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	<title>Articoli di Gianni Pittella, autore presso The Watcher Post</title>
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	<link>https://www.thewatcherpost.it/author/gianni-pittella/</link>
	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Mon, 26 Oct 2026 09:28:23 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Brasile e Serbia, la democrazia non si arrende</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 09:12:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Brasile e Serbia arriva un segnale che merita attenzione e alimenta speranza. La vittoria in rimonta di Lula e il successo del movimento degli studenti serbi raccontano, in contesti profondamente diversi, una stessa possibilità: il corso della politica può ancora essere cambiato dalla partecipazione dei cittadini.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Da Brasile e Serbia arriva un segnale che merita attenzione e alimenta speranza. La vittoria in rimonta di Lula e il successo del movimento degli studenti serbi raccontano, in contesti profondamente diversi, una stessa possibilità: il corso della politica può ancora essere cambiato dalla partecipazione dei cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe sbagliato sovrapporre le due vicende. In Brasile si rinnova la fiducia a un leader storico della sinistra; in Serbia emerge una domanda di rinnovamento cresciuta nelle piazze, contro la corruzione e la concentrazione del potere. Eppure un filo comune esiste: il rifiuto della rassegnazione, la volontà di contare, la richiesta di una politica capace di restituire dignità e futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che ambiente, equità e democrazia tornano a incontrarsi. La transizione ecologica deve offrire opportunità e protezione sociale; la lotta alle disuguaglianze deve accompagnarsi a istituzioni credibili, libertà e responsabilità di chi governa. Su questo terreno le forze progressiste possono ritrovare una ragione forte per parlare alla società.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano politico e simbolico, Trump e Putin possono essere considerati gli sconfitti indiretti di questa giornata. Con differenze evidenti: per Trump il risultato brasiliano rappresenta un ostacolo all’espansione della propria influenza; per Putin, il cambiamento serbo può restringere uno spazio di influenza nei Balcani. Sarebbe tuttavia prematuro attribuire ai vincitori di Belgrado scelte internazionali ancora da definire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il messaggio più profondo riguarda tutti noi: esiste ancora un’opinione pubblica che non accetta di consegnare il proprio destino agli uomini forti e agli accordi fra le grandi potenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa dovrebbe ascoltarla. Sostenere la partecipazione democratica, investire nei giovani, rendere concreta la promessa di giustizia sociale: è così che può dare forza a questi segnali. La democrazia ha ancora energie. Tocca alla politica trasformarle in cambiamento.</p>
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		<title>Vincere la paura: questo è il tema del nostro tempo</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/vincere-la-paura-nostro-tempo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 13:52:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un sentimento che attraversa le generazioni, le classi sociali, i confini: la paura. Paura della guerra, della povertà, della solitudine.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">C’è un sentimento che attraversa le generazioni, le classi sociali, i confini: la paura. Paura della guerra, della povertà, della solitudine. Paura di perdere il lavoro, di non riuscire a curarsi, di lasciare ai figli un mondo peggiore di quello ricevuto. E, soprattutto, paura di non avere più alcun potere sulla propria vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo il tema del nostro tempo: vincere la paura. Guardarla in faccia, comprenderne le ragioni, impedire che diventi la misura di ogni scelta personale e collettiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la paura ha un fondamento concreto. Abita nella casa di chi deve scegliere quale bolletta pagare, nell’attesa di un esame diagnostico, nella precarietà di un giovane che non riesce a progettare il futuro. A queste persone non possiamo chiedere semplicemente di essere ottimiste. Dobbiamo offrire ragioni per avere fiducia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando queste ragioni mancano, la paura cerca un bersaglio. L’insicurezza diventa diffidenza, la diffidenza ostilità. Il vicino, lo straniero, chi ha una fede o un’opinione diversa può diventare il colpevole di un disagio che ha cause ben più profonde. E una società di persone impaurite rischia di accettare che qualcuno decida per tutti, purché prometta protezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui si misura la responsabilità della politica. C’è chi raccoglie le paure per trasformarle in consenso e chi si assume il compito, più difficile, di affrontarne le cause. Alimentare l’allarme può portare voti; governare richiede di ridurre l’insicurezza, rendere accessibili i servizi, dare risposte verificabili. Anche riconoscendo i limiti delle proprie possibilità, senza promettere soluzioni miracolose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fiducia è il risultato di impegni mantenuti. Nasce quando il lavoro consente una vita dignitosa, quando una famiglia trova sostegno, quando una persona anziana non viene abbandonata, quando studiare apre davvero una possibilità. Ogni diritto che funziona nella vita quotidiana sottrae spazio alla paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa responsabilità riguarda anche l’Europa. Per molti cittadini, i grandi cambiamenti appaiono come forze lontane e incontrollabili: le guerre, le trasformazioni tecnologiche, le crisi ambientali, le decisioni economiche. L’Unione europea ritrova il senso della propria esistenza quando permette alle persone di affrontare insieme ciò che le lascerebbe impotenti se fossero sole. Deve rendere visibile questa capacità di protezione e di azione, nella sicurezza come nelle opportunità di lavoro, nella ricerca come nella coesione sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche nel Mediterraneo la paura può diventare una prigione. Se guardiamo all’altra sponda soltanto come all’origine di minacce, finiamo per smarrire la possibilità di costruire relazioni, prevenire conflitti, governare le migrazioni, condividere conoscenze e sviluppo. Il dialogo richiede fermezza sui diritti e disponibilità all’ascolto. Richiede il coraggio di incontrare le persone oltre le immagini che ci siamo fatti di loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma nessuna istituzione, da sola, può assolvere questo compito. La paura cresce nell’isolamento e trova un argine nei legami. Una scuola che educa al pensiero critico, un’associazione che crea occasioni di incontro, una comunità che si prende cura dei più fragili rendono la società più capace di reagire. Partecipare significa anche questo: scoprire che il proprio problema può ricevere ascolto e diventare una responsabilità condivisa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’umanesimo socialista e quello cristiano possono offrire, su questo terreno, un contributo prezioso: la dignità di ogni persona, la solidarietà, il dovere di non lasciare nessuno solo davanti alla propria fragilità. Sono principi che acquistano forza quando diventano comportamenti, scelte pubbliche, cura concreta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vincere la paura significa, infine, accettare che il futuro contenga una parte di incertezza senza rinunciare a costruirlo. Nessuno può garantire una vita al riparo da ogni rischio. Possiamo però fare in modo che le difficoltà non si traducano in abbandono e che il cambiamento non sia vissuto come una condanna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il coraggio di cui abbiamo bisogno comincia qui: nel dire la verità anche quando è scomoda, nel cercare soluzioni anche quando sono difficili, nel tenere aperta una possibilità di incontro quando tutto spinge alla contrapposizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La speranza diventa credibile quando qualcuno se ne assume la responsabilità. È questo il compito della politica, della cultura e di ciascuno di noi: dare alle persone ragioni concrete per rialzare lo sguardo.</p>
