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	<title>Economia - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Wed, 05 Aug 2026 09:53:42 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Le aziende italiane familiari e secolari: il valore della continuità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 09:53:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il valore della continuità. C'è un dato che racconta meglio di qualsiasi altro la difficoltà di fare impresa: secondo gli studi sulle aziende familiari, meno di un terzo riesce a superare il passaggio alla seconda generazione.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il valore della continuità. C&#8217;è un dato che racconta meglio di qualsiasi altro la difficoltà di fare impresa: secondo gli studi sulle aziende familiari, meno di un terzo riesce a superare il passaggio alla seconda generazione e solo una piccola percentuale arriva alla terza. Eppure, in Italia, esistono imprese che hanno attraversato guerre, epidemie, rivoluzioni industriali, cambiamenti politici e trasformazioni tecnologiche senza mai interrompere il passaggio del testimone da padre in figlio – o, più in generale, da una generazione all&#8217;altra della stessa famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono aziende che non rappresentano soltanto un patrimonio economico, ma anche culturale. Custodiscono mestieri antichi, hanno costruito marchi riconosciuti in tutto il mondo e oggi generano miliardi di euro di fatturato, con una forte vocazione all&#8217;export che contribuisce a diffondere il Made in Italy sui mercati internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La più antica tra le grandi imprese italiane ancora guidate dalla stessa famiglia è Barone Ricasoli, fondata nel 1141. Da circa trentadue generazioni la famiglia Ricasoli produce vino nel Castello di Brolio, nel cuore del Chianti Classico. Oggi l&#8217;azienda esporta in oltre ottanta Paesi e circa il 70% del suo fatturato proviene dai mercati esteri. La sua storia è legata a una figura destinata a segnare non solo il vino italiano, ma anche la politica nazionale: Bettino Ricasoli, soprannominato il &#8220;Barone di Ferro&#8221;, che nel 1872 definì la ricetta storica del Chianti, gettando le basi di uno dei vini italiani più celebri al mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pochi decenni dopo, nel 1295, nasceva a Murano Barovier &amp; Toso, una delle più antiche aziende del vetro artistico esistenti. Da oltre venti generazioni la famiglia tramanda i segreti della lavorazione del vetro soffiato, trasformando una tradizione artigianale in un marchio internazionale del lusso. Oggi oltre l&#8217;80% della produzione viene esportata e gli straordinari lampadari dell&#8217;azienda arredano hotel, residenze e palazzi in tutto il mondo. Tra le innovazioni che hanno reso celebre la famiglia figura lo sviluppo del cristallo veneziano, una tecnica che rivoluzionò la lavorazione del vetro europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel cuore di Firenze, invece, la storia della gioielleria italiana passa attraverso Torrini, fondata nel 1369 e giunta a circa ventiquattro generazioni di continuità familiare. La maison realizza ancora oggi creazioni di alta gioielleria richieste da una clientela internazionale e oltre metà della produzione è destinata ai mercati esteri. Nel corso dei secoli ha realizzato gioielli per famiglie reali e capi di Stato, mentre alcune opere storiche sono oggi conservate nei più importanti musei internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le aziende italiane che meglio rappresentano il successo del Made in Italy nel mondo spicca Marchesi Antinori, fondata nel 1385 e oggi guidata dalla ventiseiesima generazione della famiglia. Con un export che rappresenta circa il 60% del fatturato, Antinori è presente nei principali mercati internazionali e continua a essere uno dei riferimenti dell&#8217;enologia mondiale. La svolta arrivò negli anni Settanta con il Tignanello, uno dei primi &#8220;Supertuscan&#8221;, un vino che contribuì a cambiare radicalmente l&#8217;immagine del vino italiano all&#8217;estero, dimostrando che innovazione e tradizione potevano convivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro caso straordinario è quello del cantiere navale Camuffo, fondato nel 1438. Considerato il più antico cantiere navale ancora in attività al mondo, è arrivato a oltre diciotto generazioni di conduzione familiare. Nei secoli ha costruito imbarcazioni per la Serenissima Repubblica di Venezia e oggi realizza yacht di pregio destinati a una clientela internazionale, mantenendo vivo un patrimonio tecnico unico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si parla di imprese familiari italiane non si può non citare Fabbrica d&#8217;Armi Pietro Beretta, fondata nel 1526 e arrivata alla sedicesima generazione. Oggi il gruppo rappresenta una delle eccellenze manifatturiere italiane e realizza oltre il 90% del proprio fatturato sui mercati esteri. L&#8217;atto di nascita dell&#8217;azienda è ancora conservato negli archivi: si tratta della ricevuta con cui la Repubblica di Venezia pagò Bartolomeo Beretta per la fornitura di canne da archibugio quasi cinque secoli fa.<br>Tra le realtà più affascinanti figura anche la Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone, le cui origini risalgono a circa l&#8217;anno Mille. Da oltre venticinque generazioni la famiglia realizza campane destinate a chiese e cattedrali di tutto il mondo utilizzando ancora oggi tecniche di fusione tramandate dal Medioevo. Molte delle campane che suonano nelle basiliche europee e americane sono uscite proprio da questa storica fonderia molisana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più recente, ma comunque straordinariamente longeva, è Amarelli, nata nel 1731 in Calabria e giunta alla tredicesima generazione. La famiglia ha trasformato la liquirizia in un marchio riconosciuto a livello internazionale, esportando in oltre quaranta Paesi. Ancora oggi il museo aziendale conserva antichi macchinari ottocenteschi perfettamente funzionanti, testimonianza di una tradizione che continua a vivere accanto all&#8217;innovazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel loro insieme, le aziende per cui sono disponibili dati economici consolidati – tra cui Beretta, Antinori, Ricasoli e Amarelli – sviluppano un fatturato superiore ai 2 miliardi di euro. Negli ultimi anni hanno registrato una crescita media compresa tra il 5 e il 10%, sostenuta soprattutto dall&#8217;espansione internazionale. Complessivamente, circa il 70% del fatturato aggregato proviene dai mercati esteri, un dato che conferma come la longevità non sia sinonimo di immobilismo, ma spesso rappresenti un vantaggio competitivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero patrimonio di queste imprese, tuttavia, non si misura soltanto nei bilanci. Si misura nella capacità di trasmettere conoscenze, valori e competenze da una generazione all&#8217;altra senza perdere identità. Mentre molte aziende inseguono risultati trimestrali, queste famiglie ragionano su orizzonti di decenni, talvolta di secoli. È probabilmente questa la loro lezione più importante: la continuità non è il contrario dell&#8217;innovazione, ma la condizione che permette all&#8217;innovazione di durare nel tempo.</p>
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		<title>Case, prezzi in calo a luglio, ma in un anno +3,1%</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 08:22:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> I prezzi delle case in Italia scendono dell’1,1% a luglio 2026. Milano, Roma e Napoli arretrano, mentre crescono Trentino e Valle d’Aosta.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il mercato immobiliare residenziale italiano rallenta a luglio. I prezzi richiesti per le abitazioni in vendita registrano una diminuzione mensile dell’1,1%, portando il valore medio nazionale a 2.030 euro al metro quadrato. Il confronto con lo stesso mese dello scorso anno resta tuttavia positivo, con una crescita del 3,1%, mentre su base trimestrale emerge una flessione dell’1,2%. È quanto rileva l’ultimo indice dei prezzi elaborato da idealista.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Solo Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta in crescita</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La battuta d’arresto interessa quasi tutto il territorio nazionale. Le uniche regioni a chiudere luglio con una variazione positiva sono il Trentino-Alto Adige, che registra un incremento del 4,1%, e la Valle d’Aosta, in rialzo dello 0,7%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte le altre regioni mostrano una diminuzione dei prezzi. La contrazione più marcata si osserva in Basilicata, dove i valori arretrano del 3,3%. Seguono Calabria, con un calo dell’1,7%, e Sardegna, in diminuzione dell’1,6%. Flessioni dell’1,5% interessano Lazio e Marche, mentre Lombardia e Friuli-Venezia Giulia perdono entrambe l’1,2%.