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	<title>Articoli di Giampiero Cinelli, autore presso The Watcher Post</title>
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	<link>https://www.thewatcherpost.it/author/giamp-cinel/</link>
	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Thu, 11 Jun 2026 19:50:22 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Pane, alla Camera il nodo della concorrenza: la sfida è conciliare tradizione e innovazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 14:03:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nuova legge riconosce la freschezza del pane da completamento di cottura ma mantiene l’obbligo di confezionamento. Al centro del dibattito libertà di scelta, costi per le imprese e sostenibilità della filiera.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Mentre la Commissione Agricoltura della Camera avvia l’esame della nuova Legge sul pane, il dibattito rischia di fermarsi a una contrapposizione ideologica tra tradizione artigianale e innovazione produttiva. Un approccio che non fotografa più il mercato reale né le abitudini di consumo degli italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni il consumo di pane è profondamente cambiato. Sono cambiati gli orari di acquisto, i modelli familiari, le esigenze della grande distribuzione e persino il modo in cui il consumatore percepisce il concetto di “freschezza”. In questo scenario si è sviluppata la filiera del pane ottenuto da completamento di cottura, il cosiddetto bake-off bread: prodotti parzialmente cotti che ricevono la cottura finale direttamente nel punto vendita, garantendo disponibilità continua e pane caldo durante tutto l’arco della giornata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione non riguarda soltanto la tecnologia produttiva, ma il rapporto tra regolazione, concorrenza e libertà di scelta. Il testo attualmente all’esame della Camera mantiene infatti l’obbligo di preconfezionamento per il pane bake-off, pur riconoscendo allo stesso tempo che il prodotto possa rientrare nella definizione di “pane fresco” se venduto entro 24 ore dalla conclusione del processo produttivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una contraddizione che rischia di produrre effetti economici e commerciali rilevanti. Da un lato si riconosce la freschezza del prodotto, dall’altro si continua a imporre un regime differenziato che ne limita la modalità di vendita. Con un impatto concreto non soltanto sulle aziende della filiera, ma anche sulla grande distribuzione organizzata, chiamata a sostenere nuovi costi operativi, logistici e ambientali legati al confezionamento obbligatorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Il consumatore oggi cerca flessibilità, disponibilità del prodotto e possibilità di acquistare la quantità desiderata”, spiega il rappresentante di un operatore europeo del settore. “Imporre il pre-packaging significa ridurre questa libertà, aumentando allo stesso tempo costi e sprechi”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tema non è secondario nemmeno sul piano ambientale. Più packaging significa inevitabilmente più materiali da smaltire e una maggiore produzione di rifiuti, in una fase storica in cui sia l’Unione Europea sia le stesse imprese stanno andando nella direzione opposta: riduzione degli imballaggi, contenimento degli sprechi e sostenibilità della filiera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto centrale, però, resta un altro: non esiste oggi una evidenza scientifica che giustifichi una distinzione qualitativa tra pane ottenuto con processo continuo e pane ottenuto tramite completamento di cottura. La freschezza del prodotto deriva infatti dalla fase finale di cottura, cioè dal momento in cui il pane viene effettivamente sfornato e messo a disposizione del consumatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo non significa negare il valore della tradizione artigianale, che rappresenta una componente essenziale del tessuto economico italiano e che merita tutela e valorizzazione. Non a caso il promotore originario della legge, il Senatore Luca De Carlo, ha più volte rivendicato l’obiettivo di “difendere il pane fresco italiano e garantire trasparenza ai consumatori”, in un’ottica di valorizzazione della filiera tradizionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa però evitare che la protezione di un modello produttivo si traduca in limitazioni della concorrenza o nella compressione delle scelte del consumatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“La trasparenza verso il consumatore è giusta ed è un obiettivo condivisibile”, osserva ancora un manager del comparto. “Ma trasparenza non deve voler dire obbligare il consumatore verso un’unica modalità di acquisto”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche per questo cresce l’attenzione sul ruolo che potrà giocare il Ministero delle Imprese e del Made in Italy nel confronto parlamentare. Il rischio, evidenziato da diversi operatori del settore, è che una normativa troppo rigida finisca per scoraggiare investimenti industriali e operazioni di rilancio produttivo. Negli ultimi anni, infatti, diverse aziende hanno investito nel recupero e nella riconversione di panifici industriali attraverso linee dedicate al completamento di cottura, salvaguardando occupazione e continuità produttiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il passaggio parlamentare alla Camera potrebbe rappresentare l’occasione per riaprire il confronto e aggiornare il testo alla realtà del mercato contemporaneo. Perché oggi la vera sfida non è scegliere tra tradizione e innovazione, ma trovare un equilibrio che consenta di tutelare entrambe senza penalizzare cittadini, investimenti e imprese.</p>
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		<title>Berlinguer, 42 anni dalla morte, Meloni commemora. L&#8217;eco della storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 11:16:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>"Oltre il rogo non vive ira nemica". Questa la frase che Giorgio Almirante, leader del Movimento Sociale Italiano, pronunciò ai suoi collaboratori dopo che questi gli avevano chiesto spiegazioni per essersi recato alla camera ardente allestita per Enrico Berlinguer.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">&#8220;Oltre il rogo non vive ira nemica&#8221;. Questa la frase che Giorgio Almirante, leader del Movimento Sociale Italiano, pronunciò ai suoi collaboratori dopo che questi gli avevano chiesto spiegazioni per essersi recato alla camera ardente allestita per Enrico Berlinguer, morto l&#8217;11 giugno 1984 durante un comizio a Padova. Erano anni di forte contrapposizione politica, animata da passioni ideologiche – nel senso nobile del termine –, e ai ragazzi della destra sociale pareva strano che il loro punto di riferimento rendesse omaggio a chi poteva definirsi a tutti gli effetti un avversario. Del resto, lo stesso segretario del Pci non aveva mai evitato di evidenziare la diversità dei due movimenti e la loro differente radice storica, pur essendo essi percepiti come tutt&#8217;altro che moderati.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Il post di Meloni </strong><br>Come Almirante, oggi Giorgia Meloni, erede della tradizione del MSI, ci ha tenuto a ricordare Enrico Berlinguer, a 42 anni dalla sua morte. Lo ha fatto con un post su X dicendo: «Voglio ricordare con rispetto una figura che ha rappresentato un punto di riferimento per la sinistra italiana e uno dei protagonisti della storia politica della Repubblica, Enrico Berlinguer».