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		<title>No alla violenza ma non si sottovaluti il malessere sociale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2026 15:56:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Europa deve ascoltare il disagio che attraversa le sue piazze. Il rincaro dell’energia, le difficoltà del lavoro, l’incertezza sul futuro stanno mettendo alla prova la...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/no-alla-violenza-ma-non-si-sottovaluti-il-malessere-sociale/">No alla violenza ma non si sottovaluti il malessere sociale</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa deve ascoltare il disagio che attraversa le sue piazze. Il rincaro dell’energia, le difficoltà del lavoro, l’incertezza sul futuro stanno mettendo alla prova la tenuta sociale e la fiducia nelle istituzioni. Se la politica democratica non offre risposte credibili, lascia un terreno fertile a chi promette protezione alimentando divisioni e indicando nemici.<br>Naturalmente la protesta civile e pacifica e&#8217; cosa diversa dalla violenza che va denunciata e contrastata senza timidezze e senza connivenze .<br>In Francia, per oggi sono annunciate mobilitazioni di studenti, sindacati e componenti del movimento dei gilet gialli contro il carovita e l’indebolimento del modello sociale. In Italia, le proteste di agricoltori e autotrasportatori, documentate anche in Puglia, richiamano il peso crescente del gasolio e dei costi di produzione. Sono mobilitazioni diverse, che vanno comprese nelle loro specificità. Le accomuna però una domanda politica: chi protegge chi non riesce più a sostenere il peso delle crisi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe un errore ridurre questa domanda a un problema di ordine pubblico. Le violenze vanno contrastate, garantendo il diritto di manifestare pacificamente. Ma nessuna gestione della piazza può sostituire una politica capace di affrontare le ragioni del malessere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro una bolletta che diventa insostenibile, un’impresa agricola che perde margini, un trasportatore che fatica a coprire i costi, c’è una questione di dignità. E dietro le preoccupazioni dei giovani ci sono anche istruzione, casa, opportunità e possibilità di costruire una vita autonoma. La politica deve saper vedere le persone prima delle categorie elettorali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre anzitutto una risposta immediata al caro energia. Aiuti temporanei e mirati alle famiglie più esposte, sostegni alle attività per le quali il carburante rappresenta un costo essenziale, protezione dei servizi pubblici e dei trasporti. Misure con coperture trasparenti, tempi certi e verifiche sull’efficacia. I sussidi indiscriminati costano molto e rischiano di aiutare soprattutto chi consuma di più; la priorità deve andare a chi ha meno strumenti per difendersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa risposta richiede un impegno europeo. Affidarsi soltanto ai bilanci nazionali significa permettere ai Paesi con maggiore capacità finanziaria di proteggere meglio cittadini e imprese, aggravando le distanze all’interno dell’Unione. Serve uno strumento comune di solidarietà energetica, con risorse e criteri condivisi, che sostenga gli interventi nazionali e impedisca una competizione diseguale tra economie europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All’emergenza va affiancata una strategia duratura: reti elettriche più forti, interconnessioni, accumuli, fonti rinnovabili, efficienza degli edifici e diversificazione delle forniture. Ridurre la dipendenza energetica significa rendere l’Europa meno vulnerabile ai conflitti e proteggere il reddito dei suoi cittadini. La transizione deve essere accessibile anche a chi non può anticipare il costo di una ristrutturazione o di un nuovo mezzo di lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi un nodo politico decisivo. Sostenere l’Ucraina e proteggere le società europee sono responsabilità che devono procedere insieme. L’aiuto a un popolo aggredito non può diventare il capro espiatorio di ogni difficoltà economica. Ma chiedere solidarietà senza distribuire equamente i sacrifici indebolisce il consenso necessario a mantenerla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza europea comprende la difesa, l’energia, il lavoro e la coesione sociale. Una società impoverita e divisa diventa più fragile anche davanti alle pressioni esterne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo serve un confronto stabile con sindacati, imprese, agricoltori, autotrasportatori, studenti e amministratori locali. Un confronto che produca impegni verificabili: chi interviene, con quali risorse, entro quali scadenze. Anche una decisione difficile può essere compresa se viene spiegata e se il suo costo è distribuito con giustizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, chi protesta non va automaticamente assimilato alle forze antisistema. La protesta è parte della democrazia e può aiutarla a correggersi. Il rischio nasce quando le istituzioni smettono di ascoltare e altri trasformano il disagio in ostilità verso ogni mediazione democratica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le forze riformiste hanno qui il loro compito: dare rappresentanza alla sofferenza, costruire soluzioni praticabili, restituire fiducia nella capacità della politica di cambiare le cose. Non basta denunciare le risposte sbagliate degli avversari. Bisogna offrire una protezione riconoscibile nella vita quotidiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa sarà più forte se i suoi cittadini sentiranno di poter contare su di essa. È nelle case, nei luoghi di lavoro e nelle prospettive dei giovani che si misura anche la credibilità del progetto europeo.</p>
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		<title>I tre appuntamenti elettorali che tolgono il sonno agli europei: USA, Israele e Francia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 08:54:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono elezioni che si svolgono dentro i confini di un Paese, ma le cui conseguenze attraversano continenti. Nei prossimi mesi, tre appuntamenti dovrebbero tenere particolarmente svegli gli europei.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/i-tre-appuntamenti-elettorali-che-tolgono-il-sonno-agli-europei-usa-israele-e-francia/">I tre appuntamenti elettorali che tolgono il sonno agli europei: USA, Israele e Francia</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono elezioni che si svolgono dentro i confini di un Paese, ma le cui conseguenze attraversano continenti. Nei prossimi mesi, tre appuntamenti dovrebbero tenere particolarmente svegli gli europei: le elezioni israeliane del 27 ottobre, quelle americane di metà mandato del 3 novembre e le presidenziali francesi del 18 aprile e del 2 maggio 2027. Tre sistemi politici diversi, tre scelte che peseranno sulla nostra sicurezza, sulla pace nel Mediterraneo e sul futuro dell’integrazione europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che l’Europa rischia di assistervi con l’atteggiamento di chi aspetta una sentenza. Speriamo che gli elettori americani correggano la rotta di Washington, che quelli israeliani aprano una prospettiva di pace, che quelli francesi confermino una scelta europeista. Speranze legittime. Ma una potenza politica deve possedere gli strumenti per affrontare anche gli esiti che teme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli Stati Uniti, il voto riguarda anche i limiti del potere di Trump. Le elezioni di metà mandato rinnovano la Camera dei rappresentanti e circa un terzo del Senato: non scelgono il presidente, ma possono modificare profondamente i rapporti di forza con il Congresso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per noi europei, la questione è concreta: quanto sarà affidabile il rapporto transatlantico? Quale spazio conserveranno il sostegno all’Ucraina, la cooperazione economica e una concezione della sicurezza fondata sulle alleanze?