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	<title>Economia - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Fri, 19 Jun 2026 13:47:16 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Il risiko bancario entra nella sua fase decisiva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 13:47:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle mosse di Intesa e Banco Bpm agli equilibri attorno a Mediobanca e Generali: il risiko bancario diventa una questione di sovranità.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altro che arrocco. Il risiko bancario italiano non è più una sequenza di mosse difensive, ma una partita aperta sul controllo del risparmio, delle reti distributive e dei campioni nazionali. La centralità di Mps, uscita dalla stagione del salvataggio pubblico e tornata protagonista sul mercato, ha acceso una competizione che va ben oltre Siena: riguarda Mediobanca, Generali, l’equilibrio tra Milano e Roma, il peso dell’Italia nella finanza europea e la postura che i decisori pubblici &#8211; in primis il governo &#8211; decideranno di esercitare in questa fase concitata. La prima mossa è arrivata appena 5 giorni fa da Banco Bpm, con la proposta di aggregazione alla pari con Mps. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’idea di Giuseppe Castagna è chiara: costruire un secondo polo bancario italiano, grande abbastanza da contendere spazio a Intesa e UniCredit e sufficientemente nazionale da rassicurare il governo. Le nozze Bpm-Mps unirebbero Nord produttivo e Centro, reti retail e fabbrica del risparmio. Non sarebbe solo una fusione industriale, ma anche una risposta alla pressione competitiva che da mesi circonda Banco Bpm, con ambizioni da predatrice e ottime qualità di preda. La contromossa di Intesa Sanpaolo ha però cambiato scala alla partita. L’Opas su Mps, con componente in azioni e parte cash, punta a chiudere il dossier con la forza del primo gruppo italiano. Il progetto prevede anche la cessione di un pacchetto rilevante di sportelli e attività a Unipol, destinati a rafforzare Bper e ad attenuare i profili antitrust. Per Carlo Messina, Mps non è soltanto una banca da integrare: è la porta d’accesso a Mediobanca e indirettamente a Generali. Sul tavolo non ci sono solo multipli di Borsa e sinergie. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda di fondo è: chi deve guidare la prossima fase del consolidamento? Banco Bpm offre la narrazione del “terzo polo”, con una banca più equilibrata nei rapporti territoriali. Intesa propone invece la via del campione già maturo, capace di assorbire complessità, difendere redditività e competere in Europa. In mezzo, Mps è passata dall’essere problema pubblico a premio strategico, grazie a una gestione superlativa. Il governo intanto si muove con prudenza, mentre il Ministro dell&#8217;Economia Giorgetti annuncia l&#8217;intenzione pubblica di vendere al migliore offerente la residua quota del 3% di Mps. Sottolineando implicitamente la valorizzazione di una banca come quella senese, risollevata e valorizzata in modo sorprendente, dopo anni che definire difficili è assai poco. Palazzo Chigi e via XX Settembre non sembrano intenzionati a scegliere pubblicamente un cavallo. Finché il mercato esprime offerte credibili e coerenti con la stabilità del sistema plausibile pronosticare il basso profilo pubblico sul risiko. Resta sullo sfondo la golden power, ma l’atteggiamento prevalente è quello di una vigilanza politica non interventista: nessun veto preventivo, tutela dell’interesse nazionale, rispetto delle autorità di mercato e dei regolatori europei. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le Istituzioni, dalla Bce alla Consob fino all’Antitrust, avranno un ruolo decisivo. La prima valuterà capitale, governance e sostenibilità prudenziale; la seconda dovrà garantire trasparenza informativa e correttezza delle offerte; l’Antitrust sarà chiamata a misurare gli effetti su reti, clienti e concorrenza. È qui che la politica incontra il mercato: non nel dirigismo, ma nella cornice regolatoria entro cui si stabilisce se un’operazione crea efficienza o concentra troppo potere. Sul fronte europeo, intanto, UniCredit continua la scalata a Commerzbank. Andrea Orcel ha scelto la strada più ambiziosa: non limitarsi al consolidamento domestico, ma provare a costruire una piattaforma continentale. La resistenza tedesca, tra governo, sindacati e management, sta dimostrando quanto sia ancora incompleta e fallace l’Unione bancaria, ma sembra cedere rapidamente. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un gruppo italiano prova a diventare protagonista in Germania, il mercato unico si scontra con i riflessi nazionali. Ma la partita dei nostri istituti di credito è da tempo europea: o le banche italiane crescono oltre confine, o resteranno marginali in un sistema globale dominato da colossi americani e asiatici. Per questo il risiko non va letto come una semplice guerra di potere. È piuttosto una fase di maturazione. Creare player bancari competitivi a livello europeo e internazionale fa parte del fisiologico cammino di consolidamento del sistema bancario italiano. E un governo che voglia rafforzare sovranità economica, stabilità finanziaria e capacità di investimento del Paese non può che guardare di buon occhio agli sviluppi, purché il mercato faccia il suo mestiere e le istituzioni garantiscano regole, trasparenza e concorrenza.</p>
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		<title>Engineering, accordo con Accenture per la cessione di due asset</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/engineering-accordo-con-accenture-per-la-cessione-di-due-asset/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 13:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il GruppoEngineering ha sottoscritto due accordi vincolanti con Accenture per la cessione dell’intero capitale sociale di Alfahealth S.p.A., operante nella trasformazione della sanità italiana, e...