<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Paolo Bozzacchi</title>
	<atom:link href="https://www.thewatcherpost.it/author/paolo-bozzacchi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.thewatcherpost.it/author/paolo-bozzacchi/</link>
	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Thu, 11 Jun 2026 14:16:33 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0</generator>
	<item>
		<title>Transizione energetica, Vigilante: «Oggi il GSE affianca cittadini, imprese ed enti locali»</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/transizione-energetica-vigilante-oggi-il-gse-affianca-cittadini-imprese-ed-enti-locali/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/transizione-energetica-vigilante-oggi-il-gse-affianca-cittadini-imprese-ed-enti-locali/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 14:16:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=64581</guid>

					<description><![CDATA[<p>La transizione energetica cambia natura: non solo ambiente, ma anche sicurezza, autonomia e costo dell'energia. Vinicio Vigilante sull’evoluzione del ruolo del GSE tra imprese, cittadini e territori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/transizione-energetica-vigilante-oggi-il-gse-affianca-cittadini-imprese-ed-enti-locali/">Transizione energetica, Vigilante: «Oggi il GSE affianca cittadini, imprese ed enti locali»</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>La transizione energetica non si misura soltanto nei megawatt installati. Si misura anche nella capacità di trasformare strumenti, incentivi e opportunità in benefici concreti per famiglie e imprese. È una sfida che riguarda la diffusione delle rinnovabili, ma anche la semplificazione dei processi, l’accesso alle informazioni e il rapporto tra istituzioni e territori. Un terreno sul quale, secondo Vinicio Vigilante, Amministratore Delegato del Gestore dei Servizi Energetici, si gioca una parte importante della competitività energetica del Paese. Intervistato da Urania News a margine del Festival dell’Energia di Lecce, Vigilante ha delineato un modello nel quale il ruolo del GSE evolve insieme alle esigenze della transizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Mentre fino a qualche tempo fa dicevamo che il GSE finanziava la transizione energetica, oggi parliamo di un GSE che affianca cittadini, imprese ed enti locali per attuare le misure che contrastino il caro energia», spiega. Un cambiamento che riflette l’evoluzione dello scenario energetico. Per Vigilante la transizione non può più essere considerata soltanto una questione ambientale. È diventata anche una questione di sicurezza energetica, autonomia e indipendenza. È per questo che insiste sul concetto di «buona transizione energetica», ovvero una transizione capace di trasferire ai consumatori il valore economico delle fonti rinnovabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La buona transizione energetica è quella che consente di trasferire ai consumatori il valore delle rinnovabili che è rappresentato dal basso costo», osserva. L’obiettivo non è quindi soltanto aumentare la produzione di energia pulita, ma fare in modo che i benefici economici derivanti dalle rinnovabili arrivino concretamente a famiglie e imprese. È su questo terreno che il GSE concentra una parte crescente della propria attività. Informazione e supporto rappresentano due condizioni essenziali per favorire la diffusione degli strumenti oggi disponibili. Un esempio è quello delle comunità energetiche rinnovabili, che il GSE considera una delle principali innovazioni degli ultimi anni. Strumenti che consentono a cittadini, enti e organizzazioni di condividere l’energia prodotta localmente e che hanno come obiettivo quello di coniugare sostenibilità e riduzione dei costi energetici. «Soprattutto informazione e soprattutto accompagnamento nell’utilizzo di questi nuovi strumenti», sottolinea, indicando una delle direttrici principali dell’attività dell’ente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto ai cittadini, uno degli interlocutori prioritari resta il mondo delle imprese. Il costo dell’energia continua infatti a rappresentare un elemento di pressione per il sistema produttivo italiano e il GSE punta a sostenere il percorso di investimento delle aziende nelle fonti rinnovabili. In questa direzione si inserisce la convenzione recentemente sottoscritta con Confindustria, richiamata dallo stesso Vigilante come uno strumento di collaborazione per accompagnare le imprese nell’utilizzo delle misure disponibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra queste figura l’Energy Release, pensato per i grandi consumatori di energia e finalizzato a favorire nuovi investimenti nelle fonti rinnovabili. Ma l’attenzione non riguarda soltanto le realtà più energivore. «Non ci sono soltanto le grandi imprese, anche le piccole e medie imprese». Per queste ultime, ricorda Vigilante, nell’ambito del Decreto Energia si è pensato a strumenti come i contratti a lungo termine, che consentono di accedere a prezzi dell’energia inferiori rispetto a quelli di mercato e di aumentare la prevedibilità dei costi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il raggiungimento degli obiettivi energetici richiede però il coinvolgimento di tutti i livelli istituzionali. Vigilante sottolinea il ruolo centrale di regioni e comuni, ricordando come una parte significativa delle autorizzazioni per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili sia di competenza delle amministrazioni territoriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo percorso la semplificazione rappresenta una delle priorità dichiarate. «Questa è un’altra stella polare dell’azione del GSE», afferma Vigilante. L’obiettivo è ridurre il peso della burocrazia e rendere più semplice l’accesso agli incentivi e agli strumenti esistenti. Il caso delle comunità energetiche viene indicato come uno degli esempi più significativi. «Siamo partiti da zero», osserva. Da qui la scelta di costruire una vera e propria «cassetta degli attrezzi» per accompagnare concretamente chi intende investire in questi progetti. Un approccio che sintetizza anche l&#8217;evoluzione del ruolo del GSE descritta da Vigilante: non soltanto gestire strumenti e risorse, ma aiutare cittadini, imprese ed enti locali a utilizzarli. Perché la sfida della transizione energetica, oggi, non sembra essere soltanto quella di mettere a disposizione nuove opportunità, ma di renderle davvero accessibili.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/transizione-energetica-vigilante-oggi-il-gse-affianca-cittadini-imprese-ed-enti-locali/">Transizione energetica, Vigilante: «Oggi il GSE affianca cittadini, imprese ed enti locali»</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/transizione-energetica-vigilante-oggi-il-gse-affianca-cittadini-imprese-ed-enti-locali/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nuova notte di fuoco nel Golfo</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/nuova-notte-di-fuoco-nel-golfo/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/news/nuova-notte-di-fuoco-nel-golfo/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 07:54:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=64529</guid>

					<description><![CDATA[<p>La notte di mercoledì ha riacceso la polveriera del Golfo. Donald Trump ha autorizzato una nuova ondata di raid contro obiettivi iraniani, scatenando una risposta immediata di Teheran contro basi USA in Medio Oriente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/nuova-notte-di-fuoco-nel-golfo/">Nuova notte di fuoco nel Golfo</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La notte di mercoledì ha riacceso la polveriera del Golfo. Donald Trump ha autorizzato una nuova ondata di raid contro obiettivi iraniani, scatenando una risposta immediata di Teheran contro basi USA in Medio Oriente. È l&#8217;ennesimo tentativo paradossale di accelerare i colloqui di pace con la guerra a bassa intensità. Non più una strategia, ma un metodo. Ad oggi inefficace. È il secondo raid consecutivo in 24 ore, dopo la perdita di un elicottero Apache nello Stretto di Hormuz. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ordine è partito dalla Casa Bianca alle 17:00 ora locale e si è concluso poco dopo le 21:00. Fonti del Pentagono riportate da Reuters e The Times indicano come obiettivi sistemi di difesa aerea, radar e unità di comando droni iraniani nella zona dello Stretto. Trump ha confermato via Fox News che tra i 20 colpiti, l’obiettivo più vicino a Teheran è stato raggiunto a 40 miglia dalla capitale e ha avvertito che gli attacchi possono riprendere in qualsiasi momento se non verrà firmato un accordo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il presidente ha definito l’azione una risposta proporzionata all’aggressione ingiustificata dell’Iran, dopo che Teheran aveva abbattuto un elicottero Apache che pattugliava lo Stretto. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha rincarato: se dobbiamo negoziare con le bombe, negoziamo con le bombe. Siamo i migliori al mondo. L’operazione sarebbe stata approvata da Trump dopo pressioni per un’azione congiunta contro obiettivi legati al programma missilistico iraniano. Secondo la Casa Bianca l’obiettivo è sempre distruggere la capacità di produzione di missili balistici del regime sciita. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La replica di Teheran non si è fatta attendere. I Pasdaran hanno lanciato droni e missili contro basi americane in Bahrain, Kuwait e Giordania. Esplosioni sono state segnalate anche a Sirik, Minab, Bandar Abbas, Karaj e Varamin. Reuters conferma che due navi sono state colpite nello Stretto. Le Guardie Rivoluzionarie hanno rivendicato i raid come ritorsione diretta per i bombardamenti USA sulle installazioni vicino Hormuz. L’offensiva ha riaperto il nodo dei poteri di guerra del presidente Trump. Il deputato Adam Smith ha condannato i raid non approvati dal Congresso su siti nucleari iraniani, definendoli rischiosi per l’escalation regionale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Senato ha bloccato per la settima volta quest’anno un tentativo democratico di limitare i poteri bellici di Trump sull’Iran. Intanto emergono dettagli sulle conseguenze civili dei reciproci attacchi. The Times riporta che 20.000 iraniani sono rimasti senza acqua potabile dopo i danni alle infrastrutture causati dai raid. L’ONU ha chiesto a Teheran di dichiarare le scorte di uranio arricchito dopo i danni ai siti nucleari. CNN analizza l’operazione come una decisione rischiosa di Trump. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre 140 militari USA sarebbero rimasti feriti mentre il sostegno pubblico alla guerra negli USA è già basso. Trump ha alzato ancora una volta i toni: l’Iran potrebbe essere spazzato via in una notte se non accetterà un cessate il fuoco entro martedì. Ha liquidato le preoccupazioni sui civili con una frase secca: sapete cos’è un crimine di guerra? Avere un’arma nucleare. Teheran, dal canto suo, ha colpito le basi USA nella regione e minaccia ulteriori rappresaglie. La notte, tra ordini presidenziali e missili incrociati, ha riportato Medio Oriente e Washington indietro nel tempo. Ora la palla passa alla diplomazia, naturalmente messa ancora di più in difficoltà. La delegazione del Qatar arrivata a Teheran avrà un bel da fare per essere ascoltata in veste di nuovo mediatore. Intanto i B-2 sorvolano ancora Teheran. Il rischio vero sembra l&#8217;assuefazione generale al conflitto stop and go.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/nuova-notte-di-fuoco-nel-golfo/">Nuova notte di fuoco nel Golfo</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/news/nuova-notte-di-fuoco-nel-golfo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nucleare, Sogin oltre il punto di svolta: dallo smantellamento delle centrali alla costruzione della nuova filiera</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/nucleare-sogin-oltre-il-punto-di-svolta-dallo-smantellamento-delle-centrali-alla-costruzione-della-nuova-filiera/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/economia/nucleare-sogin-oltre-il-punto-di-svolta-dallo-smantellamento-delle-centrali-alla-costruzione-della-nuova-filiera/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 11:01:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=64219</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il piano di Sogin. Decommissioning degli impianti italiani sfiora il 50%, nel 2026 previsti lavori per circa mezzo miliardo di euro. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/nucleare-sogin-oltre-il-punto-di-svolta-dallo-smantellamento-delle-centrali-alla-costruzione-della-nuova-filiera/">Nucleare, Sogin oltre il punto di svolta: dallo smantellamento delle centrali alla costruzione della nuova filiera</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Molto più che una ripartenza col piede giusto. Il nuovo nucleare in Italia è già ben avviato grazie ad azioni, investimenti importanti e progetti ambiziosi. Lo dimostrano i numeri di Sogin, che ha già superato il giro di boa nel processo di smantellamento degli impianti nucleari italiani spenti e annunciato mezzo miliardo di valore per lavori messi a gara quest&#8217;anno. Sogin sta trasformando la memoria industriale del vecchio nucleare nella condizione tecnica, culturale e produttiva per dare ulteriore slancio al nuovo dossier dell’atomo. Il coinvolgimento dei territori è testimoniato dal successo della quinta edizione di Open Gate Sogin (visita alle quattro centrali italiane di Trino, Caorso, Latina e Garigliano) che ha raccolto oltre 5500 adesioni. Ma l’accelerazione sul decommissioning è solo il primo passo. La società guidata da Gian Luca Artizzu ha rimesso ordine in una partita complessa: autorizzazioni, appalti, sicurezza radiologica, gestione dei materiali, demolizioni specialistiche. Il programma complessivo a fine 2025 era arrivato al 47,7-48% in valore economico, motivo per cui oggi si può parlare di “giro di boa” della dismissione: un cambio di passo ormai chiaramente visibile. Decommissioning vuol dire caratterizzazione radiologica, decontaminazione, gestione del combustibile, trattamento e condizionamento dei rifiuti radioattivi, demolizioni in ambienti complessi, sicurezza fisica e nucleare, tracciabilità, formazione. Sono filiere ad alta specializzazione, dove l’Italia non parte affatto da zero. E&#8217; già sviluppato un nucleo pubblico di conoscenze che può dialogare con industria, università, ricerca e migliori pratiche internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una conferma arriva dalle due richieste di partnership siglate da Sogin nelle settimane scorse con la giapponese JAPC e l’inglese NDA. Tali accordi attestano il riconoscimento internazionale della Società come uno dei principali leader mondiali nelle strategie di decommissioning nucleare e, in particolare, nello smantellamento dei reattori a gas grafite, come quello della centrale di Latina, e nelle metodologie per il trattamento e il recupero della grafite irraggiata derivante dalla dismissione di questo genere di reattori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2026 Sogin porta avanti contratti e prevede assegnazioni per circa mezzo miliardo di euro. Considerando lavori messi a gara ed effetto a cascata su ingegneria, componentistica, edilizia specializzata, monitoraggi, logistica, sicurezza, bonifiche e servizi professionali e applicando un moltiplicatore prudenziale tra 1,5 e 1,8, l’indotto potenziale per le imprese italiane può valere poco meno di 800 milioni. Non è solo spesa: è politica industriale. È domanda qualificata che allena il Made in Italy su standard nucleari. Il nuovo nucleare non nasce soltanto con una legge o con un investimento. Nasce da una catena di fiducia: istituzioni, controlli, gestione dei rifiuti, trasparenza verso i territori. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sogin può essere il ponte tra chiusura e ripartenza, perché conosce gli impianti, parla il linguaggio della sicurezza, ha relazioni con organismi internazionali e può esportare competenze in decommissioning e waste management, due settori destinati a crescere. Il contesto, intanto, è cambiato. Lo studio Confindustria-Enea del 2025 stima che un programma nucleare italiano possa generare un ritorno economico pari al 2,5% del Pil e 117mila nuovi posti di lavoro, di cui 39mila direttamente nella filiera. Lo studio TEHA indica, con SMR e AMR fino al 10% della domanda elettrica al 2050. E&#8217; un impatto economico superiore a 50 miliardi e fino a 117mila occupati diretti, indiretti e indotti. Autonomia strategica significa ridurre dipendenza dal gas, prezzi esteri e vulnerabilità geopolitiche. Competitività economica significa dare all’industria energia continua, decarbonizzata e programmabile. Impatto sociale significa lavoro qualificato, formazione tecnica, nuove competenze per giovani ingegneri, operai specializzati, tecnici ambientali, imprese di filiera. Sostegno alla visione di Sogin è arrivato dallo stesso Presidente di Confindustria Orsini, che all’Assemblea 2026 ha rilanciato: “Dobbiamo accelerare il ritorno al nucleare”; serve “corrente di continuità a zero emissioni” e la sperimentazione è “una scelta fondamentale per dare al nostro Paese l’autonomia energetica”. Fino alla disponibilità delle imprese a ospitare piccoli reattori modulari nei distretti industriali. La messa a terra del nucleare che verrà è un percorso che va costruito a quattro mani tra visione politica delle istituzioni e coraggio delle imprese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/nucleare-sogin-oltre-il-punto-di-svolta-dallo-smantellamento-delle-centrali-alla-costruzione-della-nuova-filiera/">Nucleare, Sogin oltre il punto di svolta: dallo smantellamento delle centrali alla costruzione della nuova filiera</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/economia/nucleare-sogin-oltre-il-punto-di-svolta-dallo-smantellamento-delle-centrali-alla-costruzione-della-nuova-filiera/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Transizione energetica e competitività, la vera sfida italiana passa da reti e autorizzazioni</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/transizione-energetica-e-competitivita-la-vera-sfida-italiana-passa-da-reti-e-autorizzazioni/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/economia/transizione-energetica-e-competitivita-la-vera-sfida-italiana-passa-da-reti-e-autorizzazioni/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 10:41:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=64216</guid>