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I prezzi medi delle case in vendita a luglio 2026 per regione</h2>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><thead><tr><th>Regione</th><th>Prezzo medio (euro/m²)</th></tr></thead><tbody><tr><td>Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste</td><td>2.492</td></tr><tr><td>Provincia Autonoma di Bolzano/Bozen</td><td>4.702</td></tr><tr><td>Emilia-Romagna</td><td>2.116</td></tr><tr><td>Liguria</td><td>2.645</td></tr><tr><td>Puglia</td><td>1.291</td></tr><tr><td>Veneto</td><td>2.200</td></tr><tr><td>Umbria</td><td>1.072</td></tr><tr><td>Sicilia</td><td>1.094</td></tr><tr><td>Provincia Autonoma di Trento</td><td>2.498</td></tr><tr><td>Piemonte</td><td>1.320</td></tr><tr><td>Abruzzo</td><td>1.243</td></tr><tr><td>Campania</td><td>1.784</td></tr><tr><td>Toscana</td><td>2.636</td></tr><tr><td>Friuli-Venezia Giulia</td><td>1.688</td></tr><tr><td>Lombardia</td><td>2.627</td></tr><tr><td>Molise</td><td>887</td></tr><tr><td>Marche</td><td>1.560</td></tr><tr><td>Lazio</td><td>2.402</td></tr><tr><td>Sardegna</td><td>2.163</td></tr><tr><td>Calabria</td><td>897</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Fonte: idealista/data – Infografica realizzata con Datawrapper</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Trentino-Alto Adige si conferma il territorio con i valori immobiliari medi più elevati, pari a 3.281 euro al metro quadrato. Alle sue spalle si collocano Liguria, con 2.645 euro al metro quadrato, Toscana, con 2.636 euro, e Lombardia, con 2.627 euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di sopra della media nazionale figurano anche il Lazio, dove il prezzo medio raggiunge 2.402 euro al metro quadrato, e l’Emilia-Romagna, con 2.116 euro. I mercati più accessibili restano invece quelli del Molise, con 887 euro al metro quadrato, della Calabria, con 897 euro, e della Basilicata, con 1.065 euro.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Prezzi in calo nell’84% delle province</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La tendenza negativa emerge con ancora maggiore evidenza dall’analisi provinciale. I prezzi diminuiscono infatti nell’84% delle aree monitorate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I rialzi più significativi si concentrano soprattutto nel Nord-Est. Trieste guida la graduatoria mensile con una crescita dell’1,8%, seguita da Ravenna, in aumento dell’1,4%. Brindisi e Verbano-Cusio-Ossola avanzano entrambe dello 0,9%, mentre Aosta guadagna lo 0,7% e Mantova lo 0,6%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul versante opposto, Pordenone registra la contrazione più accentuata, con un calo del 4,8%. Seguono Nuoro, in diminuzione del 3,6%, Enna, con un meno 3,3%, e Potenza, che perde il 3,2%. I prezzi rimangono invece invariati nelle province di Novara e Teramo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I prezzi medi delle case in vendita a luglio 2026 per provincia</h2>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><thead><tr><th>Provincia</th><th>Prezzo medio (euro/m²)</th></tr></thead><tbody><tr><td>Trieste</td><td>2.602</td></tr><tr><td>Ravenna</td><td>2.421</td></tr><tr><td>Brindisi</td><td>1.522</td></tr><tr><td>Verbano-Cusio-Ossola</td><td>1.981</td></tr><tr><td>Aosta</td><td>2.492</td></tr><tr><td>Mantova</td><td>1.249</td></tr><tr><td>Ragusa</td><td>991</td></tr><tr><td>Lecce</td><td>1.082</td></tr><tr><td>Bolzano-Bozen</td><td>4.702</td></tr><tr><td>Piacenza</td><td>1.426</td></tr><tr><td>Catanzaro</td><td>970</td></tr><tr><td>Siena</td><td>1.926</td></tr><tr><td>Genova</td><td>2.280</td></tr><tr><td>Bologna</td><td>2.757</td></tr><tr><td>Imperia</td><td>2.821</td></tr><tr><td>Teramo</td><td>1.485</td></tr><tr><td>Novara</td><td>1.423</td></tr><tr><td>Cagliari</td><td>2.241</td></tr><tr><td>Massa-Carrara</td><td>2.070</td></tr><tr><td>Prato</td><td>2.235</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Fonte: idealista/data – Infografica realizzata con Datawrapper</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bolzano resta nettamente la provincia più cara d’Italia, con una media di 4.702 euro al metro quadrato. Seguono Milano, con 4.125 euro, Lucca, con 3.906 euro, e Firenze, con 3.393 euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le province di Roma e Milano chiudono entrambe luglio in territorio negativo. Roma registra una diminuzione mensile dell’1,2%, mentre Milano arretra dell’1,5%. Il confronto annuale rimane però positivo per entrambe, con aumenti rispettivamente del 4,1% e del 3,2%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le quotazioni più contenute si trovano invece a Biella, dove il prezzo medio è di 529 euro al metro quadrato, a Caltanissetta, con 585 euro, e a Isernia, con 608 euro.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nei capoluoghi prevalgono i ribassi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Anche nei capoluoghi il quadro appare diviso, ma con una prevalenza delle diminuzioni. A luglio i prezzi scendono in 57 città, aumentano in 40 e restano invariati in otto: Monza, Foggia, Vicenza, Padova, Bologna, Ravenna, Agrigento e Udine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le performance migliori interessano soprattutto i mercati di dimensioni piccole e medie. Ragusa guida i rialzi con una crescita mensile del 3,9%, davanti a Mantova, in aumento del 2,6%, e Imperia, che avanza del 2,5%. Completano le prime cinque posizioni Trieste, con un incremento del 2,3%, e Siena, con il 2,1%.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I prezzi medi delle case in vendita a luglio 2026 per capoluogo</h2>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><thead><tr><th>Capoluogo</th><th>Prezzo medio (euro/m²)</th></tr></thead><tbody><tr><td>Ragusa</td><td>1.142</td></tr><tr><td>Mantova</td><td>1.704</td></tr><tr><td>Imperia</td><td>2.209</td></tr><tr><td>Trieste</td><td>2.611</td></tr><tr><td>Siena</td><td>3.011</td></tr><tr><td>Verbania</td><td>2.667</td></tr><tr><td>Gorizia</td><td>1.393</td></tr><tr><td>Caserta</td><td>1.654</td></tr><tr><td>Trani</td><td>1.750</td></tr><tr><td>Lodi</td><td>2.085</td></tr><tr><td>Sassari</td><td>1.326</td></tr><tr><td>Lucca</td><td>2.512</td></tr><tr><td>Barletta</td><td>1.538</td></tr><tr><td>Pescara</td><td>1.998</td></tr><tr><td>Cesena</td><td>2.302</td></tr><tr><td>Pistoia</td><td>1.790</td></tr><tr><td>Cagliari</td><td>2.623</td></tr><tr><td>Bergamo</td><td>2.912</td></tr><tr><td>Piacenza</td><td>1.933</td></tr><tr><td>Isernia</td><td>831</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Fonte: idealista/data – Infografica realizzata con Datawrapper</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le grandi città, Cagliari registra un aumento dello 0,8%, Venezia dello 0,5% e Genova dello 0,1%. Arretrano invece i principali mercati nazionali: Milano perde l’1,3%, Napoli lo 0,6%, mentre Roma e Torino segnano entrambe un calo dello 0,4%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le diminuzioni più consistenti del mese si registrano a Pordenone, dove i valori scendono del 5,3%, a Potenza, in calo del 5%, e a Belluno, che perde il 3,6%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La classifica delle città più costose resta invariata. Milano si conferma al primo posto con una media di 5.681 euro al metro quadrato, seguita da Venezia, con 4.938 euro, e Bolzano, con 4.901 euro. Firenze raggiunge i 4.786 euro al metro quadrato, Bologna i 3.798 euro e Roma, sesta, i 3.767 euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I valori più bassi tra i capoluoghi italiani si rilevano invece a Caltanissetta, con 632 euro al metro quadrato, Biella, con 748 euro, e Reggio Calabria, con 778 euro.</p>
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		<title>Ferragosto, Confcooperative: 17 milioni di italiani in viaggio per una spesa di 18,5 miliardi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 11:52:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Saranno circa 17 milioni gli italiani che si metteranno in viaggio per le vacanze di Ferragosto, generando una spesa complessiva stimata in 18,5 miliardi di...