per vigilare sul risiko bancario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 08:12:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Professor Guido Stazi arriva alla presidenza della Consob senza il clamore di chi ha costruito la propria carriera nei partiti, ma con il curriculum di chi conosce da oltre 30 anni i corridoi delle autorità indipendenti.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il Professor Guido Stazi arriva alla presidenza della Consob senza il clamore di chi ha costruito la propria carriera nei partiti, ma con il curriculum di chi conosce da oltre 30 anni i corridoi delle autorità indipendenti. Il Consiglio dei ministri lo ha indicato per raccogliere l’eredità di Paolo Savona, al termine di una trattativa che per mesi ha impegnato la maggioranza. La nomina dovrà completare il passaggio parlamentare e quello al Quirinale, ma il nodo politico è sciolto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Romano, classe 1957, laureato in Giurisprudenza alla Sapienza, Stazi appartiene a quella generazione di funzionari cresciuta nella stagione in cui l’Italia costruiva con fatica e pazienza le proprie istituzioni di regolazione del mercato. Assistente universitario di Politica economica e Scienza delle finanze tra Sapienza e Luiss, ha insegnato Economia e politica della concorrenza all’Università di Siena. Poi ha scelto le Authority: filo conduttore della sua vita professionale. Ha contribuito alla fase iniziale dell’Antitrust, dove ha lavorato dal 1991, prima da funzionario e poi da dirigente. Dal 2005 al 2012 è stato capo di gabinetto dell’Agcom. Nel 2013 è approdato per la prima volta in Consob come segretario generale, incarico mantenuto fino alla fine del 2017. Dal marzo 2022 ricopre lo stesso ruolo all’Autorità garante della concorrenza e del mercato. In altre parole, è la figura disponibile con le più alte qualità tecnico-professionali per guidare un&#8217;Istituzione in una fase storica decisiva per il futuro della finanza e dell&#8217;economia del credito italiane. Il profilo di Stazi ha tolto d&#8217;impaccio la maggioranza nel trovare la quadra politica della nomina. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La Lega aveva a lungo sostenuto il sottosegretario all’Economia Federico Freni, mentre Forza Italia chiedeva una figura tecnica e indipendente. Dopo il passo indietro di Freni, Stazi è diventato il naturale punto di equilibrio: abbastanza interno al sistema da conoscerne le dinamiche, sufficientemente distante dalla politica elettiva da rassicurare chi chiedeva discontinuità rispetto a una nomina di partito. Alla Consob trova un mercato finanziario attraversato dal consolidamento bancario, dalle tensioni intorno alle operazioni su Mediobanca, Mps e Generali e dalla progressiva riduzione delle società quotate a Piazza Affari. Sullo sfondo resta la regolazione della pletora dei nuovi strumenti finanziari legati a doppio filo al mondo digitale: il rapporto sempre più complesso tra tecnologia, potere economico e tutela del risparmio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Temi sui quali il Professor Stazi ha già scritto e lavorato a lungo. Va precisato che la sua cifra non sembra quella del presidente-professore chiamato a indicare una teoria generale dei mercati. È piuttosto quella del regolatore di professione, abituato a tenere insieme diritto, economia e amministrazione. Dopo mesi di confronto politico, Palazzo Chigi ha scelto un uomo delle istituzioni. Ora toccherà al nuovo Presidente Consob trasformare la conoscenza della macchina in capacità di indirizzo. Non richiesti ma necessari i migliori auguri di buon lavoro.</p>
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		<title>Hormuz, il Golfo cambia pelle: oleodotti, porti e corridoi ridisegnano la mappa dell&#8217;energia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 08:11:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La chiusura dello Stretto di Hormuz sta trasformando una vulnerabilità strategica in un potente acceleratore di investimenti.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La chiusura dello Stretto di Hormuz sta trasformando una vulnerabilità strategica in un potente acceleratore di investimenti. Quello che fino a pochi mesi fa era considerato un piano di emergenza è diventato una priorità industriale: Paesi del Golfo, compagnie energetiche e operatori logistici stanno ridisegnando la geografia di petrolio, gas e trasporti per ridurre la dipendenza dal principale collo di bottiglia energetico mondiale. Secondo l&#8217;International Energy Agency, oggi soltanto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di infrastrutture operative capaci di aggirare Hormuz, ma la capacità alternativa resta ancora insufficiente rispetto ai volumi normalmente transitati dallo stretto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riyadh parte da una posizione di vantaggio grazie all&#8217;oleodotto