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	<title>Paolo Bozzacchi</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Tue, 27 Oct 2026 14:06:18 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Midterm USA, Trump al voto tra crisi interne e sfide globali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 14:06:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una settimana per decidere non soltanto il futuro del Congresso americano, ma anche gli equilibri della politica internazionale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/midterm-usa-trump-al-voto-tra-crisi-interne-e-sfide-globali/">Midterm USA, Trump al voto tra crisi interne e sfide globali</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Una settimana per decidere non soltanto il futuro del Congresso americano, ma anche gli equilibri della politica internazionale. Il 3 novembre gli Stati Uniti torneranno alle urne per le elezioni di metà mandato, chiamate a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Un appuntamento che arriva in una fase delicata per Donald Trump, alle prese con il rallentamento della fiducia degli americani nell&#8217;economia, le conseguenze della guerra con l&#8217;Iran e un quadro geopolitico in rapida trasformazione. A rendere ancora più significativo il voto sono i risultati delle elezioni appena concluse in Brasile e Serbia e quelle in programma oggi in Israele, tre passaggi destinati a incidere sui rapporti di Washington con America Latina, Europa e Medio Oriente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I repubblicani controllano attualmente entrambe le camere del Congresso, ma i margini sono ristretti. Alla Camera sono sufficienti pochi collegi per modificare gli equilibri parlamentari, mentre al Senato i democratici devono conquistare quattro seggi aggiuntivi per raggiungere la maggioranza. La distinzione è decisiva: anche qualora i repubblicani perdessero una o entrambe le camere, Trump manterrebbe la presidenza fino al gennaio 2029, ma potrebbe ritrovarsi con un Congresso meno disponibile ad approvare le sue iniziative legislative e più determinato a esercitare poteri di controllo sull&#8217;amministrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il clima politico non appare favorevole alla Casa Bianca. Secondo l&#8217;ultimo sondaggio Reuters/Ipsos, concluso il 26 ottobre, il gradimento di Trump si attesta al 32%, mentre nelle intenzioni di voto per il Congresso i democratici raccolgono il 47% contro il 36% dei repubblicani tra gli elettori registrati. Il divario si riduce a nove punti considerando l&#8217;orientamento degli indecisi. Numeri che restituiscono un vantaggio nazionale democratico, ma che non possono essere tradotti automaticamente in seggi: il sistema americano premia la distribuzione territoriale del consenso e rende determinanti anche oscillazioni limitate in singoli collegi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come osserva Reuters nelle sue analisi preelettorali, la geografia politica resta fondamentale. Alla Camera soltanto una quarantina di collegi presenta una competizione sufficientemente aperta da risultare decisiva per gli equilibri complessivi, mentre al Senato il confronto si concentra soprattutto in un gruppo ristretto di Stati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Maine rappresenta una delle sfide più interessanti. La repubblicana Susan Collins difende il proprio seggio in uno Stato che nel 2024 ha votato per la candidata democratica alle presidenziali. In North Carolina, invece, il confronto vede protagonisti l&#8217;ex governatore democratico Roy Cooper e il repubblicano Michael Whatley. Due competizioni nelle quali il risultato potrebbe dipendere dalla capacità dei candidati di intercettare elettori moderati e indipendenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolarmente significativa è anche la sfida in Ohio, dove l&#8217;ex senatore democratico Sherrod Brown tenta di riconquistare un seggio contro il repubblicano Jon Husted. È uno Stato che permette di misurare il peso delle promesse di rilancio manifatturiero, della protezione commerciale e della condizione economica delle famiglie operaie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Michigan e Georgia presentano un&#8217;altra dinamica: qui sono i democratici a dover difendere posizioni importanti. Nel primo caso il confronto tra Abdul El-Sayed e Mike Rogers si svolge in uno dei principali centri dell&#8217;industria automobilistica americana, dove dazi, transizione tecnologica e competitività produttiva incidono direttamente sull&#8217;occupazione. In Georgia, invece, il senatore democratico Jon Ossoff deve confrontarsi con il repubblicano Mike Collins in uno Stato che continua a riflettere le trasformazioni demografiche e politiche del Sud.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche Texas e Alaska meritano attenzione. Il Texas rappresenta un osservatorio privilegiato sui rapporti tra energia, immigrazione e politica industriale; l&#8217;Alaska aggiunge al confronto le questioni legate alle risorse naturali, alla sicurezza e all&#8217;importanza strategica dell&#8217;Artico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma più dei singoli candidati, a orientare la campagna è una questione che attraversa quasi tutti gli Stati: il costo della vita. Il sondaggio Reuters/Ipsos indica che il 73% degli americani ritiene che la situazione stia evolvendo nella direzione sbagliata. Un&#8217;altra rilevazione ABC News-Washington Post-Ipsos, diffusa il 20 ottobre, assegna ai democratici un vantaggio nella fiducia degli intervistati sulla gestione dell&#8217;economia e soprattutto del potere d&#8217;acquisto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un dato particolarmente delicato per Trump, che ha costruito una parte centrale della propria offerta politica sulla promessa di proteggere i lavoratori americani, rilanciare la manifattura e rafforzare la capacità economica degli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dazi e protezionismo, tuttavia, sono diventati anche terreno di scontro sugli effetti per i consumatori. Se da una parte l&#8217;amministrazione rivendica la difesa delle imprese nazionali dalla concorrenza estera, dall&#8217;altra i democratici contestano l&#8217;aumento dei costi di importazione e le ricadute sui prezzi finali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tema si intreccia con quello energetico. La guerra con l&#8217;Iran ha contribuito ad alimentare tensioni sui mercati petroliferi e preoccupazioni per il prezzo della benzina. Reuters ha evidenziato come l&#8217;aumento dei costi energetici abbia trasformato un dossier di politica estera in una questione di politica interna, con conseguenze dirette sul giudizio degli elettori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immigrazione e sicurezza restano invece argomenti sui quali i repubblicani cercano di mobilitare la propria base, rivendicando il rafforzamento dei controlli alle frontiere e una linea più restrittiva sugli ingressi irregolari. I democratici insistono sulle garanzie costituzionali e sulle conseguenze sociali dei provvedimenti dell&#8217;amministrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Financial Times, nelle sue analisi sul clima economico americano, ha posto particolare attenzione alla distanza tra gli indicatori macroeconomici e la percezione concreta delle famiglie. È proprio questa frattura, tra risultati rivendicati dalla politica e condizioni economiche vissute dagli elettori, a costituire uno degli elementi centrali della competizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le elezioni del 3 novembre arrivano però anche dopo due risultati internazionali che modificano il quadro nel quale la Casa Bianca dovrà operare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Brasile, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha conquistato il 25 ottobre un quarto mandato, sconfiggendo al ballottaggio Flávio Bolsonaro, figlio dell&#8217;ex presidente Jair Bolsonaro. Una vittoria arrivata contro le aspettative di parte dei mercati finanziari e che ha provocato una brusca reazione della Borsa brasiliana e del real.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato assume un significato geopolitico evidente. La permanenza di Lula priva Trump della possibilità di rafforzare il rapporto con un governo brasiliano politicamente più vicino alla sua amministrazione. Il presidente americano ha contestato pubblicamente le modalità del voto, senza presentare prove di irregolarità, mentre il Partito Liberale brasiliano ha riconosciuto i risultati ufficiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Brasile resterà quindi guidato da un presidente impegnato a preservare una politica estera autonoma, mantenendo relazioni con Washington ma anche con Pechino e con gli altri partner dei BRICS. Per gli Stati Uniti significa dover negoziare con un interlocutore che non condivide necessariamente le priorità americane su commercio, sicurezza e organizzazione degli equilibri globali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vittoria di Lula non comporta automaticamente un deterioramento delle relazioni bilaterali, ma rafforza l&#8217;importanza di una diplomazia pragmatica. Brasile e Stati Uniti conservano infatti interessi comuni negli investimenti, nell&#8217;energia, nell&#8217;agricoltura e nella sicurezza regionale. Il punto di attrito potrebbe riguardare soprattutto la competizione con la Cina e il tentativo di Washington di limitare l&#8217;influenza di Pechino in America Latina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro risultato destinato ad avere conseguenze diplomatiche arriva dalla Serbia, dove il 25 ottobre Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta del proprio schieramento nelle elezioni parlamentari anticipate, vinte dal movimento sostenuto dagli studenti. Con quasi il 99% dei voti scrutinati, la lista studentesca aveva raggiunto il 52,7%, conquistando una maggioranza parlamentare autonoma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il voto segna una discontinuità nella politica serba dopo anni di predominio di Vučić e apre interrogativi sull&#8217;orientamento internazionale di Belgrado. Il nuovo quadro potrebbe favorire un riavvicinamento alle istituzioni europee e una revisione dei rapporti con Mosca, anche se le scelte del futuro governo restano da definire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Washington, la Serbia rappresenta un Paese strategico nell&#8217;equilibrio dei Balcani occidentali. La questione del Kosovo, l&#8217;influenza russa, gli investimenti cinesi e la sicurezza regionale costituiscono dossier sui quali gli Stati Uniti mantengono un interesse diretto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Reuters ha sottolineato come la sconfitta di Vučić sia stata accolta con preoccupazione a Mosca, che perde un interlocutore importante in un&#8217;area dove continua a esercitare influenza politica ed energetica. Per la Casa Bianca il cambiamento potrebbe aprire nuovi spazi diplomatici, ma anche richiedere una gestione più attenta della transizione politica serba. Un eventuale orientamento maggiormente europeista di Belgrado non significherebbe automaticamente un allineamento a tutte le posizioni americane, soprattutto sul Kosovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il terzo appuntamento è quello israeliano. Oggi, 27 ottobre, gli elettori sono chiamati a rinnovare la Knesset e a decidere indirettamente il futuro politico di Benjamin Netanyahu, dopo una legislatura segnata dalla guerra a Gaza, dallo scontro con l&#8217;Iran e dalle profonde divisioni interne alla società israeliana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli ultimi sondaggi indicano una competizione aperta e possibili difficoltà nella formazione di una maggioranza parlamentare. In Israele, infatti, la questione decisiva non è soltanto quale partito ottenga più voti, ma quale leader riesca a costruire una coalizione di almeno 61 deputati sui 120 della Knesset.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una riconferma di Netanyahu potrebbe favorire una maggiore continuità nei rapporti con l&#8217;amministrazione Trump, soprattutto sulla sicurezza regionale, sul contenimento dell&#8217;Iran e sull&#8217;impostazione delle relazioni con i Paesi arabi. Resterebbero comunque possibili divergenze sui tempi e sulle modalità di gestione dei conflitti e sul futuro dei territori palestinesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un cambio di governo a Gerusalemme, invece, potrebbe modificare il linguaggio diplomatico e le priorità negoziali di Israele, aprendo nuove possibilità nei rapporti con gli Stati Uniti e con alcuni partner europei. Non significherebbe necessariamente un cambiamento radicale delle politiche di sicurezza: su Iran, ostaggi e minacce regionali esistono orientamenti condivisi da una parte significativa dello schieramento politico israeliano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera differenza potrebbe emergere nella gestione della questione palestinese, nei rapporti con l&#8217;Autorità nazionale palestinese e nel peso attribuito alla diplomazia rispetto all&#8217;azione militare. Molto dipenderà, tuttavia, dalla composizione dell&#8217;eventuale nuova coalizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Trump, il risultato israeliano arriverà a pochi giorni dal voto americano e potrebbe incidere anche sulla narrazione politica della Casa Bianca. Una riconferma di Netanyahu consoliderebbe una relazione personale e politica già strutturata; un&#8217;alternanza imporrebbe invece all&#8217;amministrazione di costruire un nuovo equilibrio con uno degli alleati strategici più importanti degli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è che i tre appuntamenti internazionali consegnano a Washington scenari differenti. In Brasile viene confermata una leadership politicamente distante da Trump, in Serbia si apre una fase di cambiamento dopo la sconfitta di un interlocutore consolidato, mentre in Israele resta da chiarire se prevarrà la continuità o l&#8217;alternanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo contesto che gli americani decideranno la composizione del prossimo Congresso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;eventuale maggioranza democratica alla Camera potrebbe rafforzare il controllo parlamentare sull&#8217;amministrazione e rendere più difficili nuove iniziative legislative, soprattutto in materia fiscale e di spesa pubblica. Se i democratici conquistassero anche il Senato, cambierebbero inoltre gli equilibri sulle nomine presidenziali e sulle autorizzazioni di bilancio. La conduzione della politica estera rimarrebbe comunque in larga misura nelle mani del presidente, che conserva poteri significativi in materia diplomatica, commerciale e militare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al contrario, la permanenza di entrambe le camere sotto controllo repubblicano garantirebbe alla Casa Bianca una maggiore continuità parlamentare, pur senza eliminare le possibili divisioni interne al partito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l&#8217;Europa, e in particolare per l&#8217;Italia, il voto del 3 novembre interessa direttamente la politica dei dazi, i rapporti con la NATO, il sostegno all&#8217;Ucraina e la sicurezza energetica. Un Congresso politicamente diverso potrebbe diventare un interlocutore più autonomo rispetto alla Casa Bianca, ma non cancellerebbe le trasformazioni già avvenute nella politica estera americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le elezioni di metà mandato, tradizionalmente considerate un referendum politico sul presidente in carica, assumono dunque questa volta una dimensione più ampia. Non decideranno soltanto quanto potere legislativo resterà a Donald Trump nei prossimi due anni, ma anche il margine di manovra della sua amministrazione in un mondo nel quale Brasile, Serbia e Israele stanno ridefinendo, ciascuno a modo proprio, i propri equilibri politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 3 novembre gli americani voteranno soprattutto pensando al prezzo della benzina, al costo delle abitazioni, al lavoro e alla sicurezza. Ma dal risultato delle urne dipenderà anche la capacità di Washington di affrontare una fase internazionale nella quale alleanze, rapporti commerciali e leadership regionali sono sempre meno prevedibili. E proprio questa distanza tra le preoccupazioni quotidiane degli elettori e la portata globale delle loro scelte rende le midterm del 2026 un passaggio particolarmente significativo per la politica americana e per il resto del mondo.</p>