					<description><![CDATA[<p>(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)L’energia prodotta in Italia da fonti rinnovabili ha incredibili margini di crescita ulteriore. Nel 2025 la domanda elettrica...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/transizione-energetica-e-competitivita-la-vera-sfida-italiana-passa-da-reti-e-autorizzazioni/">Transizione energetica e competitività, la vera sfida italiana passa da reti e autorizzazioni</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>L&#8217;energia prodotta in Italia da fonti rinnovabili ha incredibili margini di crescita ulteriore. Nel 2025 la domanda elettrica nazionale è stata pari a 311,3 TWh e le rinnovabili hanno coperto circa il 41% del fabbisogno. Abbiamo fatto segnare il record storico al fotovoltaico (+25% rispetto al 2024), con 44,3 TWh prodotti. La nuova capacità rinnovabile entrata in esercizio è stata di 7.191 MW, portando la potenza installata complessiva a 83,5 GW, di cui 43,5 GW di solare e 13,6 GW di eolico. Numeri che certificano la trasformazione reale del sistema elettrico made in Italy. Eppure la fotografia va letta tutta. La quota rinnovabile è comunque rimasta leggermente sotto il 2024, quando aveva toccato il 42%, soprattutto per il calo dell’idroelettrico dopo un anno eccezionale. Allo stesso tempo le fonti non rinnovabili hanno continuato a pesare molto sul sistema: nei primi undici mesi del 2025 coprivano il 43,4% del fabbisogno, in aumento rispetto al 41,7% dell’anno precedente. La transizione, dunque, procede, ma non ancora alla velocità richiesta dalla sicurezza energetica, dalla competitività industriale e dagli obiettivi climatici. Le imprese italiane stanno investendo: lo fanno nell’autoproduzione, nei PPA, negli impianti fotovoltaici industriali, negli accumuli, nell’efficientamento, nel biometano, nell’eolico, nell’agrivoltaico. Ma investire in energia in Italia significa ancora attraversare un labirinto. Un progetto può essere tecnicamente maturo, finanziato, coerente con il territorio e comunque restare appeso per anni tra valutazioni ambientali, pareri multipli, conferenze dei servizi, ricorsi, norme regionali disomogenee e incertezza sulle aree idonee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; qui che si gioca la partita vera. Il PNIEC indica per il 2030 circa 131 GW di capacità rinnovabile installata. A fine 2025 siamo poco sopra gli 80 GW: secondo Elettricità Futura servono altri 49 GW in cinque anni e una produzione FER da portare da 130 a 228 TWh annui. È una corsa industriale, che possiamo vincere perché già ben allenati. Per l&#8217;obiettivo servono tre cose. La prima è tagliare la burocrazia che non produce tutela, ma solo ritardo: sportelli unici veri, termini perentori, silenzio-assenso dove possibile, modulistica nazionale, banche dati condivise, pareri concentrati e non replicati. La seconda è rendere prevedibile il rapporto tra Stato, Regioni, Soprintendenze e Comuni, perché non si può chiedere alle aziende di investire miliardi se il quadro cambia a metà iter. La terza è ridurre i tempi della giustizia amministrativa per le opere energetiche strategiche, con corsie preferenziali di settore e decisioni rapide, perché un ricorso che blocca per anni un impianto non è neutralità, ma  politica energetica al contrario. Su quali fonti puntare per raggiungere l&#8217;ambizioso obiettivo? Anzitutto sul fotovoltaico, dove l’Italia ha già dimostrato capacità di crescita, filiere tecniche, domanda industriale e potenzialità enorme su tetti, capannoni, aree produttive, parcheggi, cave dismesse e terreni agricoli compatibili. Poi sull’eolico, soprattutto dove repowering e offshore possono aumentare la produzione senza consumare nuovo territorio in modo indiscriminato. Quindi su biometano, geotermia, idroelettrico efficiente e accumuli: non come comparse, ma come pezzi di un sistema più stabile e meno dipendente dal gas. Il tema non è rinnovabili contro industria, ma esattamente l’opposto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le rinnovabili sono una politica industriale che ha successo se danno energia a prezzo competitivo, generano filiere, attraggono manifattura, riducono l’esposizione alle crisi del gas e rafforzano l’autonomia strategica. Ma per riuscirci bisogna smettere di trattare ogni impianto come un’eccezione e cominciare a considerarli infrastrutture nazionali. In questo quadro va inserito anche il nucleare. Non come alternativa ideologica alle rinnovabili, ma come fonte programmabile a basse emissioni che può facilitarne lo sviluppo: più solare ed eolico entrano nel sistema, più servono reti, accumuli e produzione stabile per garantire continuità, sicurezza e prezzi sostenibili. Non a caso il PNIEC ha incluso uno scenario con 8 GW nucleari al 2050, pari all’11% del fabbisogno nazionale. Il Festival dell’Energia di Lecce, con l’edizione 2026 dedicata a “Energia e libertà. L’Europa alla prova del futuro”, ha messo esattamente questo nodo al centro: energia come sicurezza, industria, ambiente, democrazia economica. Fino a domani a Lecce si discuteranno proposte a Lecce di rinnovabili, eolico, nucleare, territori, nuove rotte energetiche, economia circolare. L’Italia ha già dimostrato di saper fare. Ora deve dimostrare di saper decidere. Le imprese ci sono, i capitali pure, le tecnologie anche. Manca la parte più difficile: una Pubblica Amministrazione che abiliti invece di frenare, una politica che scelga invece di rinviare (come in parte sta facendo), una giustizia che garantisca senza paralizzare. La transizione energetica non si vince annunciando megawatt. Si vince mettendoli in rete.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/transizione-energetica-e-competitivita-la-vera-sfida-italiana-passa-da-reti-e-autorizzazioni/">Transizione energetica e competitività, la vera sfida italiana passa da reti e autorizzazioni</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/economia/transizione-energetica-e-competitivita-la-vera-sfida-italiana-passa-da-reti-e-autorizzazioni/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Transizione 5.0: il paradosso del cloud escluso dagli incentivi</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/transizione-5-0-incentivi/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/economia/transizione-5-0-incentivi/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 09:26:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=63827</guid>

					<description><![CDATA[<p>Associazioni ICT, imprese e operatori del settore contro il governo: “Così si penalizza il modello con cui oggi si fa davvero innovazione digitale”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/transizione-5-0-incentivi/">Transizione 5.0: il paradosso del cloud escluso dagli incentivi</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>L’errore politico prima ancora che industriale è immaginare che la trasformazione digitale delle imprese italiane passi ancora per l’acquisto di server e licenze tradizionali. Il mercato ICT ha già scelto altro: cloud, software a canone, servizi “as-a-service”. E il piano Transizione 5.0 rischia di incentivare un modello tecnologico che appartiene più al passato che all’economia reale. L’esclusione dei software cloud e SaaS dagli incentivi fiscali previsti dall’iperammortamento ha acceso la protesta delle principali associazioni del settore ICT. Assintel e Anitec-Assinform parlano apertamente di  misura “anacronistica”, incapace di leggere l’evoluzione del mercato digitale e potenzialmente dannosa soprattutto per le piccole e medie imprese. “L&#8217;esclusione dei software in cloud dall’iperammortamento di Transizione 5.0 è una scelta che va nella direzione opposta a quella che è l’evoluzione digitale”, ha dichiarato la presidente di Assintel, Paola Generali, sottolineando come oggi il software as-a-service rappresenti circa l’80% delle modalità con cui le imprese adottano innovazione tecnologica. Il nodo non riguarda una nicchia del mercato, ma uno dei comparti più dinamici dell’economia italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il rapporto “Il Digitale in Italia” di Anitec-Assinform, il mercato digitale nazionale ha raggiunto nel 2024 gli 81,6 miliardi di euro, con prospettive di crescita fino a 93 miliardi entro il 2028. Cloud computing, cybersecurity e intelligenza artificiale sono oggi i principali motori dello sviluppo ICT italiano. Il solo comparto cloud vale già oltre 8 miliardi di euro e cresce a ritmi superiori al 16% annuo. Dietro questi numeri c’è un ecosistema industriale che comprende hyperscaler internazionali come Microsoft, Amazon Web Services, Google Cloud e Oracle, ma anche operatori italiani come TIM Enterprise, Aruba , Engineering , Reply e Almaviva, insieme a centinaia di PMI innovative che sviluppano software, cybersecurity, data analytics e AI in modalità cloud-native. Secondo le stime del settore, l’ICT italiano impiega oltre 620 mila addetti diretti, con una crescita trainata proprio dai servizi cloud e dalla sicurezza informatica. È qui che si concentra oggi la domanda di competenze avanzate, in un mercato del lavoro che registra oltre 136 mila annunci ICT l’anno. La contraddizione evidenziata dalle associazioni è evidente: il Governo considera strategici intelligenza artificiale, digitalizzazione industriale e cybersecurity, ma esclude dagli incentivi proprio il modello tecnologico attraverso cui queste soluzioni vengono ormai distribuite alle imprese. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi AI generativa, protezione cyber, ERP evoluti e piattaforme collaborative vengono infatti adottati quasi esclusivamente tramite cloud e modelli a canone. Anche Massimo Dal Checco ha parlato di “passo indietro rispetto all’evoluzione del mercato”, ricordando che le precedenti normative avevano incluso esplicitamente i canoni cloud tra i beni agevolabili. Una posizione condivisa anche da numerosi operatori industriali e system integrator, che vedono nella misura il rischio di rallentare gli investimenti proprio nel momento in cui l’Europa spinge sulla sovranità digitale e sulla competitività tecnologica. Il rischio, osservano gli operatori, è duplice. Da un lato si riduce l’efficacia stessa di Transizione 5.0, che nasce per accelerare l’innovazione produttiva; dall’altro si penalizzano soprattutto le PMI, cioè le imprese che più beneficiano del modello SaaS che consente accesso a tecnologie avanzate senza investimenti iniziali elevati. “Per le micro e piccole imprese ogni ostacolo procedurale in più è un investimento in meno”, ha osservato ancora Generali, chiedendo una revisione della norma e una maggiore semplificazione dell’accesso agli incentivi. Sul piano politico la partita resta aperta. In Senato sono stati presentati emendamenti per reinserire il cloud tra le spese incentivabili. La posta in gioco va oltre il tecnicismo fiscale: riguarda la capacità dell’Italia di allineare la politica industriale alla trasformazione reale dell’economia digitale. Perché nel 2026 incentivare soltanto il software “on premise” equivale, di fatto, a finanziare un modello industriale che il mercato ha già superato. Da tempo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/transizione-5-0-incentivi/">Transizione 5.0: il paradosso del cloud escluso dagli incentivi</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/economia/transizione-5-0-incentivi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dazi, l’Europa sceglie il pragmatismo: così l’intesa con gli USA può dare ossigeno al Made in Italy</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/dazi-europa-pragmatismo-intesa-usa-made-in-italy/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/economia/dazi-europa-pragmatismo-intesa-usa-made-in-italy/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 10:16:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=63664</guid>

					<description><![CDATA[<p>C’è una parola che per le imprese vale più di molti incentivi: certezza. È per questo che il via libera europeo ai regolamenti che attuano gli elementi tariffari dell’intesa commerciale UE-USA va letto senza complessi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/dazi-europa-pragmatismo-intesa-usa-made-in-italy/">Dazi, l’Europa sceglie il pragmatismo: così l’intesa con gli USA può dare ossigeno al Made in Italy</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C’è una parola che per le imprese vale più di molti incentivi: certezza. È per questo che il via libera europeo ai regolamenti che attuano gli elementi tariffari dell’intesa commerciale UE-USA va letto senza complessi: non come una resa, ma come un passaggio pragmatico per stabilizzare il rapporto economico più importante al mondo e ridurre l’incertezza per chi produce, esporta, investe e assume.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 20 maggio 2026 Consiglio UE e Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio su due regolamenti collegati alla dichiarazione congiunta UE-USA del 21 agosto 2025. Il primo elimina i dazi residui sui beni industriali statunitensi e concede accesso preferenziale ad alcuni prodotti agricoli e ittici non sensibili; il secondo proroga la sospensione dei dazi sull’aragosta. In cambio, Washington conferma per gran parte dei beni europei un tetto tariffario complessivo al 15%, con trattamenti più favorevoli per categorie come aeromobili e componenti, sughero, farmaci generici, ingredienti e precursori chimici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è il libero scambio ideale, ma nella fase attuale mettere un tetto al rischio è già politica industriale. L’Europa, inoltre, non firma una cambiale in bianco: sono previste clausole di salvaguardia se l’aumento delle importazioni dagli USA dovesse danneggiare i produttori europei, sospensioni in caso di mancato rispetto degli impegni americani e una scadenza a fine 2029, salvo nuova decisione. Sul nodo acciaio-alluminio, Bruxelles potrà congelare le concessioni se entro il 31 dicembre 2026 gli USA continueranno ad applicare tariffe superiori al 15% sui derivati europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l’Italia la posta è enorme. Secondo Istat, nel 2025 l’export italiano è cresciuto del 3,3% e il surplus commerciale ha raggiunto 50,7 miliardi. Ma il dato più significativo riguarda gli Stati Uniti: l’Italia è stata l’unica tra le maggiori economie europee ad aumentare in modo consistente le esportazioni verso il mercato americano, +7,2%, mentre Germania, Francia e Spagna arretravano. Gli USA assorbono il 10,8% dell’export italiano di beni e sono il primo mercato extra-UE.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I dati MAECI-InfoMercatiEsteri indicano per il 2025 circa 69,6 miliardi di euro di export italiano verso gli Stati Uniti e un saldo positivo di 34,2 miliardi. Dentro questi numeri c’è molta economia reale: farmaceutica, macchinari, mezzi di trasporto, agroalimentare, moda, arredo, design, componentistica e manifattura specializzata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo settore è la farmaceutica e chimico-medicinale, con 15,8 miliardi di export, pari al 22,7% del totale verso gli USA. Seguono macchinari e apparecchi, 12,4 miliardi e 17,8%, cuore industriale del Made in Italy tecnologico. I mezzi di trasporto valgono 9,3 miliardi, il 13,4%, mentre alimentari, bevande e tabacco arrivano a 7,4 miliardi, il 10,6%. Moda, tessile, pelle e accessori valgono 5,7 miliardi, l’8,2%. Le altre manifatture, dall’arredo al design, aggiungono altri 4,5 miliardi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il beneficio dell’accordo non va venduto come un miracolo, ma misurato come valore protetto. Se l’intesa evita un aggravio tariffario di 15 punti rispetto a uno scenario di escalation al 30%, la pressione competitiva sterilizzata sull’export italiano vale circa 10,4 miliardi: 69,6 miliardi moltiplicati per il 15%. Non tutto diventerebbe Pil, perché il costo si distribuisce tra esportatori, importatori, distributori e consumatori, ma l’ordine di grandezza è chiaro. Confindustria aveva stimato che dazi USA e dollaro debole potessero spingere verso un calo del 16,5% dell’export italiano negli Stati Uniti: applicato ai valori 2025, significa circa 11,5 miliardi di export a rischio. La forchetta positiva dell’accordo può quindi essere letta in 10-12 miliardi di valore competitivo protetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro le cifre ci sono imprese e lavoro. Secondo ICE, tra le oltre 84 mila imprese italiane persistentemente esportatrici nel 2022-2024, circa 25 mila vendono negli Stati Uniti: 1.200 grandi, 5 mila medie, 10 mila piccole e 8.700 microimprese. Di queste, 6.259 realizzano oltre metà del proprio export sul mercato americano, contano 143 mila addetti ed esportano verso gli USA oltre 11 miliardi. Banca d’Italia ricorda inoltre che più della metà dell’esposizione italiana verso gli Stati Uniti passa indirettamente dalle filiere interne: quando esporta un’azienda, lavorano anche subfornitori, logistica, servizi, componentisti e distretti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché l’accordo UE-USA è una buona notizia per il Made in Italy. Non risolve tutto: restano cambio, acciaio, concorrenza asiatica e rischio di nuove tensioni. Ma riduce l’incertezza, protegge ordini e filiere, dà tempo alle imprese per programmare. Per un Paese che vive di manifattura esportatrice, anche un punto di certezza in più può valere miliardi. Ora tocca alle imprese attraversare questa finestra: investire, assumere, innovare, vendere qualità nel mondo. Il Made in Italy non cresce quando si chiude. Cresce quando compete.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/dazi-europa-pragmatismo-intesa-usa-made-in-italy/">Dazi, l’Europa sceglie il pragmatismo: così l’intesa con gli USA può dare ossigeno al Made in Italy</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/economia/dazi-europa-pragmatismo-intesa-usa-made-in-italy/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Roma-Delhi, la via italiana al nuovo ordine globale</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/roma-delhi-via-italiana-nuovo-ordine-globale/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/politica/roma-delhi-via-italiana-nuovo-ordine-globale/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 10:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=63619</guid>

