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	<title>Articoli di Beatrice Telesio di Toritto, autore presso The Watcher Post</title>
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	<link>https://www.thewatcherpost.it/author/beatrice-telesio/</link>
	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Fri, 11 Sep 2026 09:59:22 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>11 settembre, 25 anni dopo: la guerra al terrore è finita, la sua eredità no</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 09:59:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A 25 anni dall’11 settembre, il terrorismo è cambiato ma guerre, sicurezza e nuovi rischi mostrano quanto l’eredità del 2001 pesi ancora sugli Usa.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Venticinque anni fa quattro aerei di linea trasformarono una mattina di settembre in uno spartiacque della storia contemporanea. Oggi l’11 settembre comincia però a cambiare natura: per decine di milioni di americani non è più memoria personale ma storia. È un passaggio generazionale che <a href="https://www.reuters.com/world/whats-happened-to-al-qaeda-25-years-since-911-2026-09-10/?utm_source=chatgpt.com">Reuters individua</a> come uno dei tratti distintivi di questo anniversario e che modifica anche la domanda da porre sul 2001. Non soltanto che cosa accadde quel giorno, ma che cosa resta, un quarto di secolo dopo, del mondo costruito in risposta a quell’attacco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta è meno semplice di quanto suggerisca la formula della «guerra al terrore». La minaccia che dominò la politica internazionale all’inizio del secolo è profondamente cambiata. Al-Qaeda ha perso Osama bin Laden, ucciso nel 2011, e Ayman al-Zawahiri, colpito nel 2022; la sua struttura centrale è stata indebolita e l’organizzazione non è riuscita a ripetere negli Stati Uniti un attacco paragonabile a quello del 2001. Eppure non è scomparsa. Reuters ricostruisce una rete divenuta più decentralizzata, con affiliati ancora attivi soprattutto in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale, mentre la concorrenza dello Stato islamico ha ulteriormente frammentato l’universo jihadista. Più che una vittoria definitiva, dunque, è avvenuta una trasformazione della minaccia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio attorno a questo paradosso che ruota il bilancio politico di questi venticinque anni. La fase della «War on Terror» può essere letta come un periodo storico con un inizio molto preciso, l’11 settembre 2001, e una conclusione simbolica vent’anni più tardi, con il ritiro americano dall’Afghanistan nell’agosto del 2021. Per due decenni il terrorismo non è stato soltanto uno dei problemi di sicurezza degli Stati Uniti: è diventato il principio attorno al quale Washington ha ridefinito buona parte della propria politica estera, l’impiego della forza militare e persino l’architettura dello Stato. In appena diciotto mesi gli Stati Uniti rovesciarono i governi dell’Afghanistan e dell’Iraq, ampliarono le operazioni antiterrorismo in molti Paesi e usarono il proprio peso diplomatico, economico e militare per disarticolare le reti jihadiste e colpirne i finanziamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da questo punto di vista l’America ha ottenuto un risultato che nel settembre 2001 non era affatto scontato: impedire che il terrorismo jihadista continuasse a produrre sul territorio statunitense attacchi della stessa portata. Ma quel successo operativo si accompagnò progressivamente a un obiettivo assai più ambizioso. Colpire al-Qaeda diventò combattere il terrorismo su scala globale; la distruzione delle sue basi in Afghanistan si trasformò in nation building; alla guerra afghana seguì l’invasione dell’Iraq, mentre operazioni militari, missioni speciali, programmi di addestramento e attacchi con droni si allargarono ben oltre i due principali teatri di guerra. La capacità americana di contenere la minaccia terroristica si dimostrò alla fine maggiore di quanto molti temessero nel 2001, ma la risposta assunse dimensioni enormemente più ampie rispetto all’obiettivo iniziale di impedire un nuovo attacco agli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il progetto Costs of War della Brown University, che il 2 settembre ha pubblicato una nuova sintesi dei costi delle guerre post-11 settembre, gli Stati Uniti hanno speso o si sono impegnati a spendere oltre 8mila miliardi di dollari. La stima comprende le spese sostenute nei primi due decenni successivi agli attentati e gli obblighi futuri legati, tra l’altro, all’assistenza ai veterani. Le ricerche del progetto hanno inoltre quantificato in centinaia di migliaia le morti direttamente legate alle guerre successive agli attentati, alle quali vanno aggiunte quelle indirette provocate dalla distruzione di infrastrutture e sistemi sanitari, dagli sfollamenti e dalle conseguenze economiche dei conflitti. Numeri che non esauriscono il giudizio storico su quella stagione, ma danno la misura della distanza tra la missione iniziale e ciò che la risposta americana sarebbe diventata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che il venticinquesimo anniversario diventa anche un bilancio dell’uso della potenza americana. L’11 settembre arrivò nel momento di massima superiorità degli Stati Uniti, dieci anni dopo la fine dell’Unione Sovietica e quando nessun concorrente appariva in grado di sfidarne seriamente la leadership globale. Washington reagì dunque a una minaccia proveniente da un attore non statale utilizzando gli strumenti di una superpotenza senza rivali. Afghanistan e soprattutto Iraq mostrarono progressivamente il limite di quell’impostazione: la capacità di abbattere un regime o distruggere un’organizzazione non coincide con quella di costruire l’ordine politico destinato a sostituirli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma le guerre sono soltanto una parte dell’eredità. L’attacco del 2001 trasformò anche lo Stato americano. Nacque il Department of Homeland Security, venne creata una nuova architettura per coordinare intelligence e antiterrorismo, aumentarono i poteri di sorveglianza e si moltiplicarono le strutture incaricate di prevenire un nuovo attacco. Molte istituzioni nate per affrontare un’emergenza eccezionale sono diventate permanenti anche quando quella particolare emergenza ha progressivamente perso centralità. È uno dei lasciti più profondi del dopo 11 settembre: il confine tra politica estera, sicurezza nazionale e politica interna si è fatto più sottile e il rapporto tra protezione, sorveglianza e libertà civili è diventato una questione strutturale della democrazia americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la percezione della minaccia è cambiata. Un sondaggio Reuters/Ipsos realizzato in occasione dell’anniversario mostra che oggi gli americani temono più il terrorismo e l’estremismo interni che un attacco organizzato dall’estero: il 61% considera le azioni ideologicamente motivate di estremisti domestici una minaccia maggiore rispetto a quelle provenienti dall’esterno. Quasi la metà esprime inoltre un giudizio negativo sulle guerre in Afghanistan e Iraq, mentre resta molto più ampio il consenso sulle misure di sicurezza adottate negli aeroporti. È forse uno degli indicatori più chiari della distanza dal 2001: la sicurezza continua a essere una preoccupazione centrale, ma il nemico non viene più identificato necessariamente oltre i confini degli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è ancora più evidente perché questo anniversario arriva mentre gli Stati Uniti sono nuovamente coinvolti in una guerra in Medio Oriente. Il conflitto con l’Iran riporta nel dibattito americano un lessico che sembrava appartenere alla stagione delle «forever wars»: obiettivi militari inizialmente circoscritti, progressivo allargamento della missione e difficoltà nel definire una strategia di uscita. Il confronto con Afghanistan e Iraq non implica naturalmente l’identità tra conflitti molto diversi, ma ripropone una domanda che il dopo 11 settembre avrebbe dovuto rendere centrale: quale risultato politico deve essere raggiunto perché un intervento militare possa considerarsi concluso?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la struttura della potenza militare americana porta ancora le tracce di quella stagione. Il bilancio della Difesa statunitense, pari a circa 280 miliardi di dollari alla vigilia dell’11 settembre, supera oggi i 900 miliardi. Ma l’aumento della spesa non elimina un problema sempre più evidente nei conflitti contemporanei: sistemi estremamente sofisticati e costosi devono confrontarsi con droni, missili relativamente economici, cyberattacchi e altre forme di guerra asimmetrica. Il punto non è che la superiorità tecnologica americana sia diventata irrilevante, ma che l’equazione tra superiorità di mezzi e superiorità strategica, già messa in discussione in Afghanistan e Iraq, lo è ancora di più nel mondo del 2026.