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Proseguendo nel post la premier infatti sottolinea: «<strong>Ricordo anche il gesto di Giorgio Almirante, che volle rendere omaggio al feretro del suo avversario politico</strong>. Un segno di rispetto umano e istituzionale che ancora oggi richiama il valore di un confronto politico fermo negli ideali ma rispettoso delle persone.&nbsp;Perché&nbsp;si può fare politica secondo visioni diverse, anche diametralmente opposte, senza per forza demonizzare l&#8217;avversario. Meloni poi conclude così: &#8220;Il nostro compito è servire l&#8217;Italia e gli italiani.&nbsp;L&#8217;ho sempre pensato e sostenuto: le idee forti non temono il confronto».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Il gesto non è una novità</strong><br>Non è la prima volta che la premier si avvicina all&#8217;area culturale dell&#8217;ex Pci e alla figura di Berlinguer. Nel febbraio del 2024, quando fu inaugurata all&#8217;ex Mattatoio di Roma la mostra dedicata al segretario del Pci, Meloni vi si recò a sorpresa accompagnata dal presidente dell&#8217;associazione Berlinguer Ugo Sposetti. Sul libro delle firme della mostra, Meloni lasciò questa scritta: &#8220;Il racconto di una storia, politica. E la politica è l&#8217;unica possibile soluzione ai problemi. Giorgia Meloni&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Perché molti storcono il naso</strong><br>Ieri come adesso non deve stupire che a molti, alcuni gesti di vicinanza paiano strani. Sebbene Almirante e Berlinguer si presentassero come l&#8217;alternativa alle forze di centro (in primis alla DC), che allora venivano descritte in altri termini e percepite più come &#8220;democratiche&#8221;, &#8220;liberali&#8221; o &#8220;atlantiste&#8221;, i punti di riferimento del loro disegno non erano sovrapponibili. Inoltre, nel secondo novecento sia la destra che la sinistra facevano i conti, se non con la diretta responsabilità, quantomeno con il fardello degli atti terroristici fatti in nome di una parte e dell&#8217;altra. La lotta per il potere nello Stato era forse più aspra prima, eppure anche nei giorni nostri il partito di Giorgia Meloni rappresenta interessi e fasce sociali divergenti da altre. La rivalità non si è affievolita, sebbene non sia più interpretata attraverso culture politiche idealistiche.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Meloni e i grandi della storia</strong><br>Nessuno fa sconti, ma potrebbe non essere strano l&#8217;atteggiamento della leader di Fratelli D&#8217;Italia, una leader che ha bisogno di ispirarsi ad altre grandi figure, anche affascinata dal fatto che un segretario di sinistra non può essere moderato, convenzionale. E decidete voi quanto Meloni sia stata alternativa nella sua carriera, ma mai ha negato si essersi sentita così negli anni della formazione e del primo impegno politico.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non guasta poi strappare le simpatie del fronte avverso, in un&#8217;Italia odierna certamente meno omogenea elettoralmente di quella del secolo scorso, fatta di consenso mobile, incerto, di identità politiche non raramente sfumate. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Cosa ha significato Berlinguer</strong><br>Detto ciò, il coraggio e l&#8217;autonomia di pensiero di uno come Berlinguer è difficile da replicare oggi a Palazzo Chigi. Il Segretario fu uomo al timone quando il nostro Paese era conscio della forza repressiva dell&#8217;Unione Sovietica, prova ne era stata l&#8217;Ungheria nel &#8217;56 e la Cecoslovacchia nel &#8217;68. Egli stesso subì un attentato a Sofia nel 1973 mentre viaggiava in automobile; ne uscì illeso. Tentò comunque di consolidare lo spazio di manovra del comunismo italiano, spiegando caparbiamente che l&#8217;Italia doveva essere una nazione democratica e che poteva scegliere di restare nella sfera d&#8217;influenza statunitense senza per questo rinunciare agli obiettivi sociali. Fu accusato di non essere veramente socialista, ma socialdemocratico. Alle istanze progressiste non rinunciò comunque. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L&#8217;avallo di un periodo di austerità negli anni più duri dell&#8217;inflazione, era inteso come tattico e temporaneo. Continuò a lottare per l&#8217;espansione dei diritti, per il welfare, per il lavoro, condannando la decisione di tagliare pesantemente la scala mobile (il meccanismo automatico di adeguamento dei salari all&#8217;inflazione) da parte del Psi di Craxi e si rese disponibile a entrare per la prima volta in un governo con la Democrazia Cristiana, sotto l&#8217;ala di Moro. Non successe, e il Pci non entrò mai nel gioco democratico. I motivi, tragici, li sappiamo tutti. E oggi ancora ci interroghiamo su che Italia avremmo se fosse accaduto.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Meloni insomma cammina sulle spalle di giganti, maestri di diplomazia, di strategia, che mai persero la volontà. Il suo ricordo di chi ha lasciato un&#8217;impronta, tuttavia fa vagamente sperare in una politica odierna cosciente, matura, ma anche appassionata.  </p>
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		<title>Incendi: Italia bene ma serve di più. Ora si pensa europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 13:44:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli incendi rappresentano una sfida sempre più complessa. Prevenzione, gestione delle emergenze, cambiamento climatico, tecnologie predittive</p>
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<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Gli incendi rappresentano una sfida sempre più complessa. Prevenzione, gestione delle emergenze, cambiamento climatico, tecnologie predittive e coordinamento istituzionale sono al centro di un confronto sempre più urgente sulla sicurezza del Paese.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Necessaria oggi una flotta europea</strong></p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">&#8220;I periodi caldi più caratterizzati da incendi si sono estesi, oggi iniziano prima e arrivano fino a settembre-ottobre, con criticità non solo nell&#8217;area mediterranea ma oggi anche del centro-Europa, nord Europa e Svezia. Negli ultimi anni infatti siamo intervenuti anche nelle zone vicine all&#8217;Italia. L&#8217;anno scorso abbiamo operato più di 15 giorni nel nord della Spagna per un incendio che condizionò il Cammino di Santiago. Gli eventi che registriamo ora in Italia non sono ancora di vaste dimensioni ma danno idea del fenomeno e delle durate. Come Italia siamo un&#8217;eccellenza per dotazione e capacità di intervento, abbiamo una flotta di 18 canadair e ne mettiamo due a disposizione dell&#8217;Unione Europea. Oggi però è chiaro come ci sia bisogna di una flotta europea, condividendo le spese. Noi stiamo ponendo le basi per la flotta europea. Per quanto riguarda le nostre esigenze, si pensi che come Avincis siamo ente nazionale e interveniamo quando le regioni non sono riuscite da sole a fronteggiare l&#8217;emergenza, quindi beneficeremmo di maggiore prevenzione e controllo da parte dei territori, così da poter intervenire su contesti meno grandi e critici, collaborando con le squadre a terra nel modo migliore. Perché più i rischi crescono, più gli incendi coinvolgono anche i centri abitati, più siamo costretti a operare accantonando quelle regole base che tutelano la nostra incolumità. Perché il nostro obiettivo primario è l&#8217;incolumità dei cittadini, e una prevenzione migliore va a vantaggio sia di noi operatori che delle persone&#8221;. ha detto <strong>Fabrizio Majerna</strong>, Comandante Canadair e Safety Manager Avincis a Largo Chigi, format di Urania Tv.