					<description><![CDATA[<p>Non sarà un semplice bilaterale di routine. Mercoledì Giorgia Meloni riceve Narendra Modi nella cornice istituzionale e simbolica della diplomazia romana.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/roma-delhi-via-italiana-nuovo-ordine-globale/">Roma-Delhi, la via italiana al nuovo ordine globale</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Non sarà un semplice bilaterale di routine. Mercoledì Giorgia Meloni riceve Narendra Modi nella cornice istituzionale e simbolica della diplomazia romana, mentre il premier indiano, in Italia per concludere il suo tour europeo, incontra anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma dietro il protocollo c’è molto di più: c’è il tentativo dell’Italia di allargare il proprio raggio d’azione, consolidando una relazione strategica con l’India che ormai non può più essere letta come semplice capitolo commerciale. Il punto politico è chiaro. Roma resta pienamente dentro il perimetro europeo e atlantico, ma prova a muoversi con maggiore profondità in un mondo in cui l’interesse nazionale si misura anche nella capacità di costruire rapporti stabili con le grandi potenze emergenti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’India, in questo quadro, è interlocutore naturale: mercato immenso, potenza tecnologica, attore centrale dell’Indo-Pacifico, ponte con il Sud globale e Paese capace di parlare contemporaneamente con Washington, Bruxelles, Mosca, il Golfo e l’Asia. La visita di Modi si inserisce nel solco del Joint Strategic Action Plan, il Piano d’azione strategico congiunto con cui nel 2024 Meloni e il premier indiano hanno fissato una traiettoria di rafforzamento della cooperazione bilaterale. Dentro ci sono commercio, sicurezza e difesa, energia pulita, innovazione, scienza e tecnologia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non più soltanto export, dunque, ma una grammatica nuova della relazione: filiere, infrastrutture, logistica, investimenti, industria, sicurezza economica. I numeri confermano che il rapporto è già entrato in una fase più matura. Secondo i dati ufficiali dell’Osservatorio economico del Maeci, l’interscambio tra Italia e India ha raggiunto 14,37 miliardi di euro nel 2024, con 5,211 miliardi di export italiano e 9,159 miliardi di import dall’India. Nel 2025 l’export italiano è salito a 5,702 miliardi, mentre l’import è sceso a 8,545 miliardi, riducendo il disavanzo commerciale italiano da 3,948 a 2,844 miliardi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È un segnale non secondario: la relazione cresce, ma inizia anche a riequilibrarsi. La composizione degli scambi racconta ancora meglio la natura del rapporto. L’Italia esporta soprattutto macchinari, apparecchiature, chimica, farmaceutica, metalli, mezzi di trasporto e tecnologie industriali. L’India vende all’Italia metalli, prodotti chimici, tessile, abbigliamento, prodotti petroliferi raffinati, macchinari ed elettronica. Non siamo davanti a un rapporto fondato soltanto sui consumi, ma a un intreccio industriale che riguarda la manifattura, le catene del valore, la transizione energetica e la capacità dei due Paesi di posizionarsi nei nuovi equilibri globali. È qui che il dossier Imeec, l’India–Middle East–Europe Economic Corridor, assume un valore strategico. Per Roma, il corridoio tra India, Medio Oriente ed Europa non è una sigla da comunicato, ma una possibile infrastruttura geopolitica. Se realizzato, potrebbe trasformare il Mediterraneo in una piattaforma di connessione tra Asia, Golfo ed Europa, rafforzando il ruolo dell’Italia come porta d’ingresso meridionale del continente. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Porti, energia, digitale, logistica e infrastrutture diventano così strumenti di politica estera. In questo senso, il rapporto con Nuova Delhi è anche un tassello della diversificazione italiana. Non si tratta di sganciarsi dall’Europa o dall’Alleanza atlantica, ma di evitare che la politica estera di Roma resti schiacciata su un’unica geometria. In un mondo segnato dalla competizione tra Stati Uniti e Cina, dalla frammentazione delle catene di approvvigionamento e dalla crescente politicizzazione dell’energia e delle tecnologie, l’Italia cerca spazi di manovra. L’India offre proprio questo: un partner democratico, ambizioso, pragmatico, interessato alla tecnologia occidentale ma determinato a conservare autonomia strategica. Il caso Iveco-Tata Motors è, da questo punto di vista, emblematico. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’acquisizione del gruppo Iveco da parte di Tata Motors per 3,8 miliardi di euro è stata definita il più grande investimento indiano in Italia. Non è solo una grande operazione industriale: è il simbolo di un salto di scala. Il capitale indiano non guarda più all’Italia solo come mercato di sbocco, ma come piattaforma produttiva, tecnologica e manifatturiera. Allo stesso tempo, Roma ha mostrato di voler governare il processo, separando i dossier più sensibili e tutelando gli asset legati alla difesa e al know-how strategico. La questione, infatti, non è aprire o chiudere le porte agli investimenti esteri. È decidere come aprirle. L’Italia ha bisogno di capitali, mercati e partnership industriali, ma non può permettersi di perdere controllo sulle tecnologie critiche. La relazione con l’India permette di sperimentare una linea intermedia: attrarre investimenti da una grande potenza amica, rafforzare la base industriale nazionale e, al tempo stesso, mantenere presidio pubblico sulle filiere sensibili. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto ai grandi gruppi, si muove poi il tessuto delle piccole e medie imprese, vero banco di prova della strategia. L’apertura di un ufficio Simest a Delhi, con una linea di finanziamento da 500 milioni di euro, e gli ulteriori 200 milioni messi a disposizione da Sace per sostenere le PMI indicano la volontà di trasformare l’India da opportunità evocata a mercato concretamente accessibile. Per molte aziende italiane, l’India resta complessa: dimensioni enormi, regole articolate, differenze territoriali profonde, concorrenza intensa. Ma proprio per questo serve una regia pubblica capace di accompagnare l’internazionalizzazione, non solo di celebrarla. Anche le testate internazionali hanno letto il viaggio europeo di Modi come parte di una strategia più ampia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Reuters ha sottolineato il tentativo indiano di consolidare legami economici e investimenti con l’Europa e il Medio Oriente, mentre il Financial Times ha inquadrato il dossier Iveco-Tata dentro il riassetto dell’industria europea dei veicoli commerciali e della difesa. Il messaggio è evidente: Nuova Delhi non è più un partner periferico nelle strategie europee, ma un attore con cui misurare investimenti, sicurezza energetica, tecnologie e nuove rotte commerciali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l’Italia la posta è ancora più alta. Da anni Roma cerca di dare sostanza alla propria vocazione mediterranea, ma spesso lo fa con strumenti insufficienti o discontinui. Il rapporto con l’India può rendere quella vocazione meno retorica e più operativa. Se l’Imeec prenderà forma, se le infrastrutture energetiche e logistiche saranno finanziate e se le imprese italiane sapranno inserirsi nelle catene del valore indiane, il Mediterraneo tornerà a essere non solo confine, ma centro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La visita di Modi, dunque, misura il grado di ambizione della politica estera italiana. Meloni punta a costruire una postura più assertiva, capace di tenere insieme Occidente politico, Mediterraneo energetico, Indo-Pacifico commerciale e Sud globale diplomatico. È una linea che comporta rischi, perché richiede continuità, competenza amministrativa e capacità di coordinare governo, imprese, finanza pubblica e grandi gruppi industriali. Ma è anche una delle poche strade possibili per un Paese come l’Italia, troppo grande per limitarsi a una diplomazia di testimonianza e troppo interdipendente per pensare di agire da solo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine, Villa Pamphilj diventa il luogo di una scelta più ampia. L’Italia non abbandona Bruxelles né Washington, ma prova a non farsi definire soltanto da Bruxelles e Washington. Guarda a Delhi perché lì si incrociano crescita demografica, ambizione industriale, autonomia strategica e domanda di tecnologia. Guarda all’India perché nel nuovo ordine globale le relazioni contano quanto le alleanze, i corridoi quanto i trattati, le filiere quanto le dichiarazioni politiche. Il rapporto tra Italia e India è ancora pieno di nodi: squilibrio commerciale, accesso al mercato, burocrazia, tutela degli investimenti, convergenze non sempre automatiche sui grandi dossier internazionali. Ma la direzione è segnata. Roma ha individuato in Nuova Delhi uno dei partner chiave per uscire da una postura troppo stretta e costruire una politica estera più larga, economica, industriale e geopolitica insieme. Per questo l’incontro Meloni-Modi non è soltanto una tappa diplomatica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È un messaggio. Nel secolo della competizione tra potenze, l’Italia prova a ritagliarsi spazio non rompendo le proprie alleanze, ma moltiplicando le proprie connessioni. E l’India, oggi, è una delle connessioni decisive.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/roma-delhi-via-italiana-nuovo-ordine-globale/">Roma-Delhi, la via italiana al nuovo ordine globale</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/politica/roma-delhi-via-italiana-nuovo-ordine-globale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Osnato traccia la linea: «No all’austerità, sì alla serietà» nell’ultimo anno di legislatura</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/dl-fiscale-osnato-fratelli-italia/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/politica/dl-fiscale-osnato-fratelli-italia/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 09:45:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=63378</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il Dl fiscale, del governo punta sulla stabilità in una fase segnata da guerra e caro energia. Ne parla Marco Osnato di Fratelli D'Italia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/dl-fiscale-osnato-fratelli-italia/">Osnato traccia la linea: «No all’austerità, sì alla serietà» nell’ultimo anno di legislatura</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>«Non sarà un anno di fuochi d&#8217;artificio dal punto di vista dei provvedimenti economico-finanziari del governo». Così <strong>Marco Osnato</strong>, Presidente della Commissione Finanza della Camera, responsabile economico di Fratelli d’Italia, intervenuto in settimana ad un incontro con le aziende, player rappresentativi di diversi comparti strategici per il Paese. Osnato ha ribadito la massima apertura del governo Meloni nell’ascolto attivo delle imprese, in modo da massimizzare la resa dei provvedimenti in fase di approvazione (Dl fiscale al Senato) e da tracciare insieme alle aziende il percorso che attende il Paese nell’ultimo anno di legislatura, compatibilmente col complicato contesto economico-finanziario internazionale, impattato dai conflitti russo-ucraino e mediorentale e dall’impazzimento dei costi dell’energia e delle catene di approvvigionamento. D’altronde il governo Meloni è già intervenuto a più riprese con diverse forme di assistenza per le imprese, al pari degli incentivi per chi è senza lavoro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Osnato condivide appieno la linea di politica economica del Ministro Giorgetti, focalizzata sulla stabilità dei conti pubblici e premiata a più riprese dai mercati e dalle agenzie di rating, che hanno promosso questa tendenza. Sui numeri parlano i fatti: l’Italia è riuscita a contenere al 3,1% il rapporto deficit-Pil, sfiorando per un soffio l’uscita anticipata dalla procedura di infrazione UE. Anche con questo fattore, in un anno comunque elettorale, il governo </p>