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il GruppoEngineering ha sottoscritto due accordi vincolanti con Accenture per la cessione dell’intero capitale sociale di Alfahealth S.p.A., operante nella trasformazione della sanità italiana, e del Gruppo Industries eXcellence, attivo nello sviluppo e nella realizzazione di soluzioni digitali per i settori industriali, con principale focus negli USA e in alcuni mercati europei. I due asset rappresentano complessivamente circa il 18% dei ricavi consolidati e il 25% dell’EBITDA Adjusted<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a> del Gruppo Engineering nel 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste operazioni rappresentano un passo significativo nel percorso di trasformazione strategica in corso, volto a rafforzare il focus di Engineering sui propri segmenti core e ad accelerare ulteriormente l’offerta AI in forte crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dichiara <strong>Aldo Bisio</strong>, <strong>CEO del Gruppo Engineering</strong>: “<em>Gli accordi rappresentano un passo importante nel percorso di rifocalizzazione del business di Engineering: accelerare sull’AI, riacquistare nuovi gradi di libertà strategica nei segmenti a più alta crescita anche attraverso la riduzione della leva finanziaria, investire nelle principali piattaforme proprietarie e rafforzarci nei segmenti tecnologici e industriali più attrattivi, per consolidare un vantaggio competitivo &nbsp;sostenibile per i nostri clienti</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le operazioni sono soggette alle consuete condizioni sospensive, tra cui, a titolo esemplificativo, le autorizzazioni Antitrust e Golden Power, e si prevede che si concludano nel quarto trimestre del corrente esercizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I proventi netti della cessione, interamente su base cassa, rafforzeranno la struttura patrimoniale del Gruppo, offrendo maggiore flessibilità per proseguire nel percorso di trasformazione strategica in corso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A seguito dei positivi risultati finanziari registrati negli ultimi trimestri, il Gruppo prosegue nella direzione intrapresa, puntando sul rafforzamento di un modello industriale incentrato su mix di business a maggior valore e sul ruolo centrale della GenAI (Intelligenza Artificiale Generativa). In questo quadro si inserisce il recente lancio di IS-IA (Italy&#8217;s Sovereign Intelligence Architecture), architettura modulare che si fonda sull’LLM (Large Language Model) proprietario EngGPT 2 per offrire a Pubbliche Amministrazioni e aziende un’Intelligenza Artificiale sovrana: governabile, efficiente, aperta e in grado di integrarsi con altri modelli generalisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Engineering è stata assistita da Rothschild &amp; Co, Banca IMI, Morgan Stanley &amp; Co. International plc ed Equita quali advisor finanziari, e da Legance &#8211; Avvocati Associati e Ropes &amp; Gray Studio Legale quali advisor legali.</p>
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		<item>
		<title>Startup Sarda dell&#8217;Anno: a SIOS26 Summer dieci finaliste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 08:10:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 18 giugno a Cagliari SIOS26 Summer premia la Startup Sarda dell'Anno tra dieci finaliste in AI, fintech, manufacturing e indoor farming.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Dieci startup, un palco e una giuria composta da alcuni tra i principali protagonisti dell&#8217;ecosistema italiano dell&#8217;innovazione. Il 18 giugno SIOS26 Summer torna a Cagliari, negli spazi di Sa Manifattura, con uno dei momenti più attesi dell&#8217;evento: la selezione della «Startup Sarda dell&#8217;Anno».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le dieci finaliste rappresentano un ecosistema imprenditoriale dinamico e sempre più diversificato. Dall&#8217;intelligenza artificiale applicata alla sicurezza dei sistemi agentici e ai processi HR, fino al fintech, al manufacturing, alla creator economy, alla sicurezza sul lavoro e all&#8217;indoor farming, le startup in gara portano sul palco soluzioni pensate per rispondere a sfide concrete e generare impatto sul territorio e sui mercati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A contendersi il riconoscimento saranno Bloom LABS, che automatizza le coltivazioni indoor con AI e computer vision per migliorare qualità e sostenibilità, sviluppando indoor farm per la produzione sostenibile di fiori a chilometro zero; HikmaAI, che protegge infrastrutture AI aziendali e agenti autonomi con soluzioni di sicurezza dedicate, specializzata in sicurezza, governance e tracciabilità degli agenti AI; Klaaryo, che automatizza recruiting ed employee engagement interagendo con candidati e dipendenti via WhatsApp; Monetunes, piattaforma che aiuta gli artisti indipendenti a tracciare e riscuotere le royalty musicali non incassate; Rame, soluzione fintech che supporta le persone nella gestione del denaro con percorsi guidati di educazione finanziaria e strumenti di budgeting; Startex AI, che usa agenti AI per rendere più efficiente lo scouting di aziende e opportunità di acquisizione nel mercato M&amp;A; Tuurbo, focalizzata sull&#8217;ottimizzazione di traffico, visibilità e conversioni online attraverso strategie di marketing automatizzate e data-driven, applicate sia ai motori di ricerca tradizionali sia agli ambienti di AI generativa; Vertalis, che connette processi produttivi e supply chain in un unico sistema intelligente, integrando dati industriali da fonti eterogenee per eliminare i silos operativi e supportare le decisioni aziendali; Xference, che permette alle imprese di utilizzare modelli di AI generativa in ambienti privati e sicuri, mantenendo il controllo totale sui dati senza dipendere dai grandi cloud; e Semory, piattaforma che semplifica la gestione documentale e gli adempimenti legati alla sicurezza sul lavoro nelle PMI.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante la pitch competition ogni team avrà a disposizione pochi minuti per presentare il proprio modello di business, il problema che intende risolvere e le prospettive di crescita del progetto davanti a una platea di investitori, manager e operatori del settore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A decretare la Startup Sarda dell&#8217;Anno sarà una giuria composta da investitori, founder, manager, ricercatori ed esperti dell&#8217;innovazione. A presiederla sarà Massimo Simbula, founder di Simbula Law Firm e professionista attivo nel diritto dell&#8217;innovazione. Tra i giurati anche Stefano Molino, Senior Partner e Responsabile del Fondo Acceleratori di CDP Venture Capital SGR, Gianluca Dettori di P101, Asia Santona di Zest, Mauro Maschio, Direttore Generale del Banco di Sardegna, e Fabrizio Pilo, Head Scientist dello Spoke 7 di e.INS.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;obiettivo è individuare le realtà con il maggiore potenziale di crescita, valorizzando idee, tecnologie e competenze che contribuiscono allo sviluppo dell&#8217;ecosistema innovativo della Sardegna e alla sua capacità di competere su scala nazionale e internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;appuntamento è il 18 giugno a Sa Manifattura, a Cagliari, per una giornata dedicata all&#8217;incontro tra startup, investitori, imprese e protagonisti dell&#8217;innovazione, con l&#8217;obiettivo di mettere in luce le migliori energie imprenditoriali dell&#8217;isola e favorire nuove opportunità di crescita e collaborazione.</p>