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un Congresso più capace di esercitare controllo sull’amministrazione potrebbe condizionarne alcune decisioni e la postura di una Amministrazione disastrosa e sconvolgente per l&#8217;intero mondo .<br>Sarebbe però un errore immaginare che un successo democratico cancelli automaticamente le divergenze tra le due sponde dell’Atlantico. L’Europa deve assumersi maggiori responsabilità nella propria difesa, costruendo un pilastro europeo dentro la NATO e una capacità politica comune. La nostra sicurezza non può essere rimessa in discussione a ogni elezione americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Israele, il voto interroga il futuro dell’intero Mediterraneo. La sicurezza dei cittadini israeliani, i diritti del popolo palestinese e la possibilità di una convivenza tra due Stati sono parti della stessa questione. Separarle significa perpetuare il conflitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La valutazione europea dovrà riguardare gli impegni e i comportamenti del governo che nascerà dalle urne: protezione dei civili, rispetto del diritto internazionale, rifiuto delle annessioni, disponibilità a una soluzione politica. Un cambio di leadership può aprire opportunità; la pace richiede scelte precise e il coraggio di sostenerle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Unione dovrebbe prepararsi fin d’ora a esercitare un’influenza coerente. Cooperazione e accordi devono accompagnarsi a condizioni verificabili sul rispetto dei diritti umani, con conseguenze proporzionate alle violazioni. Le sanzioni mirate contro i responsabili degli abusi possono essere uno strumento, insieme al sostegno alla società civile e alle forze che lavorano per la convivenza. L’amicizia con Israele e la difesa dei diritti palestinesi devono trovare posto nella stessa politica europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Francia, infine, l’Europa voterà su se stessa. La prospettiva di una vittoria del Rassemblement National rappresenta una prova decisiva per il progetto comunitario. La Francia, per peso politico, economico e militare, è indispensabile a qualunque avanzamento dell’integrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una presidenza orientata a ricondurre sistematicamente le scelte comuni dentro una logica nazionalista potrebbe indebolire l’Unione proprio quando servono decisioni condivise su difesa, investimenti, energia e politica estera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma agli europeisti non basterà evocare il pericolo. Bisogna comprendere perché tanti cittadini cercano protezione altrove. Salari insufficienti, precarietà, servizi pubblici fragili, insicurezza e territori abbandonati alimentano la sfiducia. Un europeismo che parla di potenza e trascura la vita quotidiana lascia alle destre radicali il linguaggio della protezione. I socialisti e i riformisti devono recuperarlo, traducendolo in lavoro dignitoso, salute, istruzione e opportunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi tre appuntamenti pongono dunque una domanda alla classe dirigente europea: vogliamo continuare a dipendere dalle decisioni altrui o costruire la forza necessaria per incidere?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorrono una difesa comune, una politica mediterranea credibile, risorse per gli investimenti e una protezione sociale capace di restituire fiducia. E occorre superare i meccanismi decisionali che troppo spesso trasformano le divergenze nazionali in paralisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sonno degli europei sarà più tranquillo quando l’Europa saprà assumersi la responsabilità del proprio destino.</p>
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		<title>L’acqua, la nuova frontiera strategica dell’Europa e del Mediterraneo</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/esteri/lacqua-la-nuova-frontiera-strategica-delleuropa-e-del-mediterraneo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 07:34:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla sicurezza alimentare alla competitività industriale, fino alla stabilità geopolitica: serve una strategia comune capace di unire investimenti, innovazione e diplomazia tra le due sponde.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">(<em>Articolo di Gianni Pittella, Presidente dell’Accademia Mediterranea, pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista</em>)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per troppo tempo abbiamo considerato l’acqua una risorsa inesauribile. Oggi sappiamo che non è così. Cambiamento climatico, aumento delle temperature, siccità sempre più frequenti, pressione demografica e crescente domanda agricola stanno trasformando l’acqua in una delle grandi questioni strategiche del nostro tempo. E il Mediterraneo è uno degli epicentri di questa trasformazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui la dimensione ambientale si intreccia con quella economica e sociale, con la sicurezza alimentare, con i fenomeni migratori e, inevitabilmente, con la geopolitica. La scarsità idrica non significa soltanto minore disponibilità di acqua per le famiglie. Significa raccolti più poveri, aumento dei prezzi alimentari, impoverimento delle comunità rurali, maggiore pressione sui sistemi produttivi e possibili tensioni sociali legate alla competizione per una risorsa essenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa non può più affrontare questa sfida come se fosse esclusivamente una politica ambientale. L’acqua deve diventare una componente strutturale della strategia dell’Unione europea, al pari dell’energia, della sicurezza e dell’autonomia tecnologica. La disponibilità della risorsa condizionerà infatti sempre di più la competitività industriale, l’agricoltura, la produzione energetica e la stessa coesione economica e sociale dei territori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema riguarda in modo particolare l’Europa meridionale. Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Cipro e Malta sperimentano già periodi sempre più frequenti di siccità e stress idrico. Sarebbe però miope immaginare una divisione tra un Sud europeo esposto alla scarsità e un Nord al riparo. Eventi climatici estremi, alluvioni, alterazioni delle precipitazioni e cambiamenti nel ciclo dell’acqua riguardano ormai l’intero continente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo serve una vera strategia europea dell’acqua, sostenuta da investimenti adeguati. Occorre ridurre le perdite delle reti, modernizzare acquedotti e infrastrutture, aumentare il riutilizzo delle acque reflue depurate, sviluppare sistemi irrigui più efficienti e sostenere ricerca, digitalizzazione e innovazione. Anche la desalinizzazione può diventare uno degli strumenti disponibili, soprattutto nei territori più vulnerabili, purché sia sviluppata attraverso tecnologie efficienti e fonti energetiche sostenibili, evitando che la risposta a una crisi ambientale generi nuovi costi energetici ed ecologici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l’Europa deve guardare anche oltre i propri confini. Il Mediterraneo non può essere diviso tra una sponda settentrionale relativamente più protetta e una sponda meridionale lasciata sola di fronte alla desertificazione e alla scarsità idrica. Sarebbe non soltanto ingiusto, ma anche politicamente miope. Se vaste aree del Nord Africa e del Medio Oriente vedranno diminuire ulteriormente la disponibilità di acqua, le conseguenze interesseranno la produzione agricola, l’occupazione, la sicurezza alimentare, la stabilità sociale ed economica e, indirettamente, anche i movimenti migratori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È per questo che ritengo necessario fare dell’acqua uno dei pilastri di una nuova politica euromediterranea. L’Unione europea dovrebbe promuovere un grande Patto mediterraneo per l’acqua, coinvolgendo governi, istituzioni europee, università, centri di ricerca, imprese e istituzioni finanziarie delle due sponde. Un programma comune dedicato alle infrastrutture idriche, alla desalinizzazione sostenibile, al recupero e al riuso delle acque, alla digitalizzazione delle reti, all’agricoltura a basso consumo e alla formazione di nuove competenze. Un programma capace di mobilitare risorse pubbliche e private, favorire il trasferimento tecnologico e costruire progetti condivisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’acqua, tuttavia, non può essere considerata soltanto come un fattore economico. È un bene essenziale e l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è riconosciuto dalle Nazioni Unite come un diritto umano. La sfida è quindi conciliare efficienza, innovazione e sostenibilità economica con la garanzia universale di un bene indispensabile alla dignità della persona.