East-West, che collega i giacimenti orientali al terminale di Yanbu sul Mar Rosso. L&#8217;infrastruttura può movimentare fino a circa 7 milioni di barili al giorno e rappresenta oggi il principale corridoio alternativo della regione. L&#8217;obiettivo saudita è concentrare sempre più esportazioni e attività di raffinazione sulla costa del Mar Rosso, riducendo l&#8217;esposizione al Golfo Persico. Gli Emirati Arabi Uniti non stanno a guardare: stanno accelerando l&#8217;espansione del collegamento Habshan-Fujairah, destinato a raddoppiare entro il 2027 la capacità di esportazione bypassando completamente Hormuz. Parallelamente DP World ha avviato il progetto di un nuovo porto multifunzionale a Fujairah, mentre Khor Fakkan viene potenziato come hub logistico per container e merci dirette verso l&#8217;Oceano Indiano. Reuters e Financial Times descrivono questa scelta come il più importante riassetto infrastrutturale emiratino degli ultimi anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più complessa la situazione di Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrein. Baghdad punta sulla Development Road, il corridoio ferroviario e autostradale verso la Turchia e il Mediterraneo, mentre torna d&#8217;attualità il progetto dell&#8217;oleodotto Basra-Aqaba in Giordania. Si tratta però di opere che difficilmente entreranno a pieno regime prima della fine del decennio. Kuwait e Qatar, invece, restano i Paesi più esposti, non disponendo ancora di vie di esportazione realmente alternative. Anche l&#8217;Oman rafforza il proprio ruolo. Il porto di Duqm, affacciato direttamente sul Mare Arabico, si candida a diventare uno dei principali poli industriali e logistici regionali, grazie alla posizione esterna rispetto a Hormuz e ai programmi di sviluppo della zona economica speciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul tavolo restano poi i grandi corridoi multimodali. L&#8217;India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), sostenuto da Stati Uniti, Unione Europea, India e Paesi del Golfo, mira a integrare porti, ferrovie ed energia tra Asia ed Europa, ma richiederà ancora diversi anni per essere completato. Avanzano anche la Gulf Railway, destinata a collegare i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, e nuovi collegamenti terrestri verso il Mediterraneo orientale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è una vera redistribuzione del rischio logistico. La produzione di idrocarburi non abbandonerà il Golfo, ma sempre più attività di stoccaggio, raffinazione ed esportazione saranno spostate lungo il Mar Rosso, il Golfo di Oman e i nuovi corridoi terrestri. Se l&#8217;emergenza ha imposto un cambio di passo, le scelte infrastrutturali raccontano una strategia destinata a durare ben oltre la crisi: il futuro dell&#8217;energia mediorientale sarà costruito sulla diversificazione delle rotte, non più sulla centralità esclusiva di Hormuz.</p>
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		<title>Gaza, Cisgiordania e Libano: cosa sta succedendo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 09:03:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gaza resta il principale teatro di guerra, ma la Cisgiordania continua a deteriorarsi e il confine libanese è instabile.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">A quasi tre anni dall&#8217;attacco del 7 ottobre 2023, Gaza resta il principale teatro di guerra, ma la Cisgiordania continua a deteriorarsi e il confine con il Libano è oggi uno dei punti più instabili del Medio Oriente. Sul piano militare, diplomatico e umanitario sono in corso negoziati paralleli che coinvolgono Stati Uniti, Paesi arabi, Unione Europea e Nazioni Unite, senza che sia ancora emersa una soluzione politica condivisa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gaza: Israele amplia il controllo militare, ma la partita resta politica</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella Striscia di Gaza le Forze di Difesa Israeliane (IDF) continuano le operazioni contro le strutture residue di Hamas e hanno progressivamente esteso le aree sottoposte a controllo militare diretto, attraverso zone cuscinetto e corridoi strategici destinati – nelle intenzioni di Israele – a impedire la ricostituzione delle capacità militari del gruppo. L&#8217;Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) segnala che le aree ad accesso limitato continuano ad ampliarsi, costringendo la popolazione civile a nuovi spostamenti e riducendo ulteriormente lo spazio disponibile per oltre due milioni di abitanti. Parallelamente continua il negoziato più delicato: quello tra Israele e Hamas sul rilascio degli ostaggi israeliani ancora detenuti nella Striscia e sulla definizione di un cessate il fuoco più stabile. I colloqui sono mediati principalmente da Qatar ed Egitto, con gli Stati Uniti nel ruolo di principale garante politico. Secondo Reuters, i nodi restano tre: il disarmo di Hamas, il futuro governo di Gaza e le garanzie di sicurezza richieste da Israele. La dimensione umanitaria continua nel frattempo a rappresentare il dossier più urgente. OCHA denuncia che le restrizioni agli accessi, l&#8217;insicurezza e la carenza di finanziamenti stanno limitando la distribuzione degli aiuti, mentre l&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità, UNRWA e il Comitato Internazionale della Croce Rossa continuano a chiedere un accesso regolare e sicuro per personale sanitario e convogli umanitari.