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		<title>Sovraindebitamento, il 58,7% degli indebitati ha un contratto stabile</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/sovraindebitamento-italia-2026-osservatorio-bravo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 08:47:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'Osservatorio Finsight di Bravo rivela che il sovraindebitamento riguarda sempre più persone con lavoro stabile e oltre 45 anni. Debito medio di 25mila euro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il sovraindebitamento in Italia non è più quello di un tempo. Se in passato veniva associato soprattutto a condizioni di fragilità economica, oggi riguarda sempre più persone con un lavoro stabile, una casa di proprietà e una situazione apparentemente solida. Un&#8217;evoluzione che si inserisce in un contesto più ampio, caratterizzato da una progressiva erosione del potere d&#8217;acquisto e da dinamiche salariali che negli ultimi anni hanno faticato a tenere il passo con l&#8217;aumento del costo della vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo quello che emerge dall&#8217;ultima analisi dell&#8217;Osservatorio Finsight di Bravo, fintech internazionale specializzata nella gestione e ristrutturazione del debito, che ha analizzato un campione di quasi 19.400 persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo scenario, il dato più significativo riguarda la condizione occupazionale: il 58,7% dei soggetti indebitati ha un contratto a tempo indeterminato. Parallelamente, oltre la metà del campione (53,6%) ha un&#8217;età compresa tra i 45 e i 64 anni, segno che questa problematica si concentra sempre più nell&#8217;area centrale della popolazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un fenomeno che si sposta verso la fascia adulta</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Più che un semplice identikit, quello che emerge dall&#8217;ultima analisi di Bravo è un cambiamento nella composizione del fenomeno. Il sovraindebitamento coinvolge in misura crescente persone pienamente inserite nel tessuto economico e sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La componente maschile resta prevalente, pari al 70,8%, ma è soprattutto il dato anagrafico a risultare rilevante: il 29,3% degli indebitati ha tra i 45 e i 54 anni, mentre il 24,4% si colloca nella fascia tra i 55 e i 64 anni. Si tratta di individui nel pieno della vita lavorativa, spesso con responsabilità familiari e impegni economici continuativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lavoro stabile, ma non sufficiente</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato relativo all&#8217;occupazione evidenzia un cambiamento strutturale. La maggioranza degli indebitati dispone infatti di una fonte di reddito continuativa, mentre la quota di disoccupati si attesta solo all&#8217;11,9%. Anche il livello reddituale conferma come il fenomeno interessi una fascia ampia della popolazione: il 33,9% degli indebitati dichiara infatti un reddito mensile compreso tra 1.500 e 2.000 euro. Un dato che evidenzia come non sia necessariamente la mancanza di lavoro a generare difficoltà finanziarie, ma piuttosto la crescente distanza tra capacità di spesa e impegni economici assunti nel tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Questo scenario suggerisce che il sovraindebitamento non sia necessariamente legato all&#8217;assenza di reddito, ma piuttosto a un progressivo squilibrio tra entrate e impegni finanziari accumulati nel tempo», commenta Federico Poo Esteban, Country Manager Commerciale di Bravo in Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Stabilità economica e pressione finanziaria</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la condizione abitativa restituisce l&#8217;immagine di una popolazione economicamente integrata: il 38,3%, infatti, vive in una casa di proprietà, elemento che indica una condizione di relativa stabilità, ma che allo stesso tempo comporta impegni finanziari di lungo periodo, incidendo sulla sostenibilità complessiva del bilancio familiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il peso dell&#8217;accumulo: debiti medi ma multipli</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro elemento chiave riguarda la struttura del debito. Il sovraindebitamento raramente deriva da un singolo evento, ma nasce più spesso da un accumulo progressivo di finanziamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 32,9% dei casi gli indebitati hanno due debiti attivi, mentre una quota significativa ne presenta tre o quattro (il 39,3%). La fascia più diffusa è quella compresa tra i 10.000 e i 25.000 euro (42,0%), seguita da quella tra i 25.000 e i 50.000 euro (30,9%). Importi che, se considerati singolarmente, possono risultare sostenibili, ma che nel loro insieme diventano difficili da gestire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il dato relativo ai lavoratori a tempo indeterminato e alla fascia d&#8217;età coinvolta evidenzia una trasformazione radicale del fenomeno», aggiunge Federico Poo Esteban. «Oggi il sovraindebitamento riguarda sempre più persone con una situazione economica apparentemente stabile, che nel tempo accumulano diversi impegni finanziari. È proprio questa stratificazione a rendere più complessa la gestione del debito.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;analisi dell&#8217;Osservatorio Finsight evidenzia quindi un&#8217;evoluzione del fenomeno: il sovraindebitamento si configura sempre più come una dinamica trasversale, che coinvolge anche la classe media e richiede strumenti di prevenzione e gestione capaci di intervenire prima che l&#8217;equilibrio economico venga compromesso.</p>
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		<title>L’Italia che non frena: Confcommercio vede il PIL al +0,9% nel 2026</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/italia-confcommercio-pil-2026/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 13:46:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I numeri parlano chiaro e spazzano via, almeno per ora, i fantasmi di una stagnazione: la stima per il PIL si attesta a un solido +0,9%.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/italia-confcommercio-pil-2026/">L’Italia che non frena: Confcommercio vede il PIL al +0,9% nel 2026</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Se guardassimo solo la mappa dei rischi globali, le ragioni per tirare i remi in barca ci sarebbero tutte: un nuovo conflitto nel Golfo Persico che minaccia le rotte commerciali, lo spettro mai del tutto sopito dei rincari energetici e un disordine internazionale che non accenna a rientrare. Eppure, l’economia italiana si ostina a non frenare, muovendosi in netta controtendenza rispetto ai timori di inizio anno. A fotografare un Paese che resiste agli shock esterni – e che in alcuni casi li ammortizza con efficacia inaspettata – è l’ultima analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio. Per il 2026, l&#8217;associazione lancia sul tavolo previsioni decisamente più ottimistiche rispetto ai compassati board delle istituzioni nazionali e internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri parlano chiaro e spazzano via, almeno per ora, i fantasmi di una stagnazione prolungata: la stima per il PIL si attesta a un solido +0,9%, accompagnata da una crescita dei consumi dell’1,2%. Questo differenziale