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Più agricoltura anche per prevenire</strong></p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Nella stessa trasmissione, secondo <strong>Mauro Rotelli</strong>, Presidente commissione Ambiente, Camera (FdI), &#8220;Sul tema della prevenzione degli incendi pesa anche un aspetto meno evidenziato, ovvero la riduzione della quota di terreno coltivato. Ettari lasciati incolti sono più vulnerabili a incendi. Stesso discorso si può fare relativamente alla pastorizia. Oggi allora prevenzione e sicurezza devono passare da una visione emergenziale a una visione di sistema e lo stiamo facendo in Commissione Ambiente. Ad esempio, mesi fa abbiamo approvato un codice che uniforma le interpretazioni e gli assetti di governance nel caso delle emergenze di cui parliamo. Le tecnologie certo possono aiutare, ma la prima cosa che la politica deve fare è mettere a disposizione risorse umane, anche quelle pronte a usare i sistemi innovativi. L&#8217;obiettivo è aumentare il personale preposto e i mesi di copertura. E ancora prima favorire l&#8217;attività agricola in ottica sicurezza, così come le costruzioni edili ove possibili e adeguate. A volte alcuni divieti posti in passato per cause ormai lontane non aiutano&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Addetti ai lavori: tecnologia e accordi </strong></p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Nel format anche il parere di diretti interessati: &#8220;Il Parco Otranto -Santa Maria di Leuca è assai vasto e costiero, non si caratterizza per dense aree boschive. Bensì per una fitta macchia mediterranea intrecciata da campi coltivati – ha spiegato <strong>Michele Tenore</strong>, Presidente Ente Parco Otranto -Santa Maria di Leuca –. Ecco perché, seppur la macchia ha una grande capacità di resilienza, i danni che accadono sono comunque rilevanti e impattano sulla filiera economica e turistica. Siamo d&#8217;accordo anche noi nel sottolineare che gli incendi originino parecchio dall&#8217;abbandono dei campi e lo avevamo capito già nel caso Xylella. Il 29 maggio tra Tricase, Porto e Andrano abbiamo avuto un danno da incendio per 200 ettari di terreni che erano stati abbandonati ed è stato necessario un canadair. In chiave di maggiore prevenzione e deterrenza nei confronti dei piromani abbiamo a disposizione un drone ma facciamo i conti con le poche risorse dagli enti territoriali. Con la protezione civile provinciale abbiamo una convenzione, anche per l&#8217;irrigazione, che previene gli incendi. Difficile però per noi controllare bene l&#8217;intera area. Quest&#8217;anno abbiamo voluto provare dei sensori sulle querce vallonee, capaci di percepire rischi d&#8217;incendi e dare alert. Perché sappiamo tutti che un incendio preso sul nascere è gestibile&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><em>La puntata integrale di Largo Chigi</em></p>



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		<title>La città italiana con più ristoranti pro capite non è Roma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 13:04:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo i dati del Sole 24 Ore, Savona è la città con il maggior numero di ristoranti in rapporto agli abitanti. Roma guida invece la classifica in valore assoluto.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un filo sottile che attraversa la cultura italiana da Nord a Sud, e passa invariabilmente per la tavola. Mangiare in Italia non è un&#8217;azione neutrale: è un rito collettivo che porta con sé affetti, memoria, appartenenza. Un&#8217;identità così strutturata da essere stata ufficialmente riconosciuta dall&#8217;UNESCO come Patrimonio culturale immateriale dell&#8217;umanità. Non sorprende, in questo quadro, che il Paese sia letteralmente punteggiato di trattorie, osterie e ristoranti capaci di raccontare un territorio attraverso un piatto. La ricchezza dei prodotti locali, la profondità delle tradizioni gastronomiche e la pressione del turismo hanno costruito nel tempo un&#8217;offerta di ristorazione senza paragoni in Europa. Eppure, dentro questa abbondanza diffusa, c&#8217;è una città che emerge su tutte. E no, non è quella che ci si aspetterebbe.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La risposta che nessuno si aspetta</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni anno Il Sole 24 Ore pubblica la propria classifica della qualità della vita nelle città italiane, articolata su decine di indicatori che spaziano dall&#8217;economia ai servizi, dalla sanità alla cultura e al tempo libero. È proprio in quest&#8217;ultima categoria che si nasconde un dato rivelatore. Incrociando le cifre, emerge che la città con la concentrazione più alta di ristoranti rispetto alla popolazione residente non è Roma, non è Milano, non è Bologna. È Savona. La città ligure registra il rapporto più elevato tra punti ristoro e abitanti di tutta Italia, un primato che non dipende da un exploit occasionale ma da una serie di condizioni strutturali: un flusso turistico che non conosce stagione, favorito da un clima mite per buona parte dell&#8217;anno, e una vocazione all&#8217;accoglienza radicata nel territorio. Vale la pena precisare, per evitare equivoci, che il dato misura la densità di ristoranti rispetto alla popolazione, non il numero assoluto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primato di Savona non è nemmeno una novità dell&#8217;ultima classifica. I dati storici raccontano una storia coerente: nel 2021 la città era già prima per i ristoranti e seconda per i bar, nel 2022 si piazzava al sesto posto nella più ampia categoria cultura e tempo libero. Una costanza che parla di un ecosistema gastronomico genuinamente radicato, non di una fiammata statistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi invece domina quando si guarda al numero assoluto è Roma, che su circa 400mila punti ristoro censiti in tutto il Paese ne raccoglie quasi 20mila. Un primato che ha la stazza di una capitale, ma che in termini relativi racconta una storia diversa da quella di una piccola città ligure affacciata sul mare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Picierno lancia Spazio pubblico, Calenda e i centristi la accolgono</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/picierno-spazio-pubblico-movimento-centristi-calenda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 11:11:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pina Picierno lascia il Pd e lancia Spazio pubblico. Subito 4mila adesioni e il sostegno di Calenda, Marattin e degli europeisti. Assemblea a Milano il 15 giugno.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Quattromila adesioni in una domenica mattina. «Spazio pubblico», il movimento appena fondato da Pina Picierno dopo l&#8217;uscita dal Pd, ha bruciato i tempi e trovato subito sponde nell&#8217;area centrista e liberale che da tempo cerca una casa fuori dal Campo largo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Carlo Calenda è stato il primo a muoversi: Azione collaborerà con il nuovo soggetto, che a suo giudizio offre finalmente una prospettiva politica liberale ed europeista capace di tenersi alla larga dal bipopulismo. Da Bruxelles Sandro Gozi, segretario generale del Partito democratico europeo, ha inquadrato la mossa di Picierno come una scelta di valore simbolico oltre che politico: la vicepresidente del Parlamento europeo, che aveva contribuito a costruire il Pd, porta con sé un pezzo di storia del centrosinistra riformista verso Renew Europe. Luigi Marattin, con il Partito liberaldemocratico, si è detto pronto a costruire insieme, a patto che Spazio pubblico confermi la sua vocazione alternativa al Campo largo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il movimento degli europeisti ha offerto un ulteriore segnale di convergenza: la loro assemblea costituente del 15 giugno a Milano – promossa da Daniele Nahum, Sergio Scalpelli e Piercamillo Falasca, direttore dell&#8217;Europeista – vedrà la partecipazione di Picierno insieme a Calenda e Carlo Cottarelli. «Il riferimento a Place publique di Glucksmann non è casuale», ha spiegato Falasca. «La sfida europeista al populismo è un&#8217;onda continentale, da Parigi a Roma.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Picierno aveva lasciato il Pd mercoledì, contestando la deriva a sinistra di Schlein e la marginalizzazione dell&#8217;area riformista.</p>