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Saranno circa <strong>17 milioni gli italiani</strong> che si metteranno in viaggio per le vacanze di Ferragosto, generando una spesa complessiva stimata in <strong>18,5 miliardi di euro</strong>. Di questi, 10,6 milioni saranno adulti e 6,4 milioni adolescenti e bambini. A trainare i consumi saranno soprattutto la ristorazione e i servizi di ricettività, ai quali andranno circa <strong>10 miliardi di euro</strong>. È il quadro elaborato dal Centro studi di Confcooperative, che fotografa un&#8217;estate caratterizzata da una forte domanda turistica ma anche da un divario sempre più marcato tra chi può permettersi una vacanza e chi, invece, è costretto a rinunciarvi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra coloro che resteranno in Italia, il <strong>mare</strong> si conferma la meta preferita, scelta dal 62% dei vacanzieri. Cresce però l&#8217;interesse per la <strong>montagna</strong>, che raggiunge il 28% delle preferenze, sei punti percentuali in più rispetto al 2025, complice anche la ricerca di temperature più miti. Il restante 10% si orienterà verso città d&#8217;arte e agriturismi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte dei costi, una famiglia spenderà in media <strong>2.750 euro</strong> per una settimana di vacanza ad agosto con pernottamento e prima colazione, un valore in aumento del 15% rispetto allo scorso anno. Per una famiglia di quattro persone che partirà nella settimana di Ferragosto, la spesa potrà arrivare fino a <strong>6.820 euro</strong>, in crescita del 5% rispetto al 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A incidere sul budget contribuiscono anche i rincari dei carburanti. L&#8217;automobile resta infatti il mezzo di trasporto preferito da sei italiani su dieci e il cosiddetto caro-pompa comporterà un aggravio stimato in circa <strong>un miliardo di euro</strong>. Rispetto all&#8217;estate scorsa, un pieno di gasolio costerà mediamente 22 euro in più, mentre per la benzina l&#8217;aumento sarà di circa 15 euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutti, però, partiranno. Secondo le stime di Confcooperative, <strong>8,9 milioni di italiani</strong> trascorreranno Ferragosto a casa e, in oltre la metà dei casi, la scelta sarà dettata da motivazioni economiche. «Il turismo conferma la sua centralità nell&#8217;economia italiana, ma i dati ci restituiscono anche l&#8217;immagine di un Paese polarizzato, perché accanto a una parte di popolazione che mantiene capacità di spesa, emerge una fascia di italiani esclusi anche dalle vacanze», osserva il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/vacanze-ferragosto-2026-spesa-italiani-confcooperative/">Ferragosto, Confcooperative: 17 milioni di italiani in viaggio per una spesa di 18,5 miliardi</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Firmata un’alleanza industriale, l’occasione strategica per entrare nei mercati esteri</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/firmata-unalleanza-industriale-loccasione-strategica-per-entrare-nei-mercati-esteri/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 11:32:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dublino vuole trasformare la crescita in infrastrutture, Roma avvicinare le Pmi ai grandi poli tecnologici. L’intesa firmata a Villa Spada prova a costruire un asse economico tra due sistemi diversi ma complementari.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">La crescita irlandese ha aperto una sfida che riguarda da vicino anche l’Italia: trasformare la forza di un sistema economico in nuova capacità industriale. Dublino è riuscita ad attirare capitali, multinazionali e alcuni dei maggiori protagonisti mondiali della tecnologia e della ricerca, ma ora deve accompagnare questa espansione con nuove infrastrutture energetiche e di trasporto, servizi sanitari e competenze produttive. È qui che il rapporto con l’Italia può superare il perimetro tradizionale degli scambi commerciali. Roma dispone di una manifattura articolata, di imprese specializzate e di un patrimonio di conoscenze industriali che risponde a molte delle necessità irlandesi; soffre però la frammentazione del proprio tessuto produttivo, che rende più difficile per le aziende minori accedere ai mercati esteri e ai grandi circuiti internazionali dell’innovazione. La complementarità è evidente: l’Irlanda ha bisogno di accompagnare la propria crescita con nuove infrastrutture e competenze produttive, l’Italia di canali capaci di portare le sue Pmi dove si concentrano capitali, tecnologia e ricerca. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È su questo equilibrio che si fonda il memorandum d’intesa firmato a Villa Spada, residenza dell’ambasciatrice d’Irlanda a Roma, da Ibec, Unioncamere e Assocamerestero, con il coinvolgimento della Camera di Commercio Italiana in Irlanda. Il percorso ha preso avvio nel marzo 2025, in occasione della visita in Irlanda del viceministro delle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini, e mette oggi in relazione il sistema camerale italiano con un’organizzazione, Ibec, che rappresenta oltre 1.800 imprese, comprese numerose multinazionali. Più che un accordo di promozione commerciale, l’intesa prova dunque a costruire un’infrastruttura di accesso al mercato: informazioni, formazione, ricerca di partner e assistenza operativa per aziende che spesso possiedono prodotti competitivi, ma non le dimensioni necessarie per affrontare da sole un processo di internazionalizzazione. Il nuovo scenario geopolitico rende questa funzione ancora più rilevante. Come osserva Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere «le piccole e medie imprese italiane guardano con grande interesse ai mercati geograficamente più vicini», mentre instabilità e tensioni internazionali rendono più difficile raggiungere destinazioni lontane. L’Irlanda offre la stabilità del mercato unico e, allo stesso tempo, un’economia fortemente proiettata sui flussi globali. Non si tratta, però, soltanto di vendere meglio il Made in Italy. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le occasioni più interessanti possono arrivare dai settori nei quali Dublino deve colmare il divario tra crescita economica e dotazione infrastrutturale. Danny McCoy, amministratore delegato di Ibec, indica in particolare la realizzazione di nuove metropolitane e delle opere necessarie a portare a terra l’energia prodotta dagli impianti eolici offshore. Sono progetti che chiamano direttamente in causa l’ingegneria, la componentistica e le competenze italiane nella costruzione di infrastrutture complesse. Sanità, farmaceutica e invecchiamento della popolazione allargano ulteriormente il terreno della cooperazione, mentre sicurezza e difesa gli attribuiscono una dimensione che è insieme industriale e politica. «L’Irlanda ha molto da imparare dall’Italia», riconosce McCoy, legando il rafforzamento della capacità produttiva anche alle nuove responsabilità europee di Dublino. La rete camerale dovrebbe servire a trasformare questa domanda in opportunità accessibili anche alle imprese meno strutturate. Per Mario Pozza, presidente di Assocamerestero, la forza dell’intesa sta proprio nell’unione tra le Camere italiane, che conoscono il tessuto produttivo nazionale, e quelle presenti all’estero, composte da imprenditori radicati nei mercati locali. Una combinazione che può ridurre costi, incertezza e distanza informativa, ostacoli che incidono soprattutto sull’espansione delle Pmi. «L’Irlanda può rappresentare un punto di riferimento per permettere alle piccole e medie aziende italiane di accedere a nuove opportunità», spiega Pozza. Il vantaggio, del resto, può essere reciproco. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia porta capacità manifatturiera, qualità e specializzazione; l’Irlanda offre un ecosistema nel quale innovazione, finanza e grandi gruppi internazionali convivono e alimentano una forte proiezione sui mercati globali. Se questa relazione funzionerà, il risultato non sarà soltanto qualche esportazione in più. Potrà nascere un asse tra industria e tecnologia capace di valorizzare le complementarità tra i due Paesi e aprire nuove opportunità di crescita per entrambi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/firmata-unalleanza-industriale-loccasione-strategica-per-entrare-nei-mercati-esteri/">Firmata un’alleanza industriale, l’occasione strategica per entrare nei mercati esteri</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Il Made in Italy monta il motore FII: il Fondo Imprese dà il turbo alle PMI</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/made-in-italy-fii-turbo-pmi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 11:07:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo Fondo Imprese affida a Fondo Italiano d’Investimento 600 milioni per sostenere crescita dimensionale, aggregazioni e capitale paziente nelle filiere strategiche del Made in Italy.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il problema storico dell’industria italiana è il nanismo delle imprese, la risposta del Governo passa da oggi dal capitale. Fondo Italiano d’Investimento si è aggiudicato la gestione del Fondo Imprese, il comparto del Fondo Nazionale del Made in Italy destinato a entrare nel capitale delle aziende considerate strategiche. Un incarico che rafforza il ruolo della SGR come braccio finanziario della politica industriale italiana e mette a disposizione delle piccole e medie imprese una leva potenzialmente decisiva per crescere, aggregarsi e competere sui mercati internazionali. A soli due anni dalla sua creazione, il Fondo Nazionale del Made in Italy entra così nella sua fase pienamente operativa. La scelta del gestore non è un passaggio di routine: uno degli strumenti più ambiziosi messi in campo dallo Stato per sostenere l’apparato produttivo viene affidato a una società nata nel 2010 su iniziativa del ministero dell’Economia e oggi controllata al 55 per cento da Cdp Equity. Nell’azionariato figurano anche Intesa Sanpaolo, UniCredit, Confindustria e ABI, a conferma della natura istituzionale e finanziaria dell’operazione. A sottolineare il valore strategico dell’incarico è la linea indicata dall’amministratore delegato di Fondo Italiano d’Investimento, Domenico Lombardi: «Vogliamo consolidarci come punto di riferimento del private capital e come piattaforma capace di mobilitare capitali pazienti a sostegno dell’economia