positivo tra ricchezza prodotta e spesa indica uno scenario vitale, in cui il tessuto produttivo e distributivo italiano sta fungendo da vero e proprio scudo, assorbendo i contraccolpi internazionali senza scaricarli integralmente sui prezzi finali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A fare da argine all’incertezza globale c&#8217;è un mix virtuoso di fattori macro e microeconomici. Da un lato, il mercato del lavoro continua a mandare segnali di straordinaria vitalità, con un&#8217;occupazione che si mantiene sui massimi storici, garantendo stabilità reddituale a una fetta più ampia di popolazione. Dall&#8217;altro, l&#8217;inflazione – vera tassa occulta che ha falcidiato i risparmi negli ultimi anni – sembra essere stata finalmente domata: l&#8217;inflazione di fondo (la cosiddetta &#8220;core&#8221;, depurata dalle componenti volatili come energia e alimentari freschi) resta imbrigliata sotto la rassicurante soglia di guardia del 2%. Questo significa che il potere d&#8217;acquisto delle famiglie, dopo mesi di sofferenza, sta riprendendo ossigeno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è guardando al portafoglio e alle abitudini profonde delle famiglie che emerge il vero motore psicologico ed economico di questa crescita. Gli italiani, semplicemente, non hanno smesso di progettare. L&#8217;incertezza, pur percepita leggendo i titoli dei telegiornali, non si è trasformata in quella sfiducia cronica che paralizza i mercati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A maggio, le intenzioni di acquisto hanno confermato la granitica solidità della domanda interna, concentrandosi in particolar modo sui beni durevoli e sul mattone. Chi compra un bene a lungo termine scommette implicitamente sulla propria tenuta economica futura: nel dettaglio, il 29% degli italiani pianifica l&#8217;acquisto di grandi elettrodomestici, il 24,5% guarda a nuovi mobili per rinnovare gli spazi domestici e il 23,5% è pronto a investire nella ristrutturazione dell&#8217;abitazione. Sono progetti strutturali, non spese d&#8217;impulso, che indicano come lo zoccolo duro della classe media stia tenendo il punto, forte anche di risparmi accumulati e di un ritrovato ottimismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A dare un&#8217;ulteriore, fondamentale spinta propulsiva al PIL c&#8217;è poi il comparto turistico, che si conferma vero e proprio asse portante e irrinunciabile della nostra economia. Il &#8220;sentiment&#8221; in vista dell&#8217;estate è ai massimi degli ultimi sei anni, segnando un recupero totale rispetto alle stagioni passate: il 38,5% degli italiani ha già programmato le proprie vacanze, registrando il valore più alto dal 2020 a oggi. Questa massiccia propensione alla spesa ricreativa farà da carburante indispensabile per l&#8217;intero macro-settore dei servizi, dalla ristorazione all&#8217;ospitalità, generando un effetto moltiplicatore sui territori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;I dati, insomma, ci consegnano la fotografia di un Paese vivo, dinamico e con una scorza più dura del previsto. Ma per trasformare questo eccellente &#8220;rimbalzo difensivo&#8221; in una traiettoria di crescita strutturale, affidarsi unicamente alla propensione al consumo dei cittadini potrebbe rivelarsi un azzardo in futuro. Lo ha ricordato a chiare lettere il Presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, commentando le stime, con un monito rivolto implicitamente ai decisori politici: &#8220;L&#8217;economia italiana, nonostante le tensioni internazionali, mostra una capacità di tenuta superiore alle aspettative. Sono dati positivi, ma occorre rafforzare investimenti e competitività per ritrovare la via di una crescita più robusta e duratura&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;La rotta per chiudere il 2026 in positivo è tracciata. Ora, però, la palla passa inevitabilmente alle politiche industriali e alla messa a terra dei fondi strutturali: la resilienza ammirevole dei consumatori e delle imprese ha comprato tempo prezioso, ma il rilancio definitivo della produttività nazionale non può più aspettare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/italia-confcommercio-pil-2026/">L’Italia che non frena: Confcommercio vede il PIL al +0,9% nel 2026</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Toscana, Bankitalia: crescita sotto la media italiana. Innovazione al palo</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/toscana-bankitalia-crescita-sotto-media/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 11:07:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Rapporto 2025 di Banca d'Italia sulla Toscana evidenzia una crescita del Pil allo 0,4%, sotto la media nazionale. Il nodo è la scarsa innovazione tecnologica nelle Pmi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La Toscana cresce meno del resto d&#8217;Italia. Dal 2021, la regione non è mai riuscita ad agganciare il ritmo della ripresa nazionale, e il 2025 ha confermato il divario: il Pil toscano ha segnato un +0,4%, contro una media italiana dello 0,5%. A fotografare la situazione è il Rapporto 2025 sull&#8217;economia toscana elaborato dalla sede fiorentina della Banca d&#8217;Italia, presentato l&#8217;8 giugno dal direttore Vito Barone e dagli economisti della divisione Analisi e ricerca economica territoriale guidati da Giuseppe Albanese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ritardo non è imputabile a un solo fattore. Pesano la struttura demografica – con una quota elevata di anziani e una natalità debole – e un mercato del lavoro orientato verso settori a basso valore aggiunto come turismo e commercio. Ma il nodo centrale, secondo Bankitalia, è la produttività: le imprese toscane sono in media piccole e scarsamente integrate nei settori ad alta tecnologia, sia nella manifattura che nei servizi. «Il divario con le regioni del Centro-Nord sta aumentando», ha avvertito Barone. «La partecipazione delle Pmi alle filiere hi-tech è troppo bassa», ha sottolineato Albanese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per dare una chiave di lettura strutturale di queste debolezze, l&#8217;Istituto ha affiancato al consueto rapporto un capitolo straordinario. Il quadro che ne emerge è preoccupante: basso tasso di brevettazione, scarso contributo degli spin-off all&#8217;economia, difficoltà di trasformazione nei settori tradizionali come turismo e moda. A complicare ulteriormente il quadro, il 22% delle società familiari risulta controllato da imprenditori con più di 65 anni, una fascia generazionale storicamente meno propensa a investire in innovazione. I prestiti alle imprese sono calati dell&#8217;1%, con una flessione ancora più marcata per le piccole aziende (-6,1%).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte dei lavoratori, le competenze risultano inferiori alla media nazionale, con riflessi diretti sui livelli salariali. Il tasso di disoccupazione rimane contenuto, ma la qualità dell&#8217;occupazione è un problema aperto. Nel 2025 l&#8217;industria ha registrato un calo del fatturato del 2,7% e l&#8217;agricoltura ha perso lo 0,7% di valore aggiunto. I servizi sono rimasti sostanzialmente fermi (+0,3%) mentre le costruzioni hanno tenuto (+3,7%).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Segnali parzialmente positivi arrivano dall&#8217;export, cresciuto del 20% in valore nel 2025, e dalla redditività delle imprese: il 90% del campione esaminato da Bankitalia ha dichiarato di aver chiuso l&#8217;esercizio in utile o in pareggio. Tuttavia i dati sull&#8217;export richiedono una lettura critica: la crescita è trainata quasi interamente da farmaceutica e lingotti d&#8217;oro. Esclusi questi due comparti, il saldo sarebbe negativo. La farmaceutica sconta peraltro una bilancia commerciale in passivo a causa dell&#8217;import di principi attivi e materie prime, mentre i lingotti generano un valore aggiunto territoriale limitato.</p>