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cisgiordania: peggiora il conflitto invisibile</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se Gaza resta il simbolo della guerra, è in Cisgiordania che si registra uno dei peggiori deterioramenti della situazione civile degli ultimi anni. Le operazioni militari israeliane contro gruppi armati palestinesi proseguono quasi quotidianamente, mentre aumentano gli episodi di violenza attribuiti ai coloni e le demolizioni di abitazioni palestinesi. OCHA evidenzia che nel 2026 oltre 3.200 palestinesi sono già stati sfollati a causa di demolizioni e violenze dei coloni, mentre numerose comunità risultano sempre più isolate dalle restrizioni alla circolazione. Sul piano politico Israele mantiene il controllo di sicurezza sull&#8217;Area C e rafforza la propria presenza operativa, mentre l&#8217;Autorità Nazionale Palestinese attraversa una delle fasi più difficili della propria storia, sia dal punto di vista economico sia sotto il profilo della legittimazione politica. Per l&#8217;Unione Europea e per le Nazioni Unite la stabilizzazione della Cisgiordania rappresenta una priorità strategica, perché un ulteriore deterioramento rischierebbe di compromettere definitivamente la prospettiva della soluzione dei due Stati.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Libano: tregua fragile e negoziato aperto</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte settentrionale il livello delle ostilità è inferiore rispetto ai mesi più intensi dello scontro tra Israele e Hezbollah, ma la situazione resta estremamente fragile.<br>Gli Stati Uniti continuano a mediare il dialogo tra Israele e il governo libanese, con l&#8217;obiettivo di consolidare il cessate il fuoco, rafforzare la presenza dell&#8217;esercito libanese nel Sud del Paese e dare piena attuazione alla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU. Un nuovo ciclo di colloqui tra Israele e Libano è previsto a Roma con la mediazione USA, segnale che il canale diplomatico rimane aperto nonostante le violazioni registrate lungo la Blue Line. Resta però irrisolto il nodo principale: il futuro ruolo militare di Hezbollah e il rapporto tra le esigenze di sicurezza israeliane e la sovranità dello Stato libanese.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi sta lavorandoa una soluzione</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La diplomazia internazionale opera oggi su più livelli. Gli Stati Uniti restano il principale attore politico e militare, coordinando i negoziati sugli ostaggi, sul cessate il fuoco a Gaza e sulla sicurezza del confine israelo-libanese. Qatar ed Egitto rappresentano i mediatori indispensabili nei rapporti indiretti con Hamas, grazie ai canali mantenuti con il movimento palestinese. Le Nazioni Unite operano soprattutto sul fronte umanitario. Attraverso OCHA, UNRWA, OMS e il Programma Alimentare Mondiale cercano di garantire assistenza alla popolazione civile, monitorare il rispetto del diritto internazionale umanitario e coordinare gli aiuti. L&#8217;Unione Europea, insieme ai principali Stati membri, continua invece a sostenere una soluzione politica fondata sulla coesistenza di due Stati, finanziando gli interventi umanitari e mantenendo aperto il dialogo con Israele, Autorità Palestinese e partner arabi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il vero negoziato riguarda il &#8220;giorno dopo&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là dell&#8217;evoluzione militare, il punto decisivo resta la governance del dopoguerra. Chi amministrerà Gaza? Quale ruolo avrà l&#8217;Autorità Palestinese? Hamas potrà essere esclusa dalla futura architettura politica? E quali garanzie di sicurezza saranno considerate sufficienti da Israele? Sono queste le domande su cui si concentra oggi il lavoro diplomatico di Washington, Doha, Il Cairo, Bruxelles e delle Nazioni Unite. Perché, come mostrano gli ultimi sviluppi sul terreno, il conflitto non dipende più soltanto dalle operazioni militari, ma dalla capacità di costruire un assetto politico che renda sostenibili sicurezza, ricostruzione e assistenza umanitaria. Al momento, nessuno dei tavoli negoziali ha ancora prodotto un accordo complessivo in grado di tenere insieme queste tre dimensioni. Lo stallo purtroppo logora e continua.</p>