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La minaccia terroristica, intanto, non si è semplicemente ridotta: si è frammentata e tecnologicamente evoluta. Le analisi del Council on Foreign Relations richiamano l’attenzione sul rischio che strumenti commerciali e facilmente accessibili, dai droni alle comunicazioni cifrate fino alle nuove possibilità offerte dall’intelligenza artificiale, aumentino le capacità operative di piccoli gruppi e singoli individui. Allo stesso tempo, dopo anni in cui la competizione tra grandi potenze ha assorbito una quota crescente dell’attenzione strategica americana, il terrorismo rischia nuovamente di scivolare ai margini delle priorità di sicurezza. Il pericolo è prepararsi a impedire il precedente attacco anziché comprendere la forma del successivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È probabilmente questa la lezione politica più attuale dell’11 settembre. Gli Stati Uniti del 2001 sottovalutarono una minaccia che avevano davanti agli occhi; negli anni successivi finirono invece, in più occasioni, per sopravvalutare la capacità della forza militare di produrre risultati politici. Sono due errori opposti ma non incompatibili. Prevenire il prossimo shock richiede intelligence, tecnologia, cooperazione internazionale e la capacità di anticipare minacce ancora poco visibili. Evitare un nuovo ciclo di guerre senza fine richiede però anche qualcosa che nel dopo 11 settembre mancò spesso: distinguere tra ciò che rappresenta un pericolo reale e ciò che deve diventare il principio organizzatore dell’intera politica estera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Venticinque anni dopo, dunque, il successo e il fallimento della risposta all’11 settembre convivono. L’America ha impedito che al-Qaeda realizzasse il progetto di trasformarsi nella forza capace di piegare gli Stati Uniti e di guidare stabilmente il jihadismo globale. Ma gli attentati produssero comunque un effetto storico molto più grande della capacità materiale dei loro organizzatori: spinsero la maggiore potenza mondiale a modificare per una generazione le proprie guerre, le proprie istituzioni e il modo stesso in cui percepiva la sicurezza. Per questo l’11 settembre appartiene ormai alla storia, ma il suo dopoguerra non è ancora del tutto finito.</p>
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		<title>«A Bari si celebra la longevità, ma sui problemi reali il governo è rimasto fermo», parla il senatore Daniele Manca</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/bari-governo-daniele-manca/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 09:02:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il capogruppo dem in Commissione Bilancio traccia il contro-bilancio economico del governo Meloni: industria, energia, crescita e sanità al centro.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il governo Meloni arriva all’appuntamento di Bari rivendicando il primato di durata nella storia repubblicana, insieme ai risultati ottenuti sul fronte dell’occupazione, dello spread e della credibilità sui mercati. Ma per Daniele Manca, senatore del Partito democratico e capogruppo in Commissione Bilancio, il conto economico di questi quasi quattro anni va misurato prima di tutto sulle condizioni reali di famiglie e imprese. «Rispetto a quattro anni fa, le famiglie e le imprese italiane si trovano con un carrello della spesa più alto, con bollette energetiche insostenibili e di fronte a una perdita del potere d’acquisto dei salari che è attorno al 6,1%». Il giudizio sulla celebrazione del 4 settembre è netto: «Più che un record di longevità, vedo un record di immobilismo e di fallimenti diffusi sui temi fondamentali del programma di mandato».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, per Manca, è che ai dati positivi sul mercato del lavoro non è corrisposto un miglioramento altrettanto evidente della produttività e dei salari. «Con produttività bassa i salari continueranno a essere bassi e le imprese rischiano di essere sempre meno competitive nello scenario globale». Un problema che diventa ancora più rilevante se si considera la quantità di risorse arrivata con il Pnrr: «Tutto questo avviene con oltre 200 miliardi di euro di investimenti da Piano nazionale di ripresa e resilienza ereditati dai governi precedenti». Per il senatore dem, dunque, il passaggio decisivo è capire come utilizzare l’ultimo anno di legislatura per intervenire sui nodi economici ancora aperti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo è quello industriale. Secondo Manca, l’Italia sta affrontando contemporaneamente «le transizioni ambientali, sociali, energetiche e digitali senza un piano strategico dell’industria e della manifattura italiana». Una mancanza che pesa soprattutto in un Paese in cui la piccola e media impresa resta la spina dorsale del sistema produttivo e la manifattura rappresenta uno dei principali punti di forza. Tra le priorità indica un maggiore accesso al credito, il sostegno alla capitalizzazione delle imprese, l’attenzione alle filiere e soprattutto una politica energetica capace di accompagnare la transizione. La richiesta al governo è di utilizzare l’ultimo tratto della legislatura per costruire «un piano industriale sulle transizioni per dare uno sbocco al sistema manifatturiero italiano».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dentro questa strategia rientra necessariamente il caro energia, destinato a restare uno dei dossier centrali dell’autunno. Interventi come il taglio temporaneo delle accise vengono considerati insufficienti. «Siamo di fronte a misure tampone, a spot», sostiene Manca, secondo cui gli aiuti «non possono essere uguali per tutti» e andrebbero indirizzati soprattutto verso i settori più esposti, a partire dai trasporti e dalle attività industriali. A questo si aggiunge la necessità di accelerare sulle rinnovabili, sulle comunità energetiche e sulle semplificazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stessa questione torna in vista della prossima legge di bilancio, l’ultima prima delle elezioni del 2027. Manca non esclude affatto una tassazione degli extraprofitti, misura che il Pd ha già sostenuto in passato, ma lega il giudizio all’utilizzo delle risorse. «Il problema è come si utilizzano le risorse: se si tassano gli extraprofitti per ricavare spazi per fare rottamazioni, concordati, condoni, non serve a nulla». La priorità, insiste, deve essere creare margini per investimenti capaci di aumentare competitività e crescita, anche perché proprio dalla crescita dipende la sostenibilità di un debito pubblico ancora molto elevato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E tra i capitoli sui quali concentrare le poche risorse disponibili Manca ne indica uno in particolare: la sanità. «Rischiamo di portare al collasso il sistema sanitario nazionale e universale». Un tema sociale, ma anche economico, perché un servizio sanitario efficiente riduce il peso che ricade direttamente sui bilanci familiari. «Garantire il diritto alla salute a prescindere dalla carta di credito e dalle condizioni economiche delle famiglie è l’Italia, è l’identità del nostro Paese», conclude.</p>
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		<title>Caro carburanti, Unem al governo: «No a nuovi prelievi, a rischio investimenti e sicurezza energetica»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 08:23:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Unem scrive a Meloni e Pichetto Fratin: nuovi prelievi sulla raffinazione rischiano di frenare investimenti, occupazione e sicurezza energetica europea.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/caro-carburanti-unem-al-governo-no-a-nuovi-prelievi-a-rischio-investimenti-e-sicurezza-energetica/">Caro carburanti, Unem al governo: «No a nuovi prelievi, a rischio investimenti e sicurezza energetica»</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Mentre il governo valuta nuove misure selettive contro il caro carburanti e cerca le risorse necessarie per finanziarle, l’industria petrolifera mette in guardia Palazzo Chigi dall’ipotesi di nuovi interventi fiscali sul settore. In una lettera inviata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, Unem avverte che ulteriori prelievi, compresa l’eventuale riproposizione di meccanismi sugli extraprofitti, rischierebbero di ridurre la capacità di investimento delle imprese e di rendere l’Europa ancora meno attrattiva per i grandi operatori internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il presidente dell’associazione Gianni Murano sottolinea infatti come diversi gruppi stiano già valutando di indirizzare nuovi capitali verso aree del mondo considerate più competitive. Una dinamica che, secondo Unem, potrebbe avere conseguenze non soltanto industriali, ma anche sulla sicurezza energetica europea, aumentando la dipendenza dalle importazioni di prodotti raffinati e mettendo sotto pressione occupazione qualificata e competenze sviluppate negli impianti italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla base della posizione dell’associazione c’è una lettura precisa dell’attuale tensione sui mercati energetici. Il problema, sostiene Unem, non sarebbe tanto la disponibilità di greggio quanto la progressiva riduzione della capacità di raffinazione europea, diminuita negli ultimi anni di diversi milioni di barili al giorno. Secondo l’associazione, le politiche energetiche dell’ultimo decennio hanno concentrato l’attenzione sugli obiettivi di decarbonizzazione senza accompagnarli con una strategia altrettanto efficace sulla sicurezza degli approvvigionamenti. La chiusura di numerosi impianti nell’Unione europea avrebbe così accresciuto