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		<title>Energia, mercato globale del biogas crescerà del 105% in 10 anni</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/energia-mercato-globale-biogas/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 07:43:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ricerca di fonti di energia alternative e rinnovabili è sempre più vitale, uno dei mercati più in crescita è quello del biogas.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">In un momento in cui la ricerca di fonti di energia alternative e rinnovabili è sempre più vitale, uno dei mercati più in crescita è quello del biogas. Il giro d’affari globale appare destinato a più che raddoppiare nel giro di un decennio: <strong>dai 56,10 miliardi di dollari stimati per il 2026 potrebbe raggiungere 114,81 miliardi entro il 2034, con una crescita complessiva del 105% in dieci anni</strong>. Sono i dati di una recente ricerca di <strong><em>Fortune Business Insights</em></strong>: mentre i paesi accelerano la transizione verso fonti rinnovabili e cercano alternative ai combustibili fossili, <strong>il biogas</strong>, prodotto dalla digestione anaerobica di scarti agricoli, letame animale, rifiuti organici urbani e fanghi di depurazione,<strong> si sta consolidando come una delle tecnologie energetiche più sviluppate</strong> <strong>nel recupero e nella valorizzazione degli scarti organici</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato europeo è particolarmente rilevante: con una quota del <strong>71,25% del mercato globale nel 2025</strong> e un <strong>valore di 37,21 miliardi di dollari</strong>, <strong>l’Europa si conferma il continente guida nella produzione e nello sviluppo del biogas,</strong> forte di politiche energetiche mature, di iniziative come il piano <em>REPowerEU</em> e di una filiera industriale del biometano ben strutturata. La <strong>Germania</strong>, con oltre 10.000 impianti attivi e un <strong>mercato da 7,57 miliardi di dollari</strong>, è il maggiore produttore al mondo. Il <strong>Regno Unito vale 3,81 miliardi di dollari</strong> e cresce spinto dal <em>Green Gas Support Scheme</em>. Un primato europeo che riflette anche la <strong>densità del settore zootecnico del continente</strong>, e in particolare italiano, <strong>con 6,5 milioni di bovini, 9 milioni di suini e 170 milioni di capi di pollame</strong>, dove la disponibilità di reflui organici è abbondante e ancora largamente sottoutilizzata come risorsa energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A guidare la crescita del settore è soprattutto <strong>il segmento dei residui e scarti organici</strong>, che <strong>nel 2025 rappresentava il 77,01% del mercato globale</strong>: residui agricoli, letame animale, scarti alimentari e rifiuti organici urbani garantiscono un approvvigionamento costante ed economicamente vantaggioso di materie prime per la digestione anaerobica. In questo scenario</p>



<p class="wp-block-paragraph">Osserva<strong> Paolo Fabbricatore</strong>, Group CEO di <strong><em>Regardia</em></strong>. – “Gli allevamenti italiani producono ogni anno grandi quantità di reflui organici che, attraverso processi di digestione anaerobica, possono essere trasformati in energia e fertilizzanti organici.”&nbsp; Sul fronte delle applicazioni, la produzione di energia elettrica domina infatti con il 55,05% della quota di mercato, ma <strong>è il biometano per i trasporti, utilizzabile come gas naturale compresso o liquefatto, a trainare le prospettive di crescita più dinamiche</strong>, per il suo potenziale di riduzione significativa delle emissioni rispetto ai combustibili fossili. “Si tratta di una tecnologia già disponibile, il cui sviluppo dipenderà anche dalla sostenibilità economica degli impianti e dall’evoluzione delle politiche energetiche europee”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo è migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse organiche disponibili, integrando produzione energetica e recupero dei sottoprodotti agricoli. Secondo le stime di mercato, infatti, il settore del biogas continuerà a crescere nei prossimi anni, soprattutto nei paesi europei dove infrastrutture e politiche energetiche risultano già consolidate. In questo contesto, la crescita del comparto dipenderà dalla capacità delle aziende di dimostrare benefici ambientali concreti, sostenibilità economica e integrazione con il territorio.</p>
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		<title>Le bollette italiane non sono le più care d&#8217;Europa ma le imprese pagano di più</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/bollette-italia-costi-energia-rinnovabili-europa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 10:16:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cingolani smonta il luogo comune sulle bollette italiane. Il vero problema sono i 150 gigawatt di rinnovabili bloccati da burocrazia e resistenze locali.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le bollette italiane non sono le più care d&#8217;Europa. Lo dice Flavio Cattaneo, lo ha ribadito Orsini, lo ha confermato venerdì scorso anche il governatore della Banca d&#8217;Italia Fabio Panetta. E lo argomenta con precisione <strong>Stefano Cingolani</strong> su Il Foglio, in un&#8217;analisi che vale la pena seguire perché smonta luoghi comuni da entrambe le parti del dibattito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I dati Eurostat parlano chiaro: nel 2025 il cliente domestico italiano ha speso in media 59 euro al mese con consumi di 2 megawattora l&#8217;anno. Lo spagnolo ne ha pagati 54, il francese 51, il tedesco 73. Germania, Irlanda e Belgio ci costano più di noi. Lo scarto rispetto alla media dell&#8217;area euro è di soli due euro mensili. Le imposte incidono poco – il 25% in Italia contro il 31% in Germania – mentre il vantaggio italiano è nella rete distributiva, che risulta la più efficiente del confronto: 17% di incidenza contro il 32% tedesco, il 33% francese e il 30% spagnolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il nodo delle imprese</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora perché Confindustria continua a lamentarsi? Perché il parametro cambia quando si parla di clienti industriali: le imprese italiane nel 2025 hanno pagato 278 euro per megawattora, contro i 242 della Germania, i 183 della Francia e i 171 della Spagna. Il mix energetico è determinante, e qui Orsini e Panetta concordano: dove la quota di rinnovabili è più alta, i costi scendono. Il problema, allora, sono i 150 gigawatt di nuovi impianti bloccati. Non per oscure manovre politiche, ma per un intreccio di rigidità locali, proteste sociali e inefficienza amministrativa che accomuna regioni di ogni colore politico: in Sardegna sono ferme oltre 600 richieste, in Puglia 700 attendono l&#8217;autorizzazione, la Sicilia ha più potenza assegnata dell&#8217;obiettivo fissato ma manca la rete. La regione più lontana dal traguardo del 2030, annota Cingolani, è la Toscana, insieme a Sardegna e Calabria.