reale». </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Fondo Imprese disporrà subito di 600 milioni di euro, sui 900 milioni stanziati complessivamente. Gli altri 300 milioni confluiranno nel comparto Real Asset, dedicato a miniere, materie prime critiche e impianti produttivi ad alta rilevanza infrastrutturale. Il veicolo affidato a Fondo Italiano avrà una durata di 15 anni e una finestra di investimento di 5. Potrà acquisire partecipazioni di maggioranza o minoranze qualificate nelle aziende target, ma anche operare indirettamente, sottoscrivendo fondi di private equity territoriali o specializzati. La partita decisiva sarà quella dell’effetto leva. L’obiettivo è mobilitare uno o due euro di capitale privato per ogni euro pubblico investito, trasformando i 600 milioni iniziali in interventi per oltre un miliardo e mezzo di euro. Il discrimine tra politica industriale e assistenzialismo passerà dalla qualità delle scelte: il Fondo dovrà sostenere imprese con prospettive di sviluppo, tecnologie e mercati, senza semplicemente limitarsi a mettere in sicurezza aziende prive di un progetto industriale. Il perimetro di azione è comunque molto ampio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le filiere considerate strategiche comprendono meccanica strumentale, farmaceutica, chimica, materie plastiche, apparecchiature elettriche, elettronica, metallurgia e raffinazione. A queste si aggiungono le priorità del piano strategico 2026-2030 di Fondo Italiano: transizione energetica, aerospazio, materiali critici e terre rare, navalmeccanica, agritech sostenibile, economia circolare, sanità e formazione. Settori nei quali competitività, innovazione e sicurezza economica nazionale sono ormai strettamente intrecciate. Il bersaglio è la frammentazione del tessuto produttivo. Oltre il 90% delle imprese italiane ha meno di 10 dipendenti. Una struttura che garantisce flessibilità e specializzazione, ma che spesso impedisce di sostenere gli investimenti necessari in ricerca, digitalizzazione, acquisizioni e internazionalizzazione. Fondo Imprese dovrà favorire aggregazioni, fusioni e crescita dimensionale, con l’ambizione di trasformare eccellenze di nicchia in gruppi capaci di confrontarsi con concorrenti europei, americani e asiatici. Fondo Italiano arriva all’incarico con oltre 5 miliardi di euro in gestione, distribuiti su 21 fondi, più di 165 aziende sostenute e oltre 350 operazioni realizzate nell’economia reale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua attività spazia dagli investimenti diretti ai fondi di fondi, dal private debt alle operazioni di growth capital e buy-out, fino al mercato secondario e all’impact investing. Nel portafoglio figurano imprese dell’aeronautica, della cybersecurity, dei dispositivi medici, dell’agroalimentare, della certificazione industriale, dell’ospitalità e dell’edutainment. Il nuovo piano della SGR prevede il lancio di 8 fondi, impegni finanziari per 4,9 miliardi e commissioni di gestione superiori a 39 milioni entro il 2030. Il solo Fondo Filiere Strategiche punta a raccogliere più di un miliardo, coinvolgendo assicurazioni, casse previdenziali e altri investitori istituzionali. Anche la presidente Barbara Poggiali ha indicato nella crescita dimensionale la condizione indispensabile per irrobustire il sistema produttivo e costruire operatori nazionali più solidi. Più difficile quantificare oggi il ritorno diretto per le casse pubbliche. Il beneficio sarà soprattutto sistemico: più fatturato, occupazione ed Ebitda nelle aziende partecipate, maggiore capacità di investimento e un ampliamento della base imponibile. La sfida, dunque, non è spendere 600 milioni. È usarli per attirarne molti di più, selezionando imprese capaci di crescere e mantenendo le decisioni al riparo dalle convenienze politiche. Per Fondo Italiano è un salto di qualità strategico. Per le PMI può essere l’occasione di smettere di essere troppo piccole per competere e troppo preziose per essere lasciate sole.</p>
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		<title>San Marino nel mercato unico, Beccari: «Si apre un nuovo ciclo»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 11:46:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’accordo di associazione con l’Ue eliminerà le barriere per imprese e cittadini, rafforzerà i rapporti con l’Italia e avvierà un’integrazione graduale dei servizi finanziari.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Luca Beccari, Segretario di Stato per gli Affari esteri, la Cooperazione economica internazionale e le Telecomunicazioni della Repubblica di San Marino, l’intesa chiude una lunga fase di riallineamento agli standard internazionali e apre nuove prospettive per l’economia sammarinese. «È una tappa che segna definitivamente l’apertura di un nuovo ciclo».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Qual è il valore politico dell’accordo di associazione con l’Unione europea?</strong><br>«Il valore politico è composto da più elementi. L’obiettivo principale era garantire una maggiore integrazione dell’economia sammarinese nel mercato unico. San Marino è interamente circondato dal territorio dell’Unione europea e il suo sviluppo non può prescindere da una piena interazione con l’Europa. L’accordo permette a imprese e cittadini sammarinesi di essere equiparati a imprese e cittadini europei, pur senza diventare uno Stato membro, eliminando le barriere agli scambi economici e sociali».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’intesa conclude anche un percorso di trasformazione dell’economia sammarinese?</strong><br>«Sì. Prima della crisi del 2008-2009 San Marino era ancora considerato, come altri piccoli Stati, un Paese offshore e non pienamente allineato alle regole internazionali. Abbiamo investito molto per rendere la nostra economia conforme agli standard, cooperativa e integrata. Mancava però la possibilità di beneficiare di una più ampia integrazione economica. L’accordo completa questa trasformazione».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali settori beneficeranno maggiormente dell’accesso al mercato unico?</strong><br>«San Marino ha un’economia molto diversificata e non c’è un settore che non possa trarre vantaggio dall’accordo. L’industria manifatturiera resta il comparto principale, ma i benefici riguarderanno anche commercio, servizi, agricoltura e nuove tecnologie. Oggi un’impresa sammarinese di servizi può incontrare limiti nella partecipazione agli appalti europei o nazionali, mentre in settori come telecomunicazioni, trasporti e produzione restano restrizioni legate alla condizione di Paese extra-Ue. L’associazione consentirà di operare in un quadro di regole comuni e offrirà anche agli investitori e ai cittadini europei presenti a San Marino le stesse garanzie riconosciute nell’Unione».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per i servizi finanziari è previsto un accesso progressivo. Come funzionerà?</strong><br>«Il comparto sarà integrato gradualmente attraverso quattro grandi aree: servizi bancari tradizionali, titoli, assicurazioni e fondi. Potranno procedere insieme oppure separatamente, in base ai tempi necessari per recepire e applicare la normativa europea. Il termine massimo previsto è di quindici anni. Non si tratta soltanto di raggiungere la conformità normativa, ma anche di predisporre strumenti di vigilanza capaci di dialogare con le autorità europee. È la parte più impegnativa dell’accordo, ma San Marino non parte da zero: dal 2012, in virtù della convenzione monetaria sull’euro, recepisce già norme sui sistemi di pagamento e parte dell’acquis finanziario, comprese disposizioni come la MiFID».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’adozione delle regole europee può limitare l’autonomia della Repubblica?</strong><br>«La differenza rispetto all’adesione è proprio questa. L’associazione è un trattato internazionale che disciplina diritti e regole di partecipazione al mercato unico, ma non produce modifiche istituzionali. San Marino manterrà le proprie peculiarità, assumendo l’impegno di allineare il sistema normativo. L’accordo prevede inoltre adattamenti limitati, legati alle dimensioni e alle caratteristiche del Paese. La libera circolazione delle persone, ad esempio, sarà garantita entro soglie sostenibili per una realtà di circa 35 mila residenti».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Che impatto avrà l’accordo sul rapporto con l’Italia?</strong><br>«L’intesa rafforza un rapporto già caratterizzato da un altissimo livello di integrazione economica. Tra San Marino e Italia esistono da decenni forme di libera circolazione e prestazione dei servizi, ma l’evoluzione dell’Unione europea ha progressivamente limitato la possibilità di regolare molte materie soltanto sul piano bilaterale. L’accordo offrirà quindi nuovi strumenti per consolidare ulteriormente il rapporto con l’Italia, che resta il nostro principale partner commerciale».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali sono i prossimi passaggi e quando si vedranno i primi effetti?</strong><br>«Dopo l’approvazione europea, il prossimo passaggio sarà la firma materiale dell’accordo. Seguiranno le ratifiche, perché l’intesa è considerata un accordo misto e dovrà essere approvata dai Parlamenti dei Paesi membri. È però prevista un’applicazione provvisoria: dopo la ratifica di San Marino e il passaggio al Parlamento europeo, l’accordo potrà iniziare a produrre effetti già dal 2027. Per completare tutte le ratifiche dei Ventisette potrebbero essere necessari uno o due anni».</p>