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		<title>Mps, le nuvole nere su Lovaglio diventano tempesta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 10:03:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La frattura nel CdA, il no dei proxy advisor e il dissenso degli azionisti mettono a rischio la leadership dell’ad in vista dell’assemblea del 29 ottobre.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sei consiglieri avrebbero chiesto le dimissioni dell&#8217;ad Luigi Lovaglio. Mentre dopo Delfin, Caltagirone e Benetton, anche i proxy Iss e Glass Lewis hanno bocciato il suo piano anti-Intesa. A meno di due settimane dall&#8217;assemblea decisiva, l&#8217;attuale CdA di Rocca Salimbeni rischia di ritrovarsi senza una maggioranza e senza una strategia. Sei mesi fa Luigi Lovaglio sembrava aver vinto la partita più difficile, riconquistando la guida del Monte dei Paschi contro la volontà del precedente Consiglio di amministrazione. Oggi quello stesso banchiere lucano rischia di perdere tutto. E stavolta non per i risultati economici, che continuano a premiare Rocca Salimbeni, ma per una strategia industriale che sembra aver progressivamente esaurito il consenso necessario a sostenerla. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le nuvole nere che da settimane si addensano su Lovaglio sono diventate decisamente più minacciose questa settimana. L&#8217;ultimo segnale arriva da Glass Lewis, che ha raccomandato agli azionisti di bocciare nell&#8217;assemblea del 29 ottobre le due offerte pubbliche di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, il dividendo straordinario da 4 miliardi, l&#8217;acquisizione della partecipazione in Generali detenuta da Mediobanca e la riduzione del capitale. Un giudizio che segue quello, altrettanto negativo, espresso da Institutional Shareholder Services (Iss). Due stroncature pesanti, soprattutto perché provenienti dai principali consulenti di voto degli investitori istituzionali. Entrambi riconoscono una logica industriale nelle ambizioni di Lovaglio, ma non ritengono che i benefici prospettati giustifichino rischi e complessità di operazioni che si sovrapporrebbero all&#8217;integrazione, ancora incompleta, di Mediobanca. Non è un dettaglio che entrambi i proxy abbiano invece promosso proprio la fusione con Piazzetta Cuccia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il messaggio appare chiaro: il mercato non contesta il risanamento del Monte né necessariamente il suo rafforzamento industriale. Contesta il salto ulteriore immaginato dal suo amministratore delegato, soprattutto se comporta la rinuncia all&#8217;alternativa rappresentata dall&#8217;Opas di Intesa Sanpaolo. Ma è soprattutto all&#8217;interno del Consiglio che la posizione di Lovaglio sembra farsi sempre più difficile. Secondo le ricostruzioni di stampa, nella riunione straordinaria di lunedì scorso sei amministratori avrebbero manifestato apertamente il proprio dissenso, arrivando a chiedere le dimissioni dell&#8217;ad. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una frattura che non riguarda più soltanto valutazioni industriali divergenti, ma investe direttamente la fiducia nella leadership del banchiere. A rendere ancora più significativo l&#8217;episodio è la tempistica. Il Consiglio è stato convocato in via straordinaria appena tre giorni prima della seduta già prevista per giovedì 15 ottobre. Una scelta certamente possibile sul piano formale, ma quantomeno singolare per una banca quotata impegnata in operazioni di questa portata. Secondo La Stampa gli stessi consiglieri avrebbero chiesto spiegazioni sull&#8217;urgenza della convocazione, senza ottenere risposte convincenti. È una situazione che, per certi versi, riporta indietro le lancette dell&#8217;orologio alla primavera scorsa. Allora il CdA presieduto da Nicola Maione, dopo aver escluso Lovaglio dalla propria lista per il rinnovo dei vertici, arrivò a revocargli le deleghe. Il seguente successo assembleare della lista alternativa sostenuta da Plt Holding ribaltò gli equilibri, restituendo al manager la guida della banca. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Maione aveva sostenuto una soluzione diversa, convinto che alla fase del risanamento dovesse seguirne una nuova, affidata a una governance capace di accompagnare la crescita e l&#8217;integrazione del gruppo. Appena sei mesi dopo, quella distinzione tra il merito di aver salvato una banca e il diritto di guidarne indefinitamente il futuro torna di stringente attualità. E il paradosso è che a mettere in discussione Lovaglio non sono soltanto i suoi oppositori di allora, ma anche alcuni degli azionisti che ne avevano reso possibile il ritorno. Delfin, Caltagirone e Benetton hanno preso le distanze dal piano alternativo, mentre Intesa ha migliorato la componente cash della propria offerta, portandola a 1,25 euro per azione Mps. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La banca guidata da Carlo Messina può così presentarsi agli investitori con una proposta che appare meno esposta ai rischi di esecuzione rispetto alla complessa architettura immaginata a Siena. Il 29 ottobre sarà dunque molto più di un voto sulle singole operazioni. Sarà un giudizio sulla credibilità della strategia dell&#8217;amministratore delegato e, inevitabilmente, sulla sua capacità di continuare a guidare il Monte. Una bocciatura assembleare non comporterebbe automaticamente la sua uscita, ma renderebbe politicamente e industrialmente assai difficile proseguire come se nulla fosse. Lovaglio è senza dubbio stato tra i principali protagonisti del salvataggio di Mps. Ma nel capitalismo bancario i risultati passati non costituiscono una garanzia di fiducia futura. E quando sei consiglieri chiedono un passo indietro, i principali proxy advisor sconsigliano il piano e gli azionisti decisivi guardano altrove, il problema non è più soltanto vincere un&#8217;assemblea. È capire se esistano ancora le condizioni per governare. Perché la vera domanda, ormai, non sembra più essere se il piano di Lovaglio passerà. Ma se Lovaglio riuscirà a sopravvivere alla sua bocciatura.</p>
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		<title>Prada-Versace: il lusso prova a tornare italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 08:56:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Made in Italy sa ancora creare grandi marchi del lusso. La sfida è riuscire a mantenerne il controllo. Dopo decenni di acquisizioni.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il <a href="https://www.thewatcherpost.it/video/draft-mirko-tondi-maeci/">Made in Italy</a> sa ancora creare grandi marchi del lusso. La sfida, oggi, è riuscire a mantenerne anche il controllo. Dopo decenni di acquisizioni da parte dei colossi francesi e dei fondi internazionali, il gruppo Prada prova a invertire la rotta riportando Versace sotto proprietà italiana. Ma per Andrea Guerra l&#8217;operazione da 1,25 miliardi di euro è soltanto l&#8217;inizio: la vera scommessa sarà restituire crescita e redditività alla maison della Medusa, trasformandola nel terzo pilastro (oltre a Prada e Miu Miu) di un gruppo capace di confrontarsi con i giganti mondiali del settore. Una sfida arrivata in un momento tutt&#8217;altro che semplice per il mercato del lusso, ma che Prada sta affrontando con i conti ancora in crescita. Nei primi 9 mesi del 2026 il gruppo ha registrato ricavi netti per 4,54 miliardi di euro, in aumento del 15% rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita organica del 4%, calcolata escludendo il contributo di Versace. Nel solo terzo trimestre i ricavi sono aumentati dell&#8217;11%, mentre la crescita organica si è fermata all&#8217;1%. Le vendite retail hanno raggiunto 3,93 miliardi, in aumento dell&#8217;11%, pari al 2% su base organica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il marchio Prada ha mantenuto un andamento positivo, con vendite in crescita del 2% nei nove mesi e dell&#8217;1% nel terzo trimestre. Più complessa la situazione di Miu Miu, che dopo il balzo del 41% registrato nei primi nove mesi del 2025 ha segnato un incremento dell&#8217;1% nel corrispondente periodo del 2026 e una flessione del 3% nel terzo trimestre. Sul piano geografico, le Americhe si confermano il mercato più dinamico, mentre Asia Pacifico e Giappone mostrano una sostanziale stabilità. L&#8217;Europa rimane meno brillante e il Medio Oriente continua a penalizzare soprattutto Miu Miu, nonostante alcuni segnali di miglioramento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rilancio di Versace</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo <a href="https://www.ice.it/it/settori/sistema-moda">scenario </a>che si inserisce il rilancio di Versace. La maison, acquisita dal gruppo statunitense Capri Holdings per un valore d&#8217;impresa annunciato di 1,25 miliardi di euro, è entrata ufficialmente nel perimetro Prada il 2 dicembre 2025. Nei primi 9 mesi del 2026 ha contribuito ai ricavi consolidati per 441 milioni di euro. Il vero obiettivo, tuttavia, non è ancora il fatturato. È riportare Versace a una crescita sostenibile, recuperando desiderabilità, redditività e posizionamento nella fascia alta del mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La strategia di Guerra: prima il marchio, poi i risultati</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella conference call con gli analisti del 22 ottobre, Guerra ha confermato la fiducia nel progetto: «Di Versace siamo soddisfatti, il team è pronto». Un giudizio che arriva mentre l&#8217;integrazione industriale procede secondo i programmi e la nuova direzione creativa prepara il proprio debutto. Il 2026 è stato concepito come un anno di transizione, dedicato alla revisione dell&#8217;organizzazione e al riposizionamento commerciale. Il 2027 dovrà invece rappresentare il primo banco di prova del nuovo corso. Il rilancio si fonda su una trasformazione del modello di business. Prada punta a ridurre la dipendenza di Versace dagli outlet e dalle vendite scontate, rafforzando il canale a prezzo pieno, la qualità della distribuzione e il valore percepito dei prodotti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una strategia che potrebbe inizialmente comprimere i volumi, ma che mira a ricostruire la capacità del marchio di generare margini più elevati. La sfida è impegnativa. Versace aveva chiuso il 2025 con 684 milioni di euro di ricavi e una perdita operativa. Anche il 2026 dovrebbe registrare un risultato negativo, mentre i benefici dell&#8217;integrazione saranno valutabili soprattutto a partire dal prossimo anno. Il nuovo assetto assegna a Lorenzo Bertelli, presidente esecutivo della maison, un ruolo centrale nella definizione della strategia. La direzione creativa è stata affidata a Pieter Mulier, chiamato a reinterpretare i codici estetici di Versace senza disperderne l&#8217;identità. Il debutto delle nuove collezioni è previsto nel 2027. L&#8217;obiettivo non è trasformare Versace in un&#8217;altra Prada, ma valorizzare la complementarità tra tre identità: l&#8217;eleganza intellettuale di Prada, la sperimentazione di Miu Miu e il linguaggio audace della Medusa. La strategia potrà contare sulle strutture industriali e organizzative del gruppo, dalle competenze produttive alla logistica, fino alle piattaforme digitali e alla distribuzione internazionale. Sinergie che potrebbero consentire a Versace di migliorare l&#8217;efficienza operativa preservando la propria autonomia creativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il nuovo polo italiano del lusso</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;acquisizione assume un significato che supera i confini del singolo gruppo. Con il ritorno di Versace sotto controllo italiano, Prada rafforza la propria posizione tra le grandi holding mondiali del lusso e rilancia il tema della proprietà dei marchi storici del Made in Italy. Negli ultimi decenni, infatti, una parte significativa delle principali maison italiane è stata acquisita da gruppi internazionali, soprattutto francesi. Il caso più emblematico è quello di Gucci, marchio fiorentino controllato da Kering, che possiede anche Bottega Veneta e Brioni. Tre nomi di primo piano della moda italiana, oggi inseriti in un conglomerato francese. Ancora più esteso è il portafoglio italiano di LVMH, proprietario di Fendi, Bulgari, Loro Piana ed Emilio Pucci. Marchi che mantengono forti legami con la tradizione produttiva italiana, ma la cui proprietà e le principali decisioni strategiche fanno capo al gruppo francese guidato dalla famiglia Arnault. Diversa la situazione di Valentino, controllata dal fondo qatariota Mayhoola, con Kering azionista di minoranza. Anche Etro è passato sotto il controllo del private equity internazionale, attraverso L Catterton, mentre Missoni ha visto rafforzarsi il ruolo degli investitori finanziari, con FSI come azionista di riferimento. La proprietà estera non implica necessariamente una perdita di italianità produttiva. Molti di questi gruppi continuano a investire nelle manifatture, negli artigiani e nelle filiere nazionali. Cambia però il luogo nel quale vengono assunte le principali decisioni su capitale, acquisizioni e sviluppo internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Da Armani a Moncler, i grandi marchi rimasti italiani</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il panorama delle maison ancora sotto controllo italiano conserva alcuni protagonisti di primo piano. Giorgio Armani rappresenta uno dei casi più significativi. Dopo la scomparsa del fondatore nel 2025, il gruppo è entrato in una nuova fase di governance affidata alla Fondazione Giorgio Armani e agli eredi designati, con un percorso di apertura del capitale previsto dalle disposizioni successorie. L&#8217;azienda rimane un riferimento dell&#8217;indipendenza creativa e industriale italiana, pur trovandosi di fronte a scelte decisive sul futuro azionario. Brunello Cucinelli continua a essere controllata dalla famiglia fondatrice, attraverso una struttura societaria che ne preserva la visione industriale e il radicamento produttivo in Umbria. Anche Salvatore Ferragamo resta sotto il controllo della famiglia, nonostante le difficoltà commerciali e il percorso di riposizionamento del marchio. Ermenegildo Zegna, quotata a New York, mantiene il controllo familiare e ha costruito un gruppo internazionale che comprende anche Thom Browne e Tom Ford Fashion. Un esempio di crescita dimensionale realizzata senza perdere la guida italiana. Tra i gruppi privati spiccano Dolce&amp;Gabbana e Max Mara, ancora legati alle rispettive famiglie fondatrici, mentre Tod&#8217;s continua a essere controllata dalla famiglia Della Valle, affiancata da investitori internazionali. Un ruolo importante è ricoperto anche da Moncler, guidata da Remo Ruffini, che ne mantiene il controllo di fatto e ha sviluppato un gruppo comprendente anche Stone Island. Si tratta di modelli proprietari differenti, accomunati però dalla permanenza di un centro decisionale italiano. Un elemento particolarmente rilevante in un settore nel quale dimensioni finanziarie, capacità distributiva e investimenti internazionali sono diventati decisivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Made in Italy alla prova delle dimensioni</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;acquisizione di Versace riapre dunque una questione industriale più ampia: il Made in Italy può continuare a esprimere marchi globali mantenendo in Italia anche la proprietà e il controllo strategico? La risposta passa dalla capacità di costruire gruppi sufficientemente grandi da sostenere investimenti in distribuzione, tecnologia, comunicazione e innovazione, senza rinunciare alle caratteristiche creative e manifatturiere che hanno reso riconoscibile la moda italiana. Il confronto con i grandi conglomerati francesi resta impegnativo. LVMH e Kering dispongono di portafogli di marchi, reti commerciali e capacità finanziarie che nessun gruppo italiano replica ancora nelle stesse dimensioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prada, tuttavia, sta cercando di costruire una piattaforma industriale più articolata, valorizzando le competenze condivise senza appiattire l&#8217;identità dei singoli brand. In questa prospettiva si inseriscono anche gli investimenti produttivi del gruppo, come il nuovo polo della pelletteria di Piancastagnaio, in Toscana, e il progetto Prada Galleria a Milano, che unisce vendita, ospitalità e cultura nel luogo simbolo delle origini del marchio. Guerra ha descritto quest&#8217;ultimo investimento come un ponte tra passato e futuro, capace di raccontare l&#8217;identità del gruppo e rafforzarne il rapporto con i clienti. «La Galleria rappresenta la nostra essenza, il nostro modo di vivere, il cuore pulsante di ciò che siamo», ha spiegato l&#8217;amministratore delegato. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La strategia guarda oltre il prodotto, puntando sulla qualità dell&#8217;esperienza commerciale, sull&#8217;eccellenza manifatturiera e sulla capacità di trasformare la storia dei marchi in valore economico. Per Versace il passaggio sarà ancora più delicato. Il mercato valuterà il rilancio non soltanto attraverso l&#8217;accoglienza delle prime collezioni di Mulier, ma soprattutto attraverso il recupero delle vendite a prezzo pieno, la produttività dei negozi e il ritorno alla redditività. I conti dei primi nove mesi confermano che Prada dispone di una base economica solida per affrontare questa trasformazione. Ma il rallentamento della crescita organica dimostra anche che il contesto non concede margini per errori. La vera scommessa di Andrea Guerra è trasformare il ritorno di Versace in Italia da operazione finanziaria a successo industriale. Perché riportare un marchio sotto controllo nazionale è soltanto il primo passo. La sfida più difficile è dimostrare che il Made in Italy può ancora costruire, gestire e far crescere grandi maison globali, competendo con i colossi internazionali del lusso.</p>