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una transizione che arranca</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La Banca d&#8217;Italia certifica che nel complesso europeo la transizione verso le rinnovabili è avanzata più rapidamente che in Italia, dove la quota è comunque salita dal 22% nel 2010 al 48% nel 2025, principalmente a spese del carbone – sceso dal 12 all&#8217;1% nella generazione elettrica – mentre il gas naturale pesa ancora per il 40%. La capacità produttiva da rinnovabili è cresciuta da 18 a quasi 82 gigawatt tra il 2000 e il 2025, ma il ritmo attuale non basta: se restasse invariato, nel 2030 si coprirebbe meno del 55% del consumo previsto contro il 63% indicato nel Piano nazionale integrato. Le importazioni nette di elettricità coprivano nel 2025 circa un sesto del consumo totale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La conclusione è senza giri di parole: prima di chiedere altri miliardi bisogna dimostrare di saper spendere quelli già stanziati. Una prova di serietà che spetta alla politica.</p>
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		<item>
		<title>Mercato immobiliare, lo sconto medio nelle compravendite è al 7,7%</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/scontistica-immobiliare-italia-2025-tecnocasa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 10:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'Ufficio Studi Tecnocasa rileva uno sconto medio del 7,7% nelle compravendite. Fino al 10,8% per gli acquisti a uso investimento. Bologna la città più rigida.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nel mercato immobiliare italiano lo sconto medio applicato nelle compravendite si è attestato al 7,7% nel secondo semestre del 2025, sostanzialmente stabile rispetto al 7,8% dello stesso periodo dell&#8217;anno precedente. È quanto emerge dalle analisi dell&#8217;Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa, che fotografano una scontistica differenziata a seconda delle caratteristiche degli immobili trattati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vetustà dell&#8217;abitazione incide in modo rilevante sulla trattativa: le case usate registrano il ribasso più alto (-7,9%), seguite da quelle ristrutturate (-7,7%) e da quelle di nuova costruzione (-4,5%). Per gli immobili usati, la necessità di interventi di riqualificazione amplifica il margine di negoziazione, poiché l&#8217;acquirente deve tenere conto dei costi aggiuntivi per il recupero dell&#8217;abitazione. Un parametro sempre più determinante è la classe energetica: si passa da uno sconto del 5,1% per gli immobili in classe A fino all&#8217;8,5% per quelli in classe G.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://cdn-tecnocasagroup.medialabtc.it/it/sites/2/2026/06/infografica-Ribasso-medio-IIsem25.png" alt="Ribasso medio immobiliare II semestre 2025"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gli acquisti a uso investimento e le tipologie più scontate</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sconto più consistente riguarda gli acquisti a uso investimento, dove il ribasso medio sale al 10,8%, riflettendo il maggiore potere contrattuale di chi compra con finalità di rendita. Tra le tipologie, i monolocali (-9,8%) e le soluzioni popolari (-9,7%) registrano contrazioni superiori alla media. Le abitazioni al piano terra scontano un ribasso dell&#8217;8,4%, che scende al 6,9% in presenza di giardino. I piani alti e gli ultimi piani si fermano rispettivamente a -7,4% e -7,0%, rispecchiando una domanda strutturalmente più vivace per queste soluzioni, con offerta limitata sul mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le grandi città</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle principali città italiane la scontistica complessiva si è leggermente ridotta, attestandosi al 7,8% nel secondo semestre del 2025 contro l&#8217;8,1% dello stesso periodo del 2024. Il fenomeno è riconducibile alla scarsità di offerta e alla preferenza degli acquirenti per immobili già in buono stato o ristrutturati, che lasciano meno spazio alla negoziazione. Bologna registra lo sconto più contenuto tra i grandi centri urbani, con appena il 5,0%, mentre all&#8217;estremo opposto si colloca Palermo con il 10,8%. Milano si attesta al 6,2%, Roma al 7,1%.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://cdn-tecnocasagroup.medialabtc.it/it/sites/2/2026/06/sconto-medio-grandi-citta-262x300.jpg" alt="Sconto medio nelle grandi città italiane"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<item>
		<title>L&#8217;Unione europea accelera sulla sovranità tecnologica</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/piano-europeo-sovranita-digitale-cloud-ai-semiconduttori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 13:52:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'Ue lancia Chips Act 2.0 e Cloud and AI Development Act per ridurre la dipendenza tecnologica. Obiettivo: triplicare i data center e portare i chip europei al 20%.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Unione europea accelera sulla sovranità tecnologica. Cloud, intelligenza artificiale e semiconduttori sono i tre fronti su cui Bruxelles ha deciso di muoversi per ridurre la dipendenza da Stati Uniti e Cina sulle infrastrutture digitali. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, garantiscono la stabilità delle nostre reti energetiche e assicurano la sicurezza dei nostri servizi», ha avvertito la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, annunciando un pacchetto di misure articolato su due proposte legislative: il «Chips Act 2.0» e il «Cloud and AI Development Act», che andranno negoziate tra Paesi Ue ed Eurocamera e che rischiano di riaprire i già tesi rapporti con gli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro della strategia c&#8217;è un sistema rafforzato di «sovranità» europea per i servizi cloud. Bruxelles propone quattro livelli per classificare i servizi in base al grado di protezione dei dati sensibili o al rischio di accessi da parte di paesi terzi. I livelli più elevati, il 3 e il 4, si applicheranno ai settori particolarmente delicati: difesa, sicurezza nazionale, controllo delle frontiere, sanità e infrastrutture critiche. Per queste categorie saranno introdotti requisiti più stringenti, tra cui la localizzazione delle infrastrutture sul territorio europeo e un maggiore controllo della catena di approvvigionamento del software. In un mercato dominato dagli Over the Top statunitensi, l&#8217;obiettivo dichiarato è proteggere i dati e «scongiurare il rischio di kill switch», ovvero la possibilità per un paese terzo di interrompere o disattivare software o sistemi per ragioni di sicurezza. I livelli di sovranità saranno definiti da una valutazione congiunta degli Stati membri e delle istituzioni europee, ha chiarito in conferenza stampa la vicepresidente della Commissione per la sovranità tecnologica Henna Virkkunen.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le ambizioni sul cloud e sull&#8217;AI</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli obiettivi del Cloud and AI Development Act figura il traguardo di triplicare la capacità dei data center europei nei prossimi cinque-sette anni, accelerando le procedure autorizzative e garantendo tariffe di rete ridotte. I nuovi criteri di sovranità cloud hanno però già sollevato le preoccupazioni della Business Software Alliance, secondo cui esiste il rischio di danneggiare la concorrenza, l&#8217;innovazione e la libertà di scelta dei clienti. Nel frattempo Palazzo Berlaymont ha nominato il primo inviato speciale per l&#8217;intelligenza artificiale industriale, Jim Hagemann Snabe. L&#8217;iniziativa arriva mentre un rapporto Onu avverte che entro il 2030 l&#8217;IA consumerà l&#8217;acqua necessaria per 1,3 miliardi di persone, pari all&#8217;intera popolazione dell&#8217;Africa subsahariana.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La partita dei semiconduttori</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte dei chip, l&#8217;Ue produce meno del 10% dei semiconduttori a livello globale, dipendendo in larga misura da Stati Uniti e Asia. Con il Chips Act 2.0 Bruxelles punta a stimolare la domanda di chip prodotti in Europa, incoraggiando – senza obblighi – una preferenza industriale per gli appalti pubblici, e ad accelerare le procedure autorizzative per i nuovi impianti produttivi. L&#8217;obiettivo di lungo periodo è raddoppiare la quota europea del mercato globale dei semiconduttori, portandola al 20% entro il 2030. Nel frattempo, nonostante l&#8217;ambizione di rafforzare l&#8217;autonomia tecnologica del continente, è arrivato un primo via libera che dovrà essere confermato dagli ambasciatori Ue per l&#8217;adesione all&#8217;iniziativa Pax Silica, guidata dagli Stati Uniti per rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento dei chip.</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;Ocse taglia le stime: crescita globale all&#8217;1,8% se la guerra in Iran dura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 10:57:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'Ocse prevede PIL mondiale al 2,8% nel 2026 e fino all'1,8% nel 2027 se la crisi in Medio Oriente si prolunga. Per l'Italia bassa crescita.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Tre mesi di guerra in Iran bastano all&#8217;Ocse per vedere all&#8217;orizzonte uno scenario grave e potenzialmente «drammatico» per l&#8217;economia globale. La variabile decisiva è una sola: quanto durerà il conflitto. Nell&#8217;aggiornamento delle previsioni, l&#8217;organizzazione ha costruito due scenari distinti, senza sbilanciarsi su quale dei due sia più probabile. «C&#8217;è troppa incertezza sull&#8217;evoluzione del conflitto in Medio Oriente», spiega il capoeconomista Stefano Scarpetta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel primo scenario, quello di una crisi risolta in tempi relativamente brevi, la produzione di energia nelle economie del Golfo riprende gradualmente dalla fine del secondo trimestre del 2026, con le rotte aeree e marittime pienamente operative. I prezzi dell&#8217;energia toccherebbero il picco a giugno, con il Brent che si attesterebbe in media a 92 dollari al barile nel 2026 per poi scendere a 80 nel 2027. In questo caso la crescita globale frenerebbe dal 3,4% del 2025 al 2,8% nel 2026, per risalire al 3,1% nel 2027. «Un rallentamento significativo», ammette Scarpetta, «ma la crescita terrebbe sopra il 3%, anche se di un decimale».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lo scenario peggiore</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ben più cupo il quadro nel caso di una crisi prolungata. L&#8217;offerta globale di energia scenderebbe del 10% rispetto ai livelli precedenti al conflitto, le esportazioni delle economie mediorientali si ridurrebbero del 40% e i prezzi dell&#8217;energia sarebbero del 50% più alti rispetto allo scenario meno grave, nel periodo compreso tra il terzo trimestre del 2026 e il terzo trimestre del 2027. La crescita del PIL mondiale si fermerebbe al 2,1% nel 2026 e addirittura all&#8217;1,8% nel 2027. «Sarebbe la metà della crescita media mondiale degli ultimi 25 anni», sottolinea Scarpetta. «Un quadro drammatico in termini di inflazione, di costi per famiglie e imprese, di scelte politiche che sarebbero molto difficili sia sul fronte monetario che fiscale.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo scenario salirebbero anche i prezzi dei fertilizzanti e dei materiali industriali come zolfo ed elio, con il rischio concreto di un inasprimento delle condizioni finanziarie, rialzi dei tassi d&#8217;interesse e un indebolimento della fiducia delle famiglie. Diversi paesi rischierehbero la recessione, in particolare quelli più dipendenti dalle fonti fossili della regione, come le economie asiatiche, e quelli che partono già da una «crescita molto bassa». Per Italia e Germania l&#8217;Ocse non formula previsioni specifiche, rientrano nell&#8217;identikit. Frenerebbero in modo significativo anche gli investimenti nell&#8217;intelligenza artificiale, che stanno sostenendo il ciclo economico soprattutto negli Usa, con rischi di ribassi sui mercati finanziari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una dimensione che preoccupa particolarmente l&#8217;Ocse è quella dei fertilizzanti: molti paesi a basso reddito importano quasi tutto quello che usano e alcuni dipendono direttamente dall&#8217;area del Golfo, con possibili ripercussioni sulla produzione agricola e sulla sicurezza alimentare delle fasce di popolazione più vulnerabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;Italia nel quadro globale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per i singoli paesi, le stime Ocse si basano sullo scenario meno grave. Per l&#8217;Italia la crescita sarebbe dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, con l&#8217;inflazione attesa al 3% nel 2026 per effetto dell&#8217;impennata dei prezzi energetici, che eroderebbero i recenti incrementi dei salari reali. Il debito pubblico salirebbe al 138,8% del PIL, con un deficit vicino al 3%. Nell&#8217;Eurozona la crescita passerebbe dall&#8217;1,4% del 2025 allo 0,8% nel 2026.