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		<title>Gli scambi corrono, la vera partita è nei cantieri irlandesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 17:37:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La farmaceutica domina le vendite irlandesi, mentre per le imprese italiane si aprono opportunità nelle infrastrutture, nell’energia e nella sanità.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’asse economico tra Roma e Dublino è già più robusto di quanto suggerisca la distanza tra i due sistemi produttivi. Nei primi nove mesi del 2025 le esportazioni italiane verso l’Irlanda hanno raggiunto 3,72 miliardi di euro, con una crescita del 35,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nella direzione opposta, gli acquisti italiani sono saliti a 6,6 miliardi, il 16,8 per cento in più. Complessivamente, in nove mesi l’interscambio di merci ha così superato 10,3 miliardi. Una relazione in forte accelerazione, ma caratterizzata da una struttura molto diversa nei due sensi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia importa soprattutto prodotti farmaceutici, che nel 2024 hanno rappresentato 4,93 miliardi sui 7,35 miliardi di importazioni italiane provenienti dall’Irlanda. Sempre nel 2024, l’export italiano è apparso invece più distribuito: accanto ai prodotti delle altre industrie manifatturiere, con oltre 706 milioni, e alla farmaceutica, che ha sfiorato i 700 milioni, pesano i macchinari, con quasi 547 milioni, i prodotti chimici, l’alimentare e le apparecchiature elettriche. I dati forniti dall’Ambasciata d’Italia descrivono quindi due economie già integrate, ma fondate su specializzazioni differenti. Dublino vende all’Italia soprattutto i beni ad alto valore prodotti dal suo ecosistema multinazionale; Roma porta sul mercato irlandese una base manifatturiera più articolata. La prossima fase del rapporto non si giocherà però soltanto sulla quantità delle merci scambiate. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera opportunità è trasformare questa complementarità in commesse, forniture e partecipazione italiana ai grandi programmi di investimento irlandesi. Furio Pietribiasi, presidente della Camera di Commercio Italiana in Irlanda, spiega che la crescita del Paese ha aumentato la domanda di infrastrutture per la mobilità e l’energia: «Si sono così aperte enormi opportunità per le aziende italiane». Per questo la Camera ha lavorato «non tanto sulle singole operazioni, quanto sulla costruzione di canali di collaborazione duraturi». Secondo Pietribiasi, nei prossimi vent’anni queste opportunità potranno generare investimenti compresi tra 40 e 50 miliardi di euro in settori nei quali l’Italia vanta competenze riconosciute. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La metropolitana di Dublino, progetto dal valore compreso tra 14 e 16 miliardi e attualmente in fase di procurement, rappresenta una delle opportunità più rilevanti, ma non esaurisce la domanda di nuove opere. Altri interventi riguardano la mobilità nelle principali città, lo sviluppo portuale dell’estuario dello Shannon e soprattutto l’energia. Secondo Pietribiasi, l’eolico offshore lungo le coste irlandesi presenta un potenziale di 70 gigawatt, a fronte di consumi nazionali complessivi pari a circa 5 gigawatt. Una scala che apre spazi per progettazione, impiantistica, componentistica e gestione delle reti. Anche sanità, prevenzione, cybersicurezza e difesa possono allargare il perimetro economico della relazione. «Si tratta di un elemento di forte complementarità tra i nostri due Paesi e le rispettive economie», osserva Pietribiasi. È qui che cambia la natura del rapporto: non più soltanto merci che attraversano il mercato unico, ma imprese chiamate a costruire insieme infrastrutture e capacità strategiche. Se gli scambi hanno già raggiunto una dimensione rilevante, ora la partita si sposta sugli investimenti.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Tax gap, l&#8217;evasione dell&#8217;Imu supera quella dell&#8217;Iva: il paradosso che pesa sui conti dei Comuni</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/tax-gap-imu-supera-iva/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 15:06:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tax gap dell'Imu resta superiore a quello dell'Iva. Nel 2023 il mancato gettito ha raggiunto 4,9 miliardi di euro, con un'evasione del 20,8%.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Quando si parla di evasione fiscale l&#8217;attenzione si concentra quasi sempre sull&#8217;Iva o sulle imposte sui redditi. Eppure è un&#8217;altra tassa a registrare oggi uno dei divari più elevati tra quanto dovrebbe essere incassato e quanto effettivamente finisce nelle casse pubbliche. Si tratta dell&#8217;Imu, l&#8217;imposta comunale sugli immobili, il cui livello di evasione continua a superare quello dell&#8217;Iva nonostante riguardi beni facilmente identificabili e censiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2023 il tax gap dell&#8217;Imu-Tasi, cioè la differenza tra il gettito teoricamente dovuto e quello effettivamente riscosso dai Comuni, ha raggiunto i <strong>4,9 miliardi di euro</strong>. La propensione al gap, che misura il mancato incasso rispetto al gettito potenziale, si è attestata al <strong>20,8%</strong>, un dato che evidenzia come oltre un quinto dell&#8217;imposta dovuta non venga versato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato appare ancora più significativo se confrontato con quello dell&#8217;Iva. L&#8217;imposta sui consumi, applicata ogni giorno su milioni di transazioni commerciali, potrebbe sembrare più esposta al rischio di evasione rispetto a un tributo che grava su immobili registrati e localizzati. I dati del Ministero dell&#8217;Economia mostrano invece una dinamica diversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il 2016 e il 2023 la propensione all&#8217;evasione dell&#8217;Iva è diminuita in modo significativo, passando dal <strong>26,2% al 19,7%</strong>. Nello stesso periodo quella dell&#8217;Imu-Tasi è scesa soltanto dal <strong>23,7% al 20,8%</strong>, mantenendosi dal 2019 stabilmente al di sopra del livello registrato per l&#8217;imposta sul valore aggiunto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla base della riduzione del tax gap dell&#8217;Iva vi è il progressivo rafforzamento degli strumenti di controllo e tracciabilità. Negli ultimi anni sono entrati a regime lo <strong>split payment</strong>, la <strong>fatturazione elettronica obbligatoria</strong>, estesa alle operazioni tra privati dal 2019, e la crescente diffusione dei pagamenti digitali, accelerata durante la pandemia. Dal 2026 si è aggiunto inoltre l&#8217;obbligo di collegare Pos e registratori telematici, consentendo un confronto automatico tra gli incassi elettronici e i corrispettivi dichiarati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diversa è invece la situazione per l&#8217;Imu. Il pagamento dell&#8217;imposta continua a dipendere in larga misura dall&#8217;iniziativa del contribuente e dall&#8217;attività di accertamento svolta dai Comuni, che si basa sull&#8217;incrocio di banche dati catastali, anagrafiche e tributarie non sempre pienamente integrate. Una caratteristica che rende più complesso individuare tempestivamente i mancati versamenti e contribuisce a mantenere elevato il tax gap.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il confronto tra i due tributi evidenzia così come la digitalizzazione dei pagamenti e degli adempimenti fiscali abbia inciso in maniera significativa sul contrasto all&#8217;evasione dell&#8217;Iva, mentre sul fronte dell&#8217;Imu resta ancora un ampio margine di miglioramento nella capacità di controllo e riscossione da parte delle amministrazioni locali.</p>
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			</item>