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		<title>Migranti, l’Italia respinge 7 richieste d’asilo su 10. Ma volano i permessi di soggiorno (+47%)</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/migranti-litalia-respinge-7-richieste-dasilo-su-10-ma-volano-i-permessi-di-soggiorno-47/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2026 14:35:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia ha un doppio volto sull'immigrazione. Da un lato respinge sette richieste d’asilo su dieci, ma contemporaneamente registra uno dei livelli più elevati di nuovi permessi di soggiorno degli ultimi 15 anni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/migranti-litalia-respinge-7-richieste-dasilo-su-10-ma-volano-i-permessi-di-soggiorno-47/">Migranti, l’Italia respinge 7 richieste d’asilo su 10. Ma volano i permessi di soggiorno (+47%)</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’Italia ha un doppio volto sull&#8217;immigrazione. Da un lato respinge sette richieste d’asilo su dieci, ma contemporaneamente registra uno dei livelli più elevati di nuovi permessi di soggiorno degli ultimi 15 anni. È la fotografia ISTAT dei dati 2025 nel rapporto sui cittadini non comunitari. Un quadro che racconta non soltanto l’evoluzione delle politiche migratorie italiane, ma anche le profonde differenze tra le aree del mondo da cui provengono le persone che cercano protezione, lavoro, studio o ricongiungimento familiare in Europa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2025 le prime richieste d’asilo presentate in Italia sono state 128.655, in diminuzione del 14,9% rispetto alle 151.120 dell’anno precedente. Parallelamente, le autorità italiane hanno esaminato 104.560 prime istanze, quasi 26mila in più rispetto al 2024, respingendone il 70%. Una percentuale cresciuta di quasi sei punti rispetto all’anno precedente, che evidenzia un aumento dei dinieghi nel sistema italiano di riconoscimento della protezione internazionale. Il dato più significativo emerge però osservando le differenze tra le nazionalità. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i primi dieci Paesi per numero di pratiche esaminate, le percentuali più elevate di rigetto riguardano Marocco, Sri Lanka e Bangladesh. Per i cittadini marocchini il 90,2% delle domande esaminate ha ricevuto una risposta negativa, percentuale che scende all’89% per gli originari dello Sri Lanka e all’88,7% per quelli del Bangladesh. Si tratta di tre Paesi caratterizzati da dinamiche migratorie differenti, ma accomunati da tassi di riconoscimento della protezione particolarmente bassi in Italia. Il Bangladesh, soprattutto, rappresenta un caso rilevante: con 27.825 prime domande presentate nel 2025, è il principale Paese di provenienza dei nuovi richiedenti asilo. Un primato che convive con una quota molto elevata di istanze respinte. All’estremo opposto si trovano due Paesi dell’Africa occidentale segnati da gravi crisi di sicurezza. Per il Burkina Faso il 99,8% dei procedimenti esaminati si è concluso positivamente, mentre per il Mali la quota raggiunge il 98,7%. Differenze che riflettono anche le condizioni nei territori d’origine, dove instabilità politica, violenze e conflitti armati incidono sulla valutazione del bisogno di protezione. In particolare, tra i cittadini del Burkina Faso che hanno ottenuto una decisione positiva, il 94,9% ha ricevuto la protezione sussidiaria, riconosciuta a chi rischia gravi danni in caso di ritorno nel Paese d’origine. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una situazione diversa da quella dei richiedenti nigeriani, tra i quali il 56,4% degli esiti positivi riguarda il riconoscimento dello status di rifugiato, una quota nettamente superiore alla media nazionale. Complessivamente, delle 31.365 prime istanze accolte nel 2025, il 19% ha portato al riconoscimento dello status di rifugiato, il 36,5% alla protezione sussidiaria e il restante 44,5% alla protezione speciale. Tre forme di tutela differenti, che mostrano come il sistema italiano distingua tra persecuzioni individuali, rischi connessi alle condizioni di sicurezza e altre esigenze di protezione previste dalla normativa. La geografia delle domande d’asilo conferma inoltre l’importanza crescente delle rotte provenienti dall’Asia e dall’America Latina. Dopo il Bangladesh, i principali Paesi di origine dei richiedenti sono Perù, con 15.545 domande, Egitto, con 11.265, e Pakistan, con 9.815. Particolarmente interessante è il caso del Perù, che rappresenta la seconda nazionalità per nuove richieste d’asilo e la prima tra le donne richiedenti protezione. Delle 27.220 donne che hanno presentato domanda nel 2025, oltre 8mila provengono infatti dal Paese sudamericano. Seguono Georgia, Colombia e Cina. Una composizione che distingue nettamente la componente femminile da quella maschile e mostra quanto siano diversificati i percorsi migratori verso l’Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I numeri dei permessi di soggiorno e ricongiungimenti</strong><br>Se sul fronte dell’asilo aumentano i rigetti, il quadro cambia radicalmente osservando i nuovi titoli di soggiorno. Nel 2025 l’Italia ha rilasciato 426.956 primi permessi, il 47,2% in più rispetto ai 290.119 del 2024. È il livello più elevato degli ultimi quindici anni dopo il picco del 2022, determinato in larga parte dall’arrivo dei profughi ucraini. La crescita interessa tutte le principali motivazioni di ingresso, ma soprattutto famiglia e studio. I ricongiungimenti familiari raggiungono quota 168.733, con un aumento del 61,2%, e rappresentano il 39,5% di tutti i nuovi permessi. Un risultato che segna il massimo degli ultimi quindici anni e conferma il peso delle comunità straniere ormai stabilmente insediate nel Paese. Marocco e Albania sono protagonisti di questa dinamica. I cittadini marocchini hanno ottenuto 23.467 nuovi permessi per motivi familiari, mentre quelli albanesi 21.131. Seguono Egitto, Pakistan e India. Per marocchini e albanesi i ricongiungimenti rappresentano oltre la metà dei nuovi permessi rilasciati, segnalando il consolidamento di comunità presenti da decenni sul territorio italiano. Il dato racconta anche una trasformazione demografica. Quasi il 48% dei nuovi permessi familiari riguarda minori e, in oltre il 23% dei casi, si tratta di bambini nati direttamente in Italia. La componente femminile rappresenta inoltre il 56,1% dei beneficiari. L’aumento dei ricongiungimenti avviene nonostante l’irrigidimento dei requisiti normativi introdotto tra il 2024 e il 2025. Secondo l’ISTAT, una possibile spiegazione risiede nell’accelerazione delle domande presentate prima dell’entrata in vigore delle nuove restrizioni. Un’ipotesi che evidenzia quanto le modifiche legislative possano incidere sui tempi e sulla composizione dei flussi migratori. Anche i Paesi dell’Asia meridionale mostrano una crescita rilevante. I permessi per ricongiungimento familiare rilasciati ai cittadini pakistani sono più che raddoppiati, con un incremento del 130,6%, mentre quelli destinati agli indiani sono aumentati dell’83,3%. Un segnale del progressivo radicamento in Italia di comunità inizialmente caratterizzate soprattutto da ingressi per lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I permessi per studenti</strong><br>Un altro elemento di novità riguarda gli studenti internazionali. Nel 2025 i permessi per studio hanno superato quota 35mila, aumentando del 76% e raggiungendo il valore più elevato dal 2010. In testa alla graduatoria si trova la Cina, con 4.588 nuovi permessi, seguita da Turchia, Iran, Tunisia e India. Il fenomeno è collegato anche alle strategie di internazionalizzazione delle università italiane, che hanno ampliato l’offerta formativa in inglese, rafforzato le borse di studio e introdotto agevolazioni economiche per attrarre studenti stranieri. Nonostante questa crescita, l’Italia rimane distante da Francia, Germania e Spagna, dove i permessi per studio superano i 100mila all’anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I permessi di lavoro</strong><br>Sul fronte lavorativo, gli ingressi crescono del 45,9%, sfiorando i 59mila permessi. Una cifra che resta tuttavia sensibilmente inferiore ai 165mila ingressi programmati per il 2025 nell’ambito del decreto flussi. Il confronto non rappresenta automaticamente il numero dei posti rimasti scoperti, poiché le quote programmate e i permessi effettivamente rilasciati seguono procedure e tempi differenti. Evidenzia però la distanza tra programmazione degli ingressi e risultati amministrativi registrati nell’anno. A guidare gli ingressi per lavoro sono India e Marocco, rispettivamente con 13.783 e 10.575 nuovi permessi, seguiti da Tunisia, Egitto e Bangladesh. Tra indiani e marocchini prevale il lavoro stagionale, mentre per egiziani e tunisini è maggioritaria la componente del lavoro dipendente non stagionale. Particolarmente marcata è la differenza di genere: l’83,2% dei nuovi permessi per lavoro riguarda uomini. Per le donne, tra i principali Paesi di origine compaiono Stati Uniti, Marocco, Filippine, India e Tunisia. Nel caso statunitense, il dato è influenzato anche dalla presenza di personale civile impiegato nelle basi NATO. La Lombardia si conferma il principale polo di attrazione, concentrando il 23% di tutti i nuovi permessi di soggiorno e oltre un quarto di quelli per ricongiungimento familiare. Seguono, con incidenze differenti secondo le motivazioni di ingresso, Emilia-Romagna, Veneto, Lazio e Campania.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Controllo frontiere e sbarchi</strong><br>Il rapporto ISTAT restituisce dunque un quadro molto più articolato di quello che emerge dal solo dibattito sugli sbarchi e sul controllo delle frontiere. Mentre diminuiscono le nuove domande d’asilo e aumenta la percentuale dei rigetti, crescono sensibilmente i permessi per famiglia, studio e lavoro. Non si tratta di dinamiche contraddittorie: le statistiche sulle richieste di protezione e quelle sui titoli di soggiorno misurano fenomeni differenti, che possono seguire tempi amministrativi diversi. La distinzione è fondamentale anche per comprendere il rapporto tra Italia e Paesi di origine. Da una parte, Burkina Faso e Mali evidenziano il peso delle crisi di sicurezza africane nel riconoscimento della protezione internazionale. Dall’altra, Marocco, Albania, India e Pakistan mostrano il consolidamento di comunità migranti attraverso lavoro e ricongiungimenti. Cina, Turchia e Iran emergono invece come protagonisti della mobilità studentesca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono tre dimensioni di uno stesso fenomeno: protezione, stabilizzazione familiare e mobilità economica e formativa. Ed è proprio la loro sovrapposizione a rendere la politica migratoria una questione sempre più internazionale, nella quale le condizioni geopolitiche dei Paesi d’origine, le esigenze del mercato del lavoro e le scelte degli Stati europei finiscono per intrecciarsi. Il dato finale è che l’Italia continua a essere una destinazione importante per i cittadini non comunitari, ma con una composizione degli ingressi sempre più diversificata. Una trasformazione che pone nuove sfide sul terreno dell’integrazione, dei rapporti diplomatici con i Paesi di provenienza e della capacità europea di governare flussi migratori profondamente differenti per origine, motivazione e prospettive di permanenza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/migranti-litalia-respinge-7-richieste-dasilo-su-10-ma-volano-i-permessi-di-soggiorno-47/">Migranti, l’Italia respinge 7 richieste d’asilo su 10. Ma volano i permessi di soggiorno (+47%)</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Mps, il mercato presenta il conto a Lovaglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 10:47:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un risanamento riuscito non basta a sciogliere i nodi della nuova fase: tra l’Opas di Intesa, le ambizioni su Banco Bpm e Banca Generali e il cambio di rotta di Delfin, torna al centro il tema della governance e della strategia industriale di Mps.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">E se avesse avuto ragione il vecchio CdA? Sei mesi fa Luigi Lovaglio sembrava aver vinto la partita più difficile: restare al timone del Monte dei Paschi, nonostante l’esclusione dalla lista del consiglio uscente. Il 15 aprile fu Delfin, primo socio della banca, a spostare gli equilibri in assemblea e a sostenerne la conferma. Oggi quello stesso azionista ha scelto Intesa Sanpaolo: consegnerà all’Opas l’intero 17,6% del capitale e, il 29 ottobre, voterà in modo coerente con le condizioni poste da Carlo Messina. È difficile leggere il passaggio come una semplice rotazione finanziaria. È un giudizio sul valore relativo di due progetti industriali. Intesa ha migliorato l’offerta portando la componente cash da 1 a 1,25 euro per azione Mps, lasciando invariato il concambio di 1,6 azioni Intesa. Ma soprattutto ha trasformato l’assemblea di fine ottobre in un bivio: se i soci approveranno le operazioni con cui Lovaglio intende acquisire Banco Bpm e Banca Generali, Ca’ de Sass considera compromesse le condizioni della propria offerta. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il voto sarà dunque una scelta fra l’integrazione di Mps nel maggiore gruppo bancario italiano e il disegno autonomo del management senese. Il paradosso è che Mps arriva a questo appuntamento in condizioni economiche nettamente migliori rispetto agli anni della crisi. Nel primo semestre 2026 l’utile netto ha superato 1,1 miliardi, in crescita del 25,3%, mentre il Cet1 fully loaded è salito al 16,3%. A ottobre Morningstar DBRS ha inoltre alzato il rating emittente a BBB (high), riconoscendo la buona performance operativa e la maggiore diversificazione legata a Mediobanca. Non siamo dunque davanti a una banca da salvare. Siamo davanti a un asset tornato contendibile proprio perché il risanamento ha funzionato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che la narrazione costruita attorno a Lovaglio merita di essere riletta. Il manager ha avuto un ruolo importante nel rilancio del Monte, ma la rinascita della banca non può essere attribuita a un solo uomo: la pulizia dei crediti deteriorati attraverso Amco risale al 2020, l’aumento di capitale del 2022 fu sostenuto dallo Stato e il ciclo dei tassi ha rafforzato i margini dell’intero sistema. Il merito di avere completato il lavoro però non coincide automaticamente con il diritto di decidere da soli la fase successiva. Era precisamente questo il nodo posto in primavera dal consiglio presieduto da Nicola Maione. La decisione di presentare una lista senza Lovaglio, indicando una discontinuità al vertice, fu allora rappresentata quasi come una bocciatura incomprensibile dell’uomo del risanamento. Vista oggi, può essere letta diversamente: non come una negazione dei risultati ottenuti, ma come il dubbio che le qualità necessarie per condurre un turnaround coincidessero necessariamente con quelle richieste per governare una fase di espansione, aggregazioni e crescente complessità. Il punto, infatti, non è più il turnaround. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È la governance della crescita. Le due Ops annunciate in agosto su Banco Bpm e Banca Generali valgono complessivamente circa 34 miliardi e puntano a costruire un gruppo da circa 80 miliardi di capitalizzazione pro forma. Un progetto ambizioso, ma lanciato mentre l’integrazione di Mediobanca è ancora in corso e accompagnato da interrogativi regolamentari, antitrust e di passivity rule. Intesa ha portato proprio questi dubbi davanti alla Consob. Per questo la scelta di Delfin pesa più dei 25 centesimi aggiunti da Messina. Il socio che ad aprile aveva garantito la continuità oggi dice, nei fatti, che il rendimento atteso dall’offerta Intesa è preferibile al rischio di esecuzione della strategia di Lovaglio. Se anche Francesco Gaetano Caltagirone, titolare di oltre il 10%, si schierasse nella stessa direzione, raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria per alcune delibere straordinarie diventerebbe estremamente difficile. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le prossime settimane diranno se Lovaglio riuscirà a ricomporre un fronte azionario sufficiente, ma la strada è di nuovo in salita ripida. Il 29 ottobre è la prima data decisiva; il 5 novembre arriveranno poi i conti dei nove mesi, che offriranno un nuovo test sulla capacità reddituale del gruppo. Ma il problema ormai precede i numeri trimestrali. È politico-industriale: quale Mps vogliono i suoi proprietari? In primavera il CdA guidato da Maione sosteneva, nei fatti, una cosa semplice: il banchiere capace di risanare non è necessariamente quello più adatto a guidare una nuova stagione di aggregazioni. Sembrava una posizione minoritaria, quasi sacrilega. Sei mesi dopo non è diventata automaticamente vera, ma ha acquistato un peso che allora le veniva negato. Perché a rimetterla al centro non sono stati i detrattori di Lovaglio: è stato Delfin, lo stesso socio che lo aveva salvato. E nel capitalismo, più delle dichiarazioni, contano i capitali che cambiano direzione.</p>