<p class="wp-block-paragraph">Meloni dovrà fare letteralmente i conti. Una linea consolidata dai provvedimenti più recenti, ultimo dei quali in ordine di tempo il Decreto Primo Maggio, che prevede una maxi deducibilità fiscale per le aziende che assumeranno donne e giovani. Notevoli gli sgravi per le assunzioni anche per le imprese fino a 10 addetti basate nel Mezzogiorno nelle zone ZES. Il governo ha poi operato una scelta di campo: no a ogni forma di introduzione di salario minimo che nell’ottica del centrodestra sfavorirebbe i lavoratori a causa di dumping contrattuale, avanti con la contrattazione collettiva nelle sue forme sane, che danno vita a salari giusti. Sul caro energia che attanaglia le imprese, il governo continuerà a lavorare affinché si cambi la determinazione europea dei prezzi all’origine, e sosterrà le aziende energivore anzitutto col prosieguo del taglio delle accise sui carburanti che consente di continuare a operare, e nei migliori casi a investire. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul tema l’Italia spera come tutto l’Occidente atlantista che i prezzi di petrolio, gas ed energia elettrica tornino presto ai livelli equi di mercato. Altro dossier aperto con Bruxelles è quello sulla flessibilità dei conti pubblici, vista la congiuntura del tutto eccezionale del contesto geopolitico. «No all’austerità, sì alla serietà», ha concluso Osnato. A patto che il buon consiglio sia accettato da tutti gli stakeholder.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/dl-fiscale-osnato-fratelli-italia/">Osnato traccia la linea: «No all’austerità, sì alla serietà» nell’ultimo anno di legislatura</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/politica/dl-fiscale-osnato-fratelli-italia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Milano corre, Roma protegge: le aziende migliori per cui lavorare secondo Great Place to Work</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/milano-roma-citta-dove-lavorare/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/economia/milano-roma-citta-dove-lavorare/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 09:27:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=63369</guid>

					<description><![CDATA[<p>C’è un’Italia del lavoro che non si misura soltanto in fatturato, produttività o quote di mercato. Si misura, prima di tutto, in fiducia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/milano-roma-citta-dove-lavorare/">Milano corre, Roma protegge: le aziende migliori per cui lavorare secondo Great Place to Work</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C’è un’Italia del lavoro che non si misura soltanto in fatturato, produttività o quote di mercato. Si misura, prima di tutto, in fiducia. È quella fotografata dalla prima edizione del ranking Best Workplaces Milan &amp; Rome 2026 di Great Place to Work Italia, costruita ascoltando la voce di 35.580 collaboratori di aziende con sede a Milano e Roma. Le 30 imprese premiate — 15 per ciascuna città — raccontano due modi diversi, ma ugualmente efficaci, di costruire benessere organizzativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Milano entrano in classifica Bending Spoons, Jet HR, Biogen, Auditel, Reverse spa, Agile Lab, Adesso.it, TrueLayer, Salesforce, Cofidis Group, AGM Solutions srl, Marketing Espresso, Accuracy, Autobiz ed Expanscience. A Roma il ranking premia ConTe.it, Fenix Pharma, Open Fiber, MetLife, Bristol-Myers Squibb, Verisure, Tabilia società benefit, Experian, Stryker, Trice Srl, Rheinmetall Italia spa, Toyota FS, Net Insurance spa, Karl Storz ed Elt Group. Trenta nomi che, letti insieme, compongono una mappa del lavoro d’eccellenza tra le due capitali economiche, istituzionali e organizzative del Paese. Il dato più netto è il Trust Index, l’indicatore che misura il clima di fiducia interno sulla base di parametri come credibilità, rispetto, equità, orgoglio e coesione. Le aziende milanesi raggiungono una media del 91%, quelle romane dell’83%. Otto punti di differenza che diventano ancora più significativi se confrontati con il 44% della norma italiana, calcolata sui principali indicatori Great Place to Work attraverso il report European Workforce Study. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Milano, in questa fotografia, conferma una vocazione già nota: velocità, tecnologia, organizzazione, sperimentazione. A dominare tra i best workplaces meneghini è l’information technology, che pesa per il 40%, seguita dai servizi professionali con il 20%, da pharma e servizi finanziari con il 13%, e da advertising, marketing e media con il 7%. Roma risponde con un profilo diverso: al primo posto ci sono i servizi finanziari e assicurativi con il 27%, seguiti da farmaceutica, manifattura e information technology, ciascuno al 13%, mentre healthcare, educazione, telecomunicazioni e servizi professionali pesano per il 7% e l’aerospaziale per il 6%. La differenza non è solo settoriale. È culturale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">A Milano il lavoro eccellente sembra poggiare su una leadership accessibile, manager presenti, feedback frequenti e un dialogo diretto con i collaboratori. In queste aziende la fiducia non è uno slogan da manifesto aziendale, ma una pratica quotidiana: autonomia reale, smart working non negoziato, welfare concreto, benefit tangibili, ferie e permessi retribuiti extra. Il modello richiamato da Alessandro Zollo, ceo di Great Place to Work Italia, è quello delle start-up e scale-up nordeuropee o californiane: organizzazioni snelle, veloci, abituate a ottimizzare ciò che già funziona più che a rincorrere mancanze strutturali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non a caso, tra le aree di miglioramento indicate dai collaboratori che lavorano a Milano emergono temi da aziende già mature: rafforzamento dell’identità aziendale, maggiore chiarezza della vision, più collaborazione trasversale e processi sempre più fluidi. In altre parole, non si chiede di costruire le fondamenta, ma di rendere più efficiente una macchina già competitiva. Roma racconta un’altra storia. Qui il benessere è valore manifesto, quasi una condizione preliminare per lavorare bene. Le aziende premiate si distinguono per attenzione alla persona, rispetto del work-life balance, chiarezza dei ruoli, relazioni mature, riduzione dei conflitti e continuità organizzativa. La leadership romana è meno acceleratrice e più garante: discreta ma presente, coerente tra ciò che promette e ciò che realizza. Le aree di miglioramento indicate a Roma sono le seguenti: ulteriori benefit capaci di rafforzare il benessere, una comunicazione sempre più lineare e percorsi di crescita professionale sani, lontani dalla rincorsa esasperata alla performance. È un’idea di lavoro meno muscolare e più protettiva, meno orientata alla sola accelerazione e più attenta alla tenuta del sistema. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La classifica, guardata nel suo insieme, mostra anche un equilibrio dimensionale interessante. Sono 11 le organizzazioni nella categoria medium large, tra 150 e 499 collaboratori; 7 quelle small, tra 10 e 49 collaboratori; 6 le medium small, tra 50 e 149 collaboratori; mentre 3 aziende appartengono alla categoria large, tra 500 e 999 collaboratori, e altre 3 alla categoria super large, oltre i 1.000 collaboratori. La lettura combinata dei commenti alle domande aperte e degli item più positivi restituisce forse il dato più interessante: Milano e Roma valutano il lavoro da due punti di osservazione differenti. Milano guarda alla qualità del sistema organizzativo, alla capacità di produrre risultati sostenibili e alla solidità delle strutture decisionali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Roma guarda all’affidabilità dell’ambiente, alla prevedibilità del contesto e alla coerenza quotidiana tra regole dichiarate e pratiche reali. Anche la leadership cambia volto. A Milano il leader è parte del meccanismo che fa funzionare l’organizzazione: una funzione integrata nel sistema, chiamata a facilitare performance, autonomia e innovazione. A Roma il leader è invece una garanzia di stabilità: una figura che protegge l’equilibrio, riduce l’incertezza e rende più sicura l’esperienza quotidiana dei collaboratori. Due città, due culture del lavoro, due interpretazioni diverse della fiducia. Milano corre perché si sente autorizzata a farlo. Roma tiene perché costruisce ambienti in cui le persone possono riconoscersi e restare. Il punto comune, però, è decisivo: le migliori aziende non sono quelle che parlano di persone, ma quelle che le ascoltano davvero. E poi agiscono di conseguenza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/milano-roma-citta-dove-lavorare/">Milano corre, Roma protegge: le aziende migliori per cui lavorare secondo Great Place to Work</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/economia/milano-roma-citta-dove-lavorare/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un anno di Leone XIV: il papato del silenzio che urla a gran voce</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/anno-papa-leone-silenzio/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/politica/anno-papa-leone-silenzio/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 10:33:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=63194</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tempi duri, complicati. Che non hanno impedito a Leone XIV nel suo primo anno di pontificato di seguire con forza e determinazione il suo primo...