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		<title>Il futuro del Made in Italy si gioca sull&#8217;integrazione tra produzione e logistica</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/il-futuro-del-made-in-italy-si-gioca-sullintegrazione-tra-produzione-e-logistica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Lambiase]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 13:13:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[pmi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La competitività del Made in Italy si gioca sempre più su logistica e manifattura. Al MIMIT un convegno promosso da Confapi e Fiap per fare il punto e guardare al futuro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/il-futuro-del-made-in-italy-si-gioca-sullintegrazione-tra-produzione-e-logistica/">Il futuro del Made in Italy si gioca sull’integrazione tra produzione e logistica</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La competitività del Made in Italy passa sempre più dalla capacità di integrare manifattura, trasporti e logistica. È questo il messaggio emerso dal convegno organizzato da Confapi e Fiap nel Salone degli Arazzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy a Roma, alla presenza del ministro Adolfo Urso. Un appuntamento che ha segnato anche un passaggio strategico per il mondo delle piccole e medie imprese italiane: l’ingresso di Fiap nel sistema Confapi. La federazione, con circa 2.000 imprese associate e oltre 80 mila addetti, porta così la rappresentanza complessiva della Confederazione a 118 mila Pmi e 1,3 milioni di lavoratori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una scelta che nasce dalla consapevolezza che produzione e logistica non possono più essere considerate compartimenti separati, ma due elementi di un’unica catena del valore. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, la logistica rappresenta una delle infrastrutture strategiche su cui costruire il futuro industriale del Paese. “La logistica è al centro della nostra politica industriale e non può essere altrimenti essendo l’Italia, sul piano geografico, l’hub dell’Europa”, ha sottolineato il ministro, ricordando il ruolo del Paese nelle infrastrutture marittime, aeroportuali, energetiche e digitali. “La nostra penisola è l’hub naturale dell&#8217;Europa e anche per questo la logistica è fondamentale per le nostre imprese e per quelle degli altri Paesi europei. Dobbiamo mettere in sicurezza il nostro Paese e il nostro continente perché il conflitto perdura, si aggrava nel mondo e soprattutto intorno all’Europa”.</p>



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<iframe title="Urso (MIMIT): &quot;Logistica al centro della politica industriale&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/RTOM73-b_gU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">“Manifattura e logistica sono due componenti inscindibili della competitività del Made in Italy”, ha dichiarato il presidente nazionale di Confapi Cristian Camisa. “Abbiamo voluto organizzare questo incontro al Ministero per dare una risposta anche alle sollecitazioni che abbiamo contribuito a inserire nel Libro Bianco, dove si parla sempre di più di integrazione tra produzione e logistica”. &#8220;La logistica è un fattore competitivo di successo&#8221; ha proseguito Camisa. &#8220;Il fatto che all’interno della filiera chi produce beni e chi gestisce la logistica lavori insieme per rendere più competitivo il sistema Paese è un elemento di novità importante”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il presidente di Confapi ha richiamato anche le difficoltà legate al contesto internazionale: “Il problema oggi è l’incertezza. Il sistema geopolitico mina le fondamenta degli investimenti delle nostre aziende. Servono orizzonti di politica industriale di medio e lungo termine”. Sul fronte dei costi energetici, Camisa ha evidenziato l’impatto dei prezzi dei carburanti sulle imprese, chiedendo interventi sia nazionali sia europei: “Il prezzo del carburante incide sempre di più sui costi aziendali. Serve un intervento a breve termine, ma soprattutto una politica energetica che non sia solo nazionale, perché la competizione ormai riguarda tutta l’Europa”.</p>



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<iframe title="Camisa (Confapi): &quot;Il rilancio delle PMI passa da innovazione e competenze&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/3eQY4KqFZRo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Per Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore di Strategy &amp; Entrepreneurship alla SDA Bocconi School of Management, la logistica deve uscire dalla tradizionale classificazione di settore operativo. “La logistica è critica perché garantisce la continuità delle catene del valore ed è strategica perché è il più grande produttore di dati del mondo reale. Non è solo trasporto o distribuzione: è infralogistica, gestione dei dati, interconnessione. Finalmente abbiamo sentito parlare di filiere, ma ciò che tiene insieme le filiere è proprio la logistica”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per mantenere competitivo il sistema delle Pmi servono, secondo Carnevale Maffè, meno burocrazia, maggiore velocità decisionale e soprattutto una diffusione delle tecnologie digitali. “Non si compete nel mondo di domani senza un uso intelligente delle tecnologie digitali, in particolare dell’intelligenza artificiale. Queste tecnologie non sono appannaggio esclusivo dei grandi gruppi internazionali: devono diventare tecnologie diffuse”.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Carnevale Maffè (Bocconi): &quot;La logistica non è un costo ma una leva strategica per la competitività&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/jBuLZhRq_qQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Secondo le analisi presentate durante il convegno, il 95% delle imprese considera ormai la logistica una funzione strategica, percentuale che sale al 97% tra le grandi aziende. Resta però un divario significativo tra grandi gruppi e piccole imprese sul fronte della digitalizzazione: il 37% delle grandi aziende ha adottato un Transportation Management System (TMS), contro appena il 10% delle Pmi. Una distanza che rappresenta una delle principali sfide del prossimo futuro.</p>
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		<title>Concorrenza, la svolta passa dal telefono e dalla scatola nera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 11:12:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le nuove regole riequilibrano il mercato tra energia e telecomunicazioni e aprono alla possibilità di calcolare l’RCA sul comportamento di guida anziché sulla residenza. Ma il vero banco di prova saranno i decreti attuativi.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo dal telemarketing. Il decreto bollette aveva stabilito che un contratto luce e gas venduto al telefono è nullo, a meno che il cliente non abbia chiesto la telefonata o abbia dato un consenso specifico. Fin qui nulla di strano. Ma la possibilità di raccogliere quel consenso era riservata agli operatori con clienti già attivi nel settore energetico. Ne era uscito un mercato zoppo. Chi vende energia poteva continuare a proporre ai propri clienti la fibra o una SIM, mentre una telco non poteva più offrire ai propri clienti un contratto energia, nemmeno chiedendo il permesso. In pratica la porta del mercato energetico era stata chiusa in faccia a chi stava provando a entrarci. E parliamo del mercato che di concorrenza avrebbe più bisogno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il disegno di legge rimette le cose in pari. La nullità varrà anche per i contratti di connettività o di telefonia conclusi al telefono, e gli operatori di entrambi i settori dovranno chiedere ai propri clienti il consenso a ricevere proposte su qualunque altro bene o servizio offerto, così le telco potranno di nuovo proporre energia alla propria base clienti, e i consumatori avranno la stessa protezione su entrambi i fronti. Resta una riserva sul metodo. La parità è stata ristabilita estendendo i divieti, non togliendoli. E le telefonate moleste non spariranno, perché chi chiamava fuori dalle regole ieri continuerà a farlo domani. Però regole uguali per tutti sono il minimo sindacale della concorrenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo capitolo è una delega al Governo per riscrivere le regole dell’assicurazione RCA. Tra i criteri ce n’è uno per legare il premio al rischio reale, cioè far pagare ciascuno per come guida e non per dove abita. Oggi la polizza RCA dipende in gran parte da variabili indirette, prima fra tutte la residenza, con il risultato che un automobilista prudente di Napoli paga più di uno spericolato di Bolzano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui entra in gioco l’innovazione, che consente di superare questa ingiustizia. Le scatole nere, che in Italia sono più diffuse che in ogni altro paese europeo, registrano chilometri percorsi, velocità, frenate, orari di guida. Sono informazioni che permettono di distinguere tra due automobilisti della stessa provincia (anzi dello stesso indirizzo), cosa che nessuna statistica territoriale potrà mai fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finora però la scatola nera ha funzionato solo come correttivo per uno sconto, previsto per legge, più consistente nelle province più care. Non a caso i dispositivi sono presenti su circa un’auto assicurata su cinque a livello nazionale, ma a Caserta superano il 64 per cento e a Napoli il 53. Il premio di partenza, però, resta costruito sulle medie territoriali, e secondo l’IVASS a Napoli si continua a pagare in media 273 euro più che ad Aosta. La strada peraltro era già stata indicata da un’altra legge concorrenza, quella del 2017, che aveva previsto sconti per chi monta la scatola nera e attribuito ai suoi dati pieno valore di prova nei processi civili. Ma i decreti ministeriali con caratteristiche tecniche, interoperabilità e portabilità dei dispositivi non sono mai arrivati, tanto che nel 2024 la Cassazione ha negato a quei dati il valore di prova piena. Nessuna norma impedisce invece di usare quei dati per costruire i premi, servono solo le garanzie di privacy previste dal GDPR.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delega, però, è una promessa, non una riforma. E il precedente della riforma pensata 2017 e mai attuata non conforta. Tutto si deciderà con i decreti legislativi, ed è lì che si misurerà la distanza tra i criteri scritti oggi e gli interessi che spingeranno per annacquarli. La direzione comunque è giusta. Se il Governo andrà fino in fondo, lo farà grazie all’innovazione tecnologica e i consumatori se ne accorgeranno con un prezzo legato al merito e non al codice postale.</p>