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		<title>Crosetto accelera sul Safe: l&#8217;Italia chiede i fondi europei per la difesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 14:14:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ministro Crosetto preme per accedere ai 14,9 miliardi del Safe. In attesa il Samp-T e gli accordi con i partner Ue. Meloni tratta con Bruxelles sul deficit.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Guido Crosetto aspetta che il governo acceleri sulla richiesta di accesso al Safe, il fondo europeo per le spese militari. Nel frattempo i progetti in sospeso si accumulano: accordi con aziende di altri paesi dell&#8217;Unione, su tutti il Samp-T di produzione italo-francese, e il costo dell&#8217;acciaio che continua a salire. Non è una novità: a metà maggio il ministro della Difesa aveva già perso la pazienza, chiedendo al ministero dell&#8217;Economia un po&#8217; di chiarezza sugli investimenti militari. L&#8217;Italia ha assunto l&#8217;impegno, in ambito Nato, di aumentare la spesa per le armi, e Crosetto pretendeva una risposta sui tentennamenti del governo riguardo all&#8217;uso dei miliardi del Security action for Europe. Il Safe, adottato dal Consiglio europeo nel maggio 2025, mette a disposizione dell&#8217;Italia 14,9 miliardi di euro in prestiti a lunga scadenza e a tassi molto competitivi per acquisti congiunti con altri paesi europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rispetto a un anno fa, quando Trump minacciava di fare dell&#8217;Alleanza Atlantica poco più di un dopolavoro se i membri non si fossero adeguati al vincolo del 5% di PIL sulle spese militari, le priorità sono cambiate. Negli ultimi due mesi il governo Meloni si è trovato quasi ad affogare in una congiuntura sfavorevole: non è uscito dalla procedura per deficit eccessivo ed è stato travolto dalla crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz. Per questo la premier e il ministro Giancarlo Giorgetti hanno impostato il negoziato con Bruxelles seguendo una logica di priorità – e di calcolo elettorale: «Non possiamo giustificare le spese militari, di fronte ai cittadini italiani, se non ci consentite di estendere la deroga al Patto di Stabilità prevista per la Difesa anche al caro-energia». A Crosetto è stato chiesto di pazientare e di non insistere finché la trattativa non si fosse sbloccata in senso positivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È successo, e ieri Meloni ne ha preso atto. Alla Difesa sono ormai certi che il via libera al Safe arriverà nel giro di giorni, al massimo qualche settimana. La cifra che sarà richiesta dovrebbe restare quella anticipata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: 5 miliardi su quasi quindici, forse 6. Fonti del ministero dell&#8217;Economia contattate da La Stampa sembrano confermarlo: «Non c&#8217;è limite temporale, ma di sicuro entro luglio sarà trovata una quadra». La prudenza di Giorgetti resta, perché si tratta comunque di soldi che pesano sul deficit, e il ministro punta a uscire dalla procedura di infrazione in autunno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Crosetto vuole fare presto</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro di lui, l&#8217;intero Stato maggiore della Difesa. Il costo dell&#8217;acciaio, a causa di Hormuz, sta aumentando, e con una certa lungimiranza i generali notano che la tedesca Rheinmetall ha fatto il pieno di questo importante materiale già prima della crisi iraniana. I ritardi pesano anche su Leonardo, azienda controllata dal governo, e generano grande irritazione. La Francia aspetta che l&#8217;Italia acceda al prestito per riavviare la produzione del Samp-T, il sistema missilistico avanzato prodotto dal consorzio Eurosam, partecipato da Mbda France, Mbda Italia e Thales. Rinviare ancora gli investimenti, secondo Crosetto, peggiorerebbe la vulnerabilità italiana ed europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ministero della Difesa ha predisposto una lista di priorità: specifici settori e specifiche armi di cui l&#8217;Italia ha bisogno. Si fa trapelare anche l&#8217;esigenza di rispettare gli impegni di spesa con gli altri paesi, che attendono il sì italiano al Safe. Il meccanismo è dedicato agli acquisti in partnership tra aziende europee, nell&#8217;ottica di rafforzare l&#8217;autonomia strategica dell&#8217;Ue e sganciarsi il prima possibile dagli Stati Uniti e dalla loro industria.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il nodo politico interno</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Meloni deve però fare i conti con l&#8217;impopolarità delle spese militari – una considerazione per lei ineludibile, a un anno dal voto. Tanto più che ieri le opposizioni sono riuscite a compattarsi attorno a una mozione nata su iniziativa del M5S che chiede la revisione integrale del Patto di Stabilità e degli impegni sugli investimenti assunti in sede Nato. Dieci punti sostenuti anche da Pd, Avs e Italia Viva, in cui si specifica che un eventuale scostamento di bilancio sia «esclusivamente indirizzato al contrasto della povertà assoluta, al sostegno per la sanità pubblica e per famiglie e imprese colpite dalla crisi energetica», escludendo che le risorse disponibili «siano assorbite dalla spesa militare». La presenza del partito di Renzi ha in qualche modo spiazzato i riformisti del Pd riluttanti a sostenere un documento che di fatto boccia il riarmo. È tempo per discuterne, almeno una settimana, prima che la mozione venga discussa, alla vigilia del Consiglio europeo.</p>