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		<title>Farage rischia di cadere per mano della sua stessa arma politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 10:32:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La mossa di quelle che possono cambiare una carriera politica. Nigel Farage ha deciso di dimettersi da parlamentare e tornare alle urne.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La mossa è di quelle che possono cambiare una carriera politica in una notte. Nigel Farage ha deciso di dimettersi da parlamentare e tornare alle urne per difendere lo stesso seggio conquistato alle elezioni generali del 2024. Una scelta che, sulla carta, sembra un atto di forza: rimettersi direttamente al giudizio degli elettori per ribadire la propria centralità. Ma nella sostanza è un azzardo enorme, perché trasforma un seggio conquistato con l’onda lunga della protesta contro il sistema politico britannico in un referendum personale. Il leader di Reform UK, abituato a giocare d’attacco e a imporre l’agenda politica nazionale, questa volta ha scelto di mettere tutto sul tavolo. Se vincerà, uscirà rafforzato come il volto inevitabile della destra britannica post-conservatrice. Se perderà, il danno sarà molto più grande della semplice perdita di un seggio. Verrebbe incrinato il mito dell’uomo capace di interpretare meglio di chiunque altro la rabbia dell’elettorato britannico. Il rischio nasce soprattutto dall’avversario che si prepara a sfidarlo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">A correre contro Farage sarà Count Binface, un noto personaggio satirico britannico, autoproclamatosi &#8220;guerriero spaziale indipendente&#8221;, sostenuto dalla campagna dell’“uomo bidone”, una figura costruita proprio per colpire il punto più vulnerabile di Farage. L’accusa è quella di essere un politico di protesta più che un rappresentante capace di governare. La strategia è semplice: non sfidare Farage sul terreno delle idee, dove il leader di Reform ha costruito per decenni il proprio consenso, ma trasformare il voto in un giudizio sul suo stile politico, sulla sua affidabilità e sulla sua capacità di restare al servizio degli elettori dopo aver costruito una carriera nazionale. La scelta di Farage di tornare al voto contiene quindi una contraddizione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Farage ha sempre sostenuto che la politica britannica fosse troppo distante dai cittadini e che il Parlamento dovesse tornare a essere espressione diretta della volontà popolare. Ora è lui stesso a chiedere agli elettori una nuova investitura dopo aver lasciato volontariamente il seggio. Una parte dell’elettorato potrebbe leggerla come un gesto di coraggio, un’altra come un’operazione di immagine. Il problema per Farage è che Reform UK non è più soltanto un movimento di protesta. Dopo il risultato elettorale che ha ridimensionato i conservatori e intercettato milioni di voti dell’area conservatrice, il partito è entrato nella fase più difficile: quella della trasformazione da forza anti-sistema a forza percepita come alternativa di governo. In questa fase ogni errore personale del leader diventa un problema di sistema. Il seggio conquistato da Farage non rappresenta soltanto una circoscrizione elettorale. È il simbolo della sua rinascita politica dopo anni trascorsi ai margini di Westminster. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È la prova che la sua battaglia contro l’establishment britannico non era finita con la Brexit, ma aveva trovato una nuova incarnazione nella crisi dei conservatori e nella ricerca di un nuovo riferimento a destra. Proprio per questo una sua eventuale sconfitta subìta da uno standup comedian avrebbe un effetto politico sproporzionato. Gli avversari potrebbero usarla come dimostrazione che il fenomeno Farage è più fragile del previsto e che il suo consenso dipende soprattutto dalla capacità di catalizzare il malcontento, non dalla costruzione di una macchina politica stabile. Anche all’interno di Reform UK una battuta d’arresto potrebbe riaprire il tema della successione e della dipendenza del partito dalla figura del fondatore. Farage, del resto, conosce bene la logica dei referendum politici. È stato lui stesso a trasformare per anni singole battaglie elettorali in plebisciti sull’Europa, sull’immigrazione e sulla classe dirigente. Ora rischia di subire la stessa dinamica: un voto locale può trasformarsi in un giudizio nazionale sulla sua persona. La partita non riguarda soltanto un seggio parlamentare. Riguarda la credibilità di Farage come possibile uomo forte della destra britannica nei prossimi anni. Se vincerà, potrà rivendicare di aver superato anche il tentativo di delegittimazione personale e avrà una nuova legittimazione popolare. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Se perderà, il suo avversario avrà ottenuto qualcosa di molto più importante di un posto a Westminster: avrà dimostrato che anche il politico che per decenni ha sfidato il sistema può essere sconfitto proprio sul terreno che ha sempre rivendicato, quello del consenso popolare. Farage ha scelto il rischio massimo. La sua carriera politica è sempre stata costruita sulle scommesse impossibili. Questa volta, però, la posta non è una campagna o un referendum: è il futuro stesso del personaggio che ha cambiato la destra britannica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/farage-rischia-di-cadere-per-mano-della-sua-stessa-arma-politica/">Farage rischia di cadere per mano della sua stessa arma politica</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Dazi, il disgelo UE-USA parte dall’industria. Ma l’acciaio resta l’eccezione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 10:58:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bruxelles elimina i dazi sui prodotti industriali statunitensi e consolida il riavvicinamento commerciale con Washington. Ma sulla siderurgia prevale la logica della sicurezza economica.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br><br>Da questa settimana l’Unione europea cancella i dazi sulle importazioni di prodotti industriali statunitensi. È il passaggio più concreto dell’intesa commerciale raggiunta tra Bruxelles e Washington in Scozia un anno fa a e, nelle parole di Ursula von der Leyen, “una buona notizia per il commercio transatlantico”. Dunque più prevedibilità, scelta e prezzi migliori per imprese e consumatori europei. La Von der Leyen ha sottolineato come &#8220;la relazione transatlantica resta la più preziosa al mondo”. La decisione chiude una fase di incertezza che aveva pesato sui rapporti commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, dopo mesi di tensioni e minacce tariffarie. Il nuovo quadro elimina i dazi residui sui beni industriali americani importati nell’Unione europea e introduce un accesso preferenziale per una serie di prodotti agricoli e alimentari statunitensi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il beneficio più immediato è per le imprese Usa dell’industria manifatturiera: macchinari, componentistica, prodotti chimici, dispositivi medici, beni intermedi e apparecchiature potranno entrare nel mercato europeo a condizioni più favorevoli. Per Washington si tratta di un risultato politico ed economico rilevante. L’industria americana ottiene un accesso più semplice a un mercato da oltre 450 milioni di consumatori, mentre alcuni comparti agroalimentari incassano aperture mirate. Tra i prodotti indicati dall’accordo figurano frutta secca, latticini, frutta e verdura fresca e trasformata, alimenti lavorati, sementi, olio di soia, carne suina e bisonte. A questi si aggiunge la continuità del regime duty-free per l’aragosta statunitense, eredità del mini-accordo commerciale siglato durante la prima amministrazione Trump. Ma anche l’Europa può leggere l’intesa come una forma di stabilizzazione. Le imprese europee che utilizzano componenti, tecnologie o input industriali americani potranno beneficiare di costi più prevedibili. Per le catene del valore integrate — dall’automotive alla meccanica, dalla chimica alla farmaceutica, fino all’aerospazio — la riduzione delle frizioni doganali può tradursi in minori costi di approvvigionamento e in maggiore certezza contrattuale. Per i consumatori, almeno in teoria, l’effetto atteso è una maggiore offerta e una pressione al ribasso sui prezzi di alcuni beni importati. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il valore politico dell’operazione, però, supera quello strettamente tariffario. Bruxelles vuole dimostrare di saper mantenere gli impegni assunti con Washington senza rinunciare alla propria autonomia regolatoria. Gli Stati Uniti, dal canto loro, ottengono una prova concreta della disponibilità europea a riequilibrare una parte del rapporto commerciale. La durata dell’impianto, prevista fino alla fine del 2029 salvo successive valutazioni, serve proprio a dare orizzonte agli operatori economici, ma contiene anche clausole di sospensione nel caso in cui una delle parti non rispetti gli impegni. C’è però un grande assente nel disgelo: l’acciaio. Proprio mentre Bruxelles apre il mercato ai prodotti industriali americani, l’Unione europea rafforza infatti le difese sul comparto siderurgico. Dal 1° luglio è entrato in vigore il nuovo regime europeo sulle importazioni di acciaio, che riduce drasticamente le quote esenti da dazi e raddoppia il prelievo sulle importazioni extra-quota: dal 25% al 50%. La misura non è un dazio generalizzato su tutto l’acciaio importato dagli Stati Uniti, ma un meccanismo di protezione che si applica ai volumi oltre le quote e ai prodotti non coperti dal regime tariffario preferenziale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’eccezione dell’acciaio racconta il limite del nuovo patto transatlantico. Laddove il commercio industriale ordinario viene liberalizzato, la siderurgia resta trattata come settore strategico. Pesano la sovraccapacità globale, la pressione dell’acciaio a