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è infine una dimensione che mi sta particolarmente a cuore: la pace. Nel Mediterraneo del futuro l’acqua potrà diventare un fattore di competizione e tensione oppure un terreno di cooperazione. Dipenderà dalle scelte che sapremo compiere oggi. Europa e Mediterraneo hanno bisogno di una nuova diplomazia dell’acqua, capace di condividere tecnologie, investimenti e conoscenze, prevenire i conflitti e costruire interessi comuni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fare dell’acqua un ponte tra le due sponde del Mediterraneo significherebbe trasformare una delle più rilevanti vulnerabilità del nostro futuro in un’opportunità di cooperazione e sviluppo condiviso. Perché senza acqua non esistono crescita, sicurezza e dignità. E senza una gestione comune della risorsa sarà molto più difficile costruire quel Mediterraneo di pace e prosperità condivisa di cui abbiamo urgente bisogno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/lacqua-la-nuova-frontiera-strategica-delleuropa-e-del-mediterraneo/">L’acqua, la nuova frontiera strategica dell’Europa e del Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Competitività europea: non perdiamo Erasmus for Young Entrepreneurs</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 11:58:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Europa ha finalmente rimesso la competitività al centro della propria agenda. È una scelta necessaria. Ma non pensare solo in grande.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’Europa ha finalmente rimesso la competitività al centro della propria agenda. È una scelta necessaria, ma dobbiamo evitare di pensare che essa si costruisca soltanto attraverso grandi fondi, grandi imprese e tecnologie strategiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La competitività nasce anche dal basso: dalla capacità di trasformare un’idea in un’impresa, dalla circolazione delle competenze, dall’apertura verso nuovi mercati e dalla creazione di reti europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo, mentre si definiscono il prossimo Quadro finanziario pluriennale e il nuovo European Competitiveness Fund (ECF), occorre salvaguardare un’esperienza che in quasi diciassette anni ha dimostrato la propria utilità: Erasmus for Young Entrepreneurs (EYE).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 2009 il programma ha coinvolto oltre 37.000 imprenditori e realizzato più di 15.000 scambi transfrontalieri in 44 Paesi. Il meccanismo è semplice: un nuovo o aspirante imprenditore può trascorrere un periodo presso un imprenditore esperto in un altro Paese, acquisendo competenze, conoscendo nuovi mercati e costruendo relazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I risultati indicati dagli operatori del programma sono significativi: l’87% delle startup fondate da ex partecipanti risulta ancora attivo; il 64% dei nuovi imprenditori coinvolti si espande sui mercati internazionali e il 65% degli imprenditori ospitanti amplia le proprie attività oltre i confini nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">EYE ha inoltre esteso la propria dimensione internazionale verso realtà come Stati Uniti, Canada e Singapore e ha sviluppato iniziative specifiche a sostegno degli imprenditori ucraini dopo l’invasione russa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora bisogna evitare che la riorganizzazione degli strumenti finanziari europei finisca per penalizzare programmi di dimensioni contenute ma di comprovata efficacia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con circa 10 milioni di euro all’anno, EYE ha consentito circa mille scambi annuali. Secondo le stime avanzate dai soggetti impegnati nel programma, 70 milioni di euro nel futuro ECF permetterebbero di mantenerne l’attuale livello di attività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è infine una ragione che considero particolarmente importante: l’imprenditorialità europea deve essere accessibile anche ai giovani delle regioni periferiche, delle aree interne e dei territori economicamente più fragili. Il talento non nasce soltanto nelle grandi capitali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo Erasmus for Young Entrepreneurs deve conservare nel futuro European Competitiveness Fund una propria riconoscibilità e risorse adeguate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un programma europeo funziona, produce risultati e costa relativamente poco, non bisogna disperderlo. Bisogna valorizzarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la competitività europea nasce certamente dagli investimenti e dall’innovazione, ma prima ancora nasce dalle persone, dalle loro competenze e dal coraggio di intraprendere.</p>
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		<title>Brasile, il vento di destra e la domanda che la sinistra non può più evitare</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/brasile-vento-destra-sinistra-domanda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 13:37:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Brasile va al secondo turno e il risultato del primo pone una domanda che supera largamente i confini del gigante sudamericano: l’America Latina si sta “trumpizzando”? </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il Brasile va al secondo turno e il risultato del primo pone una domanda che supera largamente i confini del gigante sudamericano: l’America Latina si sta “trumpizzando”? E perché settori popolari e ceti medi, tradizionalmente sensibili alle politiche sociali e redistributive, guardano sempre più spesso verso una destra radicale, liberista in economia e conservatrice sui valori?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe troppo semplice rispondere che il continente sta diventando improvvisamente di destra. È in corso qualcosa di più profondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il voto brasiliano mostra innanzitutto una società fortemente polarizzata. Da una parte Lula, il PT, la difesa delle politiche sociali, una maggiore attenzione alle disuguaglianze, all’ambiente e al ruolo internazionale autonomo del Brasile. Dall’altra Flávio Bolsonaro, erede politico e familiare del bolsonarismo, che concentra il proprio messaggio sulla sicurezza, sulla riduzione delle tasse e della spesa pubblica, sulle privatizzazioni, sui valori conservatori e sulla promessa di una rottura con il sistema di potere rappresentato dal PT.