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		<title>L&#8217;Unione europea accelera sulla sovranità tecnologica</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/piano-europeo-sovranita-digitale-cloud-ai-semiconduttori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 13:52:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'Ue lancia Chips Act 2.0 e Cloud and AI Development Act per ridurre la dipendenza tecnologica. Obiettivo: triplicare i data center e portare i chip europei al 20%.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Unione europea accelera sulla sovranità tecnologica. Cloud, intelligenza artificiale e semiconduttori sono i tre fronti su cui Bruxelles ha deciso di muoversi per ridurre la dipendenza da Stati Uniti e Cina sulle infrastrutture digitali. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, garantiscono la stabilità delle nostre reti energetiche e assicurano la sicurezza dei nostri servizi», ha avvertito la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, annunciando un pacchetto di misure articolato su due proposte legislative: il «Chips Act 2.0» e il «Cloud and AI Development Act», che andranno negoziate tra Paesi Ue ed Eurocamera e che rischiano di riaprire i già tesi rapporti con gli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro della strategia c&#8217;è un sistema rafforzato di «sovranità» europea per i servizi cloud. Bruxelles propone quattro livelli per classificare i servizi in base al grado di protezione dei dati sensibili o al rischio di accessi da parte di paesi terzi. I livelli più elevati, il 3 e il 4, si applicheranno ai settori particolarmente delicati: difesa, sicurezza nazionale, controllo delle frontiere, sanità e infrastrutture critiche. Per queste categorie saranno introdotti requisiti più stringenti, tra cui la localizzazione delle infrastrutture sul territorio europeo e un maggiore controllo della catena di approvvigionamento del software. In un mercato dominato dagli Over the Top statunitensi, l&#8217;obiettivo dichiarato è proteggere i dati e «scongiurare il rischio di kill switch», ovvero la possibilità per un paese terzo di interrompere o disattivare software o sistemi per ragioni di sicurezza. I livelli di sovranità saranno definiti da una valutazione congiunta degli Stati membri e delle istituzioni europee, ha chiarito in conferenza stampa la vicepresidente della Commissione per la sovranità tecnologica Henna Virkkunen.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le ambizioni sul cloud e sull&#8217;AI</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli obiettivi del Cloud and AI Development Act figura il traguardo di triplicare la capacità dei data center europei nei prossimi cinque-sette anni, accelerando le procedure autorizzative e garantendo tariffe di rete ridotte. I nuovi criteri di sovranità cloud hanno però già sollevato le preoccupazioni della Business Software Alliance, secondo cui esiste il rischio di danneggiare la concorrenza, l&#8217;innovazione e la libertà di scelta dei clienti. Nel frattempo Palazzo Berlaymont ha nominato il primo inviato speciale per l&#8217;intelligenza artificiale industriale, Jim Hagemann Snabe. L&#8217;iniziativa arriva mentre un rapporto Onu avverte che entro il 2030 l&#8217;IA consumerà l&#8217;acqua necessaria per 1,3 miliardi di persone, pari all&#8217;intera popolazione dell&#8217;Africa subsahariana.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La partita dei semiconduttori</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte dei chip, l&#8217;Ue produce meno del 10% dei semiconduttori a livello globale, dipendendo in larga misura da Stati Uniti e Asia. Con il Chips Act 2.0 Bruxelles punta a stimolare la domanda di chip prodotti in Europa, incoraggiando – senza obblighi – una preferenza industriale per gli appalti pubblici, e ad accelerare le procedure autorizzative per i nuovi impianti produttivi. L&#8217;obiettivo di lungo periodo è raddoppiare la quota europea del mercato globale dei semiconduttori, portandola al 20% entro il 2030. Nel frattempo, nonostante l&#8217;ambizione di rafforzare l&#8217;autonomia tecnologica del continente, è arrivato un primo via libera che dovrà essere confermato dagli ambasciatori Ue per l&#8217;adesione all&#8217;iniziativa Pax Silica, guidata dagli Stati Uniti per rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento dei chip.</p>
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		<item>
		<title>La Camera approva la legge delega sul nucleare, ora tocca al Senato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 10:48:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Parlamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Via libera della Camera alla legge delega sul nucleare con 155 sì. Il testo attende ora il Senato e darà al governo un anno di tempo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, la Camera dei deputati ha approvato la legge delega sul nucleare. Il provvedimento approda ora al Senato per la definitiva approvazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta completato l&#8217;iter parlamentare, il testo conferirà all&#8217;esecutivo una delega da esercitare entro dodici mesi per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il disegno di legge si compone di cinque articoli e conferisce all&#8217;esecutivo la facoltà di adottare, entro un anno dalla sua entrata in vigore, uno o più decreti legislativi su una serie di materie specifiche: la produzione e l&#8217;utilizzo nel territorio nazionale di energia da fonte nucleare sostenibile, secondo la tassonomia dell&#8217;Unione europea; la fabbricazione e il riprocessamento del combustibile nucleare; la disattivazione e lo smantellamento degli impianti esistenti; la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito; la ricerca, lo sviluppo e l&#8217;utilizzo dell&#8217;energia da fusione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il testo circoscrive i campi d&#8217;intervento dei futuri decreti governativi: la costruzione e l&#8217;esercizio di impianti nucleari di nuova generazione, tra cui SMR, AMR e micro-reattori; la produzione di idrogeno tramite energia nucleare; la gestione del combustibile esaurito e la sicurezza degli impianti; il riordino della governance del settore, con la ridefinizione delle funzioni degli enti competenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fissati anche i criteri che il governo dovrà rispettare nella redazione dei decreti attuativi: garantire i massimi standard di sicurezza e protezione della salute pubblica, semplificare i procedimenti autorizzativi, prevedere misure di compensazione e beneficio per i territori che ospiteranno gli impianti e assicurare la partecipazione dell&#8217;industria italiana alla filiera tecnologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La legge delega non si esaurisce in un calendario di scadenze politiche: si inscrive in un quadro internazionale preciso, vincolato al rispetto degli obblighi europei e globali. Secondo i documenti del Servizio studi della Camera, il provvedimento risponde alle politiche di decarbonizzazione fissate per il 2050 e punta a due obiettivi simultanei: rafforzare la sicurezza e l&#8217;autonomia energetica del paese e contribuire al contenimento dei costi in bolletta per famiglie e imprese. Una volta concluso l&#8217;iter parlamentare. Per non rischiare che le norme invecchino prima ancora di entrare a regime, il testo introduce una clausola di salvaguardia: l&#8217;esecutivo potrà emanare decreti integrativi e correttivi entro due anni dall&#8217;entrata in vigore dei provvedimenti attuativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I criteri direttivi che il governo dovrà seguire nella redazione dei decreti sono dettagliati e vincolanti. Sul fronte della sicurezza, i massimi standard di tutela della salute pubblica sono non negoziabili, abbinati alla semplificazione delle procedure autorizzative per evitare che l&#8217;iter burocratico vanifichi i tempi dell&#8217;investimento. Sul piano industriale, i decreti dovranno prevedere incentivi alla realizzazione degli impianti e alla produzione energetica, assicurando che le imprese italiane partecipino attivamente alla filiera tecnologica. I territori che accoglieranno i siti riceveranno misure di compensazione e benefici diretti. Sul versante finanziario, <strong>la legge stanzia 20 milioni di euro annui dal 2027 al 2029, attingendo dal Fondo per il finanziamento degli investimenti</strong> <strong>e lo sviluppo infrastrutturale</strong> assegnato al ministero dell&#8217;Ambiente e della Sicurezza energetica. Parte di queste risorse finanzierà campagne informative strutturate, destinate a illustrare alle comunità coinvolte il contributo del nucleare e della fusione alla decarbonizzazione, affrontando senza reticenze i temi della gestione del combustibile esaurito, dello stoccaggio temporaneo e dei piani per lo smaltimento definitivo delle scorie radioattive.</p>