basso costo, il rischio di deviazione dei flussi commerciali dopo le barriere americane e la fragilità produttiva europea. Per questo Bruxelles sceglie una doppia linea: apertura verso gli Stati Uniti sui beni industriali, ma protezione rafforzata dove ritiene minacciata la tenuta di una filiera essenziale. La relazione Ue-Usa torna a cercare stabilità, ma non diventa automaticamente libero scambio senza eccezioni. L’acciaio resta il dossier speciale, il punto in cui sicurezza economica, industria, occupazione e geopolitica prevalgono sulla logica della liberalizzazione. È il paradosso della nuova stagione transatlantica: meno dazi per ricucire il rapporto, più dazi dove l’Europa teme di perdere capacità produttiva. Un caso scuola, da tenere sotto stretta osservazione per capire quanto l&#8217;eliminazione totale dei dazi reciproci abbia ancora il sentore di una chimera. C&#8217;è molto da lavorare.</p>
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		<title>SAFE: perché l&#8217;Italia prende tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 08:28:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella nuova stagione del riarmo europeo, anche il tempo è una risorsa strategica. È con questa chiave di lettura che va interpretata la prudenza del governo italiano nei confronti di SAFE.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/safe-perche-litalia-prende-tempo/">SAFE: perché l’Italia prende tempo</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Nella nuova stagione del riarmo europeo, anche il tempo è una risorsa strategica. È con questa chiave di lettura che va interpretata la prudenza del governo italiano nei confronti di SAFE (Security Action for Europe), il nuovo strumento finanziario promosso dalla Commissione europea per sostenere gli investimenti nella difesa attraverso prestiti comuni destinati agli Stati membri. Mentre diversi Paesi stanno accelerando per individuare i programmi da finanziare e consolidare la propria posizione nella futura architettura industriale della difesa europea, Roma continua a mantenere un profilo attendista. Una scelta che non riflette un&#8217;opposizione alla crescente integrazione europea nel settore della sicurezza, quanto piuttosto la volontà di valutare con attenzione le implicazioni economiche, industriali e politiche di un&#8217;iniziativa destinata a incidere sugli equilibri del continente per i prossimi decenni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima questione riguarda inevitabilmente la sostenibilità finanziaria. SAFE offre prestiti a condizioni più favorevoli rispetto ai mercati, ma resta uno strumento basato sull&#8217;indebitamento. Per un Paese che convive con uno dei più elevati livelli di debito pubblico dell&#8217;Unione europea, la convenienza finanziaria non può essere misurata esclusivamente dal costo del capitale. Conta anche l&#8217;impatto sul quadro di finanza pubblica, in una fase in cui sono tornate in vigore le regole europee di bilancio e il governo è impegnato a preservare credibilità fiscale e margini di manovra. La prudenza italiana, tuttavia, va ben oltre il bilancio dello Stato. SAFE rappresenta soprattutto una politica industriale europea. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;obiettivo della Commissione non è semplicemente aumentare la spesa militare, ma rafforzare la capacità produttiva del continente, sviluppare programmi comuni e ridurre la frammentazione del mercato della difesa. È su questo terreno che si concentra una delle principali valutazioni di Roma. L&#8217;Italia dispone di una delle basi industriali della difesa più sviluppate d&#8217;Europa, con competenze che spaziano dall&#8217;aerospazio alla cantieristica navale, dall&#8217;elettronica ai sistemi terrestri. L&#8217;interrogativo non è quindi se partecipare, ma a quali condizioni e con quali ritorni industriali. Senza un coinvolgimento significativo delle imprese italiane nei principali programmi europei, il vantaggio economico derivante dall&#8217;accesso ai prestiti rischierebbe di ridursi sensibilmente. Esiste poi una variabile politica che accompagna ogni discussione sull&#8217;aumento della spesa militare. Sebbene il contesto internazionale abbia modificato profondamente la percezione della sicurezza europea dopo l&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina, destinare nuove risorse alla difesa continua a rappresentare una scelta che richiede equilibrio, soprattutto in un Paese chiamato a conciliare investimenti militari, crescita economica e pressione sulla spesa sociale. In questo contesto, prendere tempo può anche essere interpretato come una strategia negoziale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia ha interesse a comprendere fino a che punto SAFE offrirà sufficiente flessibilità nell&#8217;utilizzo delle risorse e quale sarà la distribuzione effettiva dei grandi programmi industriali europei. Le decisioni assunte nei prossimi mesi contribuiranno infatti a definire la geografia della difesa europea per gli anni a venire. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera questione strategica riguarda però il costo dell&#8217;attesa. La Germania ha già annunciato un cambio di paradigma nella propria politica di difesa, sostenuto da ingenti investimenti pubblici. La Polonia continua a rafforzare rapidamente le proprie capacità militari, assumendo un ruolo sempre più centrale sul fianco orientale della NATO. La Francia punta a consolidare la leadership industriale europea facendo leva sulla forza della propria filiera nazionale. Anche la Spagna sta aumentando progressivamente gli investimenti, cercando di ritagliarsi un ruolo nei grandi programmi comuni.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo scenario, SAFE non rappresenta soltanto uno strumento finanziario, ma una competizione per leadership industriale, influenza politica e capacità tecnologica. Chi entrerà per primo nei nuovi programmi potrà contribuire a definirne standard, governance e catene di fornitura. Chi arriverà dopo rischia di trovare spazi più limitati.<br>Per l&#8217;Italia il rischio non è tanto quello di restare fuori dal processo di integrazione della difesa europea, quanto di parteciparvi da una posizione meno influente. La forza dell&#8217;industria nazionale rappresenta un vantaggio competitivo riconosciuto, ma nessun vantaggio resta tale se non viene accompagnato da scelte tempestive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È quindi probabile che la prudenza di queste settimane non rappresenti la posizione definitiva del governo, bensì una fase di valutazione destinata a concludersi quando il quadro finanziario e industriale apparirà più definito. La sfida sarà trovare un equilibrio tra disciplina fiscale e ambizione strategica, evitando che la ricerca della massima certezza si trasformi in un fattore di ritardo. Perché nella nuova Europa della difesa il problema non sarà soltanto quanto investire, ma quando decidere di farlo. E, in geopolitica, il tempismo è spesso parte integrante della strategia.</p>
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		<title>Ankara, il vertice che dirà se la NATO sa ancora guidare il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 07:39:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La minaccia russa di queste ore alla Polonia non è un incidente di frontiera. E’ il prologo politico del vertice NATO di Ankara del 7-8...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La minaccia russa di queste ore alla Polonia non è un incidente di frontiera. E&#8217; il prologo politico del vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio. Secondo Il Guardian Mosca potrebbe preparare per l&#8217;occasione una “possible provocation” contro Polonia o Paesi baltici per testare la coesione occidentale. Per il Telegraph l’allarme statunitense su una possibile azione armata in territorio polacco è già scattato. Fonti ucraine citate da Ukrainska Pravda hanno evocato scenari ibridi: dai droni contro infrastrutture critiche a provocazioni di confine mascherate da errore operativo. La sostanza è chiara: Mosca non cerca lo scontro frontale, ma sta sondando la soglia. Vuole capire quanto rumore può produrre prima che l’articolo 5 smetta di essere una formula e torni ad essere una promessa strategica. Ankara nasce dentro questa zona grigia, dove la guerra non viene dichiarata e la pace non è più pace. Ridurre il summit al solo aumento delle spese militari sarebbe però un grave errore. Il 5% resta numero simbolico, il messaggio a Washington, la risposta alla Russia e la sveglia per capitali europee troppo abituate a delegare. Ma il punto non è solo spendere di più, è trasformare i bilanci in potenza utilizzabile. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La NATO stessa presenta il vertice come il momento in cui verificare come il piano di investimento venga tradotto in produzione, cooperazione e acquisti congiunti. La misura del successo non sarà la retorica dei decimali, ma brigate equipaggiate, munizioni disponibili, difese aeree stratificate, mobilità militare, cyber-resilienza e capacità industriale. Il secondo dossier è l’industria. Ankara ospita anche un Defence Industry Forum che, più che evento collaterale, è il cuore materiale della nuova deterrenza. La guerra in Ucraina ha demolito l’illusione occidentale della guerra breve e tecnologicamente pulita. I sistemi avanzati contano, ma continuano ad avere il loro peso i tradizionali artiglieria, intercettori, ricambi, logistica, droni economici, manutenzione, capacità di sostituire in fretta ciò che viene distrutto. Qui si capirà se la NATO ha imparato la lezione. Non basta avere le armi migliori, bisogna produrle in quantità e con catene di fornitura non ricattabili. Come ha osservato il CSIS, la spesa conterà davvero solo se produrrà “usable combat power”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il terzo nodo è l’Ucraina. Reuters ha anticipato che gli alleati potrebbero impegnarsi su 70 miliardi di euro di assistenza militare per il 2026 e livelli almeno equivalenti nel 2027. Al Jazeera ha sottolineato la volontà europea di mandare da Ankara un “strong signal of support for Ukraine”. Ma il punto politico è più profondo: Kyiv non può restare in una dipendenza incerta, abbastanza armata per non crollare e non abbastanza sostenuta per modificare il calcolo del Cremlino. La NATO deve aiutare l’Ucraina, ma deve anche imparare dall’Ucraina: droni, guerra elettronica, difesa distribuita, adattamento tattico, resilienza civile.