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/anno-papa-leone-silenzio/">Un anno di Leone XIV: il papato del silenzio che urla a gran voce</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Tempi duri, complicati. Che non hanno impedito a Leone XIV nel suo primo anno di pontificato di seguire con forza e determinazione il suo primo messaggio, lanciato l&#8217;8 maggio scorso dalla Loggia delle Benedizioni: &#8220;La pace sia con tutti voi&#8221;. La Chiesa cattolica da quel giorno ha seguito una direzione precisa, senza mai dare l’impressione di voler forzare la storia, evitando gli strappi, le teatralità e le contrapposizioni che hanno segnato la comunicazione politica e religiosa dell’ultimo ventennio. Eppure il cambiamento c’è stato. Profondo, silenzioso, quasi chirurgico. Quella frase apparentemente rituale sarebbe diventata la chiave teologica, politica e persino geopolitica del suo pontificato. Non la pace dei vincitori, non la pace delle alleanze militari o delle convenienze strategiche, ma una “pace disarmata e disarmante”, destinata a diventare bussola morale e diplomatica di una Chiesa che Leone XIV ha immediatamente riportato al centro degli equilibri internazionali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In un mondo attraversato da conflitti permanenti, tensioni fra blocchi geopolitici, guerre culturali e radicalizzazioni ideologiche, il primo Papa statunitense della storia ha scelto la strategia più inattuale possibile: sottrarre la Chiesa al rumore. È probabilmente questa la ragione per cui il consenso attorno alla figura di Leone XIV si è rapidamente esteso ben oltre i confini del cattolicesimo. Dai paesi islamici all’America Latina, dall’Africa all’Europa, fino ai delicati equilibri asiatici e cinesi, Prevost viene percepito come una delle pochissime figure globali ancora capaci di parlare un linguaggio universale, non appiattito sulle logiche di schieramento. Nato a Chicago, epicentro simbolico dell’America ribelle del Sessantotto, ma formatosi pastoralmente e spiritualmente in Perù, Leone XIV possiede una caratteristica rarissima nel panorama contemporaneo: non appare mai prigioniero della propria provenienza culturale. È americano senza essere americanocentrico, latinoamericano senza indulgere nel populismo ideologico, tradizionale senza nostalgia e innovatore senza ossessione riformista. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sintesi che molti osservatori internazionali hanno colto immediatamente. Il Financial Times ha parlato di un “pontificato della stabilizzazione”, mentre Stefano Feltri ha definito Leone XIV “il Papa anti-populista”, sottolineando la scelta di riportare il governo ecclesiale su un piano istituzionale e collegiale dopo anni dominati dalla personalizzazione carismatica della leadership. Ed è proprio la collegialità la rivoluzione silenziosa di Leone XIV. Senza proclami e senza demolire nulla, il Pontefice ha restituito centralità agli organismi ecclesiali, riequilibrato il rapporto fra Curia, diplomazia e pastorale, rilanciato il ruolo universale della Santa Sede e riaperto un dialogo teologico profondo all’interno della Chiesa. Una trasformazione avvenuta senza mai offrire ai media la sensazione di uno scontro interno o di una resa dei conti ideologica. Perfino le aperture simboliche, come l’incontro con la prima donna Arcivescova di Canterbury, sono state gestite senza retorica rivoluzionaria, quasi con naturalezza. E in questo equilibrio emerge con chiarezza la matrice agostiniana di Leone XIV: la ricerca di Dio dentro la storia degli uomini, la convinzione che il cristianesimo non debba inseguire il mondo ma comprenderlo, orientarlo e attraversarlo senza perdere sé stesso. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti esponenti cattolici hanno evidenziato la straordinaria capacità di sintesi del Pontefice. Dalla profondità teologica di Benedetto XVI, Leone XIV sembra aver ereditato il rigore intellettuale e il gusto per la riflessione. Da Bergoglio raccoglie l’attenzione alle periferie e la sensibilità pastorale. Di Giovanni Paolo II conserva la dimensione universale del papato e la capacità di parlare ai popoli. Da Paolo VI recupera invece la visione geopolitica e diplomatica di una Chiesa chiamata a mediare dentro le grandi trasformazioni della modernità. E sullo sfondo resta l’intuizione epocale di Giovanni XXIII: una Chiesa che non si concepisce come fortezza assediata ma come presenza dentro la storia. È forse per questo che Leone XIV appare oggi come il primo Papa realmente post-ideologico dell’epoca contemporanea. Non combatte guerre culturali ma tenta di disinnescarle. Non cerca lo scontro con l’Occidente ma neppure ne accetta passivamente le derive. Non rincorre il consenso mediatico ma non si sottrae al confronto pubblico. Emblematico, in questo senso, il rapporto con Donald Trump. Il paradosso storico è evidente: il primo Pontefice americano è diventato uno dei principali contrappesi morali all’America trumpiana. E lo ha fatto senza mai trasformarsi in un antagonista politico. Di fronte agli attacchi e alle accuse provenienti dall’universo MAGA, Leone XIV ha risposto con il sorriso, con la pazienza diplomatica e con la forza tranquilla di chi rappresenta un’istituzione bimillenaria. Nessuna aggressività, nessuna polemica spettacolare, nessuna escalation verbale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una postura che ricorda quella dei grandi papi diplomatici della storia, da Leone XIII fino alla tradizione vaticana della mediazione novecentesca. Ma esiste anche una dimensione personale che contribuisce a definire la figura di Leone XIV. Dal lunedì al martedì il Papa si trasferisce a Castel Gandolfo, nuota in piscina, gioca a tennis, pratica equitazione. Uno stile di vita sobrio, quasi da “travét della fede”, come lo descrivono alcuni collaboratori, essenziale per sostenere gli intensissimi ritmi vaticani dal mercoledì alla domenica. È un ministero petrino a misura d’uomo, nel quale trovano spazio perfino i colloqui informali con i giornalisti. Leone XIV risponde alle domande con naturalezza, anche quando sono scomode, senza comunicazione ingessata né distanza sacrale. E in quei momenti riaffiora qualcosa della semplicità di Giovanni XXIII, della compostezza di Paolo VI e perfino dell’impeto trascinante di Karol Wojtyla quando benediceva le folle. Piccoli dettagli che raccontano molto di un Papa considerato da molti “nato Pontefice”: un costruttore di ponti fra i popoli, fra religione e umanità, fra tradizione e futuro. Un uomo che pur essendo il Vicario di Cristo e sovrano assoluto della Città del Vaticano sembra non dimenticare mai che il Vangelo, prima di diventare dottrina, veniva annunciato fra la gente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/anno-papa-leone-silenzio/">Un anno di Leone XIV: il papato del silenzio che urla a gran voce</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/politica/anno-papa-leone-silenzio/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La rivisitazione ironica del Falstaff esalta Solfrizzi</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/cultura/rivisitazione-ironica-falstaff-esalta-solfrizzi/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/cultura/rivisitazione-ironica-falstaff-esalta-solfrizzi/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 09:36:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=63164</guid>