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		<item>
		<title>Huang (Nvidia): usare l&#8217;AI per giustificare i licenziamenti è solo pigrizia</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/lavoro/huang-nvidia-usare-ai-licenziamenti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 10:02:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> Il CEO di Nvidia Jensen Huang attacca chi usa l'AI come alibi per i tagli: è pigrizia, non tecnologia. Anche Hassabis di DeepMind concorda.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Da tempo nutriamo dubbi sulle dichiarazioni altisonanti dei leader tecnologici che promettono di automatizzare i posti di lavoro con l&#8217;AI. Da anni molti dirigenti hanno sollevato più di un sopracciglio giustificando licenziamenti di massa con l&#8217;argomento che l&#8217;intelligenza artificiale aveva reso migliaia di ruoli superflui. Ma mentre la realtà si assesta e le reali capacità della tecnologia emergono con più chiarezza, alcuni nel settore stanno cambiando radicalmente registro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;ultimo in ordine di tempo è Jensen Huang, CEO di Nvidia, che ha apertamente criticato altri dirigenti per aver usato l&#8217;AI come alibi per i tagli al personale, invitandoli a smettere. Il messaggio implicito è chiaro: i costi esorbitanti, soprattutto quelli legati alla spesa in AI, alla cattiva gestione e alle assunzioni eccessive, sono il vero problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La narrativa che collega l&#8217;AI alla perdita di posti di lavoro, nel caso di molti CEO che la usano, è semplicemente troppo pigra», ha dichiarato Huang a Channel News Asia. «L&#8217;AI è appena arrivata: com&#8217;è possibile che stiano già perdendo posti di lavoro?» E ancora: «Com&#8217;è possibile che l&#8217;AI sia diventata produttiva e utile solo sei mesi fa, e che nel frattempo stessero licenziando persone due anni fa proprio a causa dell&#8217;AI? Non ha alcun senso».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Huang non ha usato mezze misure. «Era solo un modo per sembrare intelligenti, e lo odio profondamente. Penso che stiamo spaventando le persone, e questo è irresponsabile».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il caso Dorsey e il nodo dei costi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un episodio emblematico di questo schema si è verificato all&#8217;inizio dell&#8217;anno, quando Jack Dorsey, fondatore di Twitter e CEO di Block Inc, ha annunciato il taglio di «quasi la metà» della forza lavoro aziendale, citando l&#8217;emergere di «strumenti di intelligenza» che starebbero «accelerando» i cambiamenti. Gli ex dipendenti hanno però rapidamente smontato la versione ufficiale, sostenendo che i licenziamenti fossero in realtà il risultato di assunzioni eccessive, in particolare durante la pandemia da Covid-19.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che è molto più probabile, al di là della narrativa sull&#8217;AI, è che le aziende stiano prosciugando le proprie risorse a causa di investimenti massicci nell&#8217;intelligenza artificiale: i costi per accedere alle risorse di cloud computing continuano a salire, costringendo molte imprese a rallentare le assunzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Huang, tuttavia, il problema di fondo è la mancanza di ambizione. E resta ottimista sulla capacità dell&#8217;AI di creare posti di lavoro anziché eliminarli. «È più probabile che le aziende ambiziose diventino più produttive, facciano le cose più velocemente e aumentino la loro velocità operativa», ha spiegato. «Di conseguenza diventeranno più grandi e più redditizie, e quando questo accade finiscono per assumere più persone. Useranno più AI, certo, ma assumeranno anche più persone.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di un cambio di tono significativo: solo l&#8217;anno scorso, in un&#8217;intervista a CNN, Huang aveva avvertito che «se il mondo esaurisce le idee, i guadagni di produttività si traducono in perdita di posti di lavoro» e che «il lavoro di tutti sarà influenzato» mentre «alcuni posti andranno persi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Huang non è l&#8217;unico a prendere le distanze dalla retorica dei licenziamenti da AI. La settimana scorsa anche Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind, ha accusato i dirigenti di altre aziende di «mancanza di immaginazione» nel dare la colpa all&#8217;AI per i tagli occupazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In sintesi, si tratta di una brusca verifica con la realtà, che va a cozzare con le narrative che molti dirigenti continuano a propinare nel tentativo disperato di convincere gli investitori che livelli di spesa senza precedenti siano giustificati. Come ha scritto la pubblicazione di marketing State of Brand: «Non è un disaccordo minore sul messaggio. È come se le persone che vendono i picconi dicessero ai minatori di smettere di incolpare i picconi per il crollo della miniera».</p>
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		<item>
		<title>Stati Generali ADM, la sfida passa da controlli e gettito: il nuovo equilibrio tra compliance, tecnologia e competitività</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/stati-generali-adm-gettito-controlli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 11:28:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dagli 82 miliardi raccolti per l’Erario alla riforma delle accise, passando per intelligenza artificiale, e-commerce e semplificazione: il confronto tra istituzioni e imprese ridisegna il ruolo dell’Agenzia.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Più che una fotografia dell’attività dell’ultimo anno, gli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli hanno offerto una lettura di come stia cambiando il rapporto tra amministrazione fiscale, imprese e mercati. Il dato iniziale è quello delle dimensioni: oltre 82 miliardi di euro raccolti per l’Erario nel 2025, due miliardi in più rispetto all’anno precedente, con 21,7 miliardi provenienti dalle Dogane, 33,7 miliardi dalle Accise e 11,5 miliardi dal comparto dei giochi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La terza edizione dell’appuntamento, voluta dal direttore dell’Agenzia Roberto Alesse e andata in scena mercoledì e giovedì, ha riunito a Palazzo Wedekind esponenti istituzionali e operatori economici, a partire dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (in video), dal viceministro Maurizio Leo, dal sottosegretario Sandra Savino e dal presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato Maurizio Gasparri. Accanto a loro, Andrea Mazzella, direttore Relazioni Internazionali ADM, Claudio Oliviero, direttore Dogane, e Luigi Liberatore, direttore Accise.