la necessità di acquistare dall’estero benzina, gasolio e altri prodotti già raffinati, rendendo il sistema più esposto alle tensioni internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Unem ricorda inoltre che il comparto italiano ha già assorbito l’incremento dell’Irap previsto dal decreto dello scorso febbraio. Allo stesso tempo, rivendica il contributo dato al contenimento dei prezzi alla pompa. Nei primi sette mesi del 2026, al netto delle imposte, i prezzi industriali italiani sarebbero risultati mediamente inferiori alla media europea di circa 3 centesimi al litro per la benzina e 8 centesimi per il gasolio. Applicando il differenziale ai volumi complessivamente venduti, secondo i calcoli dell’associazione il minor costo rispetto alla media europea avrebbe raggiunto circa un miliardo di euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro elemento richiamato dai petrolieri riguarda la redditività della raffinazione. Nell’area mediterranea europea il margine lordo medio tra gennaio 2021 e luglio 2026 sarebbe stato pari a 4,6 dollari al barile, un livello che Unem indica come inferiore ai costi operativi medi delle raffinerie più complesse. Da qui la richiesta di evitare misure fiscali costruite sulla base delle sole fasi positive del ciclo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La raffinazione è ciclica», osserva Murano: ai periodi, spesso lunghi, di margini bassi o negativi si alternano fasi più brevi di maggiore redditività. Intervenire fiscalmente soltanto in queste ultime, secondo l’associazione, rischia di produrre lo stesso effetto registrato dopo la tassa europea sugli extraprofitti del 2022, spingendo i grandi gruppi a privilegiare investimenti in altri mercati proprio mentre servirebbero nuove risorse per riconvertire gli impianti e accompagnare la transizione energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Unem il punto centrale resta quindi la stabilità del quadro regolatorio. La trasformazione delle raffinerie, lo sviluppo di nuovi carburanti e la riconversione degli impianti richiedono investimenti rilevanti e tempi lunghi. «Gli investimenti nella conversione industriale richiedono orizzonti temporali lunghi e non possono convivere con misure che aumentano l’incertezza o penalizzano la capacità di investimento delle imprese», sostiene Murano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il messaggio al governo arriva mentre l’esecutivo studia come intervenire sull’aumento dei prezzi dei carburanti evitando misure generalizzate. Per l’industria, però, la ricerca di nuove risorse non dovrebbe tradursi in una pressione aggiuntiva sulla raffinazione: la priorità, sostiene Unem, dovrebbe essere preservare la capacità produttiva nazionale ed europea e garantire gli investimenti necessari per accompagnarne la trasformazione.</p>
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		<title>Debito europeo, la Francia sorpassa l’Italia tra i timori dei mercati: cresce l’attenzione sui conti di Parigi</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/debito-europeo-la-francia-sorpassa-litalia-tra-i-timori-dei-mercati-cresce-lattenzione-sui-conti-di-parigi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 13:35:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I mercati guardano con crescente attenzione ai conti francesi, mentre l’Italia beneficia di maggiore stabilità politica e disciplina fiscale.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Per anni è stata l’Italia a rappresentare il punto più fragile del mercato obbligazionario europeo. Ora, nella percezione degli investitori, il baricentro del rischio si sta spostando verso Parigi. A fotografare il cambio di prospettiva è il <a href="https://www.ft.com/content/2b780776-d8f3-4bd3-9daa-f601b5d4206a">Financial Times</a>, secondo cui la Francia sta progressivamente sostituendo l’Italia come principale fonte di preoccupazione sulla sostenibilità del debito nell’Eurozona, mentre si avvicina una difficile stagione di bilancio e, sullo sfondo, la campagna per le presidenziali del 2027.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il segnale più evidente arriva direttamente dal mercato. Per gran parte dell’estate il rendimento del Btp italiano a dieci anni è rimasto al di sotto di quello dell’equivalente titolo francese, invertendo una relazione che per anni era apparsa quasi strutturale. Gli investitori chiedono oggi un premio maggiore per acquistare debito di Parigi rispetto a quello richiesto per Roma. Un ribaltamento che, secondo gli operatori sentiti dal quotidiano finanziario britannico, testimonia un cambiamento profondo nella valutazione dei rischi relativi dei due Paesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Se si chiede a chiunque sui mercati quale sia oggi l’anello debole dell’Europa, la maggior parte indicherà la Francia», osserva Rohan Khanna, responsabile della strategia sui tassi europei di Barclays. L’Italia, aggiunge, è riuscita in qualche modo a «passare la palla» a Parigi. Per gli investitori obbligazionari la Francia concentra infatti tre elementi di incertezza: prospettive di crescita deboli, instabilità politica e deterioramento dei conti pubblici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il confronto con l’Italia è particolarmente significativo. Durante la crisi del debito sovrano di oltre un decennio fa Roma era stata inserita tra i cosiddetti “Piigs”, le economie dell’Eurozona considerate maggiormente vulnerabili, e continua ad avere uno dei rapporti tra debito pubblico e Pil più elevati d’Europa. La Francia, al contrario, è stata a lungo considerata un emittente decisamente più sicuro. Oggi questa gerarchia viene almeno in parte rimessa in discussione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri aiutano a spiegare perché. Secondo i dati della Banca centrale europea riportati dal <em>Financial Times</em>, il debito italiano è sceso dal 154% del Pil del 2020 a circa il 139% nel 2026. Nello stesso periodo quello francese è aumentato dal 114 al 117%. Roma è inoltre tornata a registrare un avanzo primario, cioè entrate superiori alle spese al netto degli interessi sul debito, mentre il deficit pubblico francese resta superiore al 5% del Pil.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A modificare la percezione dell’Italia ha contribuito anche la politica di bilancio seguita dal governo. Nonostante i timori iniziali degli investitori per una possibile linea più espansiva sui conti o per tensioni con Bruxelles, Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti hanno progressivamente conquistato la fiducia di una parte del mercato attraverso una gestione considerata prudente. Il deficit, ricorda il quotidiano britannico, è passato dall’8% del Pil nel 2022, anno dell’insediamento dell’esecutivo, a poco più del 3% nel 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo si aggiunge un elemento politico. L’Italia sta attraversando una fase di stabilità governativa insolitamente lunga rispetto alla propria storia recente, mentre la Francia continua a fare i conti con maggioranze fragili e con una crescente polarizzazione. Adam Posen, presidente del Peterson Institute for International Economics ed ex componente della Bank of England, arriva a definire oggi l’Italia «il Paese modello dei mercati obbligazionari del G7».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il movimento non sarebbe soltanto teorico. Tomasz Wieladek, chief European macro strategist di T Rowe Price, segnala al <em>Financial Times</em> i primi indizi di una vera e propria riallocazione dei portafogli: una parte degli investitori starebbe riducendo l’esposizione ai titoli francesi per aumentare quella al debito italiano. Chris Jeffery, responsabile della strategia macro di Legal &amp; General, spiega a sua volta di mantenere una posizione sui bond francesi inferiore al benchmark e di averne trasferito in parte il peso sull’Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pressione su Parigi è aumentata nelle ultime settimane con l’emergere delle prime indicazioni sulla prossima legge di bilancio, il cui progetto dovrebbe essere presentato il 30 settembre, prima dell’avvio dell’esame parlamentare. Il ministro delle Finanze Roland Lescure punta a riportare il deficit il più vicino possibile al 5% del Pil, ma la strada politica appare stretta. Il governo di minoranza avrà bisogno dell’appoggio dei socialisti, difficilmente disponibili ad accettare consistenti riduzioni della spesa sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le precedenti crisi di bilancio hanno già fatto cadere governi francesi sia nel 2024 sia nel 2025. Anche l’ultima manovra ha richiesto un compromesso delicato: il premier Sébastien Lecornu ha accettato di sospendere fino a dopo il 2027 la riforma che innalzava l’età pensionabile per assicurarsi il sostegno necessario all’approvazione dei conti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A rendere il quadro ancora più complesso è l’avvicinarsi delle presidenziali francesi del 2027, con il rafforzamento delle forze della destra radicale e della sinistra radicale. In una fase pre-elettorale, sottolineano gli investitori, diventa politicamente più difficile proporre tagli alla spesa abbastanza significativi da riportare rapidamente sotto controllo il deficit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è un capovolgimento che fino a pochi anni fa sarebbe apparso improbabile. L’Italia continua ad avere un debito molto più elevato di quello francese e resta quindi esposta ai movimenti dei tassi e alla fiducia dei mercati. Ma disciplina fiscale e stabilità politica hanno ridotto, almeno per il momento, il premio al rischio richiesto dagli investitori. La Francia si trova invece a dover dimostrare di poter conciliare conti pubblici, consenso politico e crescita. Ed è su Parigi che, sempre più, si concentra oggi l’attenzione dei mercati europei.