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		<title>Pensi europeo, compri cinese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 09:54:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il marchio è britannico, il design richiama la tradizione di Oxford e la sigla rimanda ancora a Morris Garages. Ma dietro le automobili MG vendute oggi in Europa non c’è più l’industria inglese: dal 2007 il brand appartiene a SAIC Motor, uno dei maggiori gruppi automobilistici cinesi.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il marchio è britannico, il design richiama la tradizione di Oxford e la sigla rimanda ancora a Morris Garages. Ma dietro le automobili MG vendute oggi in Europa non c’è più l’industria inglese: dal 2007 il brand appartiene a SAIC Motor, uno dei maggiori gruppi automobilistici cinesi, controllato dallo Stato. È il caso più evidente di un fenomeno molto più ampio. Decine di marchi nati in Europa continuano a presentarsi attraverso la propria storia nazionale, mentre proprietà, capitale o controllo industriale sono ormai passati stabilmente in mani cinesi. Non si tratta necessariamente di un inganno. Le aziende conservano spesso sedi, progettisti, stabilimenti e posti di lavoro in Europa. Il prodotto può continuare a essere disegnato, sviluppato o realizzato nel Paese d’origine. Tuttavia, la nazionalità percepita dal consumatore non coincide più sempre con quella della proprietà. Il tricolore, l’Union Jack o il richiamo al design scandinavo restano in primo piano. Il nome dell’azionista cinese, invece, compare generalmente nelle pagine societarie, nei bilanci o nelle informative finanziarie. Così il consumatore pensa europeo, ma sempre più spesso compra cinese.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Automobili e motociclette: l’Europa corre con capitali cinesi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È nell’automotive che la trasformazione risulta più visibile. Oltre a MG, controllata da SAIC, il portafoglio della cinese Geely comprende Volvo Cars, Lotus e LEVC, erede della London Taxi Company. La svedese Volvo rimane profondamente radicata a Göteborg, dove conserva sede, progettazione e una parte importante delle attività industriali. Il suo azionista di riferimento è però Geely Holding. Nel 2025 Volvo Cars ha generato ricavi per 357,3 miliardi di corone svedesi, equivalenti a circa 32 miliardi di euro, vendendo 710 mila automobili nel mondo, oltre 332 mila delle quali in Europa. Anche smart non è più soltanto un marchio tedesco della galassia Mercedes-Benz. Dal 2019 viene gestito attraverso una joint venture paritetica tra Mercedes e Geely. Il design resta affidato alla rete tedesca, mentre la ricerca, lo sviluppo tecnico e la produzione della nuova generazione di vetture sono concentrati prevalentemente in Cina. Il fenomeno si estende alle due ruote italiane. Benelli appartiene al gruppo cinese Qianjiang, mentre Moto Morini è stata acquisita nel 2018 da Zhongneng Vehicle Group. SWM è stata rilanciata dal gruppo Shineray e lo storico marchio Morbidelli è entrato nel 2024 nel perimetro di MBP Moto e Keeway Group. I centri stile, le sedi e la comunicazione continuano a insistere sull’origine italiana dei brand. Piattaforme, motori, catene di fornitura e capacità produttiva risultano però sempre più integrate con l’industria cinese. Pirelli rappresenta un caso più complesso. Sinochem rimane il principale azionista attraverso Marco Polo International Italy, con una quota pari a circa il 34,1%. Dal bilancio 2024, tuttavia, la società considera cessato il controllo cinese ai sensi dei principi contabili, anche in seguito alle prescrizioni adottate dal Governo italiano attraverso il golden power. Non è quindi corretto definire Pirelli semplicemente un’azienda cinese. Allo stesso tempo, non può essere ignorato il peso esercitato dal suo maggiore azionista.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Elettrodomestici ed elettronica: nomi familiari, gruppi asiatici</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi acquista una lavatrice Candy può legittimamente pensare a un marchio italiano nato in Brianza. Dal 2019, però, Candy e le attività europee di Hoover appartengono ad Haier Smart Home. Il gruppo cinese ha conservato i marchi, le reti commerciali e una parte della presenza industriale europea, costruendo un portafoglio capace di rivolgersi ai consumatori attraverso identità differenti: cinese con Haier, italiana con Candy e angloamericana con Hoover. Uno schema simile riguarda Gorenje, storico produttore sloveno di elettrodomestici passato sotto il controllo di Hisense. Nel suo perimetro si trova anche Asko, marchio premium di origine svedese. Medion, azienda tedesca conosciuta per computer ed elettronica di consumo, appartiene invece a Lenovo. Ancora più sottile è il caso degli elettrodomestici Philips. L’attività non appartiene più alla multinazionale olandese, ma opera con il nome Versuni dopo essere stata acquisita dal fondo Hillhouse Capital, nato in Asia e fortemente radicato in Cina. Il marchio Philips continua a comparire sui prodotti attraverso un accordo di licenza. Il consumatore vede quindi un nome storico europeo su friggitrici, macchine da caffè, ferri da stiro e aspirapolvere, mentre la società che commercializza questi apparecchi ha una proprietà finanziaria differente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Moda e lusso: l’heritage europeo diventa un asset finanziario</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La moda è probabilmente il settore nel quale la continuità simbolica del marchio conta più della nazionalità dell’azionista. Storia, archivi, manifattura e provenienza geografica rappresentano una parte essenziale del valore commerciale. Lanvin, la più antica maison francese ancora in attività, è oggi il cuore di Lanvin Group, realtà controllata dall’ecosistema Fosun. Nello stesso portafoglio figurano l’austriaca Wolford e l’italiana Sergio Rossi. Nel 2025 il gruppo ha registrato ricavi per circa 240 milioni di euro: 76 milioni provenienti da Wolford, 58 milioni da Lanvin e quasi 30 milioni da Sergio Rossi. L’Italia offre altri esempi significativi. Krizia è stata acquisita dalla società cinese Shenzhen Marisfrolg, mentre Miss Sixty ed Energie sono entrate nel perimetro del gruppo cinese Trendy International. Sono marchi che continuano a utilizzare Milano, il design italiano e i propri archivi creativi come elementi centrali del posizionamento commerciale. La questione non è stabilire se questi prodotti siano ancora italiani o francesi in senso assoluto. Una scarpa Sergio Rossi può continuare a essere progettata e prodotta in Italia, mantenendo competenze, maestranze e filiere nazionali. Il valore economico finale, la strategia del gruppo e il controllo dell’investimento fanno però capo a una proprietà cinese. È proprio questa sovrapposizione tra origine produttiva, identità del marchio e nazionalità del capitale a rendere meno leggibile la scelta per il consumatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Turismo e alberghi: dalla Francia alla Cina senza cambiare insegna</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Club Med continua a evocare la Francia delle vacanze organizzate e dei villaggi turistici, ma è controllato dal gruppo Fosun. La stessa società cinese ha acquistato anche i diritti sul marchio britannico Thomas Cook dopo il fallimento dello storico tour operator. Nel settore alberghiero, Radisson Hotel Group fa parte dal 2018 della cinese Jin Jiang International. La stessa galassia controlla Louvre Hotels Group, proprietaria o gestore di insegne come Campanile, Première Classe, Kyriad e Golden Tulip. Radisson indica oggi Jin Jiang come proprio azionista di maggioranza. Il conglomerato cinese è diventato nel frattempo uno dei principali gruppi alberghieri mondiali per numero di strutture e camere gestite. Per il turista, tuttavia, un Radisson continua ad apparire scandinavo, un Campanile francese e un Thomas Cook britannico. L’esperienza offerta può restare coerente con la storia del brand, ma il flusso economico risale ormai lungo una catena societaria che arriva in Cina.