<br>Poi c’è il fianco Est, che non è una geografia ma una dottrina. Polonia, Baltici, Finlandia e Romania chiedono una NATO capace di difendere dal primo metro, non di riconquistare territorio dopo l’aggressione. Business Insider ha raccontato un fronte orientale che si prepara “with or without America”, tra difesa totale finlandese, Eastern Shield polacco e rafforzamento baltico. Questa frase pesa perché fotografa la domanda nascosta del vertice: l’Europa sta costruendo autonomia dentro la NATO o si sta solo preparando al dubbio americano? Ankara sarà credibile se chiarirà postura, rinforzi, difesa aerea, protezione delle infrastrutture critiche e risposta alle minacce ibride.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quarto dossier è il Sud. La Turchia non è una cornice neutrale: è Mar Nero, Mediterraneo, Caucaso, Medio Oriente, droni, energia, migrazioni, Siria, Gaza, rapporti con Mosca e Kyiv. Reuters ha raccontato anche le proteste anti-NATO represse ad Ankara, segnale che il summit si svolge in un Paese indispensabile, ma politicamente complesso. The Times ha definito Erdogan un mediatore di potere in una NATO più fragile, sottolineando il paradosso turco: secondo esercito dell’Alleanza, controllo degli stretti, diplomazia autonoma, ma anche tensioni democratiche interne. È proprio qui che la NATO dovrà dimostrare maturità: non essere solo una fortezza rivolta a est, ma una piattaforma capace di tenere insieme Baltico e Levante, Artico e Sahel, Mediterraneo e Indo-Pacifico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l’Indo-Pacifico sarà un indicatore. Il South China Morning Post ha scritto che potrebbe finire “on the back burner” per effetto delle urgenze su Ucraina, Iran e spesa. Il Global Times ha invece insistito sul ruolo dei colloqui Trump-Putin-Zelensky prima del summit, leggendo Ankara come passaggio della diplomazia globale più che come semplice riunione atlantica. Sono sguardi esterni utili: ricordano che la NATO viene osservata non solo da Mosca, ma da Pechino, Delhi, Ankara, Riyadh, Pretoria, Brasilia. Ogni ambiguità europea diventa informazione strategica per altri attori. Ogni prova di coesione diventa deterrenza anche fuori dal teatro europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come capire, allora, se Ankara sarà stata un successo? Primo: se produrrà impegni verificabili, non formule elastiche. Secondo: se l’industria avrà contratti, volumi, tempi e standard comuni. Terzo: se l’Ucraina uscirà con una prospettiva pluriennale, non con un altro pacchetto emotivo. Quarto: se il fianco Est riceverà capacità reali contro minacce convenzionali e ibride. Quinto: se Stati Uniti ed europei mostreranno una divisione del lavoro più adulta, non una contabilità rancorosa. Sesto: se la NATO parlerà anche al mondo non occidentale, spiegando che non difende privilegi ma un ordine in cui confini, sovranità e libertà politica non sono merce negoziabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La forza della NATO è spesso raccontata in negativo: ciò che impedisce, contiene, dissuade. Ma la sua potenzialità più grande è positiva. Nessun’altra organizzazione combina potenza militare, democrazie industriali, standard tecnologici, reti diplomatiche, logistica globale, capacità nucleare, esperienza operativa e legittimità politica tra 32 Paesi. La NATO può diventare il primo player internazionale globale non perché debba sostituire ONU o Unione europea, ma perché può fare ciò che altri promettono: integrare sicurezza, tecnologia, industria, resilienza e alleanze. Il vertice di Ankara sarà dunque una prova di immaginazione strategica. La Russia minaccia la Polonia perché teme una NATO decisa, non una NATO contabile. La Cina osserva perché vuole capire se l’Occidente sa ancora organizzare potere. Il Sud globale guarda perché misura la distanza tra principi dichiarati e capacità effettiva. Se Ankara saprà trasformare paura in progetto, spesa in forza, solidarietà in deterrenza e deterrenza in ordine, la NATO non avrà soltanto risposto a Mosca. Avrà ricordato al mondo di essere ancora la più grande macchina politica di sicurezza mai costruita dalle democrazie. Se non ora quando?</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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