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/debito-europeo-la-francia-sorpassa-litalia-tra-i-timori-dei-mercati-cresce-lattenzione-sui-conti-di-parigi/">Debito europeo, la Francia sorpassa l’Italia tra i timori dei mercati: cresce l’attenzione sui conti di Parigi</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>A Bari partono i preparativi per la festa del governo Meloni: il 4 settembre FdI celebra il record di durata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 08:04:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 4 settembre a Bari FdI celebra il record di durata del governo Meloni. Attesi ministri e dirigenti per l’avvio dell’autunno politico.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il 4 settembre Giorgia Meloni porterà a Bari una delle manifestazioni politicamente più simboliche della legislatura. Al porto del capoluogo pugliese Fratelli d’Italia celebrerà infatti il giorno in cui l’attuale esecutivo supererà il record di durata del Berlusconi II, rimasto in carica per 1.412 giorni tra il giugno 2001 e l’aprile 2005. Più che un anniversario, dunque, una data costruita intorno a un primato che la presidente del Consiglio ha più volte utilizzato per rivendicare la stabilità politica raggiunta dal centrodestra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Bari i preparativi sono già entrati nel vivo. Il primo vertice organizzativo si è svolto nel comitato dell’europarlamentare e coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia Michele Picaro, alla presenza, tra gli altri, del sottosegretario alla Salute e coordinatore regionale Marcello Gemmato, del senatore Filippo Melchiorre e dei militanti di Gioventù nazionale. Proprio alla giovanile del partito sarà affidata una parte importante della macchina organizzativa e della promozione dell’appuntamento sul territorio. Picaro ha parlato di un «evento storico», sottolineando il valore politico e organizzativo della giornata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La location scelta è la Darsena di Ponente del porto, nell’area del nuovo terminal crociere. Sono allo studio percorsi pedonali per raggiungere il palco, punti di raccolta in città e un sistema di navette per limitare l’impatto sul traffico. Sul dispositivo logistico e di sicurezza sono in corso anche interlocuzioni con la Questura. L’obiettivo è gestire un’affluenza che si annuncia nazionale, con delegazioni e pullman in arrivo da diverse regioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il momento centrale sarà l’intervento conclusivo di Meloni, previsto in serata. All’appuntamento sono attesi ministri, parlamentari, presidenti di Regione ed esponenti della classe dirigente di Fratelli d’Italia, mentre il programma definitivo è ancora in via di definizione. La manifestazione vuole trasformare la longevità dell’esecutivo in un messaggio politico preciso: fare della stabilità uno degli elementi principali del bilancio di governo alla vigilia di un autunno che si annuncia particolarmente intenso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 22 ottobre 2022, giorno del giuramento, il governo Meloni ha progressivamente scalato la classifica degli esecutivi più longevi della Repubblica, superando prima il governo Renzi, poi il Craxi I e quindi il Berlusconi IV. Il 4 settembre arriverà il sorpasso sul Berlusconi II, finora al primo posto tra i governi più duraturi della storia repubblicana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la scelta di Bari ha una valenza politica. Gemmato ha spiegato che la Puglia è stata individuata anche per il peso assunto da Fratelli d’Italia nella regione, dove il partito ha ottenuto risultati significativi alle Europee e alle ultime Regionali. La manifestazione diventa quindi anche un investimento sulla struttura territoriale del partito in una regione oggi guidata dal centrosinistra di Antonio Decaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma nella scelta del porto c’è anche una dimensione più ampia. Gemmato ha legato Bari alla proiezione dell’Italia nel Mediterraneo, verso i Balcani, il Medio Oriente e l’Africa, richiamando il Piano Mattei e la strategia del governo sul Mezzogiorno. La cornice della Darsena diventa così parte della comunicazione politica dell’evento: il Sud non soltanto come terreno elettorale, ma come piattaforma della politica mediterranea dell’esecutivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Vogliamo amplificare ciò che di buono è stato fatto dal Governo», ha sintetizzato Gemmato. Ma il significato del 4 settembre va oltre il bilancio dei primi anni a Palazzo Chigi. Con l’ultima parte della legislatura ormai davanti, la manifestazione barese rappresenta anche una prova di mobilitazione nazionale per Fratelli d’Italia e l’occasione per definire la narrazione con cui Meloni intende affrontare i prossimi mesi. Il record di durata diventa così il punto di partenza della nuova stagione politica: da una parte la rivendicazione della stabilità, dall’altra la necessità di tradurla in risultati da portare agli elettori.</p>
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		<title>Welfare, la via italiana punta su comunità, lavoro e Terzo settore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 10:30:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fill the gap]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al Senato Fratelli d’Italia presenta la propria «rivoluzione welfare»: servizi territoriali, sanità integrativa, lavoro, Terzo settore e imprese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/fill-the-gap/welfare-la-via-italiana-punta-su-comunita-lavoro-e-terzo-settore/">Welfare, la via italiana punta su comunità, lavoro e Terzo settore</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Superare un sistema costruito prevalentemente sui sussidi e mettere al centro la persona, coinvolgendo Stato, Terzo settore e imprese. È la «rivoluzione welfare» rivendicata da Fratelli d’Italia durante la <a href="https://www.thewatcherpost.it/the-watcher-photos/rivoluzione-welfare-al-senato-il-confronto-su-famiglie-imprese-e-inclusione-sociale-ecco-chi-cera/">conferenza stampa</a> promossa al Senato da Francesco Zaffini, presidente della Commissione Affari sociali, sanità e lavoro. Un modello che tiene insieme il rafforzamento dei servizi territoriali, le politiche per giovani e anziani, l’inclusione lavorativa e una maggiore attenzione al benessere dei dipendenti.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Welfare, Presidente Zaffini (FdI): «Sanità integrativa secondo pilastro, riforma entro l’anno»" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/WlhsyzLqyJc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>Ad aprire il confronto è stato proprio il Presidente <strong>Francesco Zaffini,</strong> che ha individuato nella centralità della persona il principio attorno al quale riorganizzare il sistema di welfare. Il presidente della Commissione ha richiamato la legge 33 e il percorso avviato per la deistituzionalizzazione degli anziani, sottolineando la necessità di permettere alle persone fragili di rimanere il più possibile nel proprio ambiente familiare e sociale. Secondo Zaffini, il modello italiano non può limitarsi a replicare esperienze costruite in contesti culturali differenti. Chi ha lavorato, versato contributi e partecipato alla costruzione del sistema sociale, ha osservato, deve restare al centro delle politiche dello Stato anche nella fase più avanzata della vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle prossime sfide riguarda la sanità integrativa. Zaffini ha annunciato la conclusione, in Commissione, di un ciclo di audizioni destinato a tradursi in una risoluzione sul riordino del settore. Il punto di partenza è anche il welfare aziendale, pur nella consapevolezza che il secondo pilastro sanitario dovrà accompagnare la persona durante l’intero arco della vita e non riguardare soltanto chi ha un contratto di lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il primo diritto da garantire ai nostri lavoratori è quello alla salute e alla possibilità di essere assistiti e curati», ha spiegato. Il Servizio sanitario nazionale deve restare il perno del sistema, ma può essere affiancato da strumenti integrativi quando incontra difficoltà nel garantire prestazioni nei tempi e nelle quantità richieste. Le prime proposte dovrebbero arrivare a settembre, con l’obiettivo di concludere entro la fine dell’anno almeno il primo passaggio al Senato.