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il secondo turno non si deciderà soltanto sull’asse destra-sinistra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peseranno il costo della vita, l’indebitamento delle famiglie, la sicurezza nelle città, la capacità di mobilitare chi si è astenuto e soprattutto la percezione che ciascun candidato riuscirà a trasmettere sul futuro del Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui emerge una contraddizione che dovrebbe interessare soprattutto la sinistra e le forze riformiste europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non basta che alcuni indicatori economici migliorino. Non basta dire che l’occupazione è cresciuta o che le disuguaglianze sono diminuite se una famiglia, quando arriva alla fine del mese, percepisce di essere più fragile; se un lavoratore teme la criminalità; se un giovane non vede davanti a sé un percorso di mobilità sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica viene giudicata attraverso la vita quotidiana, non attraverso le statistiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio su questo terreno che una nuova destra sta conquistando spazio in diversi Paesi dell’America Latina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlare semplicemente di “trumpizzazione”, tuttavia, sarebbe riduttivo. L’influenza di Donald Trump esiste ed è evidente nel linguaggio politico, nella centralità attribuita alla sicurezza, nell’attacco alle élite, nel conservatorismo culturale e nell’uso aggressivo dei social media. Ma Milei in Argentina, Bolsonaro in Brasile e le diverse destre latinoamericane non sono la stessa cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che le accomuna è soprattutto la capacità di intercettare una domanda di protezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Protezione dalla criminalità. Protezione dall’inflazione e dalla perdita del potere d’acquisto. Protezione dalla precarietà. Protezione dalla paura del declino sociale. Persino protezione da un mondo che appare sempre più difficile da comprendere e governare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo, forse, il vero cambiamento politico del nostro tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per oltre un secolo la sinistra ha rappresentato per milioni di persone la protezione sociale. Oggi una parte di quelle stesse persone cerca protezione altrove. E può persino votare per programmi economici liberisti se ritiene che chi li propone sappia garantire ordine, sicurezza, identità e possibilità di crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il voto, infatti, non si struttura più soltanto intorno alla tradizionale contrapposizione capitale-lavoro. Reddito, sicurezza, identità, immigrazione, appartenenza, paura del futuro e sfiducia nelle istituzioni si sovrappongono e producono nuove coalizioni elettorali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una lezione che riguarda direttamente anche l’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le forze democratiche e riformiste commetterebbero un grave errore se rispondessero all’avanzata delle destre radicali limitandosi a denunciarne i pericoli. Devono certamente difendere lo Stato di diritto, le libertà, l’equilibrio dei poteri e la democrazia liberale. Ma devono contemporaneamente tornare a rispondere alle paure reali delle persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sicurezza senza autoritarismo. Immigrazione governata senza xenofobia. Crescita senza abbandonare la giustizia sociale. Transizione ecologica senza scaricarne i costi sui più deboli. Identità senza nazionalismo. Protezione senza chiusura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È probabilmente su questo terreno che si giocherà una parte importante della battaglia politica dei prossimi anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Brasile, dunque, non ci parla soltanto del Brasile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci pone davanti a una domanda molto più scomoda: perché una parte dei ceti popolari non considera più la sinistra e i riformisti come la propria casa naturale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finché questa domanda resterà senza una risposta convincente, il vento che soffia sull’America Latina continuerà a farsi sentire anche dall’altra parte dell’Atlantico.</p>
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		<title>Difesa europea: riarmare gli Stati non basta, serve finalmente l’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 08:45:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel dibattito europeo sulla difesa. Tutti riconoscono che il mondo è cambiato, che le minacce alla nostra sicurezza sono aumentate...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel dibattito europeo sulla difesa. Tutti riconoscono che il mondo è cambiato, che le minacce alla nostra sicurezza sono aumentate e che l’Europa deve assumersi maggiori responsabilità. Ma quando arriva il momento di tradurre questa consapevolezza in scelte politiche, riaffiora puntualmente la vecchia tentazione: ciascuno faccia da sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La recente riunione dei ministri della Difesa dell’Unione europea ne è una dimostrazione eloquente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La spesa militare aumenta, vengono mobilitate ingenti risorse finanziarie e si rafforzano alcuni strumenti europei. SAFE mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti e l’Unione cerca di incentivare gli acquisti comuni. Ma il rischio rimane evidente: che dietro l’espressione “riarmo europeo” si nasconda soprattutto la somma di ventisette riarmi nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sarebbe un errore politico e strategico molto grave.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non abbiamo bisogno semplicemente di ventisette Stati che spendano di più. Abbiamo bisogno di un’Europa che spenda meglio, insieme, costruendo capacità comuni, interoperabilità, una vera industria europea della difesa e soprattutto una strategia condivisa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta di mettere in discussione la NATO. Al contrario. L’Alleanza Atlantica rimane il pilastro essenziale della sicurezza euro-atlantica. Ma proprio per rafforzarla occorre costruire finalmente un autentico pilastro europeo della NATO, capace di assumersi responsabilità crescenti e di agire quando gli interessi strategici europei lo richiedono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Continuare invece a delegare alla NATO ogni dimensione propriamente strategica, mentre l’Unione si limita prevalentemente a finanziare gli investimenti nazionali, significa rinunciare a una parte essenziale della sovranità europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli avvenimenti di questi anni dovrebbero averci insegnato qualcosa. L’aggressione russa all’Ucraina, le minacce ibride, i sabotaggi, i cyberattacchi, la vulnerabilità delle infrastrutture critiche e l’instabilità delle rotte commerciali dimostrano che sicurezza, politica estera, energia, tecnologia e difesa sono ormai inseparabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure continuiamo a procedere con una lentezza incompatibile con la velocità della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, dunque, non è soltanto militare. È eminentemente politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’Unione che finanzia ventisette difese nazionali ma non riesce a costruire una politica estera e di sicurezza realmente comune rischia di diventare un gigante economico incapace di proteggere autonomamente i propri interessi strategici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo occorre compiere un salto politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se l’unanimità impedisce di avanzare, bisogna avere il coraggio di procedere con chi è disponibile a farlo, utilizzando gli strumenti consentiti dai Trattati o costruendo forme di cooperazione più avanzata tra gli Stati che condividono questa ambizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non possiamo permettere che il veto di uno o due governi condanni l’intera Europa all’impotenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un nucleo di Paesi europei dovrebbe assumersi la responsabilità di avviare una vera integrazione nel campo della difesa: programmazione comune, acquisti comuni, standard comuni, capacità operative integrate, ricerca e innovazione condivise e, progressivamente, una struttura europea di comando e decisione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma anche questo non sarebbe sufficiente senza una politica estera comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difesa e politica estera sono infatti due facce della stessa sovranità. Non si può pretendere di costruire una difesa europea se poi, davanti alle grandi crisi internazionali, ventisette governi parlano con ventisette voci differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui si gioca una parte decisiva del futuro dell’Unione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il pericolo che abbiamo davanti non viene soltanto dall’esterno. Esiste anche un rischio politico interno: la