					<description><![CDATA[<p>C’è un momento, in Falstaff – L’arte di farla franca, in cui la risata si spezza appena. Non scompare, non arretra: si incrina.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/cultura/rivisitazione-ironica-falstaff-esalta-solfrizzi/">La rivisitazione ironica del Falstaff esalta Solfrizzi</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C’è un momento, in Falstaff – L’arte di farla franca, in cui la risata si spezza appena. Non scompare, non arretra: si incrina. Ed è lì che lo spettacolo di Davide Sacco trova la sua verità più interessante, trasformando la commedia in qualcosa di più ambiguo, malinconico e sorprendentemente umano. Liberamente ispirato a Shakespeare e Molière, il lavoro riesce nell’impresa non semplice di fondere due archetipi giganteschi — Falstaff e Don Giovanni — senza mai apparire derivativo, ma costruendo invece una figura unica, contemporanea e disperatamente viva. La Compagnia Moliere sarà al Quirino di Roma fino al 17 maggio, ed è un appuntamento con la leggerezza e l&#8217;ironia da non perdere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro della scena c’è un Emilio Solfrizzi in stato di grazia. Il suo Falstaff è istrionico, debordante, irresistibile nel ritmo comico e nella precisione della parola. Solfrizzi domina il palco con una naturalezza rara: seduce il pubblico come il personaggio seduce il mondo, usando il linguaggio come scudo, arma e rifugio. La sua comicità non è mai semplice macchietta, ma si nutre di tempi comici efficaci, improvvise stonature emotive e di quella leggerezza intelligente che appartiene agli attori capaci di far ridere senza inseguire la battuta. Ogni eccesso del personaggio lascia intravedere una fragilità sotterranea, e Solfrizzi è bravissimo a non renderla mai esplicita, lasciandola affiorare solo nei silenzi e negli sguardi improvvisamente vuoti. Molto bella anche la prova di Giorgio Borghetti nel ruolo del Barbone/Commendatore, figura che attraversa lo spettacolo come una presenza sospesa tra realtà e coscienza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Borghetti lavora per sottrazione, evitando ogni enfasi e costruendo un personaggio magnetico proprio nella misura e nella quiete. La sua voce, il controllo scenico e anche la sua semplice presenza in scena mentre gli altri attori conversano sembra il modo giusto con cui entra progressivamente nelle crepe della commedia regalando alcuni dei momenti più intensi dello spettacolo. È una presenza che incombe senza mai forzare il tono, quasi un’ombra che osserva Falstaff mentre il tempo gli presenta il conto. Attorno ai protagonisti si muove una compagnia compatta e ben calibrata: Matteo Mauriello, Ivan Olivieri, Cristiano Dessì, Claudia Ferri e Marika De Chiara contribuiscono a creare quell’umanità grottesca e continuamente in bilico tra farsesco e reale che costituisce l’anima dello spettacolo. In particolare le figure femminili mantengono quella lucidità tagliente già presente nelle Allegre comari di Windsor: non moralizzano, ma smontano Falstaff con l’arma più crudele possibile: il ridicolo. Uno degli aspetti più riusciti dello spettacolo è il lavoro scenografico firmato da Fabiana Di Marco. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La pedana circolare, continuamente esposta alla luce, diventa metafora perfetta di un uomo costretto a esibirsi senza sosta, incapace di sottrarsi allo sguardo degli altri e soprattutto al proprio. Lo spazio scenico è elegante, mobile, profondamente teatrale: un backstage mentale dove camerini, ribalte, strutture metalliche e scale convivono in una dimensione sospesa tra locale decadente, arena e tribunale dell’anima. Nulla è realistico, ma tutto racconta il personaggio. Le luci di Luigi Della Monica amplificano questo senso di esposizione permanente, trasformando Falstaff in un animale da palcoscenico incapace di smettere di recitare anche davanti alla propria rovina. Con la sua ombra onnipresente ai lati del palco, quasi intimidatoria dal punto di vista intimista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Davide Sacco costruisce così una commedia nera, feroce e poetica insieme, dove la parola è continuamente sul punto di salvare o distruggere chi la pronuncia. Falstaff – L’arte di farla franca diverte molto, ma soprattutto lascia addosso quella strana sensazione che appartiene agli spettacoli migliori: quella di aver riso di qualcuno per poi accorgersi, lentamente, che quel qualcuno parlava anche di noi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/cultura/rivisitazione-ironica-falstaff-esalta-solfrizzi/">La rivisitazione ironica del Falstaff esalta Solfrizzi</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/cultura/rivisitazione-ironica-falstaff-esalta-solfrizzi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Emirati fuori dall’OPEC, la frattura che può riscrivere il potere energetico globale</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/emirati-arabi-opec-frattura-riscrive-potere/</link>
					<comments>https://www.thewatcherpost.it/economia/emirati-arabi-opec-frattura-riscrive-potere/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 08:51:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=63134</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’uscita degli Emirati rompe un equilibrio di anni, indebolisce la governance petrolifera fondata sul coordinamento tra produttori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/emirati-arabi-opec-frattura-riscrive-potere/">Emirati fuori dall’OPEC, la frattura che può riscrivere il potere energetico globale</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>C’è un dettaglio sottovalutato nell’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC. Non è il gesto in sé. E nemmeno il timing. È il fatto che dopo 60 anni Abu Dhabi, membro fondamentale del cartello, abbia deciso che restare dentro non fosse più strategico. Quando un sistema smette di essere razionale, non è più inevitabile per tutti gli altri. Lo sottolineano gli analisti di Reuters e ING, che parlano di riduzione significativa del potere dell’OPEC nel controllare il mercato globale del petrolio. Perché l’OPEC non è solo un’organizzazione: è stata per decenni l’architettura invisibile che ha dato forma al prezzo del petrolio. L’uscita degli Emirati rompe questo presupposto: l’idea che il coordinamento tra produttori sia ancora il modo più efficiente per governare il mercato. Russia e Algeria hanno subito ribadito pubblicamente l’intenzione di restare. E non è un dettaglio tecnico, ma un cambio di paradigma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come evidenziato dal The Wall Street Journal, si tratta di un colpo strutturale a un sistema già sotto pressione interna. Meno capacità di controllo significa più mercato. Si aprono due scenari opposti, complementari. Nel breve periodo maggiore volatilità — un punto sottolineato da Business Insider e Axios — mentre nel medio-lungo periodo si rafforza l’idea di una pressione al ribasso sui prezzi, come indicato da Eurasia Group e da diverse analisi pubblicate su Reuters. Il Brent quota stabile oltre i 120$, ma sarebbe destinato a calare di prezzo. Ridurre però tutto a una questione di prezzi sarebbe un errore. Anche perché, come ha sottolineato a Urania News il presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia con i Paesi del Golfo Salvatore Caiata, Abu Dhabi «ha investito enormemente per rafforzare i propri impianti, mentre dentro l’OPEC le decisioni permettevano un utilizzo veramente marginale della loro capacità estrattiva». </p>



<p class="wp-block-paragraph">La fuoriuscita dal cartello offre dunque agli Emirati la libertà di monetizzare pienamente quella capacità produttiva. D’altronde il picco della domanda petrolifera è sempre più vicino — come sottolineato dagli analisti citati da Axios — il tempo diventa variabile decisiva: meglio produrre di più oggi che difendere prezzi più alti domani. Ed è qui che l’economia si intreccia con la geopolitica. Uscire dall’OPEC significa anche ridefinire i rapporti di forza nel Golfo. Il messaggio implicito è chiaro: gli Emirati non intendono più giocare il ruolo di partner in un sistema guidato principalmente dall’Arabia Saudita. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo ha ribadito il presidente di Fondazione Med-Or, Marco Minniti, ospite di Urania News: “Siamo di fronte a una rottura tra i due principali protagonisti del mondo Sunnita. Gli Emirati hanno deciso di giocare una partita in proprio, costruendo un’ipotesi alternativa di leadership per il mondo arabo. La vicenda del blocco di Hormuz e la guerra in Iran stanno creando problemi serissimi all’economia degli Emirati che stanno reinventando il loro futuro con due riferimenti: Stati Uniti e Israele”. È una presa di autonomia strategica che riflette una trasformazione più ampia della politica estera emiratina, come osservato anche da The National. L’uscita è un potenziale vantaggio anche per Washington, perché favorisce un contesto di maggiore produzione e prezzi più contenuti. Nel contesto della transizione energetica in atto. L’OPEC è nata in un mondo in cui il petrolio era il centro del sistema energetico globale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi quel mondo sta cambiando. Uscire oggi significa anticipare un futuro in cui l’appartenenza all’OPEC potrebbe avere meno valore. È una mossa difensiva, travestita da offensiva. Che innesca comunque un potenziale effetto domino. Se l’esperimento emiratino dovesse funzionare, altri membri potrebbero rivalutare la loro posizione. Questo è il punto più delicato. Non l’uscita in sé, ma la sua replicabilità. Perché l’OPEC funziona finché tutti credono che convenga restare. Nel momento in cui questa convinzione si incrina, il sistema inizia a perdere consistenza. Senza gli EAU i membri OPEC sono scesi a 11: Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Venezuela, Algeria, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Libia e Nigeria. Dall’uscita di Abu Dhabi il modello di governance del petrolio basato sul coordinamento tra produttori non è più l’unica opzione possibile.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/emirati-arabi-opec-frattura-riscrive-potere/">Emirati fuori dall’OPEC, la frattura che può riscrivere il potere energetico globale</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.thewatcherpost.it/economia/emirati-arabi-opec-frattura-riscrive-potere/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