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		<title>Consiglio UE: le novità per le imprese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 09:09:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Bruxelles arriva un'accelerazione su energia, competitività e semplificazione. Il Consiglio europeo chiede nuovi interventi per sostenere le industrie più esposte ai rincari.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/consiglio-ue-le-novita-per-le-imprese/">Consiglio UE: le novità per le imprese</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Da Bruxelles arriva un&#8217;accelerazione su energia, competitività e semplificazione. Il Consiglio europeo chiede nuovi interventi per sostenere le industrie più esposte ai rincari, contenere la volatilità dell&#8217;ETS e rilanciare gli investimenti. Dall&#8217;automotive alla chimica, dalla siderurgia al tessile, fino all&#8217;agroalimentare e alle PMI, queste le decisioni del vertice e le possibili ricadute sulle aziende del Made in Italy.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre ha definito una serie di orientamenti che potrebbero incidere sulle condizioni operative delle imprese del Made in Italy, affrontando alcuni dei principali fattori che ne hanno frenato la crescita negli ultimi anni: prezzi elevati dell&#8217;energia, complessità normativa, difficoltà di accesso ai capitali, frammentazione del mercato unico e crescente concorrenza internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le conclusioni adottate dai capi di Stato e di governo nella prima giornata del vertice individuano tre grandi priorità: contenere i costi energetici, accelerare la semplificazione delle regole europee e rafforzare la capacità industriale dell&#8217;Unione, attraverso investimenti, innovazione e un mercato interno più integrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato assume particolare rilevanza per l&#8217;Italia, seconda economia manifatturiera dell&#8217;Unione, il cui sistema produttivo attraversa una fase di debolezza. Secondo l&#8217;ISTAT, nel 2025 la produzione manifatturiera italiana risultava inferiore del 7,4% rispetto al 2018, contro una crescita del 2,2% registrata nell&#8217;UE. Una contrazione che ha interessato soprattutto le filiere tradizionali, con difficoltà particolarmente evidenti nell&#8217;automotive, nel tessile-abbigliamento e nella chimica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo contesto, le indicazioni arrivate da Bruxelles rappresentano un possibile cambio di passo. Il Consiglio europeo non ha approvato un nuovo pacchetto di agevolazioni immediatamente applicabile alle imprese, ma ha chiesto alla Commissione e ai colegislatori di accelerare gli interventi già in discussione e di svilupparne di nuovi. La portata economica delle decisioni dipenderà quindi dalla rapidità con cui gli orientamenti politici si tradurranno in norme e strumenti operativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Caro energia: priorità alle industrie energivore</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo capitolo riguarda l&#8217;aumento dei prezzi dell&#8217;energia, considerato uno degli ostacoli più rilevanti alla competitività dell&#8217;industria europea. Il Consiglio ha riconosciuto la necessità di una risposta coordinata, fondata su misure temporanee e mirate, che tenga conto delle differenze tra i sistemi energetici nazionali. In particolare, i leader hanno accolto favorevolmente l&#8217;intenzione della Commissione di prorogare il quadro temporaneo degli aiuti di Stato destinati ai settori industriali maggiormente esposti ai rincari, migliorare l&#8217;efficienza e l&#8217;utilizzo della capacità di raffinazione europea e promuovere iniziative di aggregazione volontaria della domanda energetica. Quest&#8217;ultima misura potrebbe consentire alle imprese e agli operatori energetici di rafforzare il proprio potere contrattuale attraverso forme di approvvigionamento coordinato. Tra i comparti italiani potenzialmente più interessati figurano siderurgia, metallurgia, chimica, petrolchimica, ceramica, vetro, carta, cemento, calce e altri materiali da costruzione, tutti caratterizzati da processi produttivi a elevata intensità energetica. Anche agroalimentare, industria del freddo, tessile e lavorazioni meccaniche potrebbero beneficiare indirettamente di una riduzione dei costi energetici. Per questi settori, il caro energia non rappresenta soltanto un incremento delle spese operative, ma un fattore che può compromettere la capacità di competere con produttori situati in Paesi dove elettricità e gas hanno prezzi inferiori. Il Consiglio ha inoltre chiesto alla Commissione di valutare ulteriori interventi di breve periodo, considerando le differenze nei prezzi dell&#8217;elettricità tra Stati membri. Un&#8217;indicazione particolarmente importante per l&#8217;Italia, dove il costo dell&#8217;energia continua a pesare sulla competitività delle imprese manifatturiere. Non è stato invece approvato un tetto europeo generalizzato al prezzo del gas. La direzione individuata privilegia strumenti mirati e interventi nazionali coordinati, nel rispetto delle regole del mercato unico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>ETS e decarbonizzazione: verso un mercato del carbonio più stabile</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei risultati più significativi per l&#8217;industria riguarda il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l&#8217;ETS, che incide sui costi sostenuti dalle imprese per le proprie emissioni di CO₂. Il Consiglio europeo ha chiesto di rendere il mercato del carbonio più trasparente, prevedibile e meno esposto a oscillazioni eccessive, riducendo l&#8217;impatto della volatilità sui prezzi dell&#8217;elettricità. È stata inoltre sollecitata un&#8217;accelerazione dei negoziati sulla riserva stabilizzatrice del mercato, lo strumento che interviene sulla disponibilità delle quote di emissione. Per le imprese italiane, il tema riguarda soprattutto le produzioni energivore e ad alta intensità di carbonio: acciaio, alluminio, chimica, cemento, ceramica, vetro e carta. Una maggiore stabilità dei costi emissivi potrebbe facilitare la programmazione degli investimenti e ridurre l&#8217;incertezza economica dei percorsi di decarbonizzazione. I leader hanno inoltre ribadito l&#8217;importanza di contrastare il carbon leakage, cioè il trasferimento delle produzioni verso Paesi con vincoli ambientali meno stringenti, preservando al tempo stesso il ruolo dell&#8217;ETS come incentivo all&#8217;innovazione e alla transizione energetica. Un&#8217;ulteriore novità riguarda l&#8217;ETS2, il sistema destinato a coinvolgere i combustibili utilizzati nei trasporti stradali e negli edifici. Il Consiglio ha chiesto alla Commissione di aggiornare la valutazione dei suoi impatti, con particolare attenzione alla configurazione del meccanismo e alle misure di salvaguardia. Una decisione di interesse per autotrasporto, logistica, distribuzione commerciale, edilizia, gestione immobiliare e imprese che utilizzano carburanti per la mobilità e il trasporto delle merci. Non è stato tuttavia deciso un rinvio dell&#8217;ETS2 né una sospensione dell&#8217;ETS tradizionale. L&#8217;indicazione politica è quella di mantenere gli obiettivi di decarbonizzazione, cercando di contenerne gli effetti economici sulle imprese.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Semplificazione normativa: meno adempimenti per le PMI</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La riduzione della burocrazia rappresenta il secondo grande pilastro delle conclusioni europee, in linea con le richieste avanzate negli ultimi mesi da Italia, Germania e Belgio attraverso il coordinamento sulla competitività.<br>Il Consiglio ha chiesto alla Commissione di avanzare nuove proposte per semplificare gli obblighi amministrativi e di rendicontazione, accelerare le procedure autorizzative ed evitare il cosiddetto gold-plating, ossia l&#8217;introduzione a livello nazionale di vincoli ulteriori rispetto a quelli previsti dalle norme europee. Particolare attenzione viene dedicata alle piccole e medie imprese, per le quali il costo degli adempimenti può incidere in misura proporzionalmente maggiore rispetto alle grandi aziende. Le indicazioni riguardano potenzialmente l&#8217;intero tessuto produttivo italiano, ma assumono particolare rilievo per moda, tessile, abbigliamento, calzature, pelletteria, arredamento, meccanica, componentistica, commercio, distribuzione ed e-commerce. Sono settori nei quali le imprese devono confrontarsi con un numero crescente di obblighi relativi a sostenibilità, tracciabilità, etichettatura, imballaggi, sicurezza dei prodotti e comunicazione delle informazioni lungo le filiere. Il Consiglio ha inoltre chiesto di eliminare le barriere residue del mercato unico, comprese le differenze nazionali nelle prescrizioni su etichette e packaging e le restrizioni territoriali dell&#8217;offerta. Per il Made in Italy, un&#8217;armonizzazione più efficace delle regole potrebbe ridurre i costi di accesso ai mercati europei, favorire le attività transfrontaliere e semplificare le operazioni delle imprese che vendono in più Stati membri. Non si tratta, tuttavia, di un&#8217;eliminazione automatica degli obblighi esistenti: la portata concreta delle semplificazioni dipenderà dai successivi interventi legislativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Automotive: accelerazione del pacchetto europeo entro il 2026</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i settori industriali richiamati esplicitamente dalle conclusioni figura l&#8217;automotive, una delle filiere europee maggiormente esposte alla trasformazione tecnologica e alla concorrenza internazionale. Il Consiglio europeo ha chiesto di accelerare i negoziati sul pacchetto automobilistico e sulle relative misure di semplificazione, con l&#8217;obiettivo politico di concluderli entro la fine del 2026. Il dossier interessa direttamente l&#8217;industria italiana dei veicoli e della componentistica, che negli ultimi anni ha registrato un significativo indebolimento produttivo. Le ricadute potenziali riguardano costruttori automobilistici, produttori di componenti meccaniche ed elettroniche, batterie, sistemi di propulsione, pneumatici, software automotive, infrastrutture di ricarica e imprese della filiera dei veicoli commerciali. Un quadro regolatorio più chiaro e stabile potrebbe agevolare la programmazione degli investimenti, favorire l&#8217;innovazione e accompagnare la riconversione industriale. Resta però aperta la discussione sul rapporto tra obiettivi di decarbonizzazione, neutralità tecnologica e sostenibilità economica della transizione. Le conclusioni non introducono direttamente nuove deroghe agli obiettivi climatici del settore, ma sollecitano una più rapida definizione delle regole.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chimica, acciaio e meccanica: la risposta alla concorrenza internazionale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Consiglio europeo ha affrontato anche il tema degli squilibri commerciali globali, invitando la Commissione a rafforzare gli strumenti europei per contrastare pratiche e condizioni concorrenziali che possono compromettere la competitività delle imprese dell&#8217;Unione. L&#8217;attenzione riguarda soprattutto le relazioni economiche con la Cina e le difficoltà di numerosi comparti manifatturieri europei. Tra i settori più esposti figurano siderurgia, chimica, automotive, macchinari industriali, componentistica per le energie rinnovabili, arredamento ed elettronica. Per l&#8217;Italia, il rafforzamento degli strumenti di difesa commerciale potrebbe risultare particolarmente rilevante per le filiere sottoposte alla concorrenza di prodotti importati a prezzi difficilmente sostenibili per i produttori europei. Allo stesso tempo, le imprese esportatrici hanno interesse a preservare mercati aperti e prevedibili, evitando un&#8217;escalation delle tensioni commerciali. Il Consiglio non ha approvato nuovi dazi generalizzati, ma ha chiesto alla Commissione di utilizzare efficacemente gli strumenti esistenti e rafforzare quelli a disposizione dell&#8217;Unione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Rinnovabili, reti e infrastrutture: nuove opportunità di investimento</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La competitività passa anche dalla capacità europea di produrre energia a costi sostenibili. Il Consiglio ha ribadito la necessità di accelerare elettrificazione, sviluppo delle fonti rinnovabili e a basse emissioni di carbonio, realizzazione delle reti energetiche, sistemi di accumulo ed efficienza energetica. Parallelamente, ha sollecitato progressi sul European Grids Package, il pacchetto dedicato alle infrastrutture energetiche europee. Le indicazioni potrebbero creare opportunità per imprese delle rinnovabili, produttori di impianti fotovoltaici ed eolici, operatori del biometano, aziende dell&#8217;impiantistica tecnologica, ESCo, società di ingegneria, costruzioni, facility management e fornitori di sistemi per l&#8217;accumulo e la gestione intelligente dell&#8217;energia.<br>Per il settore industriale italiano, la disponibilità di reti più efficienti e procedure autorizzative più rapide potrebbe inoltre favorire investimenti in autoproduzione energetica, elettrificazione dei processi e modernizzazione degli stabilimenti. Un ulteriore elemento riguarda il regolamento europeo sul metano: il Consiglio ha accolto favorevolmente la proposta della Commissione di rinviare alcuni obblighi, un intervento potenzialmente rilevante per gli operatori della filiera del gas e degli approvvigionamenti energetici. Anche in questo caso, il rinvio richiede il completamento dell&#8217;iter normativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Agroalimentare, sicurezza dei prodotti e nuove regole del mercato unico</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i dossier sui quali il Consiglio ha chiesto un&#8217;accelerazione figura il pacchetto di semplificazione sulla sicurezza degli alimenti e dei mangimi. L&#8217;obiettivo è rendere più efficiente il quadro normativo europeo, salvaguardando gli standard di tutela e riducendo gli oneri non necessari. Il provvedimento interessa industria alimentare, trasformazione agricola, produzione e commercializzazione di mangimi, filiere zootecniche e operatori dell&#8217;agroalimentare. Per le imprese italiane, eventuali semplificazioni potranno incidere sui processi amministrativi e sulla gestione degli adempimenti, con possibili benefici soprattutto per le realtà più piccole. Anche il completamento del mercato unico e l&#8217;armonizzazione delle prescrizioni sugli imballaggi assumono particolare rilevanza per l&#8217;agroalimentare esportatore, che deve confrontarsi con discipline nazionali differenti. Il Consiglio ha chiesto di concludere i negoziati sul pacchetto entro il 2026, senza però modificarne direttamente le regole applicabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Banche, assicurazioni e mercati finanziari: più capitali per le imprese</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro capitolo strategico riguarda l&#8217;accesso ai finanziamenti. Il Consiglio europeo ha richiamato l&#8217;importanza dell&#8217;Unione del risparmio e degli investimenti, prendendo atto dei progressi sui pacchetti relativi all&#8217;integrazione dei mercati finanziari, alla vigilanza e alla cartolarizzazione. L&#8217;obiettivo è rafforzare la capacità dell&#8217;Europa di mobilitare risparmio privato verso gli investimenti produttivi. Le possibili ricadute riguardano banche, assicurazioni, società di gestione del risparmio, fondi di investimento, intermediari finanziari, fintech e imprese che ricorrono al mercato dei capitali. Un mercato finanziario europeo più integrato potrebbe facilitare il finanziamento di progetti industriali, innovazione e crescita dimensionale, contribuendo a ridurre la dipendenza delle aziende dal solo credito bancario. Di particolare interesse è anche il cosiddetto 28° regime europeo, o EU Inc., che mira a introdurre un quadro societario armonizzato per facilitare la costituzione e l&#8217;attività transfrontaliera delle imprese. La misura potrebbe risultare utile soprattutto per startup, scaleup, imprese innovative e società interessate a espandersi in più mercati europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bilancio UE 2028-2034: resta aperta la partita delle risorse</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Consiglio europeo ha discusso anche il prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, sulla base della proposta negoziale aggiornata presentata dalla Presidenza irlandese.