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Alimentare e agricoltura: l’olio italiano e la chimica svizzera</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel largo consumo italiano uno dei casi più rilevanti è Salov, azienda toscana proprietaria dei marchi Filippo Berio e Sagra. Dal 2015 la società fa parte di Bright Food, gruppo cinese attivo su scala internazionale. Salov mantiene la sede e lo stabilimento a Massarosa, in Toscana, e nel 2023 ha venduto oltre 105 milioni di litri d’olio. Il consumatore acquista quindi un prodotto con una storia e una filiera fortemente italiane, inserito però all’interno di un gruppo cinese. Su scala molto più grande c’è Syngenta, multinazionale agrochimica con radici e sede in Svizzera, acquistata da ChemChina e oggi integrata nel gruppo statale Sinochem. Il suo peso non riguarda tanto un marchio visibile sugli scaffali dei supermercati, quanto sementi, prodotti fitosanitari e servizi utilizzati dagli agricoltori europei. È un esempio di come la presenza cinese non interessi soltanto il consumo finale, ma anche i passaggi strategici e meno visibili delle filiere produttive.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Industria, robotica e nautica: il controllo passa dietro le quinte</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel business-to-business il passaggio di proprietà è meno noto al grande pubblico, ma può risultare economicamente ancora più rilevante. Il produttore tedesco di robot industriali KUKA appartiene a Midea. Putzmeister, simbolo tedesco delle pompe per calcestruzzo, è controllata da Sany. KraussMaffei, attiva nei macchinari per plastica e gomma, è passata a ChemChina. La società olandese di semiconduttori Nexperia è controllata dalla cinese Wingtech. Nella meccanica italiana, CIFA appartiene a Zoomlion. Nel lusso nautico, Ferretti Group è controllato dalla cinese Weichai e riunisce alcuni dei marchi più prestigiosi della nautica italiana: Riva, Pershing, CRN, Custom Line, Itama, Wally e Ferretti Yachts. In questo caso la proprietà cinese non ha cancellato la produzione italiana, che resta una componente essenziale del valore industriale e commerciale del gruppo. Ha però trasformato alcuni dei simboli più riconoscibili della nautica nazionale in asset di un conglomerato asiatico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un’economia da oltre 100 miliardi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esiste un dato ufficiale che sommi il fatturato di tutti i marchi europei passati sotto proprietà cinese. Le società considerate hanno perimetri diversi, molte non pubblicano i ricavi per singolo marchio e alcune generano una parte rilevante delle vendite al di fuori dell’Europa. Un calcolo prudenziale, costruito sui ricavi globali delle principali aziende europee controllate o partecipate in modo determinante da gruppi cinesi, porta però a un ordine di grandezza compreso tra 90 e 110 miliardi di euro l’anno. Volvo Cars e Syngenta rappresentano da sole più della metà del totale. Seguono Pirelli, MG e le altre attività europee di SAIC, Haier Europe, Gorenje-Hisense, KUKA, Nexperia, Club Med, Radisson, Ferretti e gli altri gruppi industriali e del lusso. La cifra non misura esclusivamente i ricavi prodotti sul mercato europeo e non rappresenta il denaro trasferito in Cina. Indica il giro d’affari globale generato da attività e marchi di origine europea entrati nell’orbita di azionisti cinesi.<br>Considerando unicamente le vendite realizzate in Europa, una stima ragionevole si colloca invece tra 40 e 55 miliardi di euro annui, con l’automotive come prima voce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il Made in Italy, il perimetro più rigoroso — comprendente Ferretti, Candy, Salov, Sergio Rossi, Benelli, Moto Morini, SWM, Krizia, Miss Sixty, Energie, CIFA e gli altri marchi stabilmente controllati — vale indicativamente tra 4 e 5 miliardi di euro di ricavi annui. Includendo Pirelli, dove Sinochem resta il principale azionista ma non esercita più formalmente il controllo contabile, il valore sale a circa 11-12 miliardi di euro. Sono stime, non un censimento definitivo. Ma restituiscono la dimensione del fenomeno: la Cina non è più soltanto la fabbrica anonima che produce per i marchi occidentali. Sempre più spesso possiede il marchio stesso, ne finanzia il rilancio e ne utilizza l’identità europea per conquistare i consumatori. Sul prodotto resta scritto Oxford, Göteborg, Milano o Parigi. La proprietà, invece, parla mandarino.</p>
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		<title>Se l&#8217;invenduto resta, decide chi tiene i numeri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 08:37:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il divieto UE di distruggere i prodotti tessili spinge le aziende a ripensarsi. La ricerca di Heidrick & Struggles sulle dinamiche future.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 19 luglio 2026 le aziende europee del tessile non potranno più distruggere i prodotti invenduti. Lo stabilisce il Regolamento europeo sull&#8217;Ecodesign for Sustainable Products (ESPR), che elimina una pratica a lungo utilizzata per smaltire le eccedenze di magazzino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il divieto impone ai gruppi del fashion una revisione dei modelli di pianificazione, produzione e gestione del capitale. E sta accelerando un cambiamento organizzativo già in corso: il rafforzamento del chief financial officer nelle decisioni su prodotto, supply chain, investimenti e sviluppo delle collezioni. È quanto emerge da una ricerca di Heidrick &amp; Struggles presentata al Financial Times Luxury Summit di Borgo Egnazia, basata su dieci interviste ai CFO di alcune delle principali aziende italiane del fashion e del lusso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il regolamento europeo non introduce soltanto un nuovo obbligo operativo», spiega Giulia Iuticone, partner di Heidrick &amp; Struggles. «Ridefinisce il modo in cui le aziende prendono decisioni. Se l&#8217;invenduto non rappresenta più una valvola di sfogo, la qualità della pianificazione diventa un fattore competitivo e il CFO assume un ruolo sempre più rilevante nel bilanciare desiderabilità del prodotto, disciplina del capitale e gestione del rischio».</p>



<p class="wp-block-paragraph">I CFO intervistati partecipano direttamente alle riunioni di product strategy, alla definizione del mix di collezione, alla pianificazione produttiva e all&#8217;architettura dei prezzi. Cambia anche il rapporto tra finanza e creatività: gli investimenti nei principali asset di brand, sfilate, campagne di comunicazione, iniziative di marketing, sono oggi sottoposti a una valutazione più strutturata del ritorno economico e strategico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non significa limitare la creatività o misurarne il valore esclusivamente con indicatori finanziari», afferma Iuticone. «Al contrario, significa renderla una scelta pienamente consapevole. Le aziende continuano a investire nella costruzione del brand e nella desiderabilità, ma oggi il confronto riguarda anche il capitale impiegato, l&#8217;orizzonte temporale del ritorno e il contributo di ciascun investimento agli obiettivi complessivi dell&#8217;impresa. La finanza non sostituisce la creatività: ne diventa un partner strategico».</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;effetto della normativa non sarà uniforme. Le maison con collezioni stagionali ampie risultano le più esposte al rischio di eccedenze: per loro il coinvolgimento della funzione finance nella pianificazione produttiva diventa più rilevante, con la necessità di ripensare il rapporto tra ampiezza dell&#8217;offerta, capacità di previsione della domanda e disciplina del capitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diversa la posizione dei marchi costruiti attorno a un portafoglio di prodotti iconici e continuativi, dove la gestione della desiderabilità attraverso la scarsità è già una leva competitiva. In questi casi la sovrapproduzione è limitata a monte per ragioni di posizionamento, prima ancora che normative, mentre l&#8217;attenzione si concentra su qualità della filiera, tracciabilità e resilienza rispetto ai rischi geopolitici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca individua come benchmark organizzativo il modello produttivo basato sull&#8217;ordine, in cui ogni prodotto ha un cliente identificato prima di essere realizzato. In queste organizzazioni la disciplina finanziaria è integrata da tempo nei processi creativi e industriali e il CFO partecipa alle decisioni sul prodotto come parte del modello operativo, non come conseguenza di un vincolo regolatorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contrariamente alla percezione diffusa, secondo la ricerca il lusso è già un settore fortemente guidato dai dati. Report di sell-out e performance per categoria, mercato e canale vengono condivisi trasversalmente tra merchandising, commerciale, prodotto e finanza, creando una base informativa comune per le decisioni strategiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quadro che ne esce, sostiene lo studio, va oltre l&#8217;adeguamento alla scadenza del 19 luglio: nelle aziende del lusso il CFO sta evolvendo da responsabile della performance economico-finanziaria a partner del CEO nelle decisioni su crescita, posizionamento competitivo e creazione di valore nel lungo periodo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/se-linvenduto-resta-decide-chi-tiene-i-numeri/">Se l&#8217;invenduto resta, decide chi tiene i numeri</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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