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Welfare, Viceministro Bellucci: «Modello su tre pilastri: pubblico, Terzo settore e aziende»" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/BlsjVC74uhg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>A entrare nel merito delle misure realizzate dal Governo è stata <strong>Maria Teresa Bellucci,</strong> viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali. «Il nostro obiettivo era allontanarci da un modello meramente assistenzialista, che eroga sussidi e aumenta la spesa pubblica senza riuscire a cambiare la vita delle persone», ha affermato. L’alternativa indicata da Bellucci è un welfare di comunità fondato su tre pilastri: il sistema pubblico, il Terzo settore e il welfare aziendale. Un patto di solidarietà sociale nel quale le istituzioni mantengono la regia, ma coinvolgono le realtà territoriali e le imprese nella costruzione delle risposte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli interventi ricordati dal viceministro figurano i 545 milioni di euro destinati al potenziamento dei servizi sociali territoriali. Le risorse hanno permesso di affiancare agli assistenti sociali psicologi, educatori, pedagogisti e personale amministrativo, costruendo équipe multidisciplinari capaci di affrontare le situazioni più complesse. «Quando un cittadino arriva alla porta dei servizi sociali non deve trovare un solo operatore a occuparsi delle complessità, ma un lavoro di squadra», ha spiegato Bellucci. Il percorso è stato accompagnato da una procedura concorsuale nazionale per sostenere i Comuni nella selezione delle nuove professionalità, con i primi operatori già entrati nei servizi territoriali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un secondo capitolo riguarda i giovani. Il Governo ha destinato 342 milioni di euro alla creazione delle comunità giovanili, centri di aggregazione gratuiti rivolti ai ragazzi tra gli 11 e i 21 anni. Spazi nei quali svolgere attività musicali e formative, acquisire competenze legate alle nuove tecnologie e avvicinarsi anche all’intelligenza artificiale. Il programma prevede cento strutture finanziate, cinquanta delle quali già inaugurate al momento dell’incontro. L’obiettivo è accompagnare alla rigenerazione urbana anche quella sociale, attraverso la collaborazione tra servizi territoriali ed enti del Terzo settore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel modello illustrato dal viceministro rientrano anche gli interventi destinati ai lavoratori e alle famiglie. Bellucci ha ricordato l’innalzamento dei fringe benefit fino a mille euro per tutti i dipendenti e a duemila euro per quelli con figli a carico, oltre alla possibilità di riconoscere fino a cinquemila euro ai nuovi assunti che trasferiscono la propria residenza per motivi di lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte dei premi di produttività, la tassazione è stata ridotta all’1 per cento per gli importi fino a cinquemila euro. «La nostra ricetta non è quella del salario minimo, ma quella del salario giusto», ha detto Bellucci, indicando nel trattamento economico complessivo un modello che unisce alla retribuzione monetaria il welfare e gli strumenti di sostegno alle famiglie. Per aumentare i redditi, ha aggiunto, occorre però rafforzare la produttività e aiutare le aziende a premiare maggiormente i lavoratori.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Welfare, Filini (FdI): «Il lavoro è la migliore forma di inclusione sociale»" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/wBJIYkaUo7I?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>Per <strong>Francesco Filini</strong>, responsabile del Dipartimento Programma di Fratelli d’Italia, il lavoro resta la principale politica di inclusione sociale. La strategia del Governo è stata riassunta nella formula «più assumi, meno paghi», attraverso la quale incentivare le imprese ad ampliare la propria base occupazionale. Filini ha richiamato la maggiorazione della deduzione del costo del lavoro al 120 per cento, che sale al 130 per cento per alcune categorie considerate maggiormente fragili o svantaggiate. Una misura che, secondo l’esponente di FdI, ha contribuito ai risultati raggiunti sul fronte dell’occupazione femminile e giovanile. Famiglie, lavoro e imprese sono stati indicati come i tre assi sui quali il Governo ha concentrato le risorse disponibili, nonostante i vincoli di bilancio e le conseguenze economiche delle crisi internazionali. In questo quadro Filini ha inserito anche il superamento del reddito di cittadinanza e la costruzione di strumenti rivolti da una parte alle persone non occupabili e dall’altra a chi può essere accompagnato verso il mercato del lavoro.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Welfare, Bignami (FdI): «Centralità dell’individuo nell’azione del Governo»" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/nzHs9gZoya4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>Giovanni Donzelli</strong>, responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, ha insistito sul principio di sussidiarietà. La persona, ha sostenuto, non deve essere lasciata sola davanti allo Stato, ma inserita all’interno di una comunità capace di mobilitare volontariato, Terzo settore e soggetti privati. La responsabilità pubblica resta centrale, ma deve essere affiancata da una rete in grado di offrire servizi più vicini alle esigenze quotidiane e ai territori. «Non c’è più la pretesa che tutti i servizi debbano essere erogati direttamente dallo Stato», ha spiegato Donzelli, richiamando il contributo delle associazioni e delle realtà sociali. Anche il trattamento dei lavoratori, secondo il responsabile organizzativo di FdI, non può essere misurato soltanto attraverso la busta paga. Al «salario giusto» devono concorrere il welfare aziendale, la sicurezza sul lavoro e tutte le condizioni che permettono di svolgere serenamente la propria attività. Donzelli ha inoltre annunciato iniziative e gazebo sui territori per raccontare il modello di welfare proposto, con un’attenzione particolare al periodo estivo, quando solitudine e fragilità rischiano di diventare più evidenti.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Welfare, Zullo (FdI): «Superare l’assistenzialismo e restituire dignità alla persona»" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/D2jsn8DU5bw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>Infine, <strong>Ignazio Zullo</strong>, capogruppo di Fratelli d’Italia nella Commissione Affari sociali del Senato, ha individuato nelle parole «rivoluzione» e «persona» il filo conduttore dell’incontro. Il nuovo modello, ha sostenuto, deve rispondere ai bisogni di assistenza e cura, ma anche alle esigenze legate alla sicurezza sul lavoro e all’insieme dei servizi che accompagnano la vita quotidiana. Non più, dunque, una politica esclusivamente assistenziale, ma un sistema capace di restituire dignità e rendere ciascuno parte attiva della comunità. Zullo ha attribuito un ruolo decisivo alla collaborazione tra Governo, Parlamento e territori, sottolineando il lavoro svolto dalla Commissione e dal viceministro Bellucci nell’individuazione di risposte integrate ai differenti bisogni delle persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A completare il confronto sono stati gli interventi dei capigruppo di Fratelli d’Italia nelle due Camere.<strong> Lucio Malan</strong> ha sottolineato l’ampiezza delle competenze affidate alla Commissione del Senato, che oggi riunisce lavoro, previdenza, sanità e politiche sociali, e la necessità di far conoscere ai cittadini le misure già adottate. <strong>Galeazzo Bignami </strong>ha invece richiamato la centralità dell’individuo nell’azione del Governo e il valore della collaborazione tra Camera e Senato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La linea emersa dall’incontro è quella di un welfare che non si limiti a trasferire risorse, ma costruisca attorno alla persona una rete di servizi e responsabilità condivise. Il pubblico resta il perno del sistema, affiancato dal Terzo settore, dalle comunità territoriali e dalle imprese. Una struttura più articolata nella quale assistenza, lavoro, salute e autonomia diventano parti dello stesso percorso.</p>
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		<title>Il fisco porta il governo in campagna elettorale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 08:50:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La delega fiscale entra nella sua fase più politica. Dopo diciotto decreti legislativi e il completamento degli otto Testi unici, il governo può rivendicare di...