<br>Non è stato raggiunto un accordo definitivo sulle dimensioni del bilancio e sulla distribuzione delle risorse. I leader hanno chiesto di proseguire il negoziato con l&#8217;obiettivo di raggiungere un&#8217;intesa entro la fine del 2026, consentendo l&#8217;approvazione degli atti legislativi nel 2027 e la continuità dei finanziamenti europei dal gennaio 2028. Il confronto avrà conseguenze importanti per agricoltura, agroalimentare, infrastrutture, ricerca, innovazione, industria, transizione energetica, coesione territoriale e formazione professionale, settori che dipendono, in misura diversa, dai programmi e dagli strumenti di finanziamento europei. Per le imprese italiane, la definizione del nuovo bilancio sarà decisiva per comprendere quali risorse saranno effettivamente disponibili per sostenere gli investimenti nel periodo successivo alla conclusione del PNRR.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali sono i settori del Made in Italy più in sofferenza e da sostenere?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le conclusioni del Consiglio europeo non contengono una classificazione ufficiale delle industrie maggiormente in crisi. Individuano però i comparti industriali più esposti ai rincari energetici come destinatari prioritari dell&#8217;eventuale proroga degli aiuti di Stato. Incrociando gli orientamenti europei con le difficoltà produttive italiane, emergono diverse filiere che potrebbero beneficiare maggiormente delle iniziative annunciate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Automotive e componentistica: il settore deve affrontare il calo della produzione, la debolezza della domanda europea, la concorrenza internazionale e gli elevati costi della trasformazione tecnologica. Le priorità riguardano certezza normativa, neutralità tecnologica, innovazione e riconversione industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chimica e petrolchimica: tra le industrie più sensibili ai costi del gas e dell&#8217;elettricità, risentono anche della concorrenza dei produttori extraeuropei. Gli interventi su energia, ETS e difesa commerciale potrebbero contribuire a migliorare le condizioni competitive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siderurgia, metallurgia, ceramica, vetro, cemento e carta. Sono tra i principali comparti energivori. Prezzi energetici competitivi, maggiore stabilità del mercato delle emissioni e sostegno agli investimenti per la decarbonizzazione costituiscono le esigenze più rilevanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tessile, moda, abbigliamento, calzature e pelletteria. La filiera attraversa una fase di contrazione produttiva ed è esposta alla debolezza dei consumi, alla concorrenza internazionale e ai costi di adeguamento alle nuove discipline ambientali. Semplificazione, armonizzazione delle regole e rafforzamento del mercato unico possono rappresentare strumenti utili, pur non essendo misure specifiche di sostegno alla domanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meccanica e produzione di macchinari. La debolezza degli investimenti industriali e della domanda europea, soprattutto tedesca, incide su una delle principali specializzazioni esportatrici italiane. Accelerazione degli investimenti, accesso ai capitali e difesa commerciale sono i dossier di maggiore interesse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trasporti, autotrasporto e logistica. L&#8217;aumento dei carburanti e i possibili effetti dell&#8217;ETS2 esercitano pressioni sui costi operativi. Le valutazioni richieste sull&#8217;ETS2 e le iniziative per stabilizzare gli approvvigionamenti energetici potrebbero contribuire a contenerne gli impatti, ma non comportano ancora agevolazioni immediate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Agroalimentare e agricoltura. Costi energetici, trasporto, imballaggi e adempimenti amministrativi incidono sulla competitività delle filiere. Le iniziative sulla semplificazione e sul mercato unico potrebbero alleggerire parte degli oneri, mentre il negoziato sul bilancio europeo determinerà il quadro delle future risorse disponibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto ai settori maggiormente esposti alla crisi, vi sono comparti che potrebbero beneficiare soprattutto delle nuove opportunità di investimento: rinnovabili, impiantistica, ingegneria, costruzioni, digitale, elettronica avanzata, servizi tecnologici e finanza per l&#8217;innovazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dalle conclusioni europee ai benefici concreti per le aziende</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Consiglio europeo ha fissato la fine del 2026 come obiettivo per la conclusione dei negoziati su numerosi provvedimenti strategici, tra cui il pacchetto automotive, i fascicoli di semplificazione e le iniziative per l&#8217;integrazione dei mercati finanziari. Le prossime settimane saranno quindi decisive per verificare se la Commissione presenterà interventi aggiuntivi sui prezzi energetici, quali settori potranno beneficiare della proroga degli aiuti di Stato e come evolverà il confronto sulla revisione dell&#8217;ETS. La portata economica delle conclusioni dipenderà soprattutto dalla loro attuazione: procedure autorizzative effettivamente più rapide, minori costi amministrativi, maggiore disponibilità di capitali e un quadro energetico più stabile sono condizioni capaci di produrre risultati misurabili per le imprese. Per il Made in Italy, il messaggio di Bruxelles è rilevante. La competitività industriale viene riconosciuta come una priorità trasversale alle politiche energetiche, ambientali, commerciali e finanziarie dell&#8217;Unione. La sfida sarà adesso tradurre questa convergenza politica in strumenti operativi che consentano alle aziende europee di tornare a investire, innovare e competere sui mercati internazionali. Perché il rilancio dell&#8217;industria europea non dipenderà soltanto da nuove risorse pubbliche, ma soprattutto dalla capacità dell&#8217;Unione di costruire condizioni economiche e regolatorie nelle quali produrre e investire torni a essere competitivo.</p>
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		<title>Manovra, partita da oltre 23 miliardi: dalle banche all’energia, tutti i dossier aperti tra Parlamento e Bruxelles</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 08:39:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pronti, partenza, via! Il Documento programmatico di bilancio ha ufficialmente aperto il confronto sulla prossima Legge di Bilancio. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/manovra-partita-da-oltre-23-miliardi-dalle-banche-allenergia-tutti-i-dossier-aperti-tra-parlamento-e-bruxelles/">Manovra, partita da oltre 23 miliardi: dalle banche all’energia, tutti i dossier aperti tra Parlamento e Bruxelles</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Pronti, partenza, via! Il Documento programmatico di bilancio ha ufficialmente aperto il confronto sulla prossima Legge di Bilancio. Cinque miliardi sono attesi dal settore finanziario (banche non contente), poi risorse per famiglie, imprese e sanità. Mentre la flessibilità europea su energia e difesa resta decisiva per gli equilibri economici della manovra. Nella maggioranza si cercano le intese su fisco e pensioni. Dal 20 ottobre al voto finale di dicembre, ecco le tappe di una sessione parlamentare che si annuncia complessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Legge di Bilancio 2027 dipenderà soprattutto da due negoziati paralleli: quello con Bruxelles, per definire i margini di flessibilità sui conti pubblici, e quello interno alla maggioranza, chiamata a distribuire risorse limitate tra sostegno ai redditi, competitività delle imprese, sanità e previdenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con la trasmissione del Documento programmatico di bilancio (DPB) alla Commissione europea e al Parlamento, il Governo Meloni ha delineato una manovra da circa 23,5 miliardi di euro per il 2027, destinata a salire a 24,3 miliardi nel 2028. Un intervento dalle dimensioni relativamente contenute, soprattutto se confrontato con le esigenze di un&#8217;economia che continua a crescere a ritmi moderati (attorno all&#8217;1% quest&#8217;anno) e con un sistema manifatturiero alle prese con il caro energia, la debolezza della domanda e le trasformazioni delle filiere internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il documento individua le principali destinazioni delle risorse: 5 miliardi per famiglie e spesa sociale, 4,5 per la difesa, 3,4 per il sostegno alle imprese, 3,1 per le infrastrutture, 2,4 per la sanità e circa 2,2 miliardi per gli interventi fiscali. Ma la definizione puntuale delle misure è ancora aperta, così come quella delle coperture, che dovrebbero arrivare soprattutto da banche e assicurazioni, revisione della spesa ministeriale e settore dei giochi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ministro dell&#8217;Economia Giancarlo Giorgetti mantiene una linea di prudenza, consapevole che il problema non è soltanto individuare nuove risorse, ma garantire la sostenibilità della finanza pubblica in un contesto caratterizzato da un elevato debito e da un costo crescente della spesa pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Banche e assicurazioni, il primo nodo delle coperture</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dossier economicamente più delicato riguarda il contributo richiesto al settore finanziario. Il DPB prevede circa 5 miliardi di euro nel 2027 da banche e assicurazioni, per un totale prossimo agli 11 miliardi nel triennio 2027-2029.<br>Una cifra significativa, che apre una discussione sulle modalità del prelievo e sugli effetti per il credito e gli investimenti. Le ipotesi comprendono interventi sulle attività fiscali differite, le cosiddette DTA, e possibili modifiche al trattamento fiscale degli istituti. La struttura definitiva non è però ancora stata definita, e potrebbe subire variazioni: il valzer con gli istituti di credito è appena cominciato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il confronto presenta anche una dimensione interna alla maggioranza. La Lega, con il vicepremier Matteo Salvini e il senatore Claudio Borghi, sostiene la necessità di un contributo significativo del sistema bancario. Forza Italia, invece, chiede che qualsiasi intervento sia concordato con gli operatori, evitando il ricorso a una nuova imposta sugli extraprofitti. Le associazioni del settore hanno già manifestato riserve, ricordando il contributo pluriennale previsto dalla precedente manovra e segnalando l&#8217;assenza, finora, di un negoziato compiuto sui nuovi importi. La questione sarà centrale anche nel confronto parlamentare: la natura del contributo determinerà non soltanto l&#8217;entità delle entrate, ma anche i possibili effetti sui bilanci bancari, sulla distribuzione degli utili e sulla capacità di finanziamento dell&#8217;economia reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Energia e difesa, la manovra passa da Bruxelles</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo grande nodo riguarda la flessibilità europea. Il Governo ha previsto il ricorso alla clausola di salvaguardia nazionale per finanziare maggiori spese legate alla difesa e alla sicurezza energetica. Nel quadro programmatico il deficit è previsto al 3,4% del PIL nel 2027 e al 3,2% nel 2028, prima della riduzione al 2,3% nel 2029. Una traiettoria che presuppone il riconoscimento dei margini di flessibilità richiesti all&#8217;Unione europea e che dovrà essere valutata anche alla luce della procedura per disavanzo eccessivo. La discussione più rilevante riguarda la destinazione delle risorse energetiche. Giorgetti punta a ottenere da Bruxelles un&#8217;interpretazione che consenta di affiancare agli investimenti strutturali anche interventi diretti per contenere i costi sostenuti da famiglie e imprese. La Commissione europea privilegia tuttavia misure con effetti duraturi sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sull&#8217;efficienza energetica. Da qui la necessità di definire quali interventi possano effettivamente rientrare nella clausola. Il dossier si intreccia con il dibattito europeo sulla competitività industriale e con l&#8217;iniziativa promossa da Italia, Germania e Belgio per accelerare gli investimenti strategici, ridurre gli oneri amministrativi e affrontare gli elevati costi energetici. Per il sistema produttivo italiano, la possibilità di sostenere rinnovabili, biometano, autoproduzione energetica e modernizzazione delle infrastrutture rappresenterebbe una leva importante. Resta da verificare quanto spazio sarà effettivamente disponibile per interventi di riduzione immediata delle bollette.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Imprese e investimenti, il rilancio dell&#8217;iperammortamento</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La manovra prevede 3,4 miliardi per il sostegno alle imprese e 3,1 miliardi per le infrastrutture, due capitoli sui quali si concentreranno le richieste del sistema produttivo. Tra gli interventi allo studio figura il rafforzamento dell&#8217;iperammortamento per gli investimenti aziendali, con particolare attenzione all&#8217;innovazione tecnologica, all&#8217;efficienza energetica e all&#8217;autoproduzione da fonti rinnovabili. Si valuta inoltre l&#8217;estensione delle agevolazioni agli investimenti in software e servizi cloud. Un ulteriore capitolo riguarda il potenziamento delle infrastrutture ferroviarie, stradali e pubbliche, comprese quelle scolastiche, universitarie e sanitarie. Il confronto parlamentare dovrà chiarire la distribuzione delle risorse tra investimenti materiali, innovazione digitale, incentivi fiscali e politiche territoriali. Una scelta che assume particolare importanza nella fase conclusiva del PNRR, quando diventerà necessario assicurare continuità agli investimenti sostenuti negli ultimi anni dai fondi europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Famiglie, salari e fisco: il taglio Irpef resta in discussione</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Con 5 miliardi di euro, il sostegno alle famiglie e alla spesa sociale costituisce una delle principali componenti della manovra. Le misure allo studio riguardano il rafforzamento del potere d&#8217;acquisto, le agevolazioni per i nuclei con figli, il sostegno alle madri lavoratrici e la proroga degli incentivi fiscali collegati agli aumenti retributivi. Resta aperto il capitolo fiscale. Il DPB destina circa 2,2 miliardi alle misure tributarie, ma non individua esplicitamente un nuovo taglio generalizzato dell&#8217;Irpef per il ceto medio. Le risorse disponibili appaiono insufficienti a finanziare contemporaneamente tutte le richieste avanzate dai partiti della maggioranza. Forza Italia continua a sostenere una riduzione della pressione fiscale sui redditi medi e sui giovani, oltre a interventi sulle tredicesime e sulla fiscalità immobiliare. La Lega punta invece sull&#8217;ampliamento del regime forfettario per gli autonomi, con l&#8217;ipotesi di elevare a 100mila euro la soglia di accesso, e su agevolazioni fiscali per i lavoratori più giovani. Fratelli d&#8217;Italia guarda con particolare attenzione agli incentivi collegati ai rinnovi contrattuali, alla natalità e al sostegno delle famiglie. Il confronto dovrà necessariamente misurarsi con le coperture e con gli effetti distributivi delle diverse proposte, individuando quali interventi possano produrre i maggiori benefici sul reddito disponibile senza compromettere gli obiettivi di bilancio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sanità, pensioni ed enti locali: la pressione sulla spesa corrente</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un ulteriore capitolo riguarda la sanità, alla quale il DPB destina 2,4 miliardi di euro aggiuntivi. Le Regioni chiedono tuttavia maggiori finanziamenti, richiamando l&#8217;aumento dei costi del personale, dei farmaci e delle prestazioni. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha sottolineato la necessità di assicurare continuità al rafforzamento del Servizio sanitario nazionale, mentre il confronto con le amministrazioni regionali resta aperto sulla quantificazione del fabbisogno. Sul versante previdenziale, l&#8217;incremento della spesa per la rivalutazione degli assegni limita ulteriormente i margini della manovra. La Lega, anche attraverso il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, continua a sostenere forme di pensionamento anticipato a 64 anni, mentre Forza Italia concentra parte delle proprie proposte sugli assegni più bassi. Il Governo dovrà valutare attentamente il costo strutturale degli interventi, evitando di introdurre nuovi impegni permanenti non adeguatamente finanziati. Restano inoltre aperte le richieste degli enti locali, che sollecitano maggiori risorse per i servizi essenziali, l&#8217;assistenza e la gestione delle infrastrutture territoriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Giochi e spending review, le altre risorse necessarie</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per completare il quadro delle coperture, il Governo punta anche su circa 700 milioni di euro nel 2027 provenienti dal settore dei giochi, oltre a ulteriori entrate negli anni successivi legate alle concessioni. Si tratta di un capitolo che potrà riaprire il confronto sulla fiscalità del gioco pubblico e sull&#8217;assetto delle concessioni, in una fase nella quale resta aperta anche la questione del riordino del comparto fisico. Un altro contributo arriverà dalla revisione della spesa dei ministeri, con risparmi stimati in circa 1,2 miliardi nel 2027. In questo caso, la sfida sarà individuare riduzioni effettive della spesa corrente senza compromettere la capacità amministrativa e l&#8217;attuazione degli investimenti pubblici.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Parlamento entra in partita: i protagonisti della sessione di bilancio</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La discussione politica è già iniziata, ma il confronto parlamentare vero e proprio prenderà forma con la presentazione del disegno di legge e l&#8217;apertura della sessione di bilancio, prevista in prima lettura alla Camera. Un ruolo centrale spetterà al presidente della V Commissione Bilancio di Montecitorio, Giuseppe Mangialavori (Forza Italia), chiamato a gestire il calendario dell&#8217;esame e il confronto sulle proposte emendative. Tra i deputati di maggioranza più attivi sui dossier economici figurano Ylenja Lucaselli (Fratelli d&#8217;Italia), Roberto Pella e Dario Damiani (Forza Italia), oltre a Silvana Comaroli (Lega). Al Senato sarà rilevante il ruolo di Nicola Calandrini (Fratelli d&#8217;Italia), presidente della Commissione Bilancio, mentre Claudio Borghi (Lega) è tra i parlamentari più esposti nel confronto sul contributo del settore bancario. Anche il senatore Claudio Lotito (Forza Italia) rappresenta un interlocutore importante sui temi finanziari. Sullo sfondo resta il confronto tra i leader della maggioranza: Meloni, Salvini e il ministro degli Esteri Antonio Tajani dovranno trovare un equilibrio tra priorità fiscali, previdenziali e industriali, mentre Giorgetti sarà chiamato a garantire la tenuta complessiva dei saldi. Le opposizioni stanno già concentrando le proprie critiche sulla dimensione della manovra, sulla crescita economica e sull&#8217;andamento del potere d&#8217;acquisto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Francesco Boccia, presidente dei senatori del Partito Democratico, ha contestato la debolezza del quadro macroeconomico e la dipendenza della manovra da coperture ancora da definire. Il senatore Antonio Misiani, responsabile economico del PD, ha richiamato l&#8217;attenzione sulla necessità di risposte più incisive alla crisi industriale e al caro energia. Alla Camera saranno da seguire Maria Cecilia Guerra (PD), particolarmente attiva sui temi fiscali e redistributivi, Gianmauro Dell&#8217;Olio (M5S) e Marco Grimaldi (AVS). Al Senato, tra gli interlocutori economici dell&#8217;opposizione, figura anche l&#8217;ex ministro Stefano Patuanelli (M5S). Le nomine dei relatori del disegno di legge di bilancio e i termini per la presentazione degli emendamenti saranno definiti soltanto dopo l&#8217;assegnazione del provvedimento alle Commissioni competenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dal 20 ottobre al 31 dicembre: il calendario della manovra</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo appuntamento è fissato per il 20 ottobre, termine ordinario per la presentazione del disegno di legge di bilancio alle Camere. Giorgetti ha tuttavia già segnalato la possibilità di uno slittamento, qualora il confronto europeo sulla flessibilità non consenta di definire per tempo tutti i contenuti. Dopo l&#8217;approvazione del testo in Consiglio dei ministri, il provvedimento dovrebbe iniziare il proprio percorso alla Camera, con l&#8217;assegnazione alla V Commissione Bilancio e l&#8217;avvio delle audizioni di Banca d&#8217;Italia, ISTAT, Corte dei conti, associazioni d&#8217;impresa, sindacati e altri soggetti istituzionali. Tra fine ottobre e novembre si entrerà nel vivo del confronto sulle misure, con la fissazione del termine emendamenti e le votazioni in Commissione. Parallelamente, proseguiranno gli appuntamenti europei. Il 21 ottobre Eurostat pubblicherà i dati aggiornati sui conti pubblici, importanti per la valutazione della posizione italiana rispetto alla procedura per disavanzo eccessivo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il calendario autunnale prevede inoltre il confronto in sede ECOFIN e la pubblicazione, a novembre, delle previsioni economiche della Commissione europea. Entro il 30 novembre, secondo il calendario previsto dalla normativa europea, Bruxelles dovrà esprimersi sul Documento programmatico di bilancio italiano, valutandone la coerenza con gli impegni di finanza pubblica e con il nuovo quadro di governance economica dell&#8217;Unione. Il parere potrebbe arrivare già il 24 novembre, secondo il calendario indicativo della Commissione. La prima lettura parlamentare dovrebbe concludersi tra la fine di novembre e la prima metà di dicembre, consentendo la trasmissione del testo al Senato. Il calendario di Palazzo Madama contempla l&#8217;avvio della sessione di bilancio a partire dal 30 novembre e la possibilità di discutere il provvedimento anche nella settimana del 15-17 dicembre, subordinatamente alla conclusione dell&#8217;esame alla Camera. Il termine ultimo resta il 31 dicembre 2026, entro il quale il Parlamento dovrà approvare definitivamente la legge per evitare l&#8217;esercizio provvisorio. Le nuove disposizioni entreranno generalmente in vigore il 1° gennaio 2027.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Obiettivo conciliare rigore e crescita</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La Legge di Bilancio 2027 si presenta quindi come un esercizio complesso di selezione delle priorità. Da un lato, il Governo punta a sostenere famiglie e imprese, rafforzare gli investimenti e contenere gli effetti della crisi energetica. Dall&#8217;altro, deve confrontarsi con una dinamica del debito ancora impegnativa, con l&#8217;aumento della spesa previdenziale e sanitaria e con la necessità di mantenere credibilità sui mercati finanziari. La discussione parlamentare sarà decisiva soprattutto per definire la qualità della spesa: quanto delle risorse disponibili sarà destinato a interventi temporanei di sostegno e quanto, invece, a misure capaci di rafforzare stabilmente produttività, occupazione e competitività. Per le imprese, l&#8217;attenzione sarà rivolta alla continuità degli incentivi agli investimenti, al costo dell&#8217;energia e agli effetti delle nuove misure fiscali. Per le famiglie, il nodo centrale resterà il recupero del potere d&#8217;acquisto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero banco di prova della manovra non sarà dunque soltanto la capacità di chiudere il negoziato sulle coperture, ma quella di utilizzare risorse limitate per sostenere la crescita di medio periodo. Una sfida che inizierà a concretizzarsi nelle prossime settimane, quando alle indicazioni del Documento programmatico di bilancio dovranno seguire articoli, commi, coperture e scelte economiche definitive. Una corsa in salita: fattibile solo per atleti ben allenati.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/manovra-partita-da-oltre-23-miliardi-dalle-banche-allenergia-tutti-i-dossier-aperti-tra-parlamento-e-bruxelles/">Manovra, partita da oltre 23 miliardi: dalle banche all’energia, tutti i dossier aperti tra Parlamento e Bruxelles</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Nautica made in Italy campione internazionale: filiera da 8,7 miliardi in crescita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 10:46:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Trasporti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre 1.700 imprese nel cuore produttivo. Dai superyacht all’underwater, il Made in Italy controlla oltre un quinto del mercato mondiale.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre 1.700 imprese nel cuore produttivo, quasi 14 mila considerando i principali cluster della nautica da diporto e circa 170 mila posti di lavoro lungo l’intera filiera. Prima ancora dei fatturati record, sono questi i numeri che raccontano il peso industriale raggiunto dalla nautica italiana. Un sistema nel quale pochi campioni globali convivono con migliaia di piccole aziende, subfornitori e realtà artigiane specializzate in meccanica, elettronica, arredamento, materiali, refitting e servizi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2025 l’industria nautica da diporto ha raggiunto il nuovo massimo di 8,72 miliardi di euro di fatturato, l’1,4% in più sull’anno precedente. Gli addetti diretti sono saliti a 32.420, +3%, mentre considerando tutte le attività attivate dal settore si arriva a circa 170 mila occupati. Il valore aggiunto della filiera supera i 13 miliardi di euro. La struttura produttiva è però altrettanto significativa. Secondo Fondazione Symbola e Confindustria Nautica, nel solo core della produzione cantieristica operavano nel 2024 1.704 imprese attive distribuite su 2.117 unità locali, il 14,1% in più rispetto al 2021. Per ogni occupato diretto nella cantieristica se ne attivano 7,1 nel resto della catena del valore, dalle forniture alla manutenzione, fino al charter e ai servizi. Allargando il perimetro ai principali cluster della nautica da diporto, le imprese arrivano a circa 13.800, oltre 3.700 delle quali artigiane. È un dato che descrive bene il modello italiano: accanto ai grandi cantieri opera una trama di PMI molto specializzate. L’artigianato rappresenta oltre un terzo delle aziende che costruiscono imbarcazioni e più della metà di quelle impegnate nella riparazione e manutenzione. Scribd</p>



<p class="wp-block-paragraph">A trainare resta la cantieristica di fascia alta. Nel 2025 la produzione ha raggiunto 5,47 miliardi, mentre l’export ha toccato il record di 4,4 miliardi, con circa il 90% della produzione destinato all’estero. L’Italia controlla il 21,3% del mercato mondiale e soprattutto mantiene una posizione difficilmente replicabile nei superyacht: 568 unità in costruzione, il 52% dell’order book globale. I numeri dei principali gruppi danno la misura del fenomeno. Azimut-Benetti ha chiuso l’esercizio 2024/25 con circa 1,5 miliardi di ricavi, +15%, e 2,5 miliardi di ordini. Ferretti Group ha realizzato nel 2025 1,23 miliardi di ricavi da nuovi yacht, mentre Sanlorenzo ha superato i 960 milioni. L’alto di gamma continua a compensare le maggiori difficoltà della piccola nautica, più esposta all’incertezza della classe media e al rallentamento dei consumi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro pezzo della crescita arriva dalla componentistica: accessori ed equipaggiamenti valgono circa 2 miliardi di fatturato, con specializzazioni che spaziano dalla propulsione all’elettronica, dagli arredi ai sistemi di bordo. È proprio questo intreccio tra grandi cantieri e subfornitura a rendere difficile replicare il modello italiano. La nuova frontiera è invece sotto il mare. L’underwater economy italiana conta almeno 189 imprese direttamente coinvolte e attività specificamente subacquee per circa 3,5 miliardi di euro. Robotica, sensoristica, cavi sottomarini, difesa e infrastrutture energetiche stanno diventando un secondo asse della blue economy nazionale. Fincantieri ne è il caso più evidente: nel primo semestre 2026 il segmento Underwater ha generato 356 milioni di ricavi, +29,9%, con un margine Ebitda del 17%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La maggiore solidità finanziaria dei gruppi italiani si riflette anche nelle acquisizioni all’estero. Nel 2024 Sanlorenzo ha rilevato la finlandese Nautor Swan, uno dei marchi storici della vela mondiale; Fincantieri, dalla norvegese Vard alle più recenti operazioni nella subacquea, sta seguendo la stessa logica di consolidamento internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo contesto che va letto anche il Salone Nautico di Genova appena concluso: oltre mille imbarcazioni esposte, 215 novità e 45 Paesi rappresentati. Più che una semplice vetrina commerciale, Genova ha fotografato una filiera che ormai combina lusso, manifattura, tecnologia e internazionalizzazione. La sfida non è più soltanto conservare il primato nei superyacht, ma trasformare quella leadership in un vantaggio industriale stabile anche nella componentistica avanzata e nell’economia subacquea.</p>
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		<title>Made in Italy: vola il settore della consulenza head made</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 09:05:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il terziario avanzato italiano vale oltre 150 miliardi di euro e cresce più dell'industria. Lo studio Confindustria PROM-CNEL fotografa l'ascesa dell'economia della conoscenza.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il terziario avanzato italiano vale oltre 150 miliardi di euro e cresce più dell&#8217;industria. Lo studio Confindustria PROM-CNEL fotografa l&#8217;ascesa dell&#8217;economia della conoscenza. Ma il confronto con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito evidenzia le sfide ancora aperte su dimensione delle imprese, produttività e capitale umano. C&#8217;è un&#8217;industria italiana che non produce automobili, macchinari o beni di consumo, ma progetti, consulenza, competenze e soluzioni ad alta specializzazione. È il cosiddetto settore head made, il terziario avanzato ad alta intensità di conoscenza, che si sta affermando come uno dei motori più dinamici dell&#8217;economia nazionale. Nel 2023 ha generato un fatturato di 151,3 miliardi di euro e un valore aggiunto di 77,1 miliardi, pari al 3,6% del Pil. Numeri che raccontano un comparto in forte espansione e sempre più importante per la competitività del sistema produttivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A fotografarne l&#8217;evoluzione è Confindustria PROM, la federazione delle imprese del terziario avanzato, che ha rielaborato gli ultimi dati Istat disponibili nell&#8217;ambito di una ricerca realizzata con il Consiglio nazionale dell&#8217;economia e del lavoro (CNEL), presentata a Palazzo Grazioli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il 2021 e il 2023 il fatturato del settore è aumentato del 29,8%, passando da 116,5 a 151,3 miliardi di euro, mentre il valore aggiunto è cresciuto da 61,3 a 77,1 miliardi. A trainare l&#8217;espansione sono soprattutto gli studi di ingegneria e la consulenza imprenditoriale e gestionale, entrambi cresciuti del 44,2%, seguiti dagli studi di architettura (+42,7%), dalle altre attività professionali e di consulenza (+36,1%) e dalle agenzie pubblicitarie (+27%).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche i valori assoluti confermano la rilevanza di queste attività: gli studi di ingegneria e gli altri studi tecnici producono 28,4 miliardi di fatturato, sostanzialmente alla pari con la consulenza imprenditoriale e gestionale (28,3 miliardi). Seguono le attività contabili, di revisione e consulenza fiscale e del lavoro (22,5 miliardi) e gli studi legali e notarili (19,6 miliardi).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una crescita più veloce dell&#8217;industria</strong><br>La rapida crescita non è soltanto congiunturale. Secondo il Quaderno del CNEL dedicato al terziario italiano, tra il 2019 e il 2025 il valore aggiunto delle attività professionali, scientifiche e tecniche è cresciuto del 33,6%, contro il 10,3% dell&#8217;industria e il 6% del complesso dei servizi. Particolarmente significativo è anche il dato sulla produttività: nello stesso periodo, il valore aggiunto per unità di lavoro nelle attività professionali è aumentato del 10,5%, a fronte di un incremento dello 0,5% nell&#8217;industria e di una flessione dello 0,3% nel complesso dei servizi. Il settore continua inoltre a creare occupazione. Tra il 2015 e il 2023 gli addetti dei servizi ad alta intensità di conoscenza sono aumentati del 25,6%, contro il 6,9% della manifattura. Nell&#8217;arco di trent&#8217;anni, il lavoro nelle attività professionali è raddoppiato, passando da uno a due milioni di unità a tempo pieno, con 345mila posti creati dal 2019.