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma i numeri raccontano soltanto una parte della trasformazione. Nel 2025 il sistema dei controlli è stato profondamente ricalibrato: oltre 4 mila tonnellate di merci sequestrate per un valore di circa 336 milioni di euro, sanzioni per quasi 139 milioni, più di 39 milioni di euro di sequestri nel comparto tabacchi e 1.038 siti di gioco illegale oscurati, il 44% in più rispetto al 2024. Una strategia costruita attraverso la Rete Nazionale Antifrode e una selezione sempre più mirata del rischio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, però, è che l’Agenzia sembra voler spostare il baricentro dall’intervento repressivo a un modello preventivo. È emerso con forza nella sessione dedicata alle Dogane, dove Claudio Oliviero ha indicato come priorità l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, dell’analisi preventiva e della certificazione “Trust &amp; Check” per evitare che l’aumento dei controlli rallenti i traffici commerciali. Una necessità resa ancora più evidente dall’espansione dell’e-commerce: le dichiarazioni doganali hanno superato quota 105 milioni, con un incremento del 18%, mentre i sistemi ADM hanno processato circa 16 milioni di dichiarazioni aggiuntive rispetto all’anno precedente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una trasformazione analoga attraversa il settore delle accise. La riforma collegata alla legge delega 111/2023 e al decreto legislativo 43/2025 punta a rendere il sistema più aderente ai consumi reali, attraverso strumenti come le dichiarazioni semestrali in sostituzione di quelle annuali. Dietro il cambiamento c’è un lavoro sviluppato tra Agenzia, Dipartimento delle Finanze e associazioni di categoria per ridurre oneri amministrativi e rendere più sostenibile il rapporto tra controlli e attività economica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo quadro che si inserisce il SOAC, il nuovo Soggetto Obbligato Accreditato, costruito sul modello dell’Operatore Economico Autorizzato: non soltanto una novità normativa, ma un diverso paradigma basato su affidabilità, trasparenza e incentivi per i soggetti virtuosi. La direzione appare chiara: trasformare la compliance da obbligo amministrativo a leva di competitività.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Maurizio-Leo-viceministro-Economia-1024x683.jpeg" alt="" class="wp-image-64142" srcset="https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Maurizio-Leo-viceministro-Economia-1024x683.jpeg 1024w, https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Maurizio-Leo-viceministro-Economia-300x200.jpeg 300w, https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Maurizio-Leo-viceministro-Economia-768x512.jpeg 768w, https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Maurizio-Leo-viceministro-Economia-1536x1025.jpeg 1536w, https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Maurizio-Leo-viceministro-Economia.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Maurizio Leo, Viceministro dell&#8217;Economia, intervenuto agli Stati Generali ADM.</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Roberto-Alesse-1024x683.jpeg" alt="" class="wp-image-64141" srcset="https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Roberto-Alesse-1024x683.jpeg 1024w, https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Roberto-Alesse-300x200.jpeg 300w, https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Roberto-Alesse-768x512.jpeg 768w, https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Roberto-Alesse-1536x1025.jpeg 1536w, https://www.thewatcherpost.it/wp-content/uploads/2026/05/Roberto-Alesse.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Roberto Alesse, Direttore ADM.</figcaption></figure>
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		<title>Assemblea Confindustria, Orsini lancia la sfida all&#8217;UE e all&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2026 12:39:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il presidente di Confindustria Orsini all'assemblea 2026 chiede energia, debito comune, riforma fiscale e nucleare.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">All&#8217;assemblea annuale di Confindustria, tenuta oggi a Roma, il presidente degli industriali<strong> Emanuele Orsini</strong> ha pronunciato una relazione che non lascia spazio a eufemismi: l&#8217;Italia e l&#8217;Europa sono a un punto di svolta, e il tempo per rimandare le scelte difficili è finito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Per troppo tempo ci siamo accontentati di fare il minimo indispensabile invece del massimo necessario», ha detto Orsini, fissando subito il tono di un discorso costruito attorno a due parole – fiducia e coraggio – che ha ripetuto come un&#8217;ossessione lungo tutta la sua relazione. Il messaggio centrale è netto: senza produzione e crescita non esiste redistribuzione, e senza un atto collettivo di responsabilità – che coinvolga istituzioni, imprese, sindacati e forze politiche di maggioranza e opposizione – l&#8217;Italia rischia di perdere la propria industria, ovvero il 15% del PIL e milioni di posti di lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;Europa che non capisce la competitività</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Buona parte della relazione è stata dedicata all&#8217;Europa, con un giudizio severo sull&#8217;operato dell&#8217;Unione nell&#8217;ultimo biennio. Dall&#8217;inizio del mandato della Commissione attuale, ha ricordato Orsini citando dati confermati dal commissario Sejourné, l&#8217;Europa ha perso 250mila occupati nella manifattura, che diventano un milione considerando l&#8217;indotto. La causa, secondo il presidente di Confindustria, è strutturale: Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività, e continua a produrre norme che soffocano le imprese invece di sostenerle. Negli ultimi 25 anni la quota di PIL mondiale dell&#8217;Unione Europea è scesa di circa 7 punti percentuali – in valore assoluto, oltre 7mila miliardi di euro finiti in larga parte all&#8217;industria cinese, che oggi da sola genera il 35% della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli alti costi dell&#8217;energia, la mancanza di investimenti e una burocrazia asfissiante hanno spinto molte imprese a delocalizzare o a chiudere. Le 72 condizioni poste da Bruxelles per approvare il Decreto-Bollette del governo italiano sono state citate da Orsini come l&#8217;ultima conferma plastica di quanto sia «lunare» l&#8217;approccio regolatorio europeo. La richiesta è diretta: «Fermatela.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per uscire dall&#8217;impasse, Orsini ha indicato tre leve europee da attivare in parallelo: un vero mercato unico dell&#8217;energia, in cui l&#8217;Europa agisca come unico acquirente per abbassare i prezzi e potenzi le reti di interconnessione; un mercato unico dei capitali che renda gli investimenti accessibili alle imprese e trattenga in Europa i risparmi oggi diretti altrove; e un debito comune per finanziare investimenti strategici in infrastrutture energetiche, nucleare, reti digitali, intelligenza artificiale, minerali critici e difesa. «Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l&#8217;anno. Gli attuali 280 miliardi da dividere tra 27 Paesi non risolvono il problema», ha detto senza giri di parole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul sistema ETS Orsini ha chiesto la sospensione immediata, definendolo uno strumento che ha trasformato la decarbonizzazione in un prodotto di speculazione finanziaria, avvantaggiando alcuni Stati a discapito di altri. «Il Continente più pulito ha il prezzo della CO2 più alto al mondo», ha osservato, ricordando il caso paradossale dell&#8217;automotive europeo, i cui costruttori sono costretti ad acquistare certificati di emissione che finiscono per arricchire i concorrenti americani e cinesi. «È una vera pazzia.»