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La delega fiscale entra nella sua fase più politica. Dopo diciotto decreti legislativi e il completamento degli otto Testi unici, il governo può rivendicare di avere rimesso ordine in una materia stratificata e spesso indecifrabile. Ma ora il numero dei provvedimenti conta meno dei risultati. Per famiglie e imprese la riforma sarà giudicata sulla semplicità degli adempimenti, sulla certezza delle regole e soprattutto sulla possibilità di pagare meno. È su questo terreno che il fisco comincia a intrecciarsi con la campagna elettorale del 2027. Il centrodestra ha costruito la propria riforma attorno all’idea di un rapporto meno conflittuale tra Stato e contribuente, intervenendo su sanzioni, concordato preventivo, adempimento collaborativo e riordino delle norme. Resta però difficile individuare una misura capace di rappresentare da sola l’intero percorso. Anche perché il dato complessivo continua a essere politicamente scomodo: nel 2025 la pressione fiscale è salita dal 42,4 al 43,1 per cento del Pil, soprattutto per l’aumento dei contributi sociali. Non significa che tutte le imposte siano cresciute, ma rende più complicato sostenere che il peso del fisco sia già diminuito in modo percepibile. La prossima legge di bilancio diventa quindi il passaggio decisivo. Forza Italia punta sull’allargamento del taglio Irpef al ceto medio, sulla detassazione delle tredicesime più basse e su nuovi incentivi per giovani, famiglie e imprese. La Lega continuerà a insistere sulla pace fiscale e sulle cartelle. Fratelli d’Italia dovrà tenere insieme queste richieste con i vincoli di bilancio e con la prudenza del ministero dell’Economia. Più che una divisione sulla linea generale, è una competizione per scegliere la misura simbolo con cui presentarsi agli elettori. Il vero nodo è chi debba beneficiare dei prossimi interventi. I lavoratori dipendenti chiedono di recuperare il potere d’acquisto, gli autonomi difendono il regime forfettario, le imprese chiedono stabilità e incentivi agli investimenti. Ogni scelta fiscale individua un pubblico preciso e finisce inevitabilmente per diventare anche una scelta elettorale. È in questo clima che assume un significato particolare il richiamo di Sergio Mattarella contro tensioni elettorali «piuttosto intempestive». Il voto è ancora lontano, ma i partiti si stanno già muovendo: la legge elettorale arriverà al Senato a settembre, nella maggioranza si discute delle future candidature e c’è chi ha persino evocato un possibile futuro di Giorgia Meloni al Quirinale. La delega fiscale segna così il passaggio dalla fase delle riforme a quella del consenso. Il governo ha quasi completato l’architettura normativa; adesso deve dimostrare che produca effetti concreti. Sul fisco la campagna elettorale non è stata ancora dichiarata, ma è già cominciata.</p>
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		<title>Firmata un’alleanza industriale, l’occasione strategica per entrare nei mercati esteri</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/firmata-unalleanza-industriale-loccasione-strategica-per-entrare-nei-mercati-esteri/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 11:32:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dublino vuole trasformare la crescita in infrastrutture, Roma avvicinare le Pmi ai grandi poli tecnologici. L’intesa firmata a Villa Spada prova a costruire un asse economico tra due sistemi diversi ma complementari.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">La crescita irlandese ha aperto una sfida che riguarda da vicino anche l’Italia: trasformare la forza di un sistema economico in nuova capacità industriale. Dublino è riuscita ad attirare capitali, multinazionali e alcuni dei maggiori protagonisti mondiali della tecnologia e della ricerca, ma ora deve accompagnare questa espansione con nuove infrastrutture energetiche e di trasporto, servizi sanitari e competenze produttive. È qui che il rapporto con l’Italia può superare il perimetro tradizionale degli scambi commerciali. Roma dispone di una manifattura articolata, di imprese specializzate e di un patrimonio di conoscenze industriali che risponde a molte delle necessità irlandesi; soffre però la frammentazione del proprio tessuto produttivo, che rende più difficile per le aziende minori accedere ai mercati esteri e ai grandi circuiti internazionali dell’innovazione. La complementarità è evidente: l’Irlanda ha bisogno di accompagnare la propria crescita con nuove infrastrutture e competenze produttive, l’Italia di canali capaci di portare le sue Pmi dove si concentrano capitali, tecnologia e ricerca. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È su questo equilibrio che si fonda il memorandum d’intesa firmato a Villa Spada, residenza dell’ambasciatrice d’Irlanda a Roma, da Ibec, Unioncamere e Assocamerestero, con il coinvolgimento della Camera di Commercio Italiana in Irlanda. Il percorso ha preso avvio nel marzo 2025, in occasione della visita in Irlanda del viceministro delle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini, e mette oggi in relazione il sistema camerale italiano con un’organizzazione, Ibec, che rappresenta oltre 1.800 imprese, comprese numerose multinazionali. Più che un accordo di promozione commerciale, l’intesa prova dunque a costruire un’infrastruttura di accesso al mercato: informazioni, formazione, ricerca di partner e assistenza operativa per aziende che spesso possiedono prodotti competitivi, ma non le dimensioni necessarie per affrontare da sole un processo di internazionalizzazione. Il nuovo scenario geopolitico rende questa funzione ancora più rilevante. Come osserva Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere «le piccole e medie imprese italiane guardano con grande interesse ai mercati geograficamente più vicini», mentre instabilità e tensioni internazionali rendono più difficile raggiungere destinazioni lontane. L’Irlanda offre la stabilità del mercato unico e, allo stesso tempo, un’economia fortemente proiettata sui flussi globali. Non si tratta, però, soltanto di vendere meglio il Made in Italy. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le occasioni più interessanti possono arrivare dai settori nei quali Dublino deve colmare il divario tra crescita economica e dotazione infrastrutturale. Danny McCoy, amministratore delegato di Ibec, indica in particolare la realizzazione di nuove metropolitane e delle opere necessarie a portare a terra l’energia prodotta dagli impianti eolici offshore. Sono progetti che chiamano direttamente in causa l’ingegneria, la componentistica e le competenze italiane nella costruzione di infrastrutture complesse. Sanità, farmaceutica e invecchiamento della popolazione allargano ulteriormente il terreno della cooperazione, mentre sicurezza e difesa gli attribuiscono una dimensione che è insieme industriale e politica. «L’Irlanda ha molto da imparare dall’Italia», riconosce McCoy, legando il rafforzamento della capacità produttiva anche alle nuove responsabilità europee di Dublino. La rete camerale dovrebbe servire a trasformare questa domanda in opportunità accessibili anche alle imprese meno strutturate. Per Mario Pozza, presidente di Assocamerestero, la forza dell’intesa sta proprio nell’unione tra le Camere italiane, che conoscono il tessuto produttivo nazionale, e quelle presenti all’estero, composte da imprenditori radicati nei mercati locali. Una combinazione che può ridurre costi, incertezza e distanza informativa, ostacoli che incidono soprattutto sull’espansione delle Pmi. «L’Irlanda può rappresentare un punto di riferimento per permettere alle piccole e medie aziende italiane di accedere a nuove opportunità», spiega Pozza. Il vantaggio, del resto, può essere reciproco. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia porta capacità manifatturiera, qualità e specializzazione; l’Irlanda offre un ecosistema nel quale innovazione, finanza e grandi gruppi internazionali convivono e alimentano una forte proiezione sui mercati globali. Se questa relazione funzionerà, il risultato non sarà soltanto qualche esportazione in più. Potrà nascere un asse tra industria e tecnologia capace di valorizzare le complementarità tra i due Paesi e aprire nuove opportunità di crescita per entrambi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/firmata-unalleanza-industriale-loccasione-strategica-per-entrare-nei-mercati-esteri/">Firmata un’alleanza industriale, l’occasione strategica per entrare nei mercati esteri</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Gli scambi corrono, la vera partita è nei cantieri irlandesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 17:37:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La farmaceutica domina le vendite irlandesi, mentre per le imprese italiane si aprono opportunità nelle infrastrutture, nell’energia e nella sanità.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’asse economico tra Roma e Dublino è già più robusto di quanto suggerisca la distanza tra i due sistemi produttivi. Nei primi nove mesi del 2025 le esportazioni italiane verso l’Irlanda hanno raggiunto 3,72 miliardi di euro, con una crescita del 35,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nella direzione opposta, gli acquisti italiani sono saliti a 6,6 miliardi, il 16,8 per cento in più. Complessivamente, in nove mesi l’interscambio di merci ha così superato 10,3 miliardi. Una relazione in forte accelerazione, ma caratterizzata da una struttura molto diversa nei due sensi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia importa soprattutto prodotti farmaceutici, che nel 2024 hanno rappresentato 4,93 miliardi sui 7,35 miliardi di importazioni italiane provenienti dall’Irlanda. Sempre nel 2024, l’export italiano è apparso invece più distribuito: accanto ai prodotti delle altre industrie manifatturiere, con oltre 706 milioni, e alla farmaceutica, che ha sfiorato i 700 milioni, pesano i macchinari, con quasi 547 milioni, i prodotti chimici, l’alimentare e le apparecchiature elettriche. I dati forniti dall’Ambasciata d’Italia descrivono quindi due economie già integrate, ma fondate su specializzazioni differenti. Dublino vende all’Italia soprattutto i beni ad alto valore prodotti dal suo ecosistema multinazionale; Roma porta sul mercato irlandese una base manifatturiera più articolata. La prossima fase del rapporto non si giocherà però soltanto sulla quantità delle merci scambiate. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera opportunità è trasformare questa complementarità in commesse, forniture e partecipazione italiana ai grandi programmi di investimento irlandesi. Furio Pietribiasi, presidente della Camera di Commercio Italiana in Irlanda, spiega che la crescita del Paese ha aumentato la domanda di infrastrutture per la mobilità e l’energia: «Si sono così aperte enormi opportunità per le aziende italiane». Per questo la Camera ha lavorato «non tanto sulle singole operazioni, quanto sulla costruzione di canali di collaborazione duraturi». Secondo Pietribiasi, nei prossimi vent’anni queste opportunità potranno generare investimenti compresi tra 40 e 50 miliardi di euro in settori nei quali l’Italia vanta competenze riconosciute. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La metropolitana di Dublino, progetto dal valore compreso tra 14 e 16 miliardi e attualmente in fase di procurement, rappresenta una delle opportunità più rilevanti, ma non esaurisce la domanda di nuove opere. Altri interventi riguardano la mobilità nelle principali città, lo sviluppo portuale dell’estuario dello Shannon e soprattutto l’energia. Secondo Pietribiasi, l’eolico offshore lungo le coste irlandesi presenta un potenziale di 70 gigawatt, a fronte di consumi nazionali complessivi pari a circa 5 gigawatt. Una scala che apre spazi per progettazione, impiantistica, componentistica e gestione delle reti. Anche sanità, prevenzione, cybersicurezza e difesa possono allargare il perimetro economico della relazione. «Si tratta di un elemento di forte complementarità tra i nostri due Paesi e le rispettive economie», osserva Pietribiasi. È qui che cambia la natura del rapporto: non più soltanto merci che attraversano il mercato unico, ma imprese chiamate a costruire insieme infrastrutture e capacità strategiche. Se gli scambi hanno già raggiunto una dimensione rilevante, ora la partita si sposta sugli investimenti.</p>
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		<title>Ucraina, Gaza e Siria: la ricostruzione diventa politica industriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 13:06:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si può preparare la fase successiva a una guerra mentre le armi sparano? Sul piano economico sta già accadendo. Governi e imprese valutano. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/ucraina-gaza-e-siria-la-ricostruzione-diventa-politica-industriale/">Ucraina, Gaza e Siria: la ricostruzione diventa politica industriale</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può preparare la fase successiva a una guerra mentre le armi continuano a sparare? Sul piano economico sta già accadendo. Governi e imprese valutano i fabbisogni, studiano le infrastrutture da ripristinare e cercano di individuare le condizioni necessarie per tornare a investire. Ucraina, Gaza e Siria sono crisi diverse per origine, intensità e prospettive politiche, ma pongono lo stesso interrogativo: chi sarà in grado di accompagnare la ripartenza dei territori quando la situazione lo consentirà? Per l’Italia la risposta passa dalla capacità di trasformare l’impegno diplomatico e umanitario in una presenza economica di lungo periodo, senza ridurre la fase postbellica a una competizione per le commesse. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È la prospettiva emersa, sullo sfondo, durante il convegno «L’Italia che ricostruisce: il sistema italiano per Ucraina, Gaza e Siria», ospitato alla Camera dei deputati e dedicato alle dimensioni istituzionale, industriale e sociale del processo. Il viceministro delle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini ha indicato l’obiettivo con una formula precisa: «Trasformare l’impegno diplomatico e umanitario in presenze industriali strutturali». Il punto non riguarda soltanto l’accesso delle singole aziende a nuovi progetti, ma la possibilità di presentare insieme tecnologia, capacità progettuale, diplomazia economica e finanza pubblica. Valentini ha definito il Sistema Italia un’«architettura e non una somma di iniziative», richiamando un modello che, nelle sue parole, ha portato il Paese al quarto posto tra le potenze esportatrici mondiali, con un export che «va verso i 700 miliardi». </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma i mercati della ripartenza non assomigliano a quelli ordinari. Il sottosegretario Matteo Perego di Cremnago ha indicato in mille miliardi il fabbisogno complessivo riferito ai tre scenari e ha ricordato che «non c’è ricostruzione senza sicurezza». Prima dei cantieri vengono la protezione dei territori, la tenuta delle istituzioni e la possibilità per imprese e lavoratori di operare. Le differenze sono già evidenti. Fabrizio Fabbri, amministratore delegato di Ansaldo Energia, ha spiegato che il gruppo è attivo in Siria e si sta preparando a sostenere l’Ucraina, mentre a Gaza l’accesso resta impedito dalle condizioni sul terreno. È l’energia, in ogni caso, a rappresentare il primo passaggio della ripartenza. «Senza energia non si fanno ospedali, non arriva l’acqua nelle case», ha osservato Fabbri, sottolineando che l’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente ripristinare ciò che esisteva, ma innovare. La ricostruzione non deve limitarsi a ripristinare ciò che esisteva, ma diventare un’occasione per innovare. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia dispone di competenze nell’energia, nell’ingegneria, nei trasporti, nelle costruzioni e nel recupero del patrimonio culturale. Non basta, tuttavia, possedere una buona base industriale. Servono garanzie contro il rischio, continuità diplomatica e strumenti capaci di tradurre le competenze in progetti finanziabili. È su questo terreno che si misura la differenza tra una partecipazione occasionale e un ruolo stabile. Antonio Tajani ha fissato anche il limite politico dell’operazione: «La ricostruzione non è un business». Il coinvolgimento delle imprese resta indispensabile, ma deve accompagnare il recupero dei servizi, del tessuto sociale e della dignità delle popolazioni civili. Il ritorno economico non può essere separato dalla stabilità dei Paesi in cui gli investimenti dovranno produrre effetti. La sfida italiana è dunque meno semplice di quanto suggerisca il richiamo alle opportunità future: richiede di prepararsi in anticipo, coordinare soggetti diversi e accettare che, almeno nella prima fase, sicurezza e sostenibilità finanziaria conteranno più della velocità con cui si apriranno i cantieri.</p>
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		<title>Italia e Irlanda, il memorandum apre nuovi mercati alle Pmi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 16:06:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un canale stabile per collegare la manifattura italiana ai poli irlandesi dell’innovazione e accompagnare le Pmi sui rispettivi mercati. È l’obiettivo del Memorandum d’intesa firmato...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/italia-e-irlanda-il-memorandum-apre-nuovi-mercati-alle-pmi/">Italia e Irlanda, il memorandum apre nuovi mercati alle Pmi</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un canale stabile per collegare la manifattura italiana ai poli irlandesi dell’innovazione e accompagnare le Pmi sui rispettivi mercati. È l’obiettivo del Memorandum d’intesa firmato martedì 21 luglio a <a href="https://www.thewatcherpost.it/the-watcher-photos/italia-irlanda-a-villa-spada-la-firma-dellaccordo-per-imprese-scambi-e-investimenti-ecco-chi-cera/">Villa Spada</a> da Unioncamere, Assocamerestero, Camera di Commercio Italiana in Irlanda e Ibec, l’organizzazione che rappresenta le imprese e i datori di lavoro irlandesi. L’accordo, della durata di tre anni, prevede scambio di informazioni, assistenza alle aziende e progetti comuni nei settori della formazione, della digitalizzazione, dell’innovazione, della resilienza e della transizione verde. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Italia-Irlanda, Ambasciatrice McCullough: «Cooperazione ancora più stretta durante la presidenza Ue»" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/HCW_G4iLjYo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">L’intesa comprende anche una collaborazione presso le istituzioni europee durante la presidenza irlandese del Consiglio dell’Ue. Ad aprire gli interventi è stata l’ambasciatrice d’Irlanda in Italia <strong>Elizabeth McCullough</strong>, che ha ricordato la solidità dei rapporti storici, culturali e politici tra i due Paesi e la crescita degli scambi nei comparti agroalimentare, farmaceutico e delle scienze della vita. La presidenza irlandese può ora rafforzare il lavoro comune su competitività, valori e sicurezza. Tra le priorità condivise figurano il completamento del mercato unico, la rimozione delle barriere interne, un accesso più semplice ai finanziamenti e la riduzione dei costi amministrativi per le Pmi, mantenendo elevati gli standard ambientali e sociali. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Italia-Irlanda, Viceministro Valentini &quot;Con il memorandum costruito un ponte formale tra le imprese&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/nuIh3Ffo-O8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Dopo McCullough è intervenuto il viceministro delle Imprese e del Made in Italy <strong>Valentino Valentini</strong>, dal cui impulso era partito, nel marzo 2025, il percorso politico e operativo che ha condotto alla firma. «Abbiamo costruito un ponte formale», ha spiegato il viceministro, indicando nella rete delle Camere di commercio italiane all’estero, presente in 64 Paesi, uno strumento decisivo per accompagnare le aziende e facilitare le connessioni commerciali, industriali e istituzionali. Il memorandum dovrà ora essere riempito di progetti concreti, a partire dalle infrastrutture, dalle energie rinnovabili e dalla sanità. Una dimensione particolarmente strategica riguarda le infrastrutture digitali: l’Irlanda è al centro di una rete di cavi sottomarini essenziale per il traffico dei dati e l’Italia può contribuire sia alla loro installazione sia alla protezione di questi asset critici. </p>