<br>«Il settore considerato nel suo complesso è la seconda filiera del Paese», sottolinea Luigi Riva, presidente di Confindustria PROM. E se la crescita registrata tra il 2021 e il 2023 venisse proiettata al 2025, il comparto arriverebbe a sfiorare i 200 miliardi di fatturato e i 100 miliardi di valore aggiunto, superando il 4% del Pil. Una stima prospettica, che restituisce comunque la dimensione del potenziale economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il confronto europeo: l&#8217;Italia cresce ma i concorrenti hanno una base più solida</strong><br>Il dinamismo italiano si inserisce in una trasformazione che interessa tutte le principali economie europee. Consulenza, ingegneria, progettazione e servizi professionali rappresentano ormai infrastrutture fondamentali per la digitalizzazione, l&#8217;innovazione tecnologica e la competitività delle imprese manifatturiere. In Germania, le attività professionali, scientifiche e tecniche generavano nel 2023 circa 253 miliardi di euro di valore aggiunto, secondo la serie dei conti nazionali di Destatis. La dimensione del mercato tedesco è dunque significativamente superiore a quella italiana. Inoltre, la stretta integrazione tra servizi tecnici, ricerca applicata e industria rappresenta uno dei principali punti di forza del modello produttivo tedesco, sebbene anche la Germania stia affrontando difficoltà legate alla stagnazione industriale e alla carenza di personale specializzato. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In Francia, secondo le statistiche sulle imprese pubblicate dall&#8217;INSEE, nel 2023 le attività giuridiche, contabili, gestionali, di architettura e ingegneria, insieme alle altre attività professionali, scientifiche e tecniche, hanno prodotto oltre 121 miliardi di euro di valore aggiunto. Una dimensione favorita anche dalla presenza di grandi gruppi internazionali della consulenza, dell&#8217;ingegneria e dei servizi alle imprese. Nel Regno Unito, dove la consulenza professionale costituisce da tempo un settore di specializzazione internazionale, il valore aggiunto delle attività professionali, scientifiche e tecniche ha raggiunto nel 2023 circa 214,3 miliardi di sterline, salendo a 226,3 miliardi nel 2024, secondo l&#8217;Office for National Statistics. Londra continua a beneficiare di un ecosistema particolarmente sviluppato nei servizi legali, finanziari e di consulenza strategica. La crescita reale, tuttavia, appare meno sostenuta di quella nominale: per il 2024 l&#8217;ONS ha rivisto allo 0,5% l&#8217;aumento in volume del valore aggiunto di queste attività. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Più vicino alla dimensione italiana è il mercato spagnolo. Secondo l&#8217;Instituto Nacional de Estadística, nel 2023 le attività professionali, scientifiche e tecniche hanno generato un valore aggiunto nell&#8217;ordine di 61 miliardi di euro. Anche la Spagna sta rafforzando il proprio posizionamento nei servizi ad alta qualificazione, sostenuta dallo sviluppo dei poli tecnologici, dalla crescita delle attività di consulenza e dall&#8217;attrazione di investimenti esteri. I confronti richiedono una precisazione metodologica: le statistiche nazionali utilizzano aggregati e criteri contabili non sempre coincidenti con il perimetro individuato da Confindustria PROM. Non consentono quindi di costruire una classifica omogenea delle performance, ma mostrano chiaramente la diversa scala economica raggiunta dal comparto nei principali mercati europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il gap Italia è nella dimensione delle imprese e nei talenti</strong><br>È proprio qui che emergono i principali limiti strutturali del sistema italiano. Secondo il CNEL, il 72,8% degli addetti delle attività professionali lavora in microimprese, contro il 51% della media europea e appena il 34,1% della Germania. Una frammentazione che può rappresentare un ostacolo agli investimenti tecnologici, all&#8217;internazionalizzazione e alla partecipazione alle grandi commesse. Le imprese italiane dimostrano una forte capacità di generare competenze, ma spesso non raggiungono la dimensione necessaria per trasformarle in servizi esportabili su larga scala. Indicativo, in questo senso, il ruolo delle imprese a controllo estero: rappresentano appena lo 0,3% delle aziende nelle attività professionali italiane, ma realizzano il 16,9% del fatturato complessivo. Un dato che evidenzia quanto la dimensione organizzativa e l&#8217;integrazione nei mercati internazionali possano incidere sulla capacità di crescita. L&#8217;altra grande criticità è rappresentata dal capitale umano. Nella consulenza gestionale e negli studi di ingegneria e architettura oltre il 60% degli occupati possiede una laurea, contro una media nazionale del 25,5%. Eppure, in Italia meno di un terzo dei giovani tra 25 e 34 anni possiede un titolo di istruzione terziaria, circa 14 punti percentuali sotto la media europea. Una carenza che rischia di diventare ancora più rilevante con la diffusione dell&#8217;intelligenza artificiale, la transizione energetica e l&#8217;aumento della domanda di competenze ingegneristiche, digitali e manageriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La nuova competitività industriale passa dalla conoscenza</strong><br>La crescita dell&#8217;head made racconta, in definitiva, una trasformazione del modello produttivo italiano. La competitività non dipende più soltanto dalla capacità di realizzare beni materiali, ma sempre più dalla disponibilità di competenze specialistiche, tecnologie, capacità progettuali e servizi professionali in grado di accompagnare le imprese sui mercati internazionali. L&#8217;Italia parte da una base industriale importante e da una tradizione consolidata nelle professioni tecniche e nella consulenza. Rispetto ai principali concorrenti europei, tuttavia, deve ancora rafforzare la capacità di aggregare le proprie eccellenze, attrarre e trattenere talenti, investire in innovazione e costruire operatori con una dimensione internazionale. Per la politica industriale, la sfida è riconoscere che manifattura e terziario avanzato non rappresentano due universi separati, ma componenti sempre più integrate della stessa catena del valore. Incentivi alla crescita dimensionale, formazione universitaria, trasferimento tecnologico e sostegno all&#8217;internazionalizzazione diventano quindi strumenti determinanti anche per questa parte dell&#8217;economia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se adeguatamente sostenuto, il settore head made potrebbe non soltanto consolidare la crescita registrata negli ultimi anni, ma contribuire a colmare una delle debolezze storiche dell&#8217;economia italiana: la difficoltà di trasformare un patrimonio diffuso di conoscenze e competenze in produttività, innovazione e competitività internazionale.</p>
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		<title>Imprese UE, nuova locomotiva a tre motori: Italia, Germania e Belgio per rilancio competitività</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 09:27:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Necessità fa virtù. E auspicabilmente crescita. Meloni, Merz e De Wever stanno consolidando un asse politico che punta a rimettere le imprese al centro dell’agenda europea.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>Necessità fa virtù. E auspicabilmente crescita. Meloni, Merz e De Wever stanno consolidando un asse politico che punta a rimettere le imprese al centro dell’agenda europea. La lettera ad António Costa, in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, segna un nuovo passo verso un’Unione più competitiva e favorevole agli investimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per lungo tempo la locomotiva europea ha avuto il volto dell’asse franco-tedesco, tradizionale motore delle principali iniziative di integrazione comunitaria. Oggi, tuttavia, nel dibattito sul futuro economico e industriale dell’Unione sta prendendo forma una nuova geometria politica. Germania, Italia e Belgio stanno consolidando un’intesa che potrebbe rivelarsi strategica per imprimere un’accelerazione alle politiche europee sulla competitività, a partire da tre priorità condivise: semplificazione normativa, costi dell’energia e rilancio degli investimenti. A guidare questa nuova locomotiva a tre sono il cancelliere tedesco Friedrich Merz, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il primo ministro belga Bart De Wever. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre leader provenienti da esperienze politiche differenti, ma accomunati dalla convinzione che l’Europa debba rafforzare la propria capacità produttiva e creare condizioni più favorevoli alle imprese per affrontare la crescente competizione internazionale. Non si tratta ancora di un’alleanza formalizzata, quanto piuttosto di un coordinamento politico che sta acquisendo continuità e capacità di iniziativa. Un percorso che potrebbe contribuire a riequilibrare il dibattito europeo, affiancando agli obiettivi ambientali e regolatori una maggiore attenzione alla sostenibilità economica delle politiche comunitarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla base dell’intesa vi sono interessi industriali concreti. La Germania rappresenta il principale polo manifatturiero europeo, con settori strategici come automotive, chimica e meccanica. L’Italia dispone di un sistema produttivo fortemente orientato alla manifattura e caratterizzato dalla presenza diffusa di piccole e medie imprese. Il Belgio, oltre a ospitare le principali istituzioni europee, costituisce un importante centro industriale, chimico e logistico, con un’economia particolarmente esposta alle dinamiche energetiche e commerciali internazionali. La convergenza tra questi tre sistemi produttivi riflette una necessità comune: evitare che gli elevati costi energetici, la complessità amministrativa e la frammentazione del mercato unico compromettano ulteriormente l’attrattività industriale del continente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dal documento di febbraio agli “Amici della competitività”</strong><br>Il primo passaggio significativo di questa collaborazione risale allo scorso febbraio, quando Italia, Germania e Belgio hanno presentato un documento congiunto in vista del vertice informale europeo sulla competitività, ospitato ad Alden Biesen. Al centro del testo figuravano alcune richieste destinate a diventare i principali punti di riferimento dell’iniziativa trilaterale: alleggerimento degli oneri burocratici, completamento del mercato unico, maggiore neutralità tecnologica e revisione di alcuni strumenti della politica climatica europea, a partire dal sistema di scambio delle quote di emissione ETS e dal meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, il CBAM.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolarmente significativa la proposta di introdurre un meccanismo di freno d’emergenza contro gli oneri amministrativi eccessivi, che consentirebbe di intervenire durante il procedimento legislativo europeo qualora emergessero obblighi sproporzionati per le imprese. Un’impostazione che punta a trasformare la semplificazione da obiettivo generale a criterio concreto dell’attività normativa dell’Unione. Altrettanto centrale è il richiamo alla neutralità tecnologica, principio secondo cui le politiche europee dovrebbero privilegiare gli obiettivi da raggiungere, lasciando maggiore flessibilità nella scelta degli strumenti e delle tecnologie. Un approccio particolarmente rilevante per l’automotive e per i comparti industriali chiamati ad affrontare processi di decarbonizzazione complessi e ad alta intensità di capitale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il coordinamento si è successivamente rafforzato attraverso il gruppo informale degli “Amici della competitività”, promosso dai tre governi e progressivamente allargatosi ad altri Stati membri. La quarta riunione, svoltasi in videoconferenza il 6 ottobre, ha visto la partecipazione di rappresentanti di altri sedici Paesi e della Commissione europea, confermando la capacità dell’iniziativa di aggregare un consenso più ampio attorno alle priorità industriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La lettera a Costa: energia, investimenti e meno burocrazia</strong><br>L’ultimo tassello di questa strategia è arrivato il 12 ottobre, con la lettera inviata da Meloni, Merz e De Wever al presidente del Consiglio europeo António Costa, in vista del vertice dei capi di Stato e di governo del 15 e 16 ottobre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo quanto riferito da fonti di Palazzo Chigi, il documento individua tre possibili direttrici di intervento: una corsia preferenziale per accelerare gli investimenti nei settori strategici, a partire da energia e digitalizzazione; un freno all’introduzione di nuovi oneri burocratici; una riduzione generalizzata degli obblighi europei di rendicontazione, soprattutto per le PMI. Il filo conduttore è il collegamento tra semplificazione, caro energia e competitività industriale. Tre questioni spesso affrontate separatamente dalle politiche europee, ma che per le imprese rappresentano aspetti strettamente interconnessi. Accelerare gli investimenti nelle infrastrutture energetiche e digitali potrebbe favorire la modernizzazione del sistema produttivo europeo, mentre la riduzione degli adempimenti amministrativi consentirebbe alle imprese di destinare maggiori risorse all’innovazione e alla crescita. Allo stesso tempo, una risposta strutturale agli elevati costi dell’energia potrebbe contribuire a ridurre uno dei principali svantaggi competitivi dell’industria europea rispetto ai concorrenti internazionali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione assume particolare rilevanza per i comparti energivori, dalla siderurgia alla chimica, ma riguarda più in generale l’intero tessuto produttivo europeo. In questo quadro, l’attenzione riservata alle PMI rappresenta un elemento significativo dell’iniziativa, soprattutto per economie come quella italiana, nelle quali le imprese di minori dimensioni costituiscono una componente essenziale delle filiere industriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una nuova spinta per la politica industriale europea</strong><br>La portata strategica dell’intesa tra Roma, Berlino e Bruxelles va però oltre le singole proposte. La collaborazione potrebbe infatti contribuire a rafforzare un orientamento europeo che considera la competitività non come un obiettivo separato dalle altre politiche dell’Unione, ma come una condizione necessaria per garantirne il successo. La transizione ecologica, la trasformazione digitale e il rafforzamento dell’autonomia strategica europea richiedono infatti investimenti ingenti, capacità industriali e imprese sufficientemente solide da sostenere i costi dell’innovazione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza un ambiente regolatorio favorevole e senza condizioni energetiche competitive, il rischio è che una parte crescente degli investimenti produttivi venga indirizzata verso mercati esterni all’Unione. In questo senso, la neutralità tecnologica può rappresentare uno strumento per valorizzare le differenti competenze industriali europee, mentre la semplificazione potrebbe contribuire a ridurre il divario tra le ambizioni legislative di Bruxelles e la concreta capacità delle imprese di attuarle. Il rafforzamento del mercato unico costituisce un ulteriore terreno di convergenza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante i progressi dell’integrazione europea, persistono infatti ostacoli normativi e amministrativi che limitano le attività transfrontaliere, soprattutto nei servizi. La loro progressiva eliminazione potrebbe ampliare le opportunità di crescita delle imprese senza necessariamente richiedere nuove risorse pubbliche. Naturalmente, il successo dell’iniziativa dipenderà dalla capacità dei tre governi di coinvolgere altri partner e tradurre le proposte in decisioni condivise. Le sensibilità nazionali restano differenti, soprattutto su energia, politica commerciale e strumenti finanziari comuni. Tuttavia, proprio la presenza di economie industriali con caratteristiche diverse potrebbe rappresentare un punto di forza, favorendo compromessi capaci di rispondere alle esigenze di una platea più ampia di Stati membri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida di trasformare le proposte in risultati<br>Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre rappresenterà un primo banco di prova per verificare quanto spazio potranno trovare queste istanze nell’agenda comunitaria. Il vertice affronterà infatti il tema della competitività, con particolare attenzione ai prezzi dell’energia e all&#8217;avanzamento delle iniziative per il completamento del mercato unico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Italia, Germania e Belgio la sfida sarà trasformare il coordinamento politico in risultati concreti, contribuendo a orientare le prossime decisioni della Commissione e del Consiglio. Il valore aggiunto di questa nuova locomotiva potrebbe risiedere proprio nella capacità di promuovere un’Europa che non rinunci alle proprie ambizioni ambientali e sociali, ma che sia altrettanto determinata a preservare la capacità di produrre, innovare e attrarre investimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo anni nei quali il dibattito europeo si è spesso concentrato sulla definizione di nuovi obiettivi e regole, la collaborazione tra Germania, Italia e Belgio potrebbe favorire una fase maggiormente orientata alla loro attuazione e alla rimozione degli ostacoli che frenano la crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per le imprese europee sarebbe un segnale importante. Per l’Unione, l’occasione di dimostrare che competitività, sostenibilità e integrazione del mercato interno possono procedere nella stessa direzione. La nuova locomotiva a tre ha cominciato a muoversi: la sua capacità di trainare il resto dell’Europa si misurerà ora sulla concretezza delle iniziative che saprà portare a destinazione. Le cooperazione rafforzate, d&#8217;altronde, con le regole attuali sembrano l&#8217;unico strumento strategico per portare a casa risultati concreti per le imprese. Concretamente.</p>