</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le cinque leve per l&#8217;Italia</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte nazionale, Orsini ha strutturato le sue richieste attorno a cinque priorità. La prima e più urgente è l&#8217;energia: il costo nei siti produttivi italiani è tra i più alti d&#8217;Europa, e questo sta diventando una minaccia esistenziale per interi distretti. Ha citato il caso della ceramica – «una realtà che conosco bene perché è la mia terra» – dove in cinque comuni sono a rischio 40mila posti di lavoro per effetto dei sovraccosti energetici. La soluzione passa per il ritorno della competenza energetica allo Stato in via esclusiva, lo sblocco dei 4mila permessi per impianti rinnovabili ancora bloccati a livello regionale, il potenziamento della rete elettrica e il ritorno al nucleare. Su quest&#8217;ultimo punto Orsini è stato esplicito: «Continuare a sostenere che il nucleare sia inutile perché servono 10-15 anni per attivarlo è falso. Inutile è ogni anno, ogni mese, che si perde.» Le imprese, ha aggiunto, sono disponibili a ospitare i piccoli reattori modulari nei propri stabilimenti e distretti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda leva riguarda la crescita dimensionale delle PMI. I dati citati da Orsini mostrano che le imprese italiane – quando raggiungono una dimensione media o grande – diventano più produttive e internazionali delle omologhe tedesche e francesi. Ma sono ancora troppo poche, e rischiano di ridursi. La terza leva sono i contratti di sviluppo, strumento che ha già coinvolto oltre 1.500 imprese e che va potenziato, rendendolo più efficace e accessibile, con un aumento selettivo delle aliquote per le tecnologie strategiche e un grande piano di formazione sull&#8217;intelligenza artificiale da avviare già nelle scuole superiori. La quarta è la semplificazione e la riforma della legge 231 sulla responsabilità degli enti, diventata nel tempo – ha denunciato Orsini – uno strumento quasi esclusivamente punitivo che frena gli investimenti. La quinta riguarda le risorse: con una pressione fiscale che colloca l&#8217;Italia al quarto posto tra i Paesi avanzati, Confindustria ha proposto un tavolo comune con governo e parti sociali per analizzare le 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile, identificare 20 miliardi da riallocare senza aumentare il debito e destinarli per un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Salari, casa e demografia</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Orsini ha affrontato anche il nodo salariale con una franchezza insolita per il palcoscenico confindustriale: «Le basse retribuzioni allontanano i giovani dall&#8217;Italia. Troppi settori offrono solo contratti a tempo e salari insufficienti.» Il presidente ha rivendicato il lavoro comune avviato con i sindacati per contrastare i contratti pirata, ma ha riconosciuto che la questione non si risolve da soli. Ha poi collegato il tema salariale a quello demografico e abitativo: entro il 2040, ha avvertito, mancheranno in Italia 5 milioni di giovani, anche per i costi insostenibili delle abitazioni. Il Piano Casa varato dal governo va nella direzione giusta, ma richiede che i Comuni mettano a disposizione le aree necessarie con la stessa urgenza e responsabilità che si chiede agli altri attori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Abbiamo il privilegio di poter essere coraggiosi in pace e non in guerra come invece succede a popoli a noi vicini. Usiamo il coraggio per continuare a costruire sviluppo, competitività e opportunità», ha concluso il presidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Qui il testo originale della relazione di Orsini</em></p>



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		<title>Festa della Repubblica 2026, il Quirinale chiama gli italiani a raccolta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 12:55:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per gli ottant'anni della Repubblica il Quirinale lancia una raccolta di video dei cittadini. Il 2 giugno grande festa in piazza con Baglioni e Bolle.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/festa-repubblica-2026-quirinale-video-cittadini/">Festa della Repubblica 2026, il Quirinale chiama gli italiani a raccolta</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">«La Repubblica è la cosa pubblica, siamo tutti noi che con la nostra fatica la costruiamo giorno per giorno.» Parole di Claudio Bisio, uno dei volti che da ieri campeggiano sul sito del Quirinale nell&#8217;ambito di un&#8217;iniziativa della Presidenza della Repubblica destinata a durare un anno. Con lui ci sono Charlotte da Roma, Riccardo da Bergamo, Manuela da Roccella Jonica, Beatrice da Venezia e un centinaio di altri cittadini comuni: hanno caricato brevi video in cui raccontano cosa rappresenta per loro la Repubblica. C&#8217;è anche Checco Zalone, che la sintetizza così: «Per me è la libertà, e quando si è liberi ci si sente re».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto nasce con un obiettivo preciso: coinvolgere i più giovani sul significato del 2 giugno, nell&#8217;anno in cui si celebrano gli ottant&#8217;anni dal referendum del 1946 che mandò in soffitta la monarchia. Chiunque può partecipare, basta un cellulare per caricare il proprio video sulla piattaforma ospitata dal sito del Quirinale. L&#8217;iniziativa è aperta a donne e uomini di ogni età e regione, cittadini italiani o residenti in Italia che abbiano raggiunto la maggiore età; i minorenni possono partecipare con l&#8217;autorizzazione dei genitori. Tra chi ha già aderito anche la tennista Jasmine Paolini: «Per me la Repubblica è rappresentare i colori della nazione, rimanendo uniti come squadra, con impegno e dedizione». Ha aggiunto la propria voce anche Riccardo Zanotti, front-man dei Pinguini Tattici Nucleari.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il 2 giugno in piazza del Quirinale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;iniziativa digitale è solo il prologo di una festa che si annuncia imponente. Il prossimo 2 giugno in piazza del Quirinale è attesa una grande celebrazione: inizio alle 21, diretta Rai, 2.700 ospiti, testi scritti da Maurizio de Giovanni. Un racconto corale che ripercorrerà ottant&#8217;anni di storia repubblicana – trionfi, catastrofi, tragedie, diritti, conquiste – affidato a una compagnia di artisti che va da Paola Cortellesi a Francesco Pannofino, da Luca Zingaretti a Miriam Leone, da Gianni Morandi a Carlo Verdone. Le musiche sono di Paolo Fresu, Danilo Rea, Claudio Baglioni e Giuliano Sangiorgi. A chiudere la serata sarà Roberto Bolle. Attesi i vertici del governo, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quest&#8217;anno il Quirinale ha scelto di rompere con la tradizione: salta il ricevimento nei giardini, che si teneva nel tardo pomeriggio del 1 giugno. Al suo posto, la mattina di lunedì i giardini apriranno alle 10.30 a tutte le categorie fragili; alle 18 seguirà il concerto in onore del corpo diplomatico, introdotto da un intervento del presidente Sergio Mattarella. La mattinata del 2 giugno vedrà la tradizionale parata militare ai Fori, mentre in serata lo spettacolo andrà in scena in piazza: davanti alla sede della presidenza della Repubblica è già stato montato il palco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi»: è la citazione di Mattarella che apre la pagina web dedicata ai volti della Repubblica. «Ricordarlo vale più che mai in questi tempi di crisi».</p>
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