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<iframe loading="lazy" title="Italia-Irlanda, Pietribiasi: «Opportunità legate a investimenti per 40-50 miliardi»" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/xptiFEXqWm0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Furio Pietribiasi</strong>, presidente della Camera di Commercio Italiana in Irlanda, ha indicato nella crescita irlandese e nel conseguente bisogno di nuove infrastrutture la principale opportunità per le aziende italiane. Nei prossimi vent’anni potrebbero essere attivati investimenti per 40-50 miliardi di euro in settori nei quali l’Italia possiede competenze riconosciute. Tra i progetti citati figurano la metropolitana di Dublino, dal valore stimato tra 14 e 16 miliardi, lo sviluppo portuale dell’estuario dello Shannon e l’eolico offshore, che lungo le coste irlandesi presenta un potenziale di 70 gigawatt. Altri spazi di collaborazione riguardano la sanità, dove l’Italia può mettere a disposizione le proprie competenze nella prevenzione, e la sicurezza delle infrastrutture digitali e dei flussi di dati transatlantici, anche attraverso aziende come Leonardo. </p>



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<iframe loading="lazy" title="Italia-Irlanda, McCoy (Ibec): «Imprese insieme su energia, mobilità e difesa»" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/SSYkzINuaMU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Danny McCoy,</strong> Ceo di Ibec (Irish Business and Employers Confederation), ha sottolineato la convergenza tra i due sistemi imprenditoriali sui temi dell’energia, della mobilità, della sanità, dell’invecchiamento della popolazione e della difesa. La fiducia reciproca, insieme alla capacità di entrambi i Paesi di operare sui mercati internazionali, rappresenta per McCoy la base sulla quale tradurre il memorandum in iniziative concrete. </p>



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<iframe loading="lazy" title="Italia-Irlanda, Tripoli (Unioncamere): «Nuovi servizi per accompagnare le Pmi sul mercato irlandese»" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/4XyVPeF9f_o?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Per <strong>Giuseppe Tripoli</strong>, segretario generale di Unioncamere, l’accordo offrirà alle Pmi italiane un nuovo accesso al mercato irlandese attraverso servizi di formazione, informazione e assistenza. Un’opportunità particolarmente rilevante in una fase nella quale le tensioni geopolitiche rendono più complesso raggiungere mercati lontani. </p>



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<iframe loading="lazy" title="Italia-Irlanda, Pozza (Assocamerestero): «La rete delle Camere avvicina le Pmi all’innovazione»" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/F8YoC8Duo1w?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Mario Pozza,</strong> presidente di Assocamerestero, ha infine individuato infine nella rete camerale il principale valore aggiunto dell’intesa: le Camere italiane conoscono le esigenze delle imprese, mentre quelle presenti all’estero seguono direttamente l’evoluzione dei mercati locali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Irlanda può così avvicinare le Pmi italiane ai grandi attori mondiali della tecnologia e della ricerca, mentre l’Italia mette a disposizione la forza della propria manifattura, del Made in Italy e della ricerca dell’eccellenza. La complementarità tra i due Paesi diventa così il punto di partenza per nuovi progetti industriali, investimenti e occasioni di crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Regia, riprese e montaggio a cura di Simone Zivillica</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/italia-e-irlanda-il-memorandum-apre-nuovi-mercati-alle-pmi/">Italia e Irlanda, il memorandum apre nuovi mercati alle Pmi</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>La maggioranza tiene, la coalizione meno</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/la-maggioranza-tiene-la-coalizione-meno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2026 08:54:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La legge elettorale passa alla Camera, ma il voto sulle preferenze apre la sfida interna al centrodestra e anticipa la campagna per il 2027.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La nuova legge elettorale è stata approvata dalla Camera con 217 voti favorevoli, ma il risultato finale non cancella la frattura emersa durante l’esame del testo. La bocciatura per un solo voto dell’emendamento sulle preferenze ha mostrato una maggioranza compatta quando deve sostenere il governo, ma assai meno disciplinata quando sono in discussione candidature, seggi e futuro peso dei singoli partiti. Non è una crisi dell’esecutivo: è l’inizio della competizione interna al centrodestra in vista del 2027. La sconfitta pesa soprattutto perché Giorgia Meloni aveva deciso di intestarsi politicamente la battaglia, chiedendo alle opposizioni di rinunciare al voto segreto. I franchi tiratori hanno dimostrato che la forza della premier non basta a neutralizzare gli interessi dei singoli gruppi parlamentari quando il confronto riguarda il controllo delle liste e la possibilità di essere rieletti. Le liste bloccate rafforzano le segreterie, mentre le preferenze restituiscono spazio alla competizione tra candidati: dietro una questione apparentemente tecnica si nasconde quindi il nodo più delicato della prossima legislatura, quello della selezione della futura classe parlamentare. La bagarre in Aula ha mostrato anche che la maggioranza non ha ancora deciso con quale assetto presentarsi alle elezioni. Il nuovo sistema, interamente proporzionale e costruito attorno a un premio per la coalizione che supera il 42 per cento, rende infatti decisivo il perimetro del centrodestra. In questo quadro Roberto Vannacci non rappresenta più soltanto un concorrente esterno, ma una variabile capace di incidere sulla possibilità stessa della coalizione di conquistare il premio. Per Meloni, Futuro Nazionale è contemporaneamente un avversario, perché sottrae consensi soprattutto nell’area più identitaria, e un potenziale alleato, perché i suoi voti potrebbero diventare indispensabili. Per Matteo Salvini, invece, il problema è ancora più diretto: accogliere Vannacci significherebbe riconoscere un partito nato da una frattura della Lega e potenzialmente in grado di superarla. Il voto con cui Fratelli d’Italia ha sostenuto l’emendamento sulle preferenze presentato da Futuro Nazionale, mentre Lega e Forza Italia si sono schierate contro, non prefigura automaticamente una nuova alleanza, ma segnala che il rapporto con Vannacci è ormai entrato nella dialettica interna alla maggioranza. La legge elettorale avrebbe dovuto offrire al centrodestra una cornice stabile per il 2027, ma ha finito per anticipare tutte le sue contraddizioni. Anche le opposizioni hanno ottenuto soprattutto una vittoria tattica. Sono riuscite a trasformare la bocciatura dell’emendamento in una sconfitta politica della premier e a mostrare le divisioni della maggioranza, ma non hanno impedito l’approvazione della riforma. Inoltre, il nuovo sistema obbliga anche il campo largo a definire il proprio perimetro. Se il premio dipende dal superamento del 42 per cento, Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e forze centriste non possono limitarsi a un’intesa elettorale generica: devono decidere chi includere, quale leadership proporre e su quale programma costruire la coalizione. La riforma nasce dunque per garantire stabilità dopo il voto, ma rischia di trasferire l’instabilità alla fase precedente, costringendo entrambi gli schieramenti ad alleanze molto larghe e politicamente difficili da tenere insieme. La vera notizia della settimana non è quindi soltanto la bagarre parlamentare né la sconfitta della maggioranza sulle preferenze. È il fatto che la campagna elettorale del 2027 sia già cominciata e che il centrodestra, pur restando solido in Parlamento, non abbia ancora risolto il problema della propria forma futura. La leadership di Meloni rimane dominante, ma non elimina la competizione tra alleati, mentre la crescita di Futuro Nazionale rende sempre più difficile immaginare una semplice riproposizione della coalizione del 2022. La legge elettorale doveva stabilire come si voterà. Il passaggio alla Camera ha mostrato che la questione decisiva sarà invece con chi.</p>
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