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Stati Uniti traggono vantaggio dall&#8217;aumento delle esportazioni nel settore energetico, ma scontano gli effetti dell&#8217;inflazione sul potere d&#8217;acquisto delle famiglie: il PIL rallenterà dal 2,1% del 2025 al 2% nel 2026. Rallenta anche la Cina, ferma al 4,5% nel 2026 dal 5% del 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le raccomandazioni</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano delle politiche, l&#8217;Ocse insiste sulla necessità di misure di sostegno mirate su famiglie e imprese più direttamente colpite, riducendo i costi per chi ha più bisogno. Soprattutto per Europa e Italia, l&#8217;organizzazione sottolinea l&#8217;urgenza di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, aumentare la quota delle rinnovabili e accelerare gli investimenti sulle reti elettriche e i sistemi di accumulo. In una crisi dell&#8217;offerta come quella attuale, tagliare accise e imposte indirette non è la risposta giusta: «Si riduce la spinta a limitare il consumo di fonti fossili. Ed è invece un segnale di cui abbiamo bisogno», avverte Scarpetta. Sul debito pubblico il monito è diretto: «È molto elevato e lo spazio di manovra è limitato, non solo in Italia».</p>
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		<title>Nucleare, Sogin oltre il punto di svolta: dallo smantellamento delle centrali alla costruzione della nuova filiera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 11:01:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il piano di Sogin. Decommissioning degli impianti italiani sfiora il 50%, nel 2026 previsti lavori per circa mezzo miliardo di euro. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/nucleare-sogin-oltre-il-punto-di-svolta-dallo-smantellamento-delle-centrali-alla-costruzione-della-nuova-filiera/">Nucleare, Sogin oltre il punto di svolta: dallo smantellamento delle centrali alla costruzione della nuova filiera</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Molto più che una ripartenza col piede giusto. Il nuovo nucleare in Italia è già ben avviato grazie ad azioni, investimenti importanti e progetti ambiziosi. Lo dimostrano i numeri di Sogin, che ha già superato il giro di boa nel processo di smantellamento degli impianti nucleari italiani spenti e annunciato mezzo miliardo di valore per lavori messi a gara quest&#8217;anno. Sogin sta trasformando la memoria industriale del vecchio nucleare nella condizione tecnica, culturale e produttiva per dare ulteriore slancio al nuovo dossier dell’atomo. Il coinvolgimento dei territori è testimoniato dal successo della quinta edizione di Open Gate Sogin (visita alle quattro centrali italiane di Trino, Caorso, Latina e Garigliano) che ha raccolto oltre 5500 adesioni. Ma l’accelerazione sul decommissioning è solo il primo passo. La società guidata da Gian Luca Artizzu ha rimesso ordine in una partita complessa: autorizzazioni, appalti, sicurezza radiologica, gestione dei materiali, demolizioni specialistiche. Il programma complessivo a fine 2025 era arrivato al 47,7-48% in valore economico, motivo per cui oggi si può parlare di “giro di boa” della dismissione: un cambio di passo ormai chiaramente visibile. Decommissioning vuol dire caratterizzazione radiologica, decontaminazione, gestione del combustibile, trattamento e condizionamento dei rifiuti radioattivi, demolizioni in ambienti complessi, sicurezza fisica e nucleare, tracciabilità, formazione. Sono filiere ad alta specializzazione, dove l’Italia non parte affatto da zero. E&#8217; già sviluppato un nucleo pubblico di conoscenze che può dialogare con industria, università, ricerca e migliori pratiche internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una conferma arriva dalle due richieste di partnership siglate da Sogin nelle settimane scorse con la giapponese JAPC e l’inglese NDA. Tali accordi attestano il riconoscimento internazionale della Società come uno dei principali leader mondiali nelle strategie di decommissioning nucleare e, in particolare, nello smantellamento dei reattori a gas grafite, come quello della centrale di Latina, e nelle metodologie per il trattamento e il recupero della grafite irraggiata derivante dalla dismissione di questo genere di reattori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2026 Sogin porta avanti contratti e prevede assegnazioni per circa mezzo miliardo di euro. Considerando lavori messi a gara ed effetto a cascata su ingegneria, componentistica, edilizia specializzata, monitoraggi, logistica, sicurezza, bonifiche e servizi professionali e applicando un moltiplicatore prudenziale tra 1,5 e 1,8, l’indotto potenziale per le imprese italiane può valere poco meno di 800 milioni. Non è solo spesa: è politica industriale. È domanda qualificata che allena il Made in Italy su standard nucleari. Il nuovo nucleare non nasce soltanto con una legge o con un investimento. Nasce da una catena di fiducia: istituzioni, controlli, gestione dei rifiuti, trasparenza verso i territori. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sogin può essere il ponte tra chiusura e ripartenza, perché conosce gli impianti, parla il linguaggio della sicurezza, ha relazioni con organismi internazionali e può esportare competenze in decommissioning e waste management, due settori destinati a crescere. Il contesto, intanto, è cambiato. Lo studio Confindustria-Enea del 2025 stima che un programma nucleare italiano possa generare un ritorno economico pari al 2,5% del Pil e 117mila nuovi posti di lavoro, di cui 39mila direttamente nella filiera. Lo studio TEHA indica, con SMR e AMR fino al 10% della domanda elettrica al 2050. E&#8217; un impatto economico superiore a 50 miliardi e fino a 117mila occupati diretti, indiretti e indotti. Autonomia strategica significa ridurre dipendenza dal gas, prezzi esteri e vulnerabilità geopolitiche. Competitività economica significa dare all’industria energia continua, decarbonizzata e programmabile. Impatto sociale significa lavoro qualificato, formazione tecnica, nuove competenze per giovani ingegneri, operai specializzati, tecnici ambientali, imprese di filiera. Sostegno alla visione di Sogin è arrivato dallo stesso Presidente di Confindustria Orsini, che all’Assemblea 2026 ha rilanciato: “Dobbiamo accelerare il ritorno al nucleare”; serve “corrente di continuità a zero emissioni” e la sperimentazione è “una scelta fondamentale per dare al nostro Paese l’autonomia energetica”. Fino alla disponibilità delle imprese a ospitare piccoli reattori modulari nei distretti industriali. La messa a terra del nucleare che verrà è un percorso che va costruito a quattro mani tra visione politica delle istituzioni e coraggio delle imprese.</p>
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