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		<title>Costo del denaro: torna rischio tassi per economia reale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 09:09:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rendimento del Treasury americano a 10 anni ha superato il 5,3%, toccando i livelli più alti dal 2002. Il trentennale è salito oltre il 5,7%. Non è un movimento isolato né soltanto americano.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il rendimento del Treasury americano a 10 anni ha superato il 5,3%, toccando i livelli più alti dal 2002. Il trentennale è salito oltre il 5,7%. Non è un movimento isolato né soltanto americano. Sintomo più evidente di una nuova fase dei mercati globali, nella quale investitori e governi stanno facendo i conti con un costo del denaro che non si vedeva da decenni. Il movimento attraversa quasi tutte le principali economie avanzate. In Francia il decennale è arrivato in area 4,9-5%, ai massimi dal 2002, mentre il Bund tedesco viaggia intorno al 3,5%. In Italia il BTP decennale si colloca attorno al 4,6%, tornato ai livelli di tre anni fa. Nel Regno Unito il rendimento del gilt decennale è salito intorno al 5,4%, mentre il trentennale ha superato il 6%, raggiungendo il livello più alto dal 1998. In Giappone, dove per decenni il problema è stato l’esatto opposto, il rendimento del titolo decennale è ormai sopra il 3%, sui massimi da circa trent’anni. Numeri apparentemente tecnici. Ma dietro quelle percentuali si nasconde una domanda molto più concreta: cosa succede a un’economia quando il suo tasso di riferimento torna stabilmente al 4, 5 o 6%?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dal Treasury ai mutui: come il tasso si trasmette all’economia</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Treasury decennale americano non è un titolo come gli altri. È uno dei principali riferimenti mondiali per il prezzo del denaro. Quando il suo rendimento sale, aumenta il tasso “senza rischio” rispetto al quale vengono prezzati mutui, obbligazioni corporate, prestiti, investimenti e perfino le valutazioni di Borsa. Negli Stati Uniti il meccanismo è già visibile. Il tasso medio sui mutui trentennali è arrivato al 7,49%, il livello più alto da quasi tre anni, mentre le richieste di nuovi mutui sono scese drasticamente rispetto all’inizio dell’anno. Significa meno compravendite immobiliari, meno costruzioni, meno domanda di mobili, elettrodomestici e servizi collegati alla casa. E significa soprattutto una riduzione del reddito disponibile delle famiglie. La stessa dinamica riguarda le imprese. Una società che pochi anni fa poteva rifinanziare il proprio debito al 2 o 3% oggi potrebbe doverlo fare al 6, 7 o 8%. I progetti di investimento che erano redditizi con denaro quasi gratuito possono improvvisamente smettere di esserlo. Investimenti vengono rinviati. Le assunzioni rallentano. Le aziende più indebitate tagliano costi e dividendi. Quelle più fragili possono iniziare ad avere problemi di solvibilità. Non è necessario che le banche smettano di prestare. È sufficiente che il prezzo del credito diventi troppo alto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema dei governi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo canale, ancora più delicato, riguarda il debito pubblico. Per oltre dieci anni Stati Uniti, Europa e Giappone hanno potuto accumulare debito contando su tassi estremamente bassi. Oggi quel debito deve essere progressivamente rifinanziato a condizioni molto diverse. Non significa che tutto lo stock venga immediatamente rinnovato ai tassi correnti. I governi emettono titoli con scadenze differenti e l’aumento del costo medio è graduale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la direzione è inevitabile: più a lungo i rendimenti restano elevati, maggiore sarà la quota del bilancio pubblico destinata agli interessi. Negli Stati Uniti il problema è amplificato dall’enorme fabbisogno di nuove emissioni. Allo stesso tempo Francia, Italia, Regno Unito e Giappone devono finanziare livelli di debito già molto elevati proprio mentre il mercato chiede rendimenti crescenti. È qui che emerge il concetto di “bond vigilantes”: investitori che chiedono rendimenti più alti ai Paesi percepiti come meno disciplinati dal punto di vista fiscale. La Francia è oggi il caso più evidente. Il suo rendimento decennale ha raggiunto livelli che non si vedevano da quasi un quarto di secolo e il differenziale con il Bund tedesco è salito ai massimi dal 2012. Parigi prevede inoltre emissioni record per circa 340 miliardi di euro nel 2027, aumentando ulteriormente la pressione sul mercato. La Germania, al contrario, sta tornando a svolgere il ruolo di porto sicuro europeo. L’Italia si trova in una posizione intermedia: il rendimento del BTP resta elevato, intorno al 4,6%, ma il mercato continua per ora a distinguere la situazione italiana da quella francese. Il differenziale con il Bund si mantiene nell’ordine di poco più di un punto percentuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rischio è il circolo vizioso</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema diventa sistemico quando si innesca un circuito di retroazione. Rendimenti più alti significano maggiore spesa per interessi. Maggiore spesa per interessi significa deficit più elevati. Deficit più elevati richiedono nuove emissioni di debito. Più titoli sul mercato possono richiedere rendimenti ancora maggiori per essere assorbiti dagli investitori. È il meccanismo che preoccupa oggi i mercati. La Banca dei Regolamenti Internazionali ha recentemente sottolineato come l’aumento del debito pubblico possa rendere molto più difficile gestire la prossima crisi finanziaria. Secondo il direttore generale Pablo Hernández de Cos, i livelli di debito nelle principali economie sono vicini ai massimi dal secondo dopoguerra e questo potrebbe complicare l’intervento delle banche centrali nei momenti di stress. Il punto è sottile ma decisivo. Nel 2008 e poi durante la pandemia le banche centrali poterono intervenire comprando enormi quantità di titoli e abbassando rapidamente i tassi. Oggi la situazione è differente. Se l’inflazione resta elevata — anche a causa del petrolio tornato sopra i 100 dollari — una banca centrale non può semplicemente tagliare i tassi o comprare debito senza rischiare di alimentare ulteriormente la crescita dei prezzi.<br>La rete di sicurezza esiste ancora. Ma potrebbe essere più difficile da utilizzare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Anche le Borse devono fare i conti con il 5%</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi un terzo canale: i mercati azionari. Per anni il mondo finanziario ha vissuto in un contesto in cui le obbligazioni governative rendevano pochissimo o addirittura avevano rendimenti negativi. Gli investitori erano quasi costretti a comprare azioni per ottenere rendimenti soddisfacenti. Con un Treasury decennale sopra il 5%, questa logica cambia. Un investitore può ottenere oggi un rendimento nominale molto elevato da un titolo governativo americano senza assumersi il rischio di una società quotata. Di conseguenza il rendimento atteso dalle azioni deve aumentare. E per aumentare il rendimento atteso, a parità di utili, il prezzo delle azioni deve scendere. È lo stesso meccanismo con cui tassi elevati comprimono le valutazioni dei titoli tecnologici e delle società growth: gran parte del loro valore deriva da utili previsti molto lontano nel futuro, che vengono attualizzati a tassi più elevati. Per ora Wall Street ha resistito grazie soprattutto all’entusiasmo per l’intelligenza artificiale e alla crescita degli utili del settore tecnologico. Ma la divergenza tra Borse vicine ai massimi e rendimenti obbligazionari ai massimi da vent’anni sta diventando sempre più difficile da ignorare. Anche il “term premium”, il premio richiesto dagli investitori per detenere debito americano a lungo termine, è salito ai massimi da dodici anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quando il problema diventa sistemico</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">I rendimenti elevati, da soli, non producono necessariamente una crisi. Un’economia forte può convivere con tassi del 5%. È successo molte volte in passato. Il rischio nasce quando il sistema economico si è strutturato durante un lungo periodo di denaro quasi gratuito e deve improvvisamente rifinanziarsi a condizioni completamente diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo il punto che accomuna famiglie, imprese, banche, fondi e Stati. Il problema non è il debito già emesso a tasso fisso. È il debito che arriva a scadenza. Ogni mese una parte dello stock globale viene rifinanziata. E ogni mese una quantità crescente di debito molto economico viene sostituita con debito molto più costoso. È un processo lento, ma cumulativo. Le prime difficoltà tendono a emergere nei segmenti più indebitati: immobiliare commerciale, private equity, società con rating più basso, fondi molto levereggiati e governi con finanze pubbliche fragili. Da lì può nascere il contagio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La BIS ha indicato in particolare il settore finanziario non bancario — hedge fund, asset manager e altri intermediari — come possibile amplificatore di una futura fase di stress, proprio perché molte di queste strutture utilizzano leva finanziaria e finanziamenti di mercato. Non siamo nel 2008. Ma la precondizione è simile. Allora il problema centrale era il sistema bancario: mutui subprime, cartolarizzazioni opache, leva eccessiva e un mercato interbancario che improvvisamente smise di fidarsi di sé stesso. Oggi le banche sono molto più capitalizzate. Ma esiste una somiglianza importante: un sistema finanziario apparentemente stabile può diventare fragile quando il prezzo del denaro cambia rapidamente e mette sotto pressione una grande quantità di debito. Nel 2008 il punto debole erano i mutui americani. Nel 2026 il punto di vulnerabilità potrebbe essere molto più diffuso: debito pubblico, corporate bond, real estate, private credit, fondi finanziari o una combinazione di questi elementi. Ed è proprio questa dispersione a rendere difficile individuare in anticipo dove possa verificarsi la rottura. La vera domanda è: chi non reggerà il rifinanziamento? Le ultime aste americane hanno mostrato che, almeno per ora, la domanda di Treasury resta robusta. L’asta da 39 miliardi di dollari sul decennale del 7 ottobre ha attirato una domanda molto forte e ha contribuito a far scendere temporaneamente i rendimenti dopo il nuovo massimo oltre il 5,36%. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È un segnale importante. Finché i governi riescono a collocare il proprio debito senza difficoltà, siamo davanti soprattutto a un doloroso repricing del costo del capitale. La fase successiva sarebbe molto diversa. Aste deboli, spread creditizi in rapida crescita, default corporate, crisi di liquidità nei fondi o una fuga generalizzata dal debito di un grande Paese trasformerebbero la correzione in qualcosa di più serio. Per questo il rendimento del Treasury al 5,3% non è soltanto un numero da terminale finanziario. È il prezzo di riferimento di un sistema economico globale che negli ultimi 15 anni si è abituato a convivere con denaro estremamente economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E la domanda che i mercati stanno iniziando a porsi non è più quando torneranno i tassi bassi. È quale parte dell’economia globale sarà la prima a scoprire di non poter convivere con quelli attuali.</p>
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		<title>Clima: zanzare anche in Islanda. Mancano solo in Antartide</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 08:15:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il clima cambia, la fauna si adatta. E si espande. L'insetto più letale al mondo per l'uomo, la zanzara, ha conquistato anche l'Islanda ed è in forte espansione. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/clima-zanzare-anche-in-islanda-mancano-solo-in-antartide/">Clima: zanzare anche in Islanda. Mancano solo in Antartide</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il clima cambia, la fauna si adatta. E si espande. L&#8217;insetto più letale al mondo per l&#8217;uomo, la zanzara, ha conquistato anche l&#8217;Islanda ed è in forte espansione. Nel 2025 i primi esemplari sono stati trovati anche sull’isola nordica. Oggi i Culicidae risultano presenti in tutti i continenti tranne l’Antartide. Ma il dato più importante non è dove vivono: è quanto rapidamente le specie capaci di trasmettere malattie stanno conquistando nuovi territori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni l’Islanda è stata una delle ultime grandi eccezioni nella geografia mondiale delle zanzare. Poi, nell’ottobre 2025, anche quel primato è caduto. Tre esemplari di Culiseta annulata sono stati trovati nella zona di Kjós, nell’ovest del Paese, e identificati dall’Istituto islandese di storia naturale. Era la prima volta che zanzare venivano rinvenute all’aperto sul territorio islandese: in passato singoli insetti erano occasionalmente arrivati a bordo di aerei, senza però insediarsi. La specie individuata è comune in Europa e particolarmente resistente al freddo, tanto da poter superare l’inverno rifugiandosi in stalle, cantine e altri ambienti protetti. Da allora il quadro è diventato ancora più interessante. Nel 2026 in Islanda è stata segnalata anche Culex pipiens, mentre gli entomologi stanno ancora verificando se Culiseta annulata sia riuscita a stabilirsi in modo permanente dopo il primo inverno. La notizia ha un valore quasi simbolico: oggi le zanzare risultano presenti in tutti i continenti tranne l’Antartide. Ma sarebbe riduttivo raccontarla come semplice curiosità geografica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le zanzare sono infatti uno dei principali vettori di malattie al mondo. La sola malaria ha provocato nel 2024 circa 282 milioni di casi e 610 mila morti, con il 95% dei decessi concentrato nella regione africana dell’Oms. Tre quarti delle vittime africane avevano meno di cinque anni. È per questo che la zanzara viene spesso definita l’animale più letale per l’uomo: non uccide direttamente, ma trasmette parassiti e virus come malaria, dengue, febbre gialla, chikungunya, Zika e West Nile. La parte più preoccupante è che la mappa continua a cambiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2025 ha ricostruito l’espansione globale delle zanzare vettori: 45 specie capaci di trasmettere patogeni umani sono state introdotte fuori dal loro areale originario e 28 sono riuscite a stabilirsi almeno in una nuova regione. Quasi metà di tutti i primi ritrovamenti registrati è avvenuta dopo il 1950 e ben 12 specie sono state osservate per la prima volta fuori dall’area di origine soltanto dal 2000 in poi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motore principale non è soltanto il clima. È la globalizzazione. Uova e larve viaggiano nei container, nei pneumatici usati, nelle piante e nelle merci. Il commercio internazionale crea le occasioni di trasporto; temperature più elevate e inverni più miti aumentano poi le probabilità che le specie introdotte sopravvivano e si riproducano. Il caso più evidente è quello della zanzara tigre, Aedes albopictus, originaria dell’Asia ma ormai stabilmente insediata in buona parte dell’Europa. Secondo l’Ecdc, ad aprile 2026 era presente in 384 unità amministrative dell’Ue e dello Spazio economico europeo. In Italia risulta ormai stabilita in tutte le 107 aree considerate dal monitoraggio europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando il vettore arriva, cambia anche la geografia delle malattie. In Europa continentale il rischio di trasmissione locale della dengue è ormai considerato concreto nelle zone dove Aedes albopictus è stabilmente presente, soprattutto quando il virus viene introdotto da viaggiatori infetti. La storia islandese, dunque, conta meno per i tre esemplari trovati che per quello che rappresenta.<br>Per secoli la geografia delle zanzare è sembrata legata a confini climatici relativamente stabili. Oggi quei confini sono molto più mobili. Trasporti globali, urbanizzazione e riscaldamento modificano contemporaneamente le rotte degli insetti e quelle delle malattie che trasportano. Cambia il clima, gli animali si adattano. E purtroppo per noi, in qualche caso, proliferano.</p>
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