crescente disaffezione dei cittadini verso un’Europa percepita come distante, burocratica e incapace di decidere sulle questioni fondamentali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le forze populiste ed estremiste, a destra come a sinistra, colpiscono proprio questa debolezza. Alimentano l’idea che l’Europa sia inutile perché non riesce a proteggere, decidere e agire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta non può essere meno Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Deve essere più Europa dove l’Europa è indispensabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sicurezza, difesa, politica estera, energia, tecnologie strategiche, protezione delle frontiere sono precisamente i campi nei quali nessuno Stato europeo, da solo, possiede più la dimensione sufficiente per competere con le grandi potenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se non avremo il coraggio di compiere questo salto, il rischio è che l’Unione diventi progressivamente un corpaccione istituzionale imbalsamato: ricco di regole e procedure, ma povero di capacità politica; sempre più difficile da comprendere e, proprio per questo, sempre più distante e inviso ai suoi cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa non si salva difendendo lo status quo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si salva diventando finalmente adulta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E oggi diventare adulti significa assumersi la responsabilità della propria sicurezza, costruendo un vero pilastro europeo della NATO e una politica estera e di difesa comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche, se necessario, cominciando con chi ci sta.</p>
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		<title>Perché abbiamo smesso di ascoltarci?</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/perche-abbiamo-smesso-di-ascoltarci/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 10:17:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non ho una risposta e, soprattutto, non ho la presunzione di possedere la verità. Vorrei semplicemente porre una domanda.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Non ho una risposta e, soprattutto, non ho la presunzione di possedere la verità. Vorrei semplicemente porre una domanda e confrontarmi con chi avrà voglia di farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le nostre società sembrano sempre più attratte dagli estremi? Perché, a destra come a sinistra, le posizioni radicali riescono spesso a sovrastare quelle moderate e riformiste? E perché questa radicalizzazione riguarda ormai non soltanto le idee, ma persino il linguaggio e lo stile della politica?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse abbiamo sottovalutato ciò che è accaduto nelle nostre società negli ultimi vent’anni. La crisi finanziaria, la pandemia, le guerre, l’inflazione, l’aumento delle disuguaglianze, l’immigrazione, la paura del futuro. A tutto questo si è aggiunta una progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni e nella capacità della politica di governare i grandi cambiamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c’è la rivoluzione dei social. La politica ragionata ha bisogno di tempo, spiegazioni, dubbi, mediazioni. I social chiedono invece velocità, semplificazione, contrapposizione. Vince più facilmente un’affermazione perentoria di un ragionamento complesso; un nemico da indicare di una soluzione da costruire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe troppo comodo attribuire tutto agli algoritmi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse moderati e riformisti devono interrogarsi anche sui propri errori. Per troppo tempo hanno dato l’impressione di amministrare l’esistente invece di cambiarlo. Hanno parlato il linguaggio degli esperti quando una parte della società chiedeva protezione, sicurezza, identità, salari dignitosi e la possibilità di immaginare un futuro migliore per i propri figli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo l’immigrazione. Negarne i problemi è stato un errore. Ma trasformare un fenomeno epocale in uno slogan è altrettanto sbagliato. Proposte come la “remigrazione” possono apparire semplici proprio perché eliminano dal discorso tutta la complessità giuridica, economica, sociale e umana della questione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, allora, non è contrapporre alla radicalità una politica debole, timida o incapace di decidere. Moderazione non significa debolezza. Riformismo non significa conservazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: dalla capacità di essere radicali nei problemi e concreti nelle soluzioni. Dire la verità anche quando è scomoda. Riconoscere le paure senza alimentarle. Governare l’immigrazione senza demonizzare chi arriva. Combattere le disuguaglianze senza promettere ciò che non si può mantenere. Difendere sicurezza e legalità senza rinunciare ai diritti. E soprattutto tornare ad ascoltare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una democrazia vive del conflitto delle idee, ma muore quando l’avversario diventa un nemico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non so se questa sia la strada giusta. È precisamente per questo che vorrei discuterne. Forse il primo passo per uscire dalla polarizzazione è proprio recuperare una cosa diventata sorprendentemente rara: il dubbio, insieme al coraggio delle proprie convinzioni.</p>
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		<title>von der Leyen, discorso sullo stato dell&#8217;Unione senza rituali. L&#8217;Europa traccia le linee rosse</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/von-der-leyen-discorso-stato-unione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 10:26:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il discorso sullo Stato dell’Unione non può essere, quest’anno, un esercizio rituale. Ursula von der Leyen parla a un’Europa circondata da guerre.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/von-der-leyen-discorso-stato-unione/">von der Leyen, discorso sullo stato dell’Unione senza rituali. L’Europa traccia le linee rosse</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il discorso sullo Stato dell’Unione non può essere, quest’anno, un esercizio rituale. Ursula von der Leyen parla a un’Europa circondata da guerre, attraversata da nuove minacce e sottoposta a una pressione economica e sociale che rischia di alimentare paura, sfiducia e nazionalismi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il suo messaggio dovrebbe avere un cuore politico molto chiaro, articolato intorno a tre priorità: difesa comune, iniziativa europea per la pace e protezione dei ceti più deboli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è la più urgente. Gli episodi nel Baltico, gli attacchi ibridi, i droni, le operazioni cyber e le provocazioni ai confini orientali ci dicono che non possiamo più considerare la sicurezza europea come un problema di domani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Unione ha finalmente cominciato a muoversi. SAFE e la strategia di Readiness 2030 rappresentano passi importanti. Ma il punto politico è un altro: non basta spendere di più per la difesa. Bisogna spendere insieme e costruire una vera difesa comune europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ventisette sistemi nazionali che acquistano separatamente, programmano separatamente e continuano a dipendere in settori strategici da altri non costituiscono ancora una potenza europea. Occorrono capacità comuni, industria europea, interoperabilità, intelligence, difesa aerea e antimissile, droni, cyberdifesa e una vera capacità europea di comando e di decisione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La NATO rimane essenziale. Ma l’Europa deve diventare capace di assumersi una quota molto maggiore della responsabilità della propria sicurezza. Non contro gli Stati Uniti, ma senza dipendere totalmente dagli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi una seconda responsabilità, altrettanto importante. Un’Europa che si arma ma rinuncia alla politica sarebbe un’Europa incompleta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Unione deve tornare ad essere protagonista diplomatico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Medio Oriente deve promuovere una forte iniziativa politica che coinvolga Israele, i palestinesi, i paesi arabi e l’Iran, con l’obiettivo di fermare l’allargamento del conflitto e ricostruire una prospettiva credibile di pace e sicurezza regionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E deve farlo anche sulla guerra tra Russia e Ucraina. L’Europa deve sostenere ogni serio tentativo negoziale, ma senza confondere la pace con la resa. Nessuna pace duratura può nascere da una svendita dell’Ucraina a Putin, perché una soluzione che premiasse semplicemente l’aggressione preparerebbe nuove instabilità anziché chiudere quella attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difesa e diplomazia, dunque. Deterrenza e dialogo. Forza sufficiente per proteggersi e autorevolezza politica sufficiente per negoziare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma manca un terzo pilastro, senza il quale anche gli altri due rischiano di perdere il consenso dei cittadini: la giustizia sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le conseguenze della destabilizzazione mondiale non sono distribuite equamente. Il rincaro dell’energia, l’incertezza economica, le tensioni commerciali e l’aumento della spesa pubblica per la sicurezza pesano soprattutto sui lavoratori, sulle famiglie a reddito medio-basso, sui pensionati, sui giovani e sulle piccole imprese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non possiamo chiedere agli europei di sostenere il costo della sicurezza lasciando soli coloro che hanno meno strumenti per difendersi dalle conseguenze economiche delle crisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo alla nuova politica europea di sicurezza deve corrispondere una nuova politica europea di solidarietà: investimenti comuni, strumenti finanziari comuni, sostegno ai redditi più fragili, energia a prezzi sostenibili e politiche per il lavoro e la crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa, a mio avviso, la sfida che dovrebbe attraversare il discorso sullo Stato dell’Unione: proteggere l’Europa senza trasformarla in una fortezza; costruire la pace senza essere deboli; rafforzare la sicurezza senza sacrificare la giustizia sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa è nata per garantire pace, libertà e progresso sociale. Nel mondo pericoloso nel quale siamo entrati, questi tre obiettivi non possono più essere separati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difendersi, costruire la pace e proteggere i più deboli: è da qui che passa oggi la credibilità dell’Unione europea.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/von-der-leyen-discorso-stato-unione/">von der Leyen, discorso sullo stato dell&#8217;Unione senza rituali. L&#8217;Europa traccia le linee rosse</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Emma Bonino, la forza delle idee e il coraggio della coerenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 09:16:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Emma Bonino, il ricordo di una vita dedicata all’Europa, ai diritti civili e alla libertà della persona, tra rigore, coerenza e impegno politico.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono personalità politiche con le quali si può non aver condiviso tutto, ma delle quali si riconoscono senza esitazione la statura, la coerenza e la forza delle convinzioni. Emma Bonino è stata certamente una di queste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Emma ho condiviso innanzitutto una grande passione: l’Europa. Un’Europa non ridotta a mercato o a somma di interessi nazionali, ma concepita come comunità politica, spazio di libertà e di diritti, protagonista nel mondo. Su questa idea ci siamo ritrovati tante volte, provenendo da storie e culture politiche diverse ma accomunati dalla convinzione che senza un’Europa più unita, più forte e più democratica i nostri Paesi sarebbero stati inevitabilmente più deboli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho avuto anche l’opportunità di condividere con lei un tratto di strada in Senato. La vicinanza parlamentare mi ha consentito di apprezzare ancora di più qualità che già conoscevo: il rigore morale, la preparazione, la determinazione, l’indipendenza di giudizio. Emma non apparteneva alla categoria di coloro che modificano le proprie convinzioni a seconda delle convenienze del momento. Le sue battaglie potevano dividere, talvolta anche suscitare forti contrasti, ma erano sempre combattute a viso aperto e con una straordinaria coerenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stata una protagonista dell’europeismo italiano, ma anche una combattente instancabile per i diritti civili e per la dignità della persona. Ho sempre apprezzato il fatto che il suo impegno laico non si trasformasse in un laicismo ideologico o in un pregiudizio verso chi traeva dalla fede religiosa la propria ispirazione. Per Emma il terreno decisivo era quello della libertà della persona, del rispetto delle coscienze, della responsabilità individuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua dimensione, del resto, è sempre andata ben oltre i confini italiani. L’Europa, i diritti umani, le libertà fondamentali, la condizione delle donne, le grandi emergenze internazionali sono stati il campo naturale del suo impegno politico e civile. Ha saputo portare nelle istituzioni una cultura autenticamente europea e una sensibilità internazionale rara nella politica italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c’è stata la battaglia più personale e difficile: quella contro la malattia. Anche lì Emma ha mostrato la stessa tenacia che aveva caratterizzato tutta la sua vita pubblica. Ha affrontato una prova severissima senza trasformarla in un ripiegamento su se stessa e, soprattutto, senza arretrare di un millimetro dal suo impegno civile e politico. Continuare a partecipare, intervenire, prendere posizione, battersi per le proprie idee è stato forse uno dei messaggi più potenti che ci ha consegnato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Emma appartiene a quella generazione di donne e uomini per i quali la politica era prima di tutto una battaglia di idee, una scelta di responsabilità, una testimonianza personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di lei conserverò il ricordo del rigore e della determinazione, ma anche dei momenti di confronto e di umanità vissuti nel tratto di strada percorso insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto conserverò una convinzione che ci ha uniti profondamente: l’Europa non è semplicemente un luogo geografico o un’istituzione. È una scelta politica e morale, una comunità di destino fondata sulla libertà, sulla dignità della persona e sui diritti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una battaglia che Emma Bonino ha combattuto per tutta la vita. E che spetta a noi continuare!</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/emma-bonino-le-sue-proposte-per-leuropa/">Qui</a> un’ultima intervista concessa a <em>The Watcher Post</em> in cui rimane il ritratto di un’europeista convinta, legata all’idea che i grandi progetti abbiano bisogno di riforme concrete per tradursi in realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Le destre conservatrici bussano alla porta di un Europa al bivio</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/destre-vento-europa-riforme/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 07:45:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un vento che attraversa l’Europa. Cambiano le bandiere, le storie nazionali e persino le posizioni su alcune questioni fondamentali, ma la direzione è spesso la stessa.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">C’è un vento che attraversa l’Europa. Cambiano le bandiere, le storie nazionali e persino le posizioni su alcune questioni fondamentali, ma la direzione è spesso la stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’AfD in Germania, Marine Le Pen e il Rassemblement National in Francia, Nigel Farage e Reform UK nel Regno Unito, Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale in Italia non sono la stessa cosa. Sarebbe un errore politico e analitico metterli semplicemente nello stesso contenitore. Ma sono, in misura diversa, figli dello stesso clima: nazionalismo, sovranismo, ostilità verso l’immigrazione, contestazione delle élite, sfiducia nelle istituzioni e rifiuto di un’Europa percepita come distante, burocratica e incapace di proteggere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il recente risultato dell’AfD in Sassonia-Anhalt, dove ha sfiorato il 44 per cento, dovrebbe far suonare un campanello d’allarme in tutte le capitali europee. Non siamo più di fronte soltanto a un voto di protesta marginale. In alcune parti d’Europa la protesta sta diventando maggioranza potenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda, allora, non può essere soltanto: perché avanzano le destre radicali? Dobbiamo avere il coraggio di porcene un’altra, forse più scomoda: dove hanno sbagliato i partiti mainstream e dove ha sbagliato l’Europa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima risposta riguarda la paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parte consistente delle nostre società ha paura del futuro: dell’immigrazione incontrollata, della perdita del lavoro, dell’intelligenza artificiale, della transizione ecologica, della guerra, dell’aumento del costo della vita, della perdita di sicurezza e persino della scomparsa della propria identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica democratica troppo spesso ha commesso l’errore di giudicare queste paure anziché governarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un cittadino delle periferie dice che non si sente sicuro, quando un lavoratore teme che la transizione industriale gli porti via il posto di lavoro, quando una famiglia non riesce più a sostenere il costo della casa o dell’energia, non possiamo limitarci a spiegargli che le statistiche raccontano una realtà diversa. La politica deve ascoltare, proteggere e offrire soluzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda questione è l’immigrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per troppo tempo una parte delle forze progressiste ha oscillato fra un approccio prevalentemente morale e una gestione emergenziale. Le destre radicali hanno occupato così quasi interamente il terreno della sicurezza e del controllo delle frontiere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma tra “porti aperti” e “remigrazione” esiste un enorme spazio politico. È lo spazio di una politica europea seria: controllo delle frontiere esterne, lotta ai trafficanti, canali legali di ingresso, accordi di cooperazione con i Paesi di origine e transito, integrazione di chi ha diritto a restare e rimpatrio effettivo di chi non ne ha titolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soprattutto, serve una grande strategia europea per il Mediterraneo e per l’Africa. L’immigrazione non si governa quando il barcone è già arrivato a Lampedusa, a Ceuta o nel Canale della Manica. Si governa molti anni prima, attraverso sviluppo, investimenti, formazione, energia, infrastrutture e opportunità nei Paesi di origine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il terzo errore riguarda la questione sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La globalizzazione ha prodotto enormi opportunità, ma non ne ha distribuito equamente i benefici. La transizione ecologica e quella digitale rischiano di ripetere lo stesso errore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le periferie, le aree rurali, i territori industriali in declino, i giovani con lavori precari e una parte del ceto medio impoverito hanno maturato la sensazione che qualcuno decida il futuro al loro posto. Non è casuale che l’AfD raccolga consensi particolarmente forti proprio nelle aree economicamente e socialmente più fragili della Germania orientale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui la sinistra europea deve ritrovare la propria ragione sociale: salari, lavoro, casa, sanità, istruzione, protezione delle classi medie e popolari. Non c’è democrazia forte senza sicurezza sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quarto problema è l’Europa stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difendere l’Unione Europea non significa difendere tutto ciò che fa Bruxelles. L’Europa appare troppo spesso fortissima nel regolamentare e troppo debole nel proteggere. Produce norme minuziose, ma fatica ad avere una politica estera comune; disciplina mercati e imprese, ma non dispone ancora di una vera capacità fiscale comune; parla di autonomia strategica, ma resta dipendente dagli altri per la difesa, l’energia e molte tecnologie decisive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa Europa incompiuta che offre argomenti ai suoi avversari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta al nazionalismo, però, non può essere il ritorno alle piccole patrie. Nel mondo delle grandi potenze continentali — Stati Uniti, Cina, Russia, India — nessuno Stato europeo, neppure Germania, Francia o Italia, possiede da solo la massa critica necessaria per difendere efficacemente i propri interessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo dobbiamo proporre non meno Europa, ma un’altra Europa: più forte dove serve e meno invasiva dove non serve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine c’è un errore di linguaggio e di metodo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le forze democratiche non possono limitarsi a costruire cordoni sanitari. Sono necessari quando sono in gioco principi costituzionali e democratici, ma non possono sostituire la politica. Se milioni di cittadini votano AfD, Le Pen, Farage o Vannacci, non possiamo considerarli milioni di estremisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dobbiamo contendere quei voti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna distinguere tra i leader e gli elettori, tra l’ideologia radicale e il disagio reale che spesso alimenta il consenso. Combattere senza ambiguità razzismo, xenofobia e autoritarismo, ma contemporaneamente ascoltare le domande di sicurezza, protezione, identità e giustizia sociale che provengono dalla società.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi una differenza importante. Le destre radicali europee non costituiscono un blocco perfettamente omogeneo. L’AfD mantiene posizioni assai più radicali sull’architettura europea e molto più concilianti verso Mosca; il Rassemblement National ha abbandonato la prospettiva della Frexit; altre formazioni cercano di conciliare sovranismo e permanenza nell’Unione. Ma tutte hanno compreso una cosa prima dei partiti tradizionali: la politica contemporanea si gioca sempre più sul sentimento di protezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi protegge il mio lavoro? Chi protegge il mio salario? Chi protegge il mio quartiere? Chi protegge la mia identità? Chi protegge il mio Paese? Chi protegge i miei figli da un futuro che percepisco più incerto del presente?</p>



<p class="wp-block-paragraph">A queste domande il populismo offre risposte semplici: la nazione, il confine, l’uomo forte, la chiusura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi dobbiamo offrire risposte migliori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza senza xenofobia. L’identità senza nazionalismo. Il controllo dell’immigrazione senza disumanità. La transizione ecologica senza scaricarne il costo sui più deboli. La competitività senza smantellare lo Stato sociale. Un’Europa forte senza trasformarla in un super-Stato burocratico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La battaglia contro il nuovo nazionalismo non si vincerà dicendo agli europei che hanno paura delle cose sbagliate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si vincerà dimostrando che la democrazia può proteggerli meglio del populismo e che l’Europa può restituire loro il controllo del futuro anziché sottrarglielo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vento sta soffiando forte. Ma in politica il vento non decide inevitabilmente